31 dicembre 2018

UN ANNO DI EVENTI CON LE ASSOCIAZIONI

Si è conclusa il 21 novembre la tournèe che ha visto le associazioni di incontinenti e stomizzati della Regione Veneto, con il patrocinio della Fais Onlus e di AIOSS, schierarsi per risolvere il grande problema dell'incontinenza e di altre disfunzioni del pavimento pelvico, come quelli causati da una stomia. L'ensemble sta per celebrare un anno di febbrile attività che ha destato interesse e tanta partecipazione.
Incontinenza e stomia sono argomenti che suscitano in alcuni sdegno, vergogna e imprimono uno stigma sociale non indifferente.
Seppur sia ancora lungo il cammino, abbiamo contribuito a porre, mattone dopo mattone, le basi per strutturare un vero e proprio progetto Incontinenza, con un percorso definito, di cui la regione Piemonte in primis ed ora anche la regione Veneto si fanno precursori.
Il mio impegno attivo per AISVE, e AISCAM, rispettivamente l'associazione incontinenti e stomizzati regione Veneto e la locale Castellana-Montebellunese, mi ha visto sul palco di ben dodici comuni del Veneto e uno del Friuli, Sacile. In alcuni, come Treviso e Castelfranco, anche più volte.
Con me, volontari del direttivo della mia associazione locale, hanno distribuito materiale informativo, volantini e brochure ad ogni incontro. 
Gli incontri si sono svolti in modalità conferenza e successiva pratica perineale nelle palestre messe a disposizione dai Comuni stessi.
L'hashtag #prevenzioneperineo ha caratterizzato ogni evento. Parlare di prolasso, incontinenza ai gas, dolore alla penetrazione, pannoloni e condom, non è stato facile. Abbiamo dovuto superare barriere culturali radicate in molte donne over 65. 
Tuttavia sono state più di mille le donne (eventi organizzati soprattutto per le donne in quanto esse manifestano il problema maggiormente) e anche molti uomini, che hanno partecipato ad un tour che ha visto Pelvicstom come media partner, ritrovandosi poi nel blog che gestisco insieme a quasi quattromila followers. 
E' stato il modo più efficace per raggiungere tante persone quello dei canali social. Certo, serve impegno costante, giornaliero, e pubblicazioni, foto degli eventi, spiegazioni, video...
Fais Onlus Gruppo Giovani, capitanata da Clara Salazar che è stata capofila di ogni evento ha sposato la causa promettendo sostegno anche per i futuri eventi diretti ai giovani ragazzi nelle scuole elementari e medie. Grazie alla determinazione di Clara, siamo riusciti ad uscire dalla regione Veneto e a portare gli incontri fino a Sacile, in provincia di Pordenone. 
E' invece Attilio Reginato il motore di AISVE, che si è interfacciato con tutte le amministrazioni comunali ed ha provveduto a regolarizzare ogni evento senza perdersi nel mare della burocrazia. 
Per fortuna che dietro alle spalle, a supportarci c'è sempre stata FAIS Onlus, diretta da Marina Perrotta e da Pier Raffele Spena, che con Annalisa Molteni alla segreteria, segue ogni evento pubblicizzandolo nel loro sito ufficiale.
Da Castelfranco a Treviso provincia, da Vallà di Riese Pio X a Castello di Godego, fino a Villanova, in provincia di Padova. E ancora Salvarosa, Vedelago, Resana, con gli incontri anche al maschile. Abbiamo tappezzato il territorio di serate anche divertenti.
Anche AIOSS, l'associazione tecnico scientifica in stomaterapia e riabilitazione del pavimento pelvico ha patrocinato molti eventi. Affinchè l'infermiere specializzato sia coinvolto a pieno titolo nel suo stesso cambiamento e riconoscimento, serve crederci.
E' stata l'uscita da un silenzio lungo secoli la chiave del successo. Ora, con questi incontri a flusso continuo, abbiamo fatto rumore, provocato un cambiamento. Oggi si parla di Incontinenza, Stomia, Perineo e intimità, senza censure nè scandali.
Fanni Guidolin

29 dicembre 2018

SEROTONINA, NEUROTRASMETTITORE MAGNIFICO

Di Caterina Bertelli 

LO SAPETE CHE LA SEROTONINA:
è un neurotrasmettitore sintetizzato principalmente nell’apparato gastrointestinale e a livello del sistema nervoso centrale. Interviene nella regolazione di importanti processi fisiologici quali il ciclo sonno/veglia, il senso di fame/sazietà, la motilità intestinale, il tono dell'umore, la memoria e il desiderio sessuale.

Alcune delle funzioni della serotonina sono:
- stimolare la peristalsi, cioè l’attività della muscolatura enterica, favorendo la digestione;
- regolare l’alternanza sonno/veglia: la serotonina è un precursore della melatonina, ormone che si produce al buio, responsabile del sonno perché alla base del ritmo circadiano dell'organismo;
- regolare il senso di fame/sazietà: maggiori concentrazioni di quest’ormone determinano la precoce comparsa del senso di sazietà.
Inoltre influisce sull' umore: la serotonina è detto anche l’ormone del benessere e della felicità; a minori livelli di questo neurotrasmettitore sono associati stati di ansia, malessere generale, astenia e depressione.
Infine influisce sul desiderio sessuale nel senso che modula la libido: eccessivi livelli di serotonina possono favorire l' ipersessualità accompagnata da atteggiamenti aggressivi.
La secrezione di questo ormonale può essere stimolata in vari modi, tra cui l'assunzione di determinati cibi, il ricorso a rimedi fitoterapici, la pratica regolare di attività fisica, l'esposizione alla luce solare, i massaggi, il sesso, la socializzazione, lo yoga e la meditazione.

Il precursore della serotonina è il triptofano, un amminoacido essenziale, che non viene prodotto dal nostro organismo, ma necessita di essere introdotto attraverso l’alimentazione. Non tutti i cibi ad alto contenuto di triptofano producono automaticamente serotonina, poiché quest’ultima, per essere sintetizzata dal nostro organismo, ha bisogno della presenza di carboidrati, ferro e vitamine del gruppo b.
I cibi ricchi di zucchero hanno la capacità di aumentare i livelli di serotonina nel sistema nervoso centrale. L'introduzione di zuccheri provoca la produzione di insulina, ormone che favorisce la penetrazione dei nutrimenti nelle cellule, ad eccezione del triptofano.
A differenza degli altri amminoacidi, il triptofano non viene assorbito e resta in circolo nel sangue, venendo quindi facilmente assimilato a livello del sistema nervoso centrale. Questo meccanismo spiega perché i cibi dolci sono in grado di produrre serotonina, aumentando il buon umore e il benessere generale. Per questo motivo quando ci sentiamo giù d'umore o magari siamo stressati o preoccupati, desideriamo la cioccolata o altri cibi ricchi di zucchero, definiti non a caso “cibi di conforto”.
Ecco alcuni cibi ricchi di triptofano : latte, noci, yogurt, cioccolato fondente, tacchino, legumi secchi, miele, alcuni frutti come il kiwi, l'ananas, le banane, le prugne) e alcuni vegetali quali indivia, spinaci, patate, cavoli, asparagi, pomodori,funghi, bietola, lattuga.
Dott.ssa Caterina Bertelli 
Psicologa Psicoterapeuta 
risponde al 338 1486789

28 dicembre 2018

Loro, uniti in questo mondo di diversi

La gonna arrivava fino alle caviglie. Lasciava intravvedere, nella ciabatta blu col pelo di lana merinos, un calzino marrone e uno verde scuro, o forse era solo sbiadito. In testa teneva un foulard rosa che faceva il giro del collo. Accanto a lei, un uomo alto, con un giubbotto di finta pelle tinta cacao le appoggiava un braccio sulle spalle. Aveva la barba curata. C'erano altri "di loro" nella stanza che si era fatta stretta come una scatola e con l'aria pesante. 
Due bambini occupavano la poltrona, uno seduto sull'altro, fermi immobili all'ordine di quello che credo fosse il padre, o lo zio o magari il fratello maggiore. Erano in nove i familiari e  non riuscivo certo a distinguere il legame di parentela.
Da ogni angolatura l'immagine che ne risaltava era quella di una famiglia molto unita, preoccupata per la cara ammalata, un brutto male dicevano. C'era chi, china sul letto, sistemava le coperte. Chi il borsone con la poca biancheria, chi i giornali stropicciati sul comodino. Quasi fossero azioni già vissute, o ripetute, magari nelle loro roulottes. E c'era chi, attento osservatore, stava fermo immobile, più indietro, con le mani in mano o le braccia conserte, lasciando spazio agli altri, per non essere invadente, in assoluto rispetto. 
Se all'inizio quella stanza mi aumentava la claustrofobia, dopo qualche istante ho provato ad osservare ognuno in maniera diversa. Tra quelle quattro mura la solidarietà non era un concetto astratto ma palpabile e soprattutto visibile. Sembrava che la loro comunità fosse una comunione di affetti. Non a caso Bell Hooks sostiene che "la scelta di vivere con semplicità accresce inevitabilmente la nostra capacità di amare". 
Per loro non è una questione di rispetto presentarsi uno alla volta in ospedale. Lo è esserci tutti insieme, anche bloccando il corridoio fuori delle porte della rianimazione o l'ingresso della corsia del reparto. Lo è riempiendo le stanze intorno al letto della propria cara o aspettando la prognosi per sette o otto ore nella sala d'attesa di una sala operatoria. Tutti, con tutti i figli, il parentado e gli altri del clan. Si dimostrano uniti più nel male che nel bene, si sostengono a vicenda come se il male del vicino appartenesse a ciascuno di essi. Puoi trovare lo zio e il pro zio, l'amico dello zio o la sorella dell'amica della cognata eccetera eccetera all'infinito. Ti chiedi come sia possibile un tale preventivo accordo quando noi facciamo fatica a non litigare con i nostri fratelli.
La signora allettata appariva poi visibilmente stanca e non è stato necessario invitarli ad uscire. Lo hanno capito insieme, con educazione hanno salutato e se ne sono andati tutti, portando via la loro scia speziata, i borsoni di cuoio e facendo roteare le gonne gitane. Cultura anche questa.
Lo diceva Alda Merini che “Ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini", ma se ti fermassi a guardare la scena che ti ho descritto, ti accorgeresti che la tolleranza ti aiuterebbe a sconfiggere ogni pregiudizio. 

