4 dicembre 2018

COME TE, PIU' O MENO

Da seduta sembrava molto più bassa di quanto non lo fosse. Aveva un paio di gambe lunghissime, che ho visto solo una volta in vita mia, a San Pietroburgo.
L'ho chiamata per nome perchè era così particolare che solo a pronunciarlo mi metteva il buon umore. Un intreccio di consonanti e di "X" spalmate però, in un umore davvero cattivo. Un umore rancido dal sapore orribile. Il suo.
I cappelli arruffati si aprivano sulla nuca, come se avesse appena staccato la testa dal cuscino, e si fosse alzata da pochi minuti. Solo dopo mi disse che si era rigirata nel letto tutta la notte. Del resto ricevere la notizia che ti mettono un sacchetto sulla pancia per tutta la vita, farebbe rotolare ogni essere umano a quell'età. 
La vedevo per la prima volta. Lei non era solo bella nella sua postura da assi cartesiani. Era bellissima. Non lo dico per scherzo. 
Sopra alle guance sbiadite ma ancora rosee, un paio di occhi color smeraldo illuminavano le palpebre fino alla fronte. Parlava con le labbra quasi serrate, come per spezzettare tutte le parole che ne uscivano e rendere più lento il nostro colloquio. Aveva bisogno di tempo. Aveva bisogno di sostegno, ed io certo non avevo il coraggio di dirle che la visita poteva durare solo quarantacinque minuti.
Seduta di fronte a me, con la scrivania a dividerci nel mezzo, mi sembrava troppo distante. Mi avvicinai a lei roteando sorridente sulla sedia a rotelle, di quelle da ufficio che ci sono negli ambulatori. Quelle in cui quando nessuno ti vede ti invitano a girare come in una giostra e a fare finta di essere una bambina piccola. Sono riuscita a strapparle un sorriso. 
Mi sono appiccicata un sacchetto sulla pancia e uno l'ho messo a lei, per provare. 
Le ho fatto capire che non era come pensava. Non c'erano sacchetti di nylon o plastica, nè borsette della spesa, buste strane o a penzoloni. Il "sacchetto" era una semplice tasca grigioperla o rosa carne, della grandezza di una mano. Il sacchetto le avrebbe salvato la vita e garantito una vita normale. 
Si mise a piangere finchè finì tutte le lacrime, anche quelle che aveva in fondo all'anima. Qualcuna scivolò sul mio camice, quando la abbracciai. 
Non credeva possibile una tale vicinanza. 
Forse perchè era troppo giovane quel corpicino per essere rubato da un cancro infame, ho provato dentro un senso profondo di ingiustizia e sconforto. 
Mi era entrato dentro quel dolore; aveva sguaiato la mia pelle, insinuandosi fino a farmi venire la nausea. E non distinguevo più dove finiva il dolore per lei e dove partiva il mio, per me. 
Per un attimo sono rimasta immobile, a soppesare i due dolori. A cercare di capire il mio egoismo o il mio bisogno di conferma che lei fosse quella messa peggio. 
Le mie mani si sono fatte fredde, il sudore bagnava solo le ascelle. Ma di un umido freddo.
E quando è uscita mi sono sentita più felice. Non avevo più responsabilità. 
Perchè è così che a volte vivo il dramma degli altri. Confrontandolo con il mio e squadernando problemi masticati e mal digeriti, fermi a metà. 
Io vorrei sempre sentirmi più forte, più fortunata, più sana, più..., e mai meno. 
Ma sarà quel "meno" che mi avvicina ai pazienti.

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