31 marzo 2014

Sono Stomizzato , posso andare in vacanza ?

Non c'è nessuna ragione per cui una persona Stomizzata non possa andare in vacanza o viaggiare all'estero. Esistono certificati di viaggio disponibili in molte lingue che spiegano le condizioni mediche della persona e che questi porta nel bagaglio a mano presidi medici. Questo e' particolarmente utile alla dogana ed evita imbarazzanti perquisizioni del bagaglio. Questo certificato si può richiedere allo stomaterapista.
Conviene portare molti sacchetti e distribuirli nei vari bagagli oltre che in tasca, per evitare inconvenienti nel caso in cui il bagaglio non arrivi a destinazione.
Il problema comune agli Stomizzati in aereo e' l'eccessiva produzione di gas a causa della pressurizzazione della cabina. Si raccomanda di non bere bibite gassate e indossare un sacchetto apribile o dotato di buon filtro, per far uscire l'aria.
Come per tutti i viaggiatori, c'è il rischio della diarrea del viaggiatore, provocata dal cambio di clima, di cibo, di acqua. Bisogna cercare di bere molta acqua di bottiglietta se siete all'estero, evitare cubetti di ghiaccio e insalate. E' possibile utilizzare farmaci anti diarrea comunemente reperibili in farmacia senza ricetta, nella versione sub linguale o effervescente, per evitare che esca intera nel sacchetto della stomia e non faccia effetto.
A proposito delle assicurazioni di viaggio, e' essenziale che la persona verifichi con il proprio assicuratore che anche le patologie pre esistenti alla data della partenza (stomia) siano coperte dalla polizza.
Se andate in spiaggia, lo stoma va riparato dal sole. Il sacchetto deve resistere all'acqua di mare o al cloro della piscina, tuttavia, spesso il sudore acido, tende a staccarlo dalla pelle.
In vacanza non dovete rinunciare alle escursioni per paura di non avere un bagno a disposizione. E' conveniente portare con se' un sacchetto della spazzatura "secco" , per poter sostituire anche in corsa , il vostro sacchetto da stomia, senza lasciare tracce.
Se dovesse entrare la sabbia sulla stomia, non preoccupatevi eccessivamente. E' come se vi sedeste per terra in riva al mare.
Il cloro potrebbe scollare la vostra placca se è' troppo sottile, attenzione quindi ai lunghi bagni in piscina. Una nuotata di un quarto d'ora non crea problemi.
Se avete una colostomia sono utili i fermenti lattici due giorni prima della partenza, continuate durante la vacanza e per una settimana dopo il ritorno.
Se avete una Ileostomia, poiché i batteri del colon  utilizzano i fermenti lattici, e voi non avete il colon, non occorre che li assumiate.

30 marzo 2014

Bianche Lenzuola

Da una storia realmente accaduta.
A tutela della privacy i nomi sono stati modificati. La storia e' stata scritta con il consenso dei protagonisti.


Lunedi
“Scusi ha da accendere?”
Il signore in vestaglia di velluto bordeaux non si era accorto di lei, nascosta dietro alla colonna con la testa nel cappuccio della felpa extralarge, né aveva sentito la sua fioca voce.
Silvia si avvicinava a lui con la cicca in mano, le spalle alzate fino ai lobi degli orecchi per il freddo tagliente e l’altra mano infilata nell’unica tasca del pigiama a fiorellini. Lui capì che quella sigaretta stava aspettando il suo accendino e non esitò.
“Grazie”, disse Silvia abbassando lo sguardo quasi come se il senso di colpa fosse opprimente.
Lei sapeva benissimo che non le faceva bene continuare a fumare.
Lui invece, l’uomo in vestaglia di velluto, seguiva il consiglio del dottore: potrà mangiare, bere, fumare e dire parolacce se vuole d’ora in poi. Era un modo per dirgli “dato che hai solo un anno forse due di vita, meglio se non ti privi di nulla, tanto il cancro vincerà comunque”.
La stanza numero otto aveva solamente due letti. Stanza dozzinanti. Il signor Martini era ricoverato da due settimane ma il primo di ottobre sembrava essere stato secoli fa. Quando attendi una diagnosi che non arriva mai, le giornate ti sembrano interminabili, eterne.
Ecco, finalmente i medici avevano capito. La diagnosi era chiara. Cancro della vescica infiltrato alla prostata, all’uretra fino al pene; forse anche parte del retto era compromesso. Bisognava togliere tutto e mettere un sacchetto, fare una stomia insomma.
Tra due giorni lo avrebbero operato. Quei due giorni sembravano non arrivare mai.
Il pacchetto di Malboro giaceva in bella vista sul suo comodino, insieme al “Sole Ventiquattrore” e alla valigetta di pelle nera, adagiata ai piedi del letto, aperta.
La stanza era diventata un ufficio della city inglese, gli affari internazionali del signor Martini erano argomento di chiacchere e discussione tra lui e i medici del giro visita. Ogni santa mattina, Wall Street on line, sullo schermo del suo Mac Book, cambiava il suo umore di ora in ora.
“Faresti meglio a riposare, Aldo, non ti fa bene lavorare troppo”.
L’atteggiamento materno della signora che lo accudiva giorno e notte non piaceva affatto al signor Martini. Visibilmente preoccupata, lo riempiva di attenzioni con l’amore e la devozione di una madre con il suo cucciolo. Carinerie sdolcinate dettate da una semplice e sobria malinconia. Lei lo amava davvero suo fratello. Il suo unico fratello.
Aldo mancava molto alla sorella. Si vedeva che erano una coppia affiatata. Non erano mai stati rispettvamente sposati, nessuno dei due aveva avuto lunghe storie d’amore. Lei trascorreva la maggior parte del suo tempo in ospedale, accanto al fratello, nonostante dovesse praticarsi iniezioni di insulina tre volte al giorno e le mancasse l’avampiede. Era stato amputato da pochi mesi.
Emma era diabetica dall’età di ventidue anni. Fu un dramma, ma aveva imparato tutto e sapeva fare l’infermiera di se stessa magnificamente.
Di Aldo amava due cose. Lo spiccato senso degli affari che ne aveva fatto di lui un uomo estremamente importante e ricco, e la sfrenata dolcezza. Il fatto di essere stati adottati li aveva uniti nella sofferenza e in un amore quasi coniugale. Molti, nel loro paesino , pensavano fossero addirittura amanti segreti.
Emma pensava che nascere lo stesso giorno del fratello adottivo, fosse stato un regalo del destino, e il disegno del loro futuro sempre insieme.
I dieci anni di età che li separavano cominciavano però a delinearsi in uno spazio infinitamente piccolo, in effimere cose: qualche gesto sbadato di lei, qualche dimenticanza, qualche ruga in più sul volto sofferto. Emma avrebbe compiuto settantanove anni tra quarantotto ore, nel giorno dell’intervento di suo fratello, lui sessantanove.