La psicologa risponde on line: non ho più desiderio da quando sono in menopausa

Gentile dottoressa, in questo ultimo anno non sento il desiderio di avere rapporti intimi con mio marito. Le mie amiche mi dicono che è normale con l'arrivo della menopausa.

Cara signora,
la menopausa può influire nel calo della libido con la diminuzione di presenza in circolo di ormoni quali il testosterone che stimola i comportamenti sessuali e influenza anche la produzione di dopamina, che è uno dei neurotrasmettitori più importanti per l’attività sessuale. Un altro neurotrasmettitore che agisce anche sulla sfera sessuale e che diminuisce durante la menopausa è la serotonina.
In menopausa il cervello della donna risponde meno prontamente agli stimoli biologici, dunque si allungano i tempi della risposta sessuale. I tessuti periferici della vulva e del clitoride sono meno sensibili e si ha una ridotta risposta orgasmica. L’atrofia vaginale è una delle conseguenze del calo ormonale, soprattutto degli estrogeni, che si verifica con ridotta lubrificazione e poca elasticità. Questi disturbi possono rendere doloroso il rapporto sessuale, tanto da evitare l’approccio sessuale con il partner.
D'altro canto invece attraverso gli abbracci e le coccole si può stimolare l'ossitocina ormone importante quale collante della vita di coppia diminuendo lo stress e la sensazione di ansia derivante dal sentirsi ad esempio inadeguati durante i rapporti sessuali.
Queste spiegazioni non esaustive possono darle un aiuto nel comprendere cosa sta succedendo da un punto di vista biologico ma non possono certo rispondere a come state in relazione nella quotidianità, lei e suo marito.
A volte è più utile chiedersi come si sta assieme, che legame si è costruito negli anni, piuttosto che cercare una spiegazione in cui si rischia di non riflettere sul proprio modo di porsi nella coppia, su quali sono i pensieri che creano i comportamenti che attuiamo.
Un cordiale saluto.

Dott.ssa Caterina Bertelli 
Psicologa Psicoterapeuta 338 1486789

CONI VAGINALI: COME SI USANO?

CONI VAGINALI
Modalità d'uso
Sottoponetevi prima ad un controllo con una terapista perinale che vi dirà quanto è forte la vostra muscolatura pelvica.
Se debole, potrete iniziare con i coni vaginali.
Dopo accurata pulizia delle mani e del cono bianco (più leggero), introducete delicatamente quest'ultimo nella vagina, per circa la lunghezza del vostro dito, paragonandolo all'introduzione di un assorbente a tampone, lasciando fuori qualche centimetro di cordicella utile nella fase estrattiva.
Tale inserimento può essere agevolato facendo uso di crema/gel vaginale. (non usare creme che non siano espressamente indicate ad un uso vaginale).
A questo punto, se riuscite a tenerlo in sede per circa un minuto stando inizialmente ferme in piedi e in seguito provando a camminare, salire e scendere le scale, simulando qualche colpo di tosse, accennare qualche piccolo salto sul posto, immergere le mani in acqua fredda, vuol dire che potete passare al cono di peso successivo. Il cono che, in seguito a uno o più di questi esercizi, non si riesce a trattenere , sarà il cono che verrà utilizzato per l'inizio dell'allenamento.
L'allenamento consiste nel mantenere in vagina il cono scelto 10/15 minuti per 2 volte al giorno, svolgendo le normali attività quotidiane (purché svolte per la maggior parte in posizione eretta) come fare la doccia, riassetto della casa, bucato, cucinare, giardinaggio, passeggiare ecc.
E' assolutamente normale che all'inizio si riesca a tenere il cono più leggero solo per un breve periodo di tempo, l'importante è non demoralizzarsi e cercare di aumentare gradualmente i minuti di mantenimento del cono fino alla tempistica ottimale di 10/15 minuti.
Dopo alcuni giorni che si è in grado di tenere costantemente il cono si consiglia di passare al cono di peso successivo.
I coni vaginali possono essere usati illimitatamente, non vi sono controindicazioni per un uso prolungato nel tempo, normalmente si è visto che, con un uso corretto e costante, l'attenuazione o la completa scomparsa dei disturbi si verifica dopo circa 12/15 settimane. In caso di un indebolimento muscolare più serio, sarà necessario utilizzare i coni per un periodo superiore.
Dopo almeno 4 settimane dalla completa scomparsa dei sintomi si può interrompere il trattamento, ma è vivamente raccomandato una volta ogni 3 mesi, svolgere un ciclo di allenamento con i coni per 2/3 settimane, a scopo di mantenere sempre in perfetta forma il pavimento pelvico.

Interruzione della terapia
- Se trascorse 20 settimane di quotidiano e corretto impiego di coni vaginali non si sia riscontrato nessun miglioramento dei sintomi, consigliamo di consultare il proprio medico curante;
- anche se in altri paesi europei viene indicato di effettuare gli esercizi con i coni vaginali anche durante la gravidanza, purché non sia rischio, noi in tale periodo ne sconsigliamo l'uso;
- nel puerperio, premesso che non vi siano altre problematiche, viene vivamente consigliato di riprendere o incominciare l'allenamento purché siano trascorse almeno 8/10 settimane dal parto e comunque dopo aver consultato il parere del medico curante;
- durante il ciclo mestruale;
- in presenza di sospette o accertate infiammazioni vaginali;
- i vostri coni vaginali sono prodotti con metodi all'avanguardia e materiali di altissima qualità, ciò nonostante un uso improprio o una conservazione inadeguata potrebbe rovinarne la superficie con rigature e lacerazioni, in questo caso il cono danneggiato non deve assolutamente essere impiegato. 
- l'uso a scopo preventivo dei coni vaginali è consigliato a tutte le donne. Ma nel caso vengano usati a scopo terapeutico in conseguenza a uno o più disturbi descritti, si raccomanda, prima di iniziare gli esercizi, di consultare il vostro medico curante che deve escludere cause differenti, non imputabili a una debilitazione del pavimento pelvico.

Come pulire i coni vaginali
Si consiglia di pulire i coni vaginali dopo ogni applicazione, senza l'ausilio di spazzole o spugne abrasive, che potrebbero graffiare la superficie esterna.
Si disinfettano con i normali prodotti antisettici per la pelle che si trovano in commercio o con acqua tiepida e sapone antibatterico.
Una volta sciacquato con acqua, asciugare con un panno morbido e pulito e riporre nella loro confezione.
Prima di riutilizzare i coni risciacquare con acqua per scongiurare l'eventuale residuo di disinfettante o sapone.
Non sterilizzarli in acqua calda o con vapore perché questi metodi potrebbero provocare una deformazione dei coni stessi.

27 dicembre 2018

12 Domande sul Pavimento Pelvico

Sto avendo problemi con il mio pavimento pelvico, ma non voglio parlare con nessuno, perché l'incontinenza urinaria non è così comune

Non aver paura di parlare di problemi che potresti avere con il tuo pavimento pelvico, dato che non sei assolutamente sola.
Dati del 2014 dimostrano che solo in Veneto gli incontinenti sono più di 430.000 !!! Non sei sola !

Ho avuto un cesareo, quindi non devo preoccuparmi del mio pavimento pelvico, giusto?

Ah, se solo fosse vero! Sfortunatamente ci sono molti fattori che possono indebolire il pavimento pelvico, non solo il parto spontaneo. Il peso del tuo bambino durante la gravidanza, ad esempio, mette a dura prova il tuo pavimento pelvico, e se inizi il parto in modo naturale, il tuo canale del parto sarà sottoposto allo stesso stress e stiramento di un parto spontaneo.
Gli ormoni della gravidanza allentano anche il pavimento pelvico.

Non ho avuto figli, quindi il mio pavimento pelvico è al sicuro, vero?

No purtroppo. La salute del pavimento pelvico è determinata da tanti fattori, non solo dal parto. La gravidanza e il parto sono fattori importanti, ma molte donne notano anche cambiamenti significativi nella menopausa. Un indebolimento generale dei muscoli, cambiamenti ormonali, una riduzione dell'elasticità della vescica e l'aumento di peso sono tutti fattori di rischio per il cedimento perineale. Aggiungi interventi chirurgici agli organi pelvici, attività sportiva scorretta, patologie come il diabete...

Non ho fatto i miei esercizi per il pavimento pelvico durante la gravidanza, è troppo tardi?

No, non temere, non è mai troppo tardi per agire per rinforzare il tuo pavimento pelvico. Continua a leggere per ulteriori suggerimenti!

La perdita di peso può aiutare a migliorare i problemi del pavimento pelvico?