Continua ...
Il mozzicone di sigaretta della paziente in felpa extralarge era finito sulla pozzanghera vicino al tombino. Un lancio sincronizzato con quello di Aldo. Anche il suo era finito nella stessa pozzanghera.
Si guardarono negli occhi. Tristi quelli di lei. Sorridente invece, lo sguardo di Aldo, forse per aver infranto la regola del posacenere.
Tornarono dentro. Stesso buio ascensore. Nessuno parlava. Piano terzo.
“Anche lei al tre?”
Silvia fece cenno di si con la testa. Il tepore di quei due metri quadrati aveva scaldato le sue mani gelide.
Si aprì la porta. Un ragazzo vestito da rapper la aspettava nell’atrio mentre un’ondata di odore di fumo uscì da quell’ascensore.
“Ma che cazzo fai?”, si adirò il ragazzino.
Lei, a testa bassa, lo seguì in reparto. Stanza numero sedici.
Silvia era pallida, anemica, magrissima.
In quella settimana di ricovero aveva contato quattordici litri di nutrizione parenterale, infusa nelle sue vene fragilissime. Erano stati costretti a posizionarle un ago sul collo, in una vena centrale, trovata dall’anestesista dopo vari tentativi sul braccio, invani.
Aveva contato anche i litri di soluzione fisiologica infusi durante le ore del giorno e della notte e le quattro sacche di sangue trasfuse il giorno prima.
La situazione era peggiorata nell’ultimo mese, quando stava a Rieti, dai suoi.
Non si reggeva più in piedi e aveva sentito che in questo ospedale del Nord Italia, la chirurgia laparoscopica era all’avanguardia. L’intervento era fissato per la settimana seguente, almeno quando i parametri fossero rientrati nella norma.
Nessuno aveva ancora spiegato a Silvia che aveva due tumori. Uno di piccole dimensioni al retto basso e un cancro più importante nel colon destro che aveva intaccato anche il fegato. Piccole metastasi diffuse su più lobi, erano emerse dall’ultima tac. I chirurghi avevano programmato una stomia di protezione, con un sacchetto per raccogliere le feci sulla pancia.

Le infermiere pensavano che il ragazzino vestito da rapper, che portava un cappellino con frontino costantemente abbassato sulla fronte, fosse il fratello minore di Silvia.
“Scusi lei è.. ?”, Chiese l’infermiera entrando con il carrello delle medicazioni nella stanza.
“Sono il fidanzato”, rispose timidamente e suscitando la perplessità dell’infemiera stessa.
“Può cortesemente attendere in soggiorno?, grazie, giusto il tempo di fare la medicazione della ferita della paziente dell’altro letto”.
“Dai vai Tatu, ci vediamo dopo”. Silvia si rivolse al fidanzato con un tenero nomignolo.
Era evidente la giovane età. Venticinque forse ventotto anni lui, ma ne dimostrava quindici. Silvia invece ne aveva trentacinque.
“Ha trent’anni ma ne dimostra venti”, aggiunse Silvia ai discorsi sull’età che avevano intrapreso con la vicina di letto.
“E’ un rompiballe immaturo. Ancora non ha un lavoro fisso ed io sono stanca di fargli da madre. Maledetta quella volta che l’ho incontrato”.

Silenzio.

Improvvisamente in quella stanza, l’unico rumore percepibile era il fruscio del lenzuolo bianco pulito, che l’infemiera stendeva con cura sul letto.
La frase di Silvia aveva gelato anche le pareti.
Nemmeno lei riusciva a spiegarsi il perché di quella frase, uscita dalle sue labbra come l’aria da un palloncino bucato da uno spillone. Lei, così bella e così paziente, introversa, timida e sensibile, non si riconosceva più.

Qualcuno bussò alla porta.

“Permesso… si può entrare? Silvia ci sei?”
La voce della madre era inconfondibile. Silvia si alzò di scatto nonostante il paletto della flebo appena collegata le impedisse di muoversi bene, e abbracciò sua madre sfogando un pianto incontrollabile.
Era la prima volta che piangeva in tanti mesi di malattia.
“Un attimo signora, ho quasi finito”. L’infermiera non avrebbe voluto dirlo, non avrebbe voluto spezzare quell’abbraccio, ma fu costretta per rispetto della paziente accanto, seminuda ancora.
“Mamma esco io, posso?”. Silvia si rivolse all’infermiera che annuì.
“Quando siete arrivati mamma?”
“Silvia, tuo padre è rimasto giù. Sai, il lavoro in ditta, gli affari, non poteva salire..”
“Certo, come sempre, figurati”. Il tono cambiò improvvisamente.
Silvia soffriva da sempre la mancanza di un padre presente solo nel suo fantasma. Si portava dietro un’ombra impercettibile, un vago ricordo di un sorriso regalatole pochissime volte nell’infanzia e mai nella giovinezza. Ancora si chiedeva come facesse sua madre a stare con quell’uomo.
“Dov’è Mirko?”
“Credo sia in soggiorno mamma”
“Ti è stato vicino questa settimana?”
“Più o meno, ma sono stanca di fargli da madre. Non ho più energie nemmeno per litigare e spesso mi chiudo in un mutismo distruttivo. Lui non mi capisce, pensa solo alla sua stupida musica.”
Prima ancora di chiederle come stava, la madre di Silvia sembrava preoccupata del fatto che nessuno avesse compensato la sua mancanza, in quella settimana di ricovero della figlia.
Si sentiva ancora più in colpa per questo. Avrebbe dovuto esserci lei il giorno del ricovero. Lei, il giorno in cui non trovando più vene al braccio, portarono sua figlia in rianimazione. Lei, ieri, durante le trasfusioni. Aveva capito che Tatu, così come lo chiamava la figlia, era un incapace immaturo, ma di fronte ad una malattia così devastante, nessun essere umano sembra pronto.

Silvia e sua madre raggiunsero Mirko in soggiorno. Stava scrivendo un qualche messaggio sul telefonino. Lo chiuse immediatamente e balzò in piedi, porgendo la mano alla suocera, che non aveva mai conosciuto di persona.
“Piacere signora, io sono Mirko”.

Continua...

Silvia aveva parlato di Mirko con sua madre solamente al telefono. Le aveva raccontato della vivacità di questo Dj molto conosciuto nelle discoteche del Nord Italia, che le aveva colorato la vita grigia e monotona d’ufficio, dove Silvia trascorreva la maggior parte del suo tempo, come ragioniera commercialista in tailleur nero e tacco a spillo. Un’altra Silvia insomma.
Si erano conosciuti in una discoteca, dove lei lavorava come PR e ragazza immagine.
Silvia era una modella davvero stupenda. Alle passerelle preferiva il caos e il ritmo delle discoteche affollate ma di servizi fotografici ne aveva fatti parecchi. Le particolarità del suo volto erano gli occhi verdi, da gatta, e i capelli rossi ramati, che portava a volte in un caschetto ordinatissimo e stirato, altre volte a spazzola, sparati in un look aggressivo, prima della chemioterapia ovviamente.
Qualche piercing qua e là poco visibile e un grandissimo tatuaggio sulla schiena, un drago, che suo padre non aveva mai visto, la contraddistingueva dal conformismo delle sue colleghe d’ufficio. Aveva sofferto le pene dell’inferno per sottoporsi a quella tortura. Interamente colorato nelle sfumature del verde, lo esibiva in discoteca su scollature profonde della schiena, fino ai glutei.

Ma da sei mesi il suo corpo non era più lo stesso. La malattia consumava ogni centimetro di muscolo più velocemente del previsto e nonostante la feroce chemioterapia intrapresa a Rieti, la soluzione chirurgica era l’ultima spiaggia. Il viaggio della speranza da Rieti a Treviso le permetteva ancora di regalarsi qualche sogno.
E’ incredibile come una semplice infusione possa essere così letale per le cellule.
Silvia di cicli di chemioterapia ne aveva fatti tre, combattendo con tutta se stessa contro la nausea e l’astenia, una stanchezza perenne che non ti consente una vita normale, come quella che hanno le amiche della tua età, già mamme e mogli. I capelli li aveva persi tutti dopo il primo ciclo.

Mirko si avvicinò a Silvia teneramente, ponendole la sua maxi felpa sulle spalle. La stessa che le aveva prestato per scendere al piano interrato, per fumare l’ennesima sigaretta.
“Dai torniamo in camera, Silvia.” Le disse Mirko.
“Ho bisogno di tornare giù a fumare”, insistette lei.
“Ma se l’hai appena fumata cazzo ti vuoi fumare il cervello per sempre?”
Mirko cominciava a perdere la pazienza. Erano molti gli episodi ultimamente in cui perdeva la pazienza. Silvia non ci fece caso e andò verso l’ascensore spingendo il paletto della flebo da sola, coprendosi il capo lucido con il cappuccio e avvolgendo una manica a mò di sciarpa, attorno al collo. I fiorellini del suo pantalone di pigiama le ricordarono che forse sarebbe stato meglio un pantalone felpato, l’autunno qui era proprio umido e il freddo le penetrava nelle ossa.
Si voltò indietro, verso il suo Tatu e verso sua madre: “Aspettatemi in stanza, torno subito”.
Loro però non potevano immaginare che quella sigaretta sarebbe stata lunghissima.


continua ...