Sì. Avere un peso fuori norma è uno dei fattori di rischio  sull'incontinenza da stress - il tipo che causa la perdita della pipì con vescica sotto pressione. La perdita di una piccola quantità di peso può avere un impatto notevole.

Dovrei semplicemente ridurre i liquidi, così le perdite urinarie sono meno probabili?

No. Bere meno non risolverà il problema di perdite urinarie. Anzi ti sottoporrà a maggior rischio di infezioni urinarie. Se soffri di incontinenza urinaria cerca di bere solo durante i pasti (ma abbondantemente)

Il tipo di bevanda incide sulle perdite urinarie?

Sì, ciò che si beve può aumentare il rischio di soffrire di incontinenza urinaria. La caffeina e l'alcool dovrebbero essere evitati il ​​più possibile in quanto sono diuretici. Ciò significa che i tuoi reni creano più urina, che a sua volta irrita la vescica. Se davvero non riesci a farcela senza quella tazza di caffè  al mattino, prova a ridurre o a passare al decaffeinato

In che modo un pavimento pelvico debole può influire sulla mia vita sessuale?

Gli studi hanno dimostrato che il rafforzamento del pavimento pelvico può spesso aumentare il piacere e la soddisfazione sessuale , portando a orgasmi più intensi.

Sono una fumatrice, sicuramente questo non ha effetto sul mio pavimento pelvico?

Sì, il fumo può indebolire il pavimento pelvico. I fumatori hanno più probabilità di avere tosse persistente, e la tosse cronica è un grande fattore di rischio per l'incontinenza da stress.

Lo sport fa bene al mio pavimento pelvico?

Sì e no. Gli esercizi che supportano il pavimento pelvico rinforzando i muscoli del nucleo, come il pilates, sono davvero buoni, ma attenzione: non tutto lo sport è un buono sport. Gli sport ad alto impatto come la corsa possono contribuire ad indebolire il pavimento pelvico. Anche la pallavolo e il tennis non vanno bene.

Cos'è un esercizio di Kegel?

Non ti preoccupare, non sei l'unica persona che ha ascoltato un'amica mentre parlava di "fare i suoi Kegel" e si chiedeva di cosa diavolo si trattasse. Gli esercizi di Kegel sono così chiamati perché furono descritti per la prima volta nel 1948 da Arnold Kegel . Quindi ora lo sai.

Sono disponibili strumenti per aiutarmi a rafforzare il mio pavimento pelvico o per aiutarmi a ottenere la tecnica giusta?

Certo, dovresti partire dai coni vaginali. Pesetti che devi cercare di trattenere con i muscoli vaginali profondi. Vai a vedere il sito https://www.pelvik.eu/it/
Per altri strumenti fatti comunque sempre consigliare da una terapista del perineo. E soprattutto ricorda che sono gli esercizi attivi a portarti beneficio.

Tu, medico amputato

Guardi il pettirosso come se volessi scattargli una foto con gli occhi. 
Sei fermo lì, come lui su quel ramo, a pensare alla direzione da prendere. Poi inspiri a pieni polmoni quest'aria gelida che ti ricorda sempre quel giorno e ti scappa un colpo di tosse caldo, insieme ad una nube di vapore che sembra fumo dalle tue labbra. 
Una mano sorregge l'altra, come se volesse aiutarla, custodirla o proteggerla. Preziose le tue mani. Hanno salvato vite, infilato viti, ridato vita a chi non camminava più. 
Un ortopedico lo sa bene che la meccanica del corpo si avvale anche di sottili calcoli matematici. Allora stili equazioni ed esegui parabole,  misuri, attacchi un chiodo kuntcher e dai una gamba nuova all'operata di protesi d’anca. Minuziosamente conosci intercapedini e interstizi di ogni singolo osso, ducentosettanta  per la precisione e sessantotto articolazioni. Conosci anfratti e cunicoli che nessuno di noi immagina. 
Eppure quel giorno stavi là, dimenticando chi fossi. Avvolto dalla natura come un guanto. Ammorbidito dai colori del cielo. Rilassato ti occupavi della legna da accatastare. Agli interventi ci avresti pensato l'indomani. Quell'oggi era il tuo giorno ed eri immerso nel tuo mondo, nel tuo rifugio tra i pettirossi. Il cielo dissolveva le fronde, toccate delicatamente da nubi paffute.
Non avevi calcolato però che un millimetro in più o in meno avrebbe cambiato completamente la tua vita. 
Anche allora fissavi il pettirosso sulla baracca, dove d'estate le rose si arrampicavano sui graticci. Era così delicato nei suoi passetti che ti sei fermato a guardarlo, come adesso, reggendo il tronco di pino ancora profumante di resina. Volevi fare delle rondelle. La sega elettrica l'hai tenuta in mano migliaia di volte. L'hai usata per amputare braccia e gambe, dita dei piedi, piedi. Dei tuoi pazienti. 
Hai visto il futuro di molti giovani distrutto o cambiato e quello di altri ricostruito e pieno. Hai appoggiato le tue mani sulle spalle di chissà quante persone, in chissà quante struggenti e inquietanti tragiche o bellissime vite. Poi è toccato a te.
Hai spalancato gli occhi e la gola stretta e secca ti ha mantenuto lucido. La luce galleggiava sotto al ponticello mentre avvolgevi con un asciugamano quel che restava della tua mano dilaniata. E con il labbro inferiore stretto tra i denti hai chiamato l'ambulanza con un gelido grumo di paura che tentavi di cacciare via. Eri il medico in quel momento. 
Poi l'amputazione.
Quel dito ti è costato ogni grammo della tua determinazione ed ora, il modo in cui le mani corrono sulla stoffa della tua giacca, come se non trovassero un luogo in cui fermarsi, sono come un pugno che mi schiaccia il petto caro zio. Lo vedo.
Un sorriso amaro ti piega le labbra e piega le mie. So che questo silenzio lo hai bramato e coltivato. Serve per disperdere i pensieri, me lo hai insegnato tu. Anche mentre chiudi le dita su quella foglia ghiacciata che hai strappato dal ramo e che palpi con delicatezza, cerco di arginare il mio tremito. Unità, proporzione, equilibrio e armonia sono stati i tuoi principi di base. E anche ora, in cui le volute di vapore si sollevano lievi, dimmi che sono rimasti gli stessi. Che sai ricacciare il dolore dal luogo in cui è uscito. Che quel respiro non ti graffia la gola ma sa tracciare un quadro preciso e prepotente. Quello della tua nuova vita, che si riscalderà come quando arriverà la primavera su questo prato e le luci si rifletteranno tremule e sognanti sul mio anello, come ora, che brilla di te, sotto la mano tua. Perchè a te, della mano intera, non te ne frega niente. Ti basta poter usare quella che resta.


Zio Francesco è tornato da pochi giorni ad operare come se quel dito ce l'avesse ancora. Unità, proporzione, armonia, la volontà li crea. 

26 dicembre 2018

Il Pavimento Pelvico è arte

Il corpo, nella storia dell'arte è stato sempre rappresentato. Nel nudo, il pavimento pelvico cattura l'occhio in un primo piano definito.
Al lettore ignaro di questa regione perineale, basti pensare a quell'insieme di organi, muscoli e tendini del basso ventre, che chiude inferiormente il bacino e che comprende la vagina, l'uretra e l'ano nella donna, il pene, i testicoli e l'ano nell'uomo.
Il pavimento pelvico è sempre stato usato come linguaggio, mezzo di comunicazione. Luogo glorioso, materia flessibile, territorio promiscuo, per alcuni artisti, spazio mistico per taluni, da metamorfosare, per altri.
Il pavimento pelvico come uno spazio chiuso presente e variabile all'interno del corpo assume le forme armoniose del contorno in cui si appoggia. 
Si fermi il lettore, ad osservare i quadri in cui vi sia una nudità. Comprenderà quante emozioni vi sono celate dietro a pochi centimetri quadrati. Osservi il curioso la posizione del pavimento pelvico, le luci in esso impresse, gli oggetti che lo circondano. Sede di emozioni piacevoli o esplosivi turbamenti, il perineo sarà velato da sottili strati di stoffa o da leggiadre mani appoggiate appena. O svelato, puro, roseo.
E se potete, andate a vedere il quadro più significativo dell'anatomia perineale. 
La tela in questione è "L’origine du monde" concepita dal geniale artista francese Gustave Courbet. Dipinta nel 1886 su commissione del ricco collezionista turco Khalil Bey, ritrae con felice realismo il sesso femminile, senza connotarlo di alcuna referenza oscena, attribuita invece da chi, maliziosamente, vuol vedere ciò che egli stesso vede, per distorsione psichica e culturale.
Concordo con il critico Claudio Strinati, che sostiene che l’arte, per sua stessa essenza, non deve rispondere a regole morali perché è al di sopra di ogni cosa terrena e il giudizio dell’osservatore si deve solo riferire a criteri estetici: Kant ce lo ha già ben spiegato più di due secoli fa.

23 dicembre 2018

Le emozioni vere si vivono ad occhi chiusi

Quando ti ho visto guardavi da un'altra parte. Eri attratto dai colori di quella vetrina sgargiante, Il blu, in tutte le sue varianti elettriche, ti è sempre piaciuto. Ho rallentato il passo. Mi piaceva osservarti, con le mani in tasca e il collo ficcato nel giubbotto imbottito, fin sul mento. A tracolla la borsa dell'ipad non ti abbandona mai. 
Poi ti sei girato dall'altra parte, quella opposta. Una signorina con il tacco "discotecaro" e una minigonna un po' troppo mini, non poteva passare inosservata. E' stato allora che hai incrociato i miei occhi. Rossi, per il freddo, con due lacrime ai lati, che scaldavano le guance. Ero felice di vederti. Erano dieci giorni che non sentivo il tuo profumo. 
Ti sei fermato sul posto. Mi sono fermata sul posto. Sui due piedi, io. Su due piedi, tu. Incastrata nelle scarpe. Mi sarebbero venute le vesciche, le avrei punte con l'unghia fino a farle scoppiare, "chissenefrega".
Immobili, ci siamo guardati per un tempo che sembrava infinito. Poi sei stato tu a fare il primo passo, verso di me, tra la folla e le borse della spesa, tra i giubbotti e i cappotti della gente, sgomitando per farti strada. 
Hai tirato fuori le mani dalle tasche dopo di me, dopo che ti ho buttato come una sciarpa le mie braccia al collo. Il cappotto, posato sulle spalle, mi scivolava da una lato, scoprendo la manica bianca. Hai preso il mio viso con le due mani. Non le sentivo fredde. Erano fredde? Sentivo un calore indescrivibile che dal tuo volto, irraggiando il mio, mi riempiva di te. 
Hai appoggiato le labbra sulle mie, piano. Le hai coperte completamente mentre mi reggevi la testa con una mano, facendo scivolare l'altra sulla guancia. Col il pollice asciugavi la lacrima ed è stato là che mi sono accorta che avevi chiuso gli occhi. Anche dai tuoi, si facevano strada due gocce piene, che scendevano sui lati, bagnando due capelli impigliati tra noi. Solo una bolla di fiato compressa in gola, si bucava un istante prima dell'impatto. 
Era così caldo quello spazio tra noi che i singhiozzi mi lievitarono in petto fino a traboccare.
Le emozioni vere si vivono ad occhi chiusi ho pensato. Ed io ti ringrazio per questo immenso amore. 


22 dicembre 2018

Radicchio Castellano, per tutti i miei pazienti stomizzati

Al turista affascinato dai famosi portici di Castelfranco Veneto, che ama passeggiare al riparo dalle intemperie e in mezzo a persone che ti fanno sentire come in un salotto, nella splendida città, rivolgo un invito. 
Nella novità si nasconde qualcosa di più seducente del piacere di girovagare tra la folla. È l'acquisto di una prelibatezza locale in una delle tante boutique della frutta e della verdura del centro: il radicchio castellano.
Sulla piazzetta della Torre Civica e su tutta la Piazza Giorgione, una settimana fa,  tendoni fatati richiamavano una folla sempre più numerosa e facevano a gara per accaparrarsi i clienti migliori. Promuovevano il radicchio castellano, da una Castelfranco Veneto Doc, splendida varietà definita da artisti e filosofi, "il fiore che si mangia", tanta è la sua bellezza e tanta la sua bontà. All'interno dei tendoni, in un'atmosfera autentica, nella splendida cornice delle mura castellane addobbate a festa, la varietà del radicchio in vendita era sublime. La mercanzia, era celebrata al pari di un oggetto di culto. Io l’ho definita la fiera delle meraviglie, l’illusione di felicità che si può toccare e assaggiare divenendo così reale. Per ottenere questa varietà di radicchio gli esperti coltivatori lavorano con passione da anni e consegnano ai turisti un’opera compiuta proprio in questo momento dell’anno. Curiosate la descrizione che Giancarlo Saran, gastronauta, ci ha regalato. Sfogliate i libretti sulle proprietà di questa meraviglia. Libri necessari, composti da frammenti, appunti e intuizioni che ci raccontano, la devozione con la quale si ottiene un tale gioiello.
E se appoggerete distrattamente un gomito su una cassetta di cuori di radicchio, affonderete nella morbidezza.
Non disperate se la fiera delle meraviglie è finita. Il radicchio castellano si può trovare anche al supermercato, per tutto l'inverno, ma occhio alle imitazioni. Prendetelo in mano, a dita nude, non guantate. Portatelo in primo piano, osservate lo spessore della materia. Pennellate appena rossastre contrastano il biancore della foglia, spezzano il denso color panna sullo sfondo verde chiaro chiaro. 
Potassio, ma anche magnesio, fosforo, calcio, zinco, sodio, ferro rame e manganese; il radicchio castellano contiene inoltre, vitamine del gruppo B, vitamina C, vitamina E, vitamina K, vi bastano?.  Supplemento di vita l'ho definito. 
Invito tutti i miei pazienti e non solo ad investire pochi euro in questo prodotto dalle proprietà terapeutiche. Vi innamorerete di lui, del suo gusto, della digeribilità, e della mia città.

18 dicembre 2018

BUON NATALE

Buon Natale a te, che non ricordi più il sapore delle labbra della tua donna, 
e a te, che quelle labbra te le sei mangiate, perchè non potessero più "dire".
Buon Natale a chi mi legge fino in fondo, a chi pesa virgole e parole, a chi mette l'accento sullo stupore e a chi si lascia trascinare. 
A chi cambia pagina, tasto, programma, 
a chi chiude il post e a chi sente che non può fare a meno di leggere. 
Buon Natale a chi prova ancora un'emozione, qualsiasi essa sia, anche la rabbia, l'invidia o la tristezza. Sono pur sempre parte di noi. 
Buon Natale a chi si sente parte di questo Natale e a chi non ci vuole stare. 
A chi, come me, continua a sperare. 
Sarà un giorno come un altro per alcuni e un giorno diverso per altri.
Un giorno unico, particolare, emozionante, o un giorno piatto, noioso e pesante.
Sarà il tuo Natale, te lo vorrai ricordare o te ne vorrai liberare. 
Ma io sarò con te, qualsiasi esso sia. 
Anche se fosse l'ultimo. 


16 dicembre 2018

Uomini con stipsi cronica ed emozioni represse

Il signore con la stipsi cronica di antica comparsa è preparatissimo e sa tutto sull’argomento. Ha girato tutti i proctologi della provincia. Ha eseguito rettoscopie, colonscopie, idrocolonterapia, rx di transito, defecografia, eco anorettale, manometria anorettale, risonanze magnetiche. Ricorda a memoria ogni singolo risultato di tutti gli accertamenti fatti. Fibre, farmaci, lassativi osmolari non hanno mai avuto successo su di lui. Se non utilizza un clistere al giorno può stare anche intere settimane senza evacuare e necessita di manovre interne ed esterne per completare lo svuotamento rettale. I dilatatori anali utilizzati per rilassare la muscolatura il più delle volte non servono a nulla.
In passato ha anche intrapreso una terapia psicologica, a volte psichiatrica.
E' questo l'identikit dell'uomo che decide di trattare i suoi disturbi intestinali, nello specifico, la stipsi, dopo molti anni di tentativi falliti.
Spesso trattasi di una persona attiva, sportiva. Restia ai cambiamenti e alle modifiche comportamentali.
Riabilitare questa tipologia di paziente mette in discussione anche la più esperta terapista perineale.
Poi si trova la chiave. 
La chiave per aprire quella porta. 
Quella del suo intimo mondo, per poterci entrare di soppiatto, come un gatto.
Spesso il paziente che soffre di stipsi cronica riesce a piangere in un ambulatorio. Non lo fa in nessun altro posto. Ma è come se si liberasse di qualcosa e quel qualcosa magicamente crea un cambiamento. 
Un pianto di sfogo con fiumi di parole gettati addosso ad una terapista incredula potrebbe risolvere la stipsi. Un passato sconvolgente, una realtà fino a prima nascosta, una paura mai dichiarata, sciolgono la matassa.
In molte disfunzioni perineali il vero segno è psicologico e si chiama paura.
La paura di dovere cedere qualcosa di sé. La stipsi come tendenza a conservare, a trattenere un passato difficile, fatto di traumi, silenzi e consensi. 
In questo caso il controllo esercitato dal paziente va ben oltre il problema sfinteriale e il conflitto sta proprio nel bisogno di trattenere perché vergognoso, il non lasciare andare qualcosa di sporco e inviolabile.
Lasciare andare, perdere il controllo… quella cosa che nella nostra società è spesso taciuta.
In questo caso la cura si basa sul liberare le emozioni. Qualsiasi esse siano, con l'aiuto di un professionista, una o uno psicologo psicoterapeuta.

Articolo di Dott.ssa Mirella Tess infermiera specialista 
nella riabilitazione delle disfunzioni perineali
Provincia di Vicenza 
cell. 349 0893919 
Puoi contattare la nostra psicologa Dott.ssa Caterina Bertelli 
al numero di cellulare 338 1486789

A Gennaio inizia il percorso di gruppo per pazienti operati di cancro alla prostata

Il cancro alla prostata rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati dopo i 50 anni di età (Fonte AIOM AIRTUM del 2016) . La sopravvivenza è quasi del 90% grazie alla prevenzione e alla diagnosi precoce.
Purtroppo talvolta l’incontinenza e l’impotenza diventano le conseguenze con cui convivere. Queste creano vergogna, imbarazzo, rabbia, relazioni intime conflittuali.
L’11 gennaio presso l’ospedale S. Giacomo di Castelfranco Veneto inizierà un percorso di gruppo per soli uomini guidati dalla psicologa-psicoterapeuta Dott.ssa Bertelli Caterina referente per l'Associazione AISCAM (Associazione Incontinenti e Stomizzati Castelfranco Veneto e Montebelluna)  con la presenza della stomaterapista Fanni Guidolin specialista nella riabilitazione del pavimento pelvico. Ci si incontrerà presso la saletta B della citologia al piano meno uno dalle 15.30 alle 16.30 una volta al mese per sei mesi.
Si affronteranno le problematiche che affliggono i partecipanti e insieme si cercherà di cambiare la prospettiva del proprio vivere, si cercheranno insieme le soluzioni più utili per ciascuno grazie all’intervento e alla condivisione delle esperienze di tutti. In alcuni incontri vi sarà la presenza dell'urologo e/o andrologo.
Partecipare al gruppo aiuterà ad esempio a scoprire come vivere la sessualità in coppia, imparando a conoscere il ruolo dell’ossitocina detta anche l’ormone delle coccole.
Il percorso si distinguerà per concretezza, specificità e professionalità.
E’ un gruppo a numero chiuso e per questo vi invitiamo ad iscrivervi ai seguenti indirizzi email caterina.bertelli@yahoo.com oppure guidolinfanni@gmail.com
Possono partecipare uomini anche non afferenti all’ulss.n.2 Marca Trevigiana.
Negli anni precedenti, i pazienti operati alla prostata e che soffrivano di incontinenza, partecipavano ai gruppi di auto aiuto AISCAM insieme agli stomizzati (di per sè incontinenti perchè portatori di un sacchettino sull'addome per raccogliere feci o urine che fuoriescono senza controllo volontario). Si è deciso di scindere il gruppo vista la differente patologia nonchè la causa che ha determinato l'incontinenza.
foto tratta da un sito americano

GRUPPI STOMIZZATI APERTI A TUTTI

Gruppi stomizzati aperti a tutti i pazienti, indipendentemente dall’Unità Locale Socio Sanitaria di appartenenza. E' la novità 2019 per AISCAM, (Associazione Incontinenti e Stomizzati di Castelfranco Veneto e Montebelluna presidente Dott. G. Pesce) in collaborazione con la psicologa psicoterapeuta Dott.ssa Caterina Bertelli e la stomaterapista Fanni Guidolin.

La terapia di gruppo è considerata una modalità terapeutica privilegiata in quanto offre l’occasione ai partecipanti di approfondire la conoscenza di se stessi, affrontare conflitti interni e relazionali. Lo stomizzato spesso si identifica con la propria stomia e non riesce a guardarsi diversamente nè a credere nella possibilità di ritornare a vivere appieno esperienze personali e sociali. 
Grazie al gruppo, ciascuno scopre di non essere l’unico a soffrire, e la narrazione del proprio vissuto, diventa occasione per guardare al futuro con speranza e maggiore giovialità.
Gli iniziali timori di non conoscere nessuno oppure di scoprire che altre persone del proprio paese sono lì a condividere la propria storia di vita, stempera le tensioni, crea amicizia e senso di vicinanza. Il gruppo è il motore per favorire socializzazione intensa e soddisfacente, può modificare emozioni e comportamenti e soprattutto, favorisce l’abbandono di schemi di pensiero stereotipati.
La psicologa psicoterapeuta Dott.ssa Caterina Bertelli referente per l' associazione AISCAM e la stomaterapista Fanni Guidolin creano l’atmosfera e la cornice entro cui ciascuno può esprimersi liberamente. Non vi sono né pregiudizi né giudizi. Il gruppo è un’opportunità, è la porta aperta in cui accoglienza e comprensione si respirano sin dal primo momento.
L’esperienza di questi ultimi anni con l’aumento dei partecipanti, ci ha convinto che questa sia la strada da continuare a percorrere, offrendo momenti di narrazione e condivisione libera, e momenti in cui vengono invitati professionisti sanitari come chirurghi, dietiste, medici del settore della medicina preventiva intervallati anche da incontri in cui la leggerezza è protagonista.
Ci si incontra una volta al mese, il primo giovedì a Montebelluna presso la Sala Convegni dell’ospedale S. Valentino e il primo venerdì del mese presso l’ospedale S. Giacomo di Castelfranco Veneto nella saletta B della Citologia al piano meno uno. L’orario è dalle 14.00 alle 15.00. 
Solo per gennaio, viste le feste, ci si incontra il giorno 10 a Montebelluna e il giorno 11 a Castelfranco Veneto.
Non vi sono vincoli di appartenenza all’Ulss. n. 2 Marca Trevigiana.
Chiunque può partecipare, basta avvisare scrivendo all’indirizzo e mail caterina.bertelli@yahoo.com
guidolinfanni@gmail.com
oppure scrivendo al Sig. Attilio Reginato, sempre presente ai gruppi, presidente regionale Veneto stomizzati e incontinenti aisveregionale@gmail.com 

14 dicembre 2018

DUE COME LORO

Mi hanno vista arrivare con il mento infilato nello sciarpone e il baschetto che quasi mi copriva gli occhi. Non avevo freddo, volevo nascondere due occhiaie profonde come solchi su un terreno arido. Nemmeno il fondotinta aveva fatto la magia. Non avevo dormito neanche un minuto la notte e mi aspettava una giornata difficile. Quanto avrei voluto trasformare il mio spazio interiore in un'ampia pianura vuota senza tutta quella erbaccia che ne impediva la vista. 
Mi spogliai a rallentatore, come se estraessi ogni azione da un cassettino. La divisa verde mi stava stranamente larga. Forse avevo perso due chili tutti in un colpo, la notte, mangiata da pensieri, ingoiata dai problemi. 
Essere infermiera e dover assistere in queste condizioni è la cosa più difficile che ti possa capitare. Penso valga lo stesso per gli speaker della radio, sempre sulla cresta dell'energia apparente. Anche se hanno montagne di problemi, la voce deve essere squillante, travolgente. Devono trascinare il pubblico all'ascolto, fare finta, alzare i toni sommessi, cambiare gli stati d'animo agli altri, che magari accendono la radio per trovare conforto, anche nascondendosi il volto sotto una massa di capelli crespi e ricci, o inghiottiti da un divano senza fondo.
Anch'io così, come il dj o lo speaker, dovevo capacitarmi di non essere quella che ero. Rimanere ritta con le spalle basse, per respirare di pancia e non col collo irrigidito. E dovevo sorridere. Forzatamente sorridere a tutti, donando anche solo un milliampère di energia, che era quello che mi serviva per non crollare. 
Le colleghe si sono avvicinate subito e in quel "come va?" Conoscevano già la risposta. 
Non ho saputo tenere per me i miei orribili mostri. Li ho esternati, descrivendoli come se stessi parlando di una terza persona. E' un consiglio quello di estraniarsi dal sentimento di proprietà, così l'ho definito, perchè viene più facile liberarsi di quello tossico e opprimente.
Sono crollata a piangere. Una si è inginocchiata davanti a me, mentre stavo seduta sul bordo della sedia, come per scappare da un momento all'altro. L'altra collega mi ha preso le spalle. 
Ci sarà soluzione a tutto questo dolore? 
Chissà perchè ho fatto loro questa domanda quando conoscevo perfettamente la risposta. 
Si. Il dolore non può essere eterno. Va accolto per cercare dentro di sè il mezzo per farlo fuori. Stederlo. Ko. Come sul ring. Combatterlo col sorriso anche forzato, che diventa pure contagioso. Cogliere le sfumature di un consiglio dato da chi non ti conosce come tua madre, ma da chi ti guarda solo in faccia, è capire che in quel momento ti assiste e ti cura. Due infermiere come loro hanno saputo esprimere tutto il senso della nostra professione, esercitata non solo nelle sette ore e dodici minuti di un turno,  ma sempre. 
Due come loro.
Sono le infermiere così. Tutte.
Ti aiutano a passare gradualmente da un colore all'altro, come nella tavola pittorica, creando potenti sfumature di quel sentimento che pochi istanti prima era solo un monotono punto di blu.

QUELLO CHE NON VORRESTI MAI SENTIRE

Quella frase non la vorresti mai sentire.
Perchè sperare è l'ultima azione che non dovremmo abbandonare.
"Ma non c'è nulla da fare".
Troppo presto, troppo in fretta, come un temporale in pieno inverno, che non ti aspetti. Di quelli con i tuoni e i lampi e tanta acqua, davvero tanta, che non lava dagli occhi increduli quella frase.
"E' un tumore".
"Hai un tumore".
Tu, e non il tuo vicino di casa.
Tu, e non quel vecchio rimbambito che ne ha combinate di tutti i colori odiando la vita.
Tu e nessun altro che tu conosca in questo momento.
Ti muri dentro ad un silenzio che non hai mai conosciuto. Ascolti il battito di un cuore impazzito che non avevi ancora mai ascoltato. E senti pungere, ferire e dilaniare la tua anima ancora intera.
Eppure, quel libro di Thorwald Dethlefsen sulla malattia e il destino, sulla nostra responsabilità di essere artefici delle nostre disfunzioni, lo tieni ancora sulla scrivania. Ma non puoi darti una simile colpa. Brucialo. Distruggilo.
Me lo avevi prestato anni fa, quando mi raccontavi il tuo modo di vedere la vita, la decisione di prenderti cura di te e di dedicarti all'amore.
Mi hai insegnato l'equilibro.
Sei l'uomo più equilibrato che io abbia mai conosciuto. Lo abbiamo forse nel DNA quel gene pragmatico e deciso? E' il nostro comune denominatore o dobbiamo cercarlo altrove?.
Quanto mi è piaciuto ascoltarti quella volta. Un rotolo infinito di parole, senza virgole e punti per riprendere fiato, tanta era la tua voglia di dirmi tutto. Ed io, con insaziabile curiosità, incalzavo domande senza stop. Allora stavi bene. Avevi così tante passioni che mi chiedevo come facessi a stare dietro a tutto. Avevo così tante passioni che mi chiedevi come facevo a stare dietro a tutto.
Ma adesso hai un tumore.
Un tumore.
E sei tremendamente sereno. E stai ancora tremendamente dietro a tutto. E con tale serenità riempi tremendamente il vuoto di paura che noi tutti abbiamo. Tranne te.
Spaventosamente lucido e fermo nella tua pace interiore. Perchè l'hai definita così la vita. Un filo di lana sospeso nel vuoto in cui l'uomo cammina. A volte teso, a volte lasso, a volte tocca a terra e si sporca, altre volte si spezza. Un filo che ha un capo e una fine sul quale appoggiarci pesanti, con una rete sotto, senza rete, con le forbici ai piedi. Un filo di lana pregiata o di lana scadente.
Però adesso vedi di fare quell'asola, che il filo è di puro chachemire. Ne sono sicura.


12 dicembre 2018

OVER 65 COSA CE NE FACCIAMO?

Rabbrividisco alla domanda del titolo.
Perchè ci sarà un over 65 ogni tre italiani, ovvero 20 milioni di over tra non più di 25 anni. Ed io, quarantaquattrenne di oggi, sarò una di questi. Un peso sociale, per alcuni, che considerano i pensionati ladri di lavoro e costo aggiuntivo per il sistema sanitario nazionale. Una forza nascosta secondo altri, me compresa, che li definisce come l'unica Risorsa (con la R maiuscola) in aumento sul pianeta. Il fatto è che non si considera il possibile compito di quell’anziano che dispone di un patrimonio di conoscenze e di esperienze da trasmettere. Basta digitare anziano su Google immagini per vedere cosa ci appare. Vecchietti con pannoloni e ospedalizzati, incapaci di deambulare, carrozzine e girelli, bastoni... Grado cognitivo ridotto al minimo. Qualcuno sorride felice ma, o è seduto o vedi solo il mezzo busto.
Invece capacità intellettuali intatte e di prima qualità potrebbero  essere sfruttate per insegnare a noi quarantenni come rivolgerci ai giovani ventenni per aiutarli a non far sentire stonata la parola anziano, a pronunciarla senza remore. Trasfusioni di sapere esperenziali e workshop interattivi come i corsi di formazione accreditati, sarebbero un investimento per i giovani. Soprattutto se tenuti dagli over, magari nelle scuole secondarie.
Certo, il sessantacinquenne, settantenne di oggi, difficilmente ha effettuato un percorso di studi oltre la terza media. Ma le esperienze lavorative hanno creato un know-how all'ennesima potenza. Molti meriterebbero la laurea ad honorem.
Attualmente, se sei anziano, over 65, puoi però occuparti del volontariato, ma non puoi guadagnare nè lavorare per più di un anno nel settore pubblico. Assurdo.
Come ho detto prima, non puoi arricchire i giovani della tua esperienza nè donare con saggezza un sapere che vada oltre certi schemi, punto. Uno schizofrenico dibattito lo definisce Antonio Polito, giornalista, dal quale difficilmente ne usciremo propositivi. Eccoci perciò a pensare, da ultra quarantenni che siamo, a progetti per gli over (ovvero a progetti per noi), in cui over attualmente capaci, con il supporto tecnologico della new generation, aiutino over problematici (attenzione non incapaci). Vi posso assicurare, visto che da anni mi occupo di volontariato in ambito sanitario con gli over 65, che avviene una conciliante reazione da adulti post global che siamo, con la popolazione anziana, contro la caotica spersonalizzazione di questi anni.
Attenzione, non si tratta di seguire pedissequamente le istruzioni degli anziani. Ciò ci renderebbe dei perfetti manovali e non artigiani della qualità sulla quale invece dovremmo puntare, confrontandoci con loro e coltivando il nostro talento per tagliare traguardi condivisi.
Gli over 65, tra vent'anni saremo noi.

11 dicembre 2018

VI SPIEGO PERCHE' UN PRANZO CON TUTTI I MIEI PAZIENTI

Intorno alla tavola e rinchiusa in ogni pietanza ci sta la storia del mondo. 
Intorno alla tavola si mangia, si racconta, si mettono insieme esperienze e differenze. Si parla. 
Il pranzo dei pazienti stomizzati e incontinenti (ma anche di tutti coloro che soffrono di disfunzioni perineali, che hanno, in qualche modo, visitato l'ambulatorio in cui lavoro), organizzato dall'associazione AISCAM (ass incontinenti e stomizzati Castelfranco Veneto e Montebelluna) presieduta dal Dott. G.Pesce, stabilisce ogni anno, l'appuntamento nella settimana pre natalizia, per un incontro gioviale e di amicizia tra persone che hanno una storia comune. Storie difficili, con addomi squartati, terapie invalidanti e sacchetti sulla pancia. Pannolini tanto odiati, depressioni mal celate. E ancora non accettazione, tristezza, sconforto. Tutto questo avviene nell'immediato post operatorio. Poi, con il,nostro aiuto, e soprattutto, entrando in associazione o lasciandosi guidare dalla nostra psicologa volontaria Dott.ssa Caterina Bertelli, tutto diventa ricordo incancellabile, ma ricordo. Restano lo spazio per l'allegria, i sorrisi, la ripresa della vita normale. E' così che si sentono i miei pazienti. Normali. 
Con tutto il suo caleidoscopio di colori, sfaccettature, narrazioni, il mondo degli stomizzati e incontinenti è ancora reietto per molti. A qualsiasi latitudine esso prenda forma. 
Ecco il nostro impegno. Distruggere queste etichette. Lo stomizzato può uscire, può andare al ristorante. Con noi può trascorrere delle ore in compagnia senza sentirsi giudicato. Ogni paziente può finalmente affondare quella forchetta su cibo sano e succulento. 
Potremo definire il pranzo dell'associazione come un gioco di saperi, sapori e affetti intorno al piatto, dove molte persone operano per il benessere di altre, dove insieme c'è una forza indescrivibile.
Il direttivo ha organizzato una simpatica lotteria. Sarà un momento brioso e piacevolmente divertente.
Aperto a tutti coloro che vogliono avvicinarsi a questo mondo.
Ci vediamo sabato 15 dicembre ore 12 presso Ristorante Antica Postumia
A Fanzolo di Vedelago TV 
euro 35 comprensivo della tessera socio

I GENTILUOMINI ESISTONO ANCORA

Prego dopo di lei. 
Allora esistono ancora i gentiluomini!.
Galanti, con o senza cravatta regimental o vestito d’ordinanza, galanti e basta. Nei modi, nei toni, nei gesti, non passano inosservati.
Aspettavo l'ascensore da diversi secondi, forse una sessantina. Accanto a me, una signora fissava l’orologio al polso. Un uomo robusto, dal passo un po' nervoso, con gli occhiali dalla grande montatura, arrivava dalla parte del piano terra, quella che dava diritto accesso all’ascensore. Perse la sciarpa nel tragitto e si chinò con fatica raccoglierla, quasi inciampando sui suoi passi rigidi. Avevo premuto io il pulsante di chiamata ma, essendo un montacarichi, l’ascensore era un po’ lento. L’uomo nevrotico, passandomi davanti come per farsi spazio, ripete’ il gesto con più forza, quasi ad infilare interamente il dito dentro il tasto, fino a romperlo, e come se di secondi di tempo a disposizione non ne avesse più, incazzato per la lentezza del mezzo.
Il tun tun dell’arrivo sì confondette con i beep e con il campanello stonato dell’apparecchio. Una sorta di "glin glon" della porta accanto. Un altro uomo dietro di me, con un cappotto grigio lungo fino alle caviglie e le mani in tasca, pestava i piedi, forse per scaldarli o forse perché aveva fretta anche lui. Quando la porta scorrevole si aprì, la signora era ancora distratta, stavolta a cercare qualcosa nella borsa. L’uomo robusto entro per primo, la signora lenta dopo di me, quello in cappotto grigio per ultimo. Andavamo tutti al quinto piano, nel reparto di neurochirugia. Ci si guardava nell’abitacolo di tre metri per uno e mezzo. Io fissavo le mie scarpe, per non dover incrociare gli sguardi, ma di sottecchi sbirciavo gli altri. I due uomini controllavano i rispettivi cellulari e l’altra donna era ancora intenta a cercare qualcosa nella borsa, come se fosse stata una borsa senza fondo. 
Quinto piano. 
Si aprì la porta. Il signore robusto con la sciarpa al collo uscì per primo seguito dalla donna. 
"Dopo di lei" mi disse l’uomo col cappotto grigio accompagnando la frase con il gesto della mano e del braccio galante. 
Esistono ancora i gentiluomini ho pensato. Il braccio si tendeva lievemente con la mano aperta ma le dita erano chiuse, una accanto all’altra. Il gesto era fluido, come un volteggio d’altri tempi, che gli venne naturale, con un piccolo inchino.
Mi piacque da morire quel gesto e lo ringraziai per la sua galanteria.
Esistono ancora i gentiluomini allora.

10 dicembre 2018

DARE ALLA LUCE. (La voce dell'ostetrica per un perineo emotivamente sano)

Vi siete mai chieste come mai ogni mamma abbia un'esperienza diversa di parto? Come mai per qualcuna è stato facile e rapido, per altre lungo e con complicazioni?
Per rispondere a questa domanda potremmo dire, in maniera abbastanza semplicistica, che il pavimento pelvico di ognuna di noi risponda a 3 principali sistemi: l'involontarietà, la volontarietà e le emozioni. In particolare si dirà che questo distretto anatomico - definito geneticamente e perciò non modificabile nella parte tessutale - sia composto di muscolatura striata, e perciò volontaria, liscia, quindi involontaria, e che entrambe siano assoggettate alla legge degli sfinteri, teorizzata da Ina May Gaskin. Secondo l'ostetrica statunitense i meccanismi di apertura e chiusura nel pavimento pelvico, ovvero siano essi ano, cervice, vagina e uretra, rispondono alle emozioni e pertanto non a comando.
Per fare un esempio ci saranno sempre donne che mi diranno che quando avvertono lo stimolo defecatorio non si sforzano nella spinta; altre che dichiareranno di metterci molto impegno spingendo con tutto ciò che possono pur senza grossi stimoli; altre ancora che sentono l'impellenza, che collaborano spingendo, ma a seconda del loro stato d'animo ne escono tristi e insoddisfatte oppure parzialmente soddisfatte.
E se l'atto evacuativo risulta molto condizionato dal luogo in cui siamo, - basti pensare a chi, quando è in viaggio, non va di corpo per giorni-, sullo stesso principio la partoriente in una sala parto con luci accese e puntate in "zona Cesarini", ordini che incitano la spinta in apnea, posizioni forzate, occhi indiscreti in numero decisamente maggiore allo stretto necessario e dita altrettanto indiscrete pronte ad ispezionare la loro vagina, si ritrovi in difficoltà. A ciò si aggiunga un delicatissimo sistema neuroendocrino della nascita che fa sì che l'ossitocina, che produce le contrazioni dell'utero, sia ostacolata da aumenti di adrenalina, l'ormone della fuga, dati dallo stress da mancata intimità, nonchè la diminuzione della melatonina, che supporta l'ossitocina ed è ostacolata dalla luce (è il motivo per cui le donne partoriscono maggiormente di notte).
Lo immaginate? Chances di partorire pur avendo un perineo compiacente? Chances di evitare traumatismi perineali?
Le evidenze scientifiche hanno dimostrato come spinte addominali prolungate a bocca chiusa trattenendo il fiato determinino un rapido aumento della pressione intrauterina e intratoracica, responsabile della diminuzione dell'ossigeno circolante, con un effetto dannoso al nascituro, così come controproducente e dannoso risulta essere il non rispetto delle libere posizioni, dei tempi, dei tessuti.
Sulla legge di Gaskin le sale parto si stanno attrezzando a rispettare la nascita quanto più possibile per lasciare in intimità la coppia. Le ostetriche dal canto loro sempre di più sono formate a far sì che la spinta possa essere spontanea, di accompagnamento alla contrazione uterina. Solo in questo modo infatti, a glottide semi aperta, facendo quindi uscire l'aria dalla bocca mentre si spinge, si permette al diaframma - muscolo cupolare che separa la cavità toracica da quella addominale - di dare il suo contributo all'espulsione del feto; la discesa sarà meno rapida ma permetterà una distensione progressiva del perineo con meno lacerazioni e un migliore apporto di ossigeno, garantendo migliori risultati al parto e nel lungo termine, sia per mamma che per bambino. Un parto rispettato apporta una sessualità rinnovata, un legame mamma-bimbo molto forte, una guarigione più rapida con meno casi di prolassi, incontinenza urinaria e dolori cronici.

Dott.ssa Giulia Fornasier 
ostetrica esperta nella riabilitazione pelvi perineale 
presso provincia di Treviso e Venezia
cell 340 2597513 


Bibliografia
Perineo e dintorni, Quaderni di Donna & Donna, Scuola Elementale di Arte Ostetrica srl
Prevenzione, cura, trattamento delle disfunzioni del pavimento pelvico nella donna, Linee guida AIO, 2016
Second stage of labour: challenging the use of directed pushing, Byrom & Downe, Midwives, 168-9,2005

UNA SIGNORA DELLE PULIZIE

Non so con chi ce l’avesse stamattina, fatto sta che si notavano due rughe profonde solcate tra le sopracciglia, ad imbruttirle ancor più lo sguardo già rabbioso. Più che spingere il carrello dei detersivi in un tintinnante clangore di scopettoni, secchi e sacchi neri e gialli, brontolava contro il sistema, contro il bagno da lavare, scalpicciava sul pavimento da spolverare, parlava concitata, guardava sbieca la maniglia imbrattata da pulire. Sembrava come assalita da rigurgiti di angoscia e di rabbia.
La signora delle pulizie avrà avuto anche le sue ragioni, abbiamo tutti le nostre ragioni quando siamo arrabbiati, ma ce le teniamo per noi, senza prosopopee o teatralità esternate in gesti poco consoni alla situazione di un malato in ospedale. Il ricoverato vorrebbe stare tranquillo. Non certo sobbalzare nel letto, come quando la signora diede l’ultimo strattone per sfilare completamente lenzuolo dall’angolo mal piegato, che toccava terra.
Il familiare mandava giù l’ansia del tempo e anche lui voleva stare tranquillo. Avrebbe alzato i piedi se la tizia gli avesse chiesto di poter passare la scopa sotto. Se la signora avesse voluto, sarebbe anche uscito dalla stanza, bastava dirlo, non occorreva che spolverasse anche le sue di scarpe, che poi i pallini di lana si attaccavano su tutti i pantaloni neri di panno.
Sempre più incavolata, chiuse la porta del bagno così forte che pensavo la volesse staccare. Il letto aveva i freni alle ruote per fortuna, se no chissà dove lo avrebbe spedito. Persino nel togliere i guanti bagnati di candeggina dopo aver pulito il wc, fece un rumore assordante, neanche avesse fatto scoppiare un pallone aerostatico.
Io abbozzavo un clandestino segno della croce nel punto in cui il petto agitato, mi partiva, sperando si calmasse.
C’è arrabbiatura e arrabbiatura perdiamine e c’è luogo e luogo in cui sfogarsi. Magari passando due volte il mocio anziché una sola, così da esaurire più energia e scaricare il nervoso. O prendendosi una camomilla setacciata doppia o tripla, di quelle che impregnano i muri domestici di profumo rassicurante. Forse così il suo volto dal mento butterato di fossette e troppo ricco di smorfie antipatiche, si sarebbe rilassato spianando i solchi. Che poi quella maniglia unta stava ancora là , neanche una passatina.

CON GLI OCCHI DI UNA MADRE

È Entrata da quasi due ore per l’esame invasivo pre operatorio e mi sembra un’eternità. Ogni minuto che rotola è un pesante macigno che da madre, e difficile sopportare. L’attesa di una sentenza, quando si tratta della propria figlia, è difficile da mandare giù. Combattiamo da quasi dieci anni con una insipida mav cerebrale che non sembra volersi sradicare. La colpiscono e si riforma, la seccano e si riforma, la bruciano, la tagliano, la radiano. Si riforma. Perfida e infame, come prima.
Si riforma una specie di mostro, una bomba a orologeria nella sua testa, mentre piano piano si demoliscono i mattoni psicologici di una crescita inquietante, i tasselli dell’integrità corporea, una femminilità che non è mai libera di esprimersi perché contaminata dall’insicurezza del: “cosa accadrebbe se la bomba esplodesse?”

Dorme.
Mia figlia dorme.
Per fortuna che dorme.
L’ansia si dissolve nel sonno sciogliendosi come neve al sole, come burro al fuoco, come il dolore nella felicità. Sembra così piccola e così indifesa nell’abito dei suoi diciannove anni. E anche se il pigiama quadrettato con i pallini di velluto rosso sul petto le dà un aspetto di quasi adulta, nel letto di un ospedale abbiamo tutti la stessa piccola bambinesca età. Vorremmo essere accuditi punto. Gli occhi grandi, affondati sul cuscino bianco, sembrano ancora più grandi. Lei, ancora più piccola. Eccoli, sono venuti a prenderla. Sono colleghi, infermieri, medici, eppure così distanti da questo mio sentire.
La posizione rannicchiata sotto ad un cumulo di coperte di lana azzurra si dissolve con il contatto con la realtà.
Lei è?
Mi chiede uno di loro.
Chi sono io?
La collega preoccupata, una madre in ansia, la sanitaria esperta che vorrebbe tanto essere inesperta.
Sono la mamma.
La mamma di quella piccola diciannovenne rannicchiata e impaurita. Quella bambina che piange terrorizzata tenendomi stretta la mano prima di scendere nel bunker della neurochirurgia.
Ma.... Rimanga qui signora.
Sua figlia è maggiorenne. Non può accompagnarla.
E mi si apre un’immensa voragine di dolore.

Non glielo auguro a quell’infermiere una figlia come la mia.
Non se lo merita.

4 dicembre 2018

COME TE, PIU' O MENO

Da seduta sembrava molto più bassa di quanto non lo fosse. Aveva un paio di gambe lunghissime, che ho visto solo una volta in vita mia, a San Pietroburgo.
L'ho chiamata per nome perchè era così particolare che solo a pronunciarlo mi metteva il buon umore. Un intreccio di consonanti e di "X" spalmate però, in un umore davvero cattivo. Un umore rancido dal sapore orribile. Il suo.
I cappelli arruffati si aprivano sulla nuca, come se avesse appena staccato la testa dal cuscino, e si fosse alzata da pochi minuti. Solo dopo mi disse che si era rigirata nel letto tutta la notte. Del resto ricevere la notizia che ti mettono un sacchetto sulla pancia per tutta la vita, farebbe rotolare ogni essere umano a quell'età. 
La vedevo per la prima volta. Lei non era solo bella nella sua postura da assi cartesiani. Era bellissima. Non lo dico per scherzo. 
Sopra alle guance sbiadite ma ancora rosee, un paio di occhi color smeraldo illuminavano le palpebre fino alla fronte. Parlava con le labbra quasi serrate, come per spezzettare tutte le parole che ne uscivano e rendere più lento il nostro colloquio. Aveva bisogno di tempo. Aveva bisogno di sostegno, ed io certo non avevo il coraggio di dirle che la visita poteva durare solo quarantacinque minuti.
Seduta di fronte a me, con la scrivania a dividerci nel mezzo, mi sembrava troppo distante. Mi avvicinai a lei roteando sorridente sulla sedia a rotelle, di quelle da ufficio che ci sono negli ambulatori. Quelle in cui quando nessuno ti vede ti invitano a girare come in una giostra e a fare finta di essere una bambina piccola. Sono riuscita a strapparle un sorriso. 
Mi sono appiccicata un sacchetto sulla pancia e uno l'ho messo a lei, per provare. 
Le ho fatto capire che non era come pensava. Non c'erano sacchetti di nylon o plastica, nè borsette della spesa, buste strane o a penzoloni. Il "sacchetto" era una semplice tasca grigioperla o rosa carne, della grandezza di una mano. Il sacchetto le avrebbe salvato la vita e garantito una vita normale. 
Si mise a piangere finchè finì tutte le lacrime, anche quelle che aveva in fondo all'anima. Qualcuna scivolò sul mio camice, quando la abbracciai. 
Non credeva possibile una tale vicinanza. 
Forse perchè era troppo giovane quel corpicino per essere rubato da un cancro infame, ho provato dentro un senso profondo di ingiustizia e sconforto. 
Mi era entrato dentro quel dolore; aveva sguaiato la mia pelle, insinuandosi fino a farmi venire la nausea. E non distinguevo più dove finiva il dolore per lei e dove partiva il mio, per me. 
Per un attimo sono rimasta immobile, a soppesare i due dolori. A cercare di capire il mio egoismo o il mio bisogno di conferma che lei fosse quella messa peggio. 
Le mie mani si sono fatte fredde, il sudore bagnava solo le ascelle. Ma di un umido freddo.
E quando è uscita mi sono sentita più felice. Non avevo più responsabilità. 
Perchè è così che a volte vivo il dramma degli altri. Confrontandolo con il mio e squadernando problemi masticati e mal digeriti, fermi a metà. 
Io vorrei sempre sentirmi più forte, più fortunata, più sana, più..., e mai meno. 
Ma sarà quel "meno" che mi avvicina ai pazienti.

29 novembre 2018

LUI, CON IL CAMICE APERTO

Questa mattina non era ancora passato quando le operatrici si occupavano del rifacimento dei letti.
Ieri andava di fretta e il giorno prima lo avevano chiamato in sala operatoria per una urgenza. Non sono riuscita a parlargli fino alle quattro del pomeriggio.
Il dottore con il camice aperto sfreccia sempre come una saetta lungo corridoio del reparto. Lo capisco da quanto svolazza quella stoffa bianca, lasciando un secco fruscio che taglia il vento e parlargli diventa quasi una scommessa.
Lo vedo da lontano imboccare il corridoio del reparto. Io mi trascino a fatica sul paletto della flebo, con il cardigan di lana sulle spalle e la sacca del catetere ben nascosta dentro ad una busta di carta firmata Dior. Me l'ha lasciata un'amica fanatica della nota griffe. 
Mentre cammina spedito, il dottore parla animatamente con una collega. Il fonendoscopio ondeggia sul suo collo come su un'altalena. 
Cerco di farmi notare. Ho tanto bisogno del suo conforto, delle sue parole e della certezza che mi opererà lui. Perchè io vorrei solo lui. Lui ha scoperto la mia malattia e lui ha avuto il coraggio di dirmi la verità senza giri di parole ma con tanta speranza di guarigione. 
Muove un vento gelido  quando mi passa accanto senza notarmi. Ed io rimango là, come una scema, ad annusare la scia di eau de parfum che lascia perenne, come se la volessi ingoiare. 
Dott.... ore. 
Fretta. 
Perennemente di fretta fuori dalle stanze e incredibilmente lento dentro alle stanze. 
Chiude la porta dello studio dietro di sè e posso solo aspettare di sentire la maniglia riaprirsi. La mia camera è proprio di fronte e decido di stendermi a letto, ascoltando ogni crepitio, un qualche cigolio  della maniglia o  la sua voce. O il rumore del suo camice, la sua tosse, il riverbero della sua risata sonora. Aspetto il sole, l'angelo che lo possiede, il dottore che tutti vorrebbero. 
Il cuore mi batte forte. Esce dall'ambulatorio con la mia cartella clinica in mano. Qualche infermiera deve avergli comunicato il mio desiderio di parlargli. Viene verso di me. 
Si siede sul bordo del mio letto, mi fa arrossire con un complimento gradito, garbato, semplice. Aveva notato il libro giallo sul comodino e condiviso la stessa passione. 
Lo fisso negli occhi che smuovono la parte più intima di me. Ha il camice aperto, una t-shirt bianca e i jeans. La fiducia in cui mi tuffo è tale da farmi sentire al sicuro.  L'affetto che traspare dalle sue parole mi assicura una calma dai contorni netti. Dentro di me, riflessioni sull'umanizzazione delle cure e sulla bravura di alcuni medici che sanno scuotere dall'anima la polvere accumulata dalla vita ingiusta, si fanno spazio. Rimbalza come un miraggio la mia paura. Si allontana. 
Mi adagio sotto alle coperte con il naso nascosto dall'unico lembo di lenzuolo che arriva fino in cima. Domani mi opererà lui. Ed io, sono la paziente più fortunata del mondo.

Nadia me l'ha raccontato ieri.

Quanto conta affidarsi alla persona che ti cura?. Quanto importante è il rapporto con chi entra a contatto con il tuo intimo profondo? 
Non di solo referti vive il paziente.

27 novembre 2018

Su col perineo anche durante la lampada

Che i raggi ultravioletti fossero dannosi alla pelle lo sapevamo già. Ma noi donne siamo fatte così, ci piace poco sentircelo dire. Vogliamo la pelle nera, il tacco che slancia e la pancia piatta. E i glutei sodi, il sorriso perennemente stampato, la felicità nei pori, un uomo che ci ami. Alcune, non tutte.
Scherzi a parte, non avevo pensato che anche durante l'esecuzione di una lampada abbronzante in versione doccia-bronze, si potessero fare gli esercizi per il perineo. Just do it, mi viene da dire, con tanto di celebre svirgolata e messaggio cosmico.
Mi preparo denudandomi e legando i capelli. Faccio dondolare le ciocche e le prendo tutte, con una pinza in plastica colorata. Lo specchio mi restituisce un'espressione meditabonda.
La sorpresa più eclatante è osservare che i piedi appoggiano su uno specchio pazzesco. Posso osservare dall'alto la mia vagina e valutare la presenza di anomalie, discese longitudinali e gravitarie, peli superflui e peli utili, gluteo cadente e altri ingombri.
La potenza delle luci mi impone di chiudere gli occhi e di contare le contrazioni che posso effettuare con i muscoli profondi (elevatore dell'ano in primis) durante lo scorrere del tempo. Poi sollevo una gamba, per abbronzarmi il piede, spruzzando e vaporizzando nuvolette di acqua aromatizzata al mentolo. Mentre appoggio il ginocchio sulle lampade incandescenti, stringo forte i glutei finchè la gamba appoggiata a terra riesce a non traballare. Deve sostenere per una decina di secondi il mio corpo in contrazione ma l'ustione è tale che mi devo riassestare. 
Non è fantastico? Sentire la melanina affiorare sotto pelle e la vagina che diventa parte attiva di un processo di cura più spirituale che fisico ?
E poi ancora, mentre la luce mi si incolla addosso, appesa alle maniglie vado su e giù in punta di piedi, portando l'ombelico verso l'interno del mio addome. Altro che panca fit. Questa è una doccia-bronze che mi inghiottisce scaldandomi le ossa e i muscoli,  e trasformando la pelle in dispensatrice di bagliori predatori, perineo compreso.
Sudo. 
Dai palmi appiccicosi delle mani sniffo la lozione abbronzante stesa come un velo prima di entrare. Non mi sono accorta di avere ancora la possibilità di aumentare la ventilazione e prima che questa breve esplosione di sole finisca e con essa, la mia lezione perineale, decido di volgere lo sguardo allo specchio, ancora una volta, sotto ai piedi. Con i polpastrelli so dove tracciare il solco sottile del gluteo dimenticato. Scivolato giù come a picco sulla montagna. Molle. No, non come sceso da un quadro di Botero. Molle, come il cognome che mi ritrovo, budinoso e flaccido. 
Finito. 
I capelli sono una cascata di onde crespe e disordinate. Lancio la cortina di lato, in modo che ricadano sulle spalle e mi rivesto. Ma voglio uscire sconsideratamente ottimista da qui. Ho fatto qualcosa per me e mi sono grata. 
Mi voglio bene si, tutto qui. 

Rosa Budino

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