Lui era di spalle, avvolto nella vestaglia bordeaux. Un’altra sigaretta anche per lui. L’ennesima sigaretta di quella stecca non più nascosta nell’armadio.
Stavolta si accorse di lei non appena le porte dell’ascensore si aprirono, come se l’avesse aspettata.
Lui aveva l’accendino in mano. Puntò lo sguardo dritto nel suo, penetrante negli occhi verdi. Le offrì il fuoco e lei si avvicinò dolcemente, con la sigaretta già in bocca, per accenderla non appena furono fuori dalle porte. Silvia aveva portato un piccolo accendino, ma si fece trasportare dall'amabile gentilezza di quell'uomo, lasciandolo in tasca.
Lei aveva un paio di infradito rosa. Le aveva comperate al mare ad agosto. Le davano un senso di libertà, la stessa libertà che aveva cercato dieci anni fa, quando se ne era andata a vivere da sola.
“E’ ricoverata nel reparto chirurgico?”, chiese gentilmente il signore in vestaglia di velluto, dandole un lei, formale ma elegante.
“Si. Devono operarmi tra qualche giorno”, sottolineò lei.
L’accento latino era inconfondibile per il signor Martini, abituato a stare lunghi periodi a Roma.
Quelle doppie aggiunte a tutte le parole, la cadenza particolarissima. Amava quel dialetto.
Lui continuava a fumare, guardandola negli occhi lucidi, espressivi. Forse le lacrime non riuscivano a sporcare quel viso d’angelo, ecco perché erano lucidi e basta.
Lei non era affatto turbata. C’era un qualcosa in lui, forse il suo profumo, forse il viso curato, forse la presenza rassicurante, che le piaceva e non riusciva a staccargli gli occhi di dosso.
“Ha degli occhi incantevoli, ma lo saprà già, immagino”. Fu lui a rompere il silenzio.
Silvia si voltò dall’altra parte, soffiando via il fumo di sigaretta con forza, quasi a voler far sparire quella nuvola di nebbia tra loro, per tornare a posare lo sguardo su di lui. Non si sentiva bella da troppo tempo. Quel complimento aveva risvegliato in lei il desiderio di superare in fretta tutto quanto e di riscattare la sua sciupata femminilità.
“Grazie”, disse semplicemente.
Lei non seppe aggiungere altro. Né gli chiese nulla. Ma aspettò che lui finisse gli ultimi millimetri di tabacco prima di rientrare tremante di freddo. Poi, lanciò il mozzicone sulla pozzanghera, che aveva tenuto in mano per farlo insieme a lui.
Sorrisero. Poi, con galanteria, lui le aprì la porta. Un vero signore.
L’atrio del piano semi interrato ha i distributori del caffè di fronte ad una fila di poltroncine azzurre. Lui sapeva benissimo che lei non avrebbe potuto bere alcunché e le chiese di farle compagnia mentre sorseggiava una decaffeinato.
“Lei è ricoverato dall’altra parte del reparto?”
“Stanza numero otto, si”, spiegò lui.
Silvia si dovette sedere sulle poltroncine. La stanchezza non le dava tregua. Abbassò sulle spalle l’ampio cappuccio, che le copriva totalmente il capo. Era impossibile non notare la testa rasata, lucida, dove ogni bulbo pilifero aveva chiuso i battenti, sconfitto dalla chemioterapia.
Il volto di Silvia era davvero bello. Il disegno a matita dell’arco sopraccigliare e la bocca carnosa la rendevano protagonista di un insolito quadro. Avete presente la ragazza con l’orecchino di perla, il turbante in testa, la bocca rosea e il viso pallidissimo?. Era lei. In una perfezione assoluta dei lineamenti. La testa lucida quasi le donava, nella perfetta geometria del suo volto senza imperfezioni.
Ma il signore in vestaglia girò la testa da un’altra parte, immediatamente, quasi imbarazzato per lei.
In realtà era visibilmente scosso e aveva capito tutto. Aveva capito di trovarsi sulla stessa strada, lo stesso sentiero impervio dove non sai quello che ti aspetta in cima.
“Emma sei qui?”.La sorella lo aveva raggiunto alle macchinette del caffè.
“Aldo ancora giù a fumare? “, le chiese preoccupata.
Aldo… ??? Che strana la vita pensava Silvia. Era lo stesso nome di suo padre.
La sorella del signor Martini si accorse della presenza di Silvia e le accennò un debole sorriso.
“Signorina la sua flebo è finita, deve chiudere il deflussore”.
Emma era un’infermiera mancata ormai da molti anni. Aiutò Silvia a chiudere il deflussore mentre con fatica si alzava dalle poltroncine.
“Grazie ancora per l’accendino, …Aldo.”, disse Silvia.
Lui le porse la mano per aiutarla, con un pacato sorriso di felicità.
“Si figuri”, rispose emozionato, e stringendole forte la mano voleva parlarle con quella semplice gestualità.
Poi, mentre lei chiamava l’ascensore, lui rimase ancora qualche minuto a sorseggiare il caffè amaro insieme alla sorella, girato verso Silvia, che era di spalle, ma era come se vedesse il suo sguardo. Sentiva gli occhi puntati, in una piacevole attenzione.
In lei, una strana sensazione si appropriava del suo corpo scheletrico, mentre schiacciava il tasto del piano tre. Gli occhi del signore in vestaglia bordeaux le avevano detto qualcosa prima. Lo capiva dalla velocità dei battiti del suo cuore.
Anche Emma fissava Silvia senza farsi notare, di soppiatto.
Sapeva perfettamente che a suo fratello sarebbe toccata la stessa sorte. Tra meno di quarantotto ore.


continua ...

“Allora Mirko come ti sembra Silvia?”
Mirko stava guardando fuori dalla grande vetrata, stretto nelle spalle della sua t-shirt bianca, a braccia conserte. Il pantalone abbassato sul cavallo e i capelli tinti di biondo platino ne esaltavano le sembianze da ragazzino, non ancora abbastanza uomo, non ancora abbastanza maturo.
Con Mirko Silvia era un’altra persona e quale fosse la vera, lo sapeva solo la madre. Una cosa era certa: mirko non la amava più. Stava con lei solo per un tremendo e assurdo senso di colpa.
L'amore era sprofondato negli abissi dopo il primo intervento di Silvia, otto mesi prima.
Quel tumore al seno che l’aveva mutilata a destra, completamente, era stato per Mirko devastante. Aveva perso l'attrazione per lei e ogni gesto d'affetto era dettato solamente dalla consapevolezza che a Silvia rimanevano pochi mesi di vita.

"Silvia sente molto la sua mancanza signora, pensa di fermarsi fino all’intervento?” chiese Mirko alla suocera.
“No non credo, tornerò a Rieti domani, e poi il giorno dell’intervento saremo qua con voi”.
Era incredibile come la madre avesse sottovalutato la gravità della figlia

Salutata Silvia secondo convenevoli frasi impostate, Mirko se ne andò dall'ospedale insieme alla suocera e Silvia si coricò a letto. Dietro alle sue spalle, un'ombra sull'ingresso della stanza la fece sussultare. Era il signor Martini, voleva augurarle la buonanotte, l'indomani sarebbe stato lui sotto ai ferri.


continua ...

Nella più completa naturalezza, come se si fossero sempre conosciuti, il signor Martini raccontò a Silvia con sincerità il turbinio di emozioni e tutte le sue paure.
Lei lo ascoltò attentamente e per la prima volta non si sentì sola nella malattia.
"Silvia sei bellissima". Lei arrossì, ma nel buio della stanza lui non se ne accorse.
Aldo si sedette nella poltrona accanto al letto di Silvia e posò la mano sulla sua.
Lei sorrise, e si lasciò scaldare da quel sincero affetto quasi paterno.
"Volevo augurarti tutto il bene che posso Silvia. Domani mi opereranno e se Dio vorrà, tornerò in reparto dopodomani. Dimmi che mi aspetterai".
Lei lo fissava negli occhi. Era già persa nel suo sguardo. Si era innamorata dal primo momento che lo aveva visto.
"Cer-to Aldo", balbettò con il cuore a mille battiti al minuto.
"Grazie". Silvia lo ringraziò come se le avesse donato un pezzo di vita, una carica mai provata prima, la voglia di lottare, la forza di non sentirsi sola nella battaglia, la sicurezza di farcela, un attimo di felicità.
Parlarono per ore, si fecero molte promesse, come se ognuno conoscesse il destino dell'altro. Come se entrambi sapessero che i giorni a venire li avrebbero trascorsi insieme. Come se ognuno fosse l'artefice del destino dell'altro.
L'infermiera giunse in stanza verso mezzanotte per sostituire la flebo a Silvia e convincere il signor Martini a tornare a letto, ma Aldo non voleva abbandonare quella poltrona e Silvia gli teneva la mano troppo stretta per riuscire a liberarsene.
Lei sapeva quello che avrebbe dovuto fare l'indomani. Mirko sarebbe arrivato in tarda serata e anche se una camera d'ospedale non è il posto migliore per lasciarsi, lei non aveva alternative.

La sua mano accarezzò il volto preoccupato e triste di Aldo. Lui le baciò le dita teneramente. Poi, azzardò un bacio in fronte e i due si abbracciarono per un interminabile tempo. Un abbraccio puro, sulle bianche lenzuola, che trovava giusto spazio nella tragica malattia.

continua...

L'intervento di Silvia era stato programmato fra quattro giorni.
Aldo era irriconoscibile dopo il suo.
Lei aveva trascorso moltissime ore accanto a lui. Lo aiutava persino a lavarsi. La sorella di Aldo la lasciava fare, aveva capito, era una donna intelligente.
Mirko si era volatilizzato in un battere di ciglia e la madre di Silvia stava per raggiungerla in ospedale.
Non passava ora che Silvia non andasse a trovare Aldo. Si sedeva accanto a lui, stretta nella sua vestaglia bordeaux, adagiata sulle spalle. Lui sapeva tutto di lei e lei tutto di lui. Era un amore incondizionato, profondo, oltre ogni limite.
Era l'appiglio alla vita. Per entrambi.

Continua...

Silvia subì un intervento palliativo. La situazione critica non consentì ai medici di fare alcunchè oltre a quello di posizionarle un sacchetto per le feci. La disperazione della madre e del padre non faceva affatto bene a lei, che cominciava a capire.
La difficoltà ad alimentarsi dal giorno dell'intervento, la teneva legata ad una nutrizione parenterale tramite la vena giugulare. La situazione clinica sembrava precipitare di ora in ora.
Aldo contrariamente, si riprendeva alla grande e continuava a sognare la sua vita con Silvia, una volta dimessi dall'ospedale, nonostante lo aspettassero terapie chemioterapiche a breve.
Erano le dieci del mattino quando lui pensò di scendere ai distributori di fiori del pianterreno.
Con l'aiuto della sorella e di un girello per deambulare, scese a comperare un'orchidea in scatola. A silvia piacevano un sacco le orchidee, glielo aveva raccontato lei.
Risalì dopo un quarto d'ora.

Lasciò il girello in camera e si fece accompagnare dalla sorella nella stanza di Silvia.
Fuori della porta chiusa, un corteo di parenti aspettava di entrare. Cosa è successo?
Aldo non poteva credere ai suoi occhi. Qualcuno in lacrime?
Non ebbe il coraggio di chiedere. "Sss-Sil-via", singhiozzò aggrappandosi alla sorella.
Uscì in quel momento dalla stanza il medico di reparto che aveva concluso la visita.
I volti pallidi dei parenti lasciavano presagire il peggio.
Aldo cercava di sbirciare oltre la porta, cercava quello che non voleva vedere: un bianco lenzuolo.
Invece Silvia era là, pallida ma seduta; accennava ad un debole sorriso con gli occhi. Aspettava Aldo e la sua orchidea.
"Credevo di non vederti più", gli disse mentre entrava prima degli altri. E lui, che avrebbe voluto dirle la stessa frase, la abbracciò in lacrime. "Sono qui piccola mia", le disse.
Il profumo della vestaglia in velluto bordeaux era esilarante. Era il profumo della sua pelle, era il calore dell'amore. L'amore che non conosce barriere, età o limiti.


A silvia avevano dato pochi mesi di vita già a settembre 2009.
A dicembre 2010 (15 mesi dopo) le condizioni cliniche erano stabili, incredibilmente stabili. Ha vissuto con Aldo e la sorella di lui, che si occupava di entrambi fino al 16 marzo 2011, quando e' deceduta tra le sue braccia, tra le braccia di colui che le aveva donato un pezzo di vita, tutto il suo cuore, la stima e il rispetto.
Aldo è tutt'ora un mio paziente e sta benissimo.

Ma chi era Arnold kegel ?

Arnold Kegel è stato un ginecologo statunitense scomparso nel 1981.
Ha inventato il manometro perineale (misura la forza di chiusura/stretta/contrazione del muscolo vaginale) e gli esercizi di rinforzo del pavimento pelvico.
Si tratta di semplici contrazioni di un muscoletto particolare, interno, che dà l'impressione, una volta contratto, che risalga verso l'alto, a risucchio.
Immaginate, se siete donne, di contrarre-stringere la vagina o, se siete uomini, di bloccare il flusso di urina, oppure immaginate di stringere solo l'ano, come per bloccare l'aria. Ecco state eseguendo gli esercizi di Kegel.

I benefici apportati dagli esercizi di Kegel sembrano essere molteplici. Essi riguardano in particolare, in campo medico, la cura e la prevenzione dell'incontinenza urinaria.

In generale, la pratica di questi esercizi può contenere i rischi di prolasso degli organi pelvici, proprio mediante la fortificazione del pavimento muscolare che contiene e sostiene questi organi.

Per quanto riguarda più strettamente la sfera della sessualità, l'uso di questi esercizi e di molti altri, che vanno a stimolare anche altri muscoli della zona del perineo, consente di ottenere, sia per l'uomo che per la donna, una maggiore consapevolezza rispetto al funzionamento del proprio apparato genitale e una maggiore capacità di controllare l'orgasmo, sia ritardandolo, in caso di problemi di eiaculazione precoce, sia facilitandone il raggiungimento.

Inoltre, la donna che ha avuto un parto vaginale che ha provocato un eccessivo rilassamento o perdita di tono dei muscoli della vagina, può recuperarne la tonicità proprio attraverso gli esercizi di Kegel ed altri esercizi che prevedono anche l'utilizzo di glutei ed interno coscia, contenimento degli addominali, esercizi promossi da Joseph Pilates, ispirati allo yoga, esercizi di Souchard o di Guillarme o di Bernardette de Gasquez.

C'è una forte evidenza in letteratura, dell'efficacia degli esercizi per il pavimento pelvico per il trattamento dell' incontinenza urinaria,dei disturbi della defecazione e delle disfunzioni sessuali, ma ulteriori studi di alta qualità sono necessari per valutare i programmi di trattamento ottimali e i protocolli di allenamento.

In ogni caso il trattamento combinato con: allenamento dei muscoli pelvici (esercizi di Kegel); altri esercizi di Pilates, Souchard, Guillarme ecc... insieme alla stimolazione elettrica e ai coni/pesetti vaginali (se donna) a pesi crescenti è la combinazione che dà migliori risultati, con tassi di tassi di guarigione fino al 73% e miglioramenti fino al 97%.
I protocolli di allenamento devono essere personalizzati in funzione della gravità dei sintomi iniziali.


http://youtu.be/zZqoE0UL56o


Clicca sul link qua sotto:


http://youtu.be/v7Y6px6cIlw video per l'utilizzo del peso vaginale per la ginnastica del pavimento pelvico



23 marzo 2014

L'alimentazione del paziente con ileostomia o con diarrea

ALIMENTAZIONE DOPO RESEZIONE INTESTINALE E CONFEZIONAMENTO DI ILEOSTOMIA

Indicazioni alimentari realizzate in opuscolo divulgativo in occasione del primo incontro per stomizzati del 2014, con la collaborazione del servizio dietetico.

Le persone portatrici di ileostomia dovrebbero seguire una dieta che aiuti a:
•rendere più consistenti le feci
•reintegrare la perdita di liquidi



RACCOMANDAZIONI:

1. Bere molto durante la giornata aiuta a reintegrare le perdite dei liquidi e a prevenire la disidratazione (sete intensa, secchezza della pelle e delle fauci, urine e di colore scuro, crampi muscolari).
Si consiglia di consumare 2 - 3 litri di liquidi sotto forma di acqua, tisane, brodi, centrifugati di frutta e/o verdura. Si consiglia di bere soprattutto fra un pasto e l'altro.
2. Si consiglia di arricchire la dieta con alimenti ricchi di sodio e
potassio per prevenire la disidratazione: spremute, centrifugati (non i frullati) di frutta e verdura, banane, patate, brodi vegetali .
Per l'aggiunta di integratori salini chiedere alle dietiste o all'enterostomista . In estate e durante esercizi fisici si consiglia di aumentare la quantità di liquidi.
3. Limitare cibi ricchi di grassi: carni grasse, pesci grassi, formaggi molto grassi, salumi grassi, cibi fritti, brodo di carne grasso.
4. Si consigliano preparazioni semplici e poco condite. Scegliere dei metodi di cottura “più leggeri” come al vapore, la bollitura, alla griglia, al forno, al cartoccio, preferendo i grassi vegetali crudi (olio d'oliva, meglio extra vergine, di girasole, di mais, di soia) e limitando i grassi animali ( burro)
5. Si consiglia di non abbandonare ed escludere alcuni alimenti
dalla dieta, ma, in base alla propria tollerabilità, di introdurre un
alimento alla volta e di verificarne l'effetto sulla digestione, l'assorbimento e l'eliminazione.
6. Si consiglia di evitare gli alimenti che aumentano la velocità del
transito intestinale che possono anche essere causa di ostruzione


ALIMENTI CHE AUMENTANO LA VELOCITÀ DEL TRANSITO INTESTINALE
•Pasta, riso e prodotti da forno integrale
•Frutta: ananas, cachi, ciliegie,castagne, fichi, frutti di bosco,frutta
secca, kiwi, pere, nespole, prugne, susine, buccia e semi della frutta
•Verdura: cruda, legumi, carciofi, melanzane, cavolo, radicchio rosso,
barbabietola, finocchi, asparagi, funghi, porri, sedano, rape,
catalogna
latte e formaggi freschi: leggi sotto

LATTE e yogurt

Eliminare il latte, sia quello intero che parzialmente o totalmente scremato, fresco o a lunga conservazione, con lattosio o senza.
Reintrodurre lo yogurt da latte magro gradualmente in piccole quantità, a temperatura ambiente

PASTA
Utilizzare: pasta preferibilmente di piccolo formato, riso, semolino, creme di cereali (i cereali sotto forma di creme risultano più digeribili) polenta morbida.
Preferire la cottura al dente in quanto più digeribile.
Escludere: pasta e riso integrale, primi piatti elaborati.
Condimento: pomodoro fresco passato, olio extravergine
d'oliva e/o burro preferibilmente crudi, brodo vegetale o di carne magro sgrassato o di dado senza glutammato.

PANE
Utilizzare: pane comune tostato, cracker e grissini senza
grassi ( all'acqua ), fette biscottate.
Escludere: pane all'olio, al latte, condito, cracker e grissini
conditi, focacce, prodotti integrali, la mollica del pane in
quanto è poco digeribile.


CARNE
Utilizzare: agnello, capretto, cavallo, coniglio, faraona,
maiale, manzo, pollo, tacchino, vitello nelle parti più magre e private di grasso visibile.
La carne deve essere magra, poco fibrosa e preferibilmente tritata per rendere più facile la digestione.
Escludere: carni grasse e frattaglie (cuore, fegato, milza,
polmoni, rognone, trippa).
Cottura: preferire le cotture senza grassi (ferri, vapore,
cartoccio, lessatura, griglia ).
PESCE Utilizzare: tutti questi tipi di pesce, freschi o surgelati:
cernia, dentice, halibut, luccio, merluzzo, nasello, merluzzo,
orata, palombo, razza, rombo, scorfano, salmone,
sogliola, sgombro, tinca, tonno fresco, trota.
Escludere: anguilla e capitone, carpa, triglia, aringhe.
Evitare molluschi e crostacei.
Cottura: vedi carne.

FORMAGGIO
Utilizzare:grana e parmigiano
Sconsigliati: formaggi freschi (crescenza, fior di latte, mozzarella, quartirolo, ricotta, stracchino), molto grassi, piccanti (mascarpone, gorgonzola, pecorino, ecc.).

SALUMI e insaccati

Utilizzare: prosciutto cotto, crudo (privati del grasso visibile)
bresaola , fesa di tacchino; Preferibilmente tritati o pestati
a coltello.
Escludere: altri salumi ed insaccati (salame, sopressa,
coppa, mortadella, salsicce, cotechini, wurstel).

UOVA
Utilizzare: max 2 uova alla settimana.
Cottura: senza grassi. Risultano più digeribili alla coque, in
camicia o cotte nei tegamini antiaderenti.

VERDURA
Le verdure risultano più digeribili cotte e passate a purea.
Utilizzare: inizialmente preferire patate e carote sotto forma di purea e le verdure crude centrifugate; a seconda della tolleranza individuale passare a verdure più tenere, meno fibrose e meno indigeste, a piccoli pezzi o tritate : zucchine, pomodori senza buccia e semi, cuori di insalata tenera
Sconsigliata: verdura fibrosa ed indigesta come asparagi,
finocchi, catalogna, peperoni, cetrioli, melanzane, funghi,
legumi (piselli, fagioli, ceci, lenticchie, cicerchie, fave e
taccole).

FRUTTA

Utilizzare: inizialmente spremute di frutta ben filtrate o
centrifugate; successivamente frutta cotta o in purea
senza buccia e semi, mele e banane.
Consumare la frutta preferibilmente lontano dai pasti.
Escludere: frutta acerba, castagne, frutta secca,
sciroppata, candita, disidratata.

GRASSI e CONDIMENTI
Utilizzare: olio di oliva (meglio extra vergine), olio di semi di
mais, girasole, di soia,di vinaccioli, preferibilmente a crudo sulle pietanze.
Saltuariamente: l'utilizzo di burro crudo (10 g di olio = 10 g di burro).
Escludere: margarina, lardo, strutto, oli di semi vari,panna,
salse.

BEVANDE
Utilizzare: acqua naturale o minerale leggermente gassata, tisane, orzo, camomilla, tè e caffè leggeri in modiche quantità, sono meglio tollerati se assunti con biscotti o pane o fette biscottate. Bere a piccoli sorsi.
Limitare: Vino. Solo se ben tollerato, utilizzare vini leggeri in piccole quantità e durante il pasto
Escludere: aperitivi, digestivi, sciroppi, alcolici e superalcolici, distillati

DOLCIUMI
Utilizzare: zucchero, miele, marmellata, biscotti secchi,
amaretti e dolci semplici fatti in casa in modeste quantità.
Escludere: cacao, cioccolato, torte e dolci farciti con
creme, panna e/o liquori, gelato e sorbetti.


VARIE
Escludere: cibi piccanti, molto speziati, droghe, aceto,
salse (maionese, salsa tonnata, tartara,.....), alimenti sott'
olio e in salamoia, brodi grassi di carne.
•Cibi molto grassi: carni e pesci grassi, panna, formaggi grassi, salumi
grassi, brodo grasso, cibi fritti
•Latte intero, panna
•Carni dure e fibrose
•Dolci molto zuccherini e grassi
•Alcolici (vino, birra, spumante, ecc.)
•Caffè in quantità abbondanti
•Bevande gassate, molto calde o fredde
•Liquirizia e gomme da masticare
•Cioccolato
•Brodi grassi di carne
•Spezie

7. Si consiglia di evitare gli alimenti responsabili della formazione di
gas e cattivi odori : leggi sotto
.


RESPONSABILI DI FORMAZIONE DI GAS E CATTIVI ODORI
•Legumi: lenticchie, fagioli, fave, ceci, soia, piselli (comunque vietati)
•Pesce fritto e molto grasso ( anguilla, capitone )
•Carni grasse affumicate
•Pane e pasta poco cotti
•Spezie ( peperoncino, pepe, senape, curry..)
•Bevande gassate
•Birra e superalcolici
•Gomma da masticare
•Alcune verdure: cavolo, cavolfiore, cavoletti di Bruxelles, crauti,
rafano, broccolo, aglio, cipolla, scalogno, porri, funghi, asparagi,
finocchi, cetrioli, rape, ravanelli, peperoni, sedano
•Alcuni frutti: anguria, melone, avocado, castagne, frutta secca ( noci,
nocciole, ecc.)
•Uova
•Grassi animali
•Panna montata, frappè e frullati
•Dolcificanti artificiali (sorbitolo)

8. È importante introdurre alimenti con azione antiodore:- succo di mirtillo
- yogurt
- prezzemolo
- tisane alla menta, al finocchio o all'anice stellato

9. Per diminuire la formazione di gas può essere utile:•Evitare di coricarsi dopo aver mangiato in quanto la posizione
orizzontale può interferire con la normale eruttazione dell'aria
contenuta nello stomaco e aumenta la possibilità che il gas passi
nel duodeno.
•Praticare regolarmente dell'esercizio fisico purchè non intenso o
che vada ad interessare i muscoli addominali, si consiglia di
camminare.
•Evitare lo stress

10. Masticare lentamente e bene per favorire i processi digestivi ed
evitare o ridurre il rischio di ostruzione della stomia
.

11. Frazionare i pasti durante l'arco della giornata (colazione -
spuntino a ½ mattina - pranzo - spuntino a ½ pomeriggio - cena ) per
favorire la digestione, tenere sotto controllo la motilità intestinale e
diminuire la formazione di gas nell'intestino.
Non saltare i pasti in quanto ci può essere un aumento del gas se
l'intestino è vuoto. Per ridurre le feci notturne si consiglia di consumare
un pasto serale moderato.

12. Si consiglia di non aumentare eccessivamente di peso per non
danneggiare la funzionalità della stomia.

13. Evitare cibi e bevande troppo caldi o troppo freddi per prevenire un
aumento della peristalsi intestinale.

14. Si consiglia di compilare un “diario alimentare” per indicare la
tolleranza ai vari alimenti e bevande.

15. Porre attenzione all'assunzione di compresse gastroresistenti: nelle
ileostomie, pasticche dure e capsule, si potrebbero ritrovare nel
sacchetto. E' opportuno chiedere al medico o all'enterostomista se si
possono schiacciare.

IMPORTANTE
Queste indicazioni sono di carattere “generale”,
non sostituiscono uno schema dietetico personalizzato che in taluni casi
potrebbe rendersi necessario, in particolare con pazienti affetti da diabete,
patologie renali, celiachia, intolleranze o allergie a vari alimenti.
In questo caso si può contattare il servizio dietetico.



Senza prostata: mezzo uomo e pure incontinente



L’esplorazione rettale, ad opera del dito guantato dell’urologo, ha lo scopo di valutare la grandezza della prostata, la forma e la consistenza. Zone dure, irregolari, inducono ad ulteriori accertamenti o prelievi di tessuto prostatico (biopsie). L’esplorazione rettale valuta solamente la parte posteriore della prostata, e poiché l’85% dei tumori ha origine da essa, dà la possibilità di captare tumori solo in stadio avanzato.


IL dosaggio del PSA, nel sangue, è un altro metodo per scoprire tumori della prostata.

Il tumore alla prostata colpisce più frequentemente gli ultracinquantenni. Si può trattare con la chirurgia, la radioterapia, la terapia ormonale (castrazione chimica), occasionalmente la chemioterapia, o combinazioni di queste. Tutte le modalità di trattamento possono indurre significativi effetti collaterali come l’incontinenza urinaria e la disfunzione erettile, ed è per questo che il paziente deve essere informato delle possibilità di riabilitazione precoce del suo pavimento pelvico, per quanto riguarda tali disfunzioni.

La perdita di urina durante semplici azioni come il camminare, il tossire, lo starnutire o il piegarsi in avanti, è dovuto all’aumento della pressione intraddominale che si riflette sulla vescica e sui due “rubinetti” presenti lungo l’uretra maschile.

All’altezza della prostata, che viene rimossa chirurgicamente in toto, se è presente un tumore, o in parte, se è solo ingrossata da adenoma benigno, è presente il primo “rubinetto” che garantisce la continenza poiché è molto forte. Più distalmente, all’altezza della base del pene, sempre lungo l’uretra, immaginate la presenza di un secondo “rubinetto”, meno forte dell’altro, ma controllabile dalla volontà.
Dopo la rimozione chirurgica, il primo rubinetto se ne va con la prostata. La presenza del secondo, più debole e meno abituato a stare chiuso, favorisce l’incontinenza urinaria.
La terapista del pavimento pelvico, insegnerà a controllare le pressioni intraddominali, affinché non si riflettano troppo violentemente sul rubinetto deficitario, e a rinforzare l’unico rubinetto debole rimasto: quello interno, alla base del pene.

La disfunzione erettile invece è legata in parte al danno vascolare (arterie e vene) e in parte all’innervazione che, presente in un sottile velo intorno alla prostata, può essere danneggiata con l’intervento chirurgico. Il danno può essere temporaneo o definitivo. Tuttavia l’erezione è un fenomeno non legato solamente all’innervazione ma anche alla circolazione sanguigna, come ho appena accennato.
A tal fine, ovvero la ripresa della circolazione sanguigna attiva, esercizi mirati muscolari per il pavimento pelvico, elettrostimolazione, masturbazione (l'eiaculato post orgasmo che è sempre presente, andrà a finire in vescica) , o attività sessuale di coppia anche senza penetrazione, possono portare ad una precoce ripresa di fenomeni di potenza. Ovviamente ogni caso va valutato singolarmente.
Più si aspetta e più è difficile “sistemare le cose”.
Con la riabilitazione del pavimento pelvico, i risultati possono essere sorprendenti. Per tornare a sentirsi uomini interi e buttare per sempre il pannolino.


16 marzo 2014

Violenza sessuale sui minori: quando il pavimento pelvico nasconde un dolore mortale

Sede di arcaici istinti primordiali,
infinite passioni,
o perverse trasgressioni,
il pavimento pelvico
nasconde le insidie del nostro animo più intimo
o un dolore celato,
a volte,
mortale


1a parte

Non sento le gambe, e nemmeno il braccio destro, mi manca l’aria, aiuto. Soffoco. Non respiro. Dalla mia bocca non esce il suono delle mie parole, ma….mma, che succede!?. Ho paura. Ho una tremenda e folle paura.
In un bagno di sudore, scopro le lenzuola con la sola forza del braccio sinistro e mi catapulto giù dal letto. Il tonfo, sul pavimento di parquet di legno, rimbomba e sveglia Maria, nella stanza accanto. Nel buio oscuro, annaspo con le mani alla ricerca dell’interruttore della luce, intontito. Sono vivo. Lui non c’è. Non c’è! . Non sono a casa mia. Ah, ecco, sono dai signori Larsino, meno male.
“Giulio che succede? Giulio!?”. Maria entra nella mia stanza con l’espressione terrorizzata che io stesso credo di aver stampato in viso. Anche se visibilmente preoccupata, con la sua sottile presenza, mi trasmette una indescrivibile tranquillità. Mi aiuta a rialzarmi. Mi vedo un vecchio di novantanni. Ora le gambe le sento, calde, con un formicolio diffuso e dolorante.
“Devi aver avuto un bruttissimo incubo, vero Giulio?”. La abbraccio senza proferire parola. In questo vasto spazio solo il pavimento geme ancora e scricchiola sotto ai nostri piedi. Lei sa splendidamente di buono, ma la puzza di stantio e di muffa in questa mansarda è ancora più insopportabile quando fa così caldo.
E’ l’ennesima nottata irrequieta. Da cinque mesi non so come liberarmi dai fantasmi di un passato non ancora remoto.
“Stai bene Giulio?”, mi chiede sottovoce, con tono soavemente dolce, accarezzandomi la testa bagnata.
“Certo, si, certo Maria, grazie, ora va meglio”.
Quanto vorrei che rimanesse seduta accanto a me, ancora un po’, sul mio letto così vuoto e troppo grande per una persona sola. Poi, si alza con la leggiadria di una farfalla, in silenzio si avvia verso la sua stanza. La piccola sveglia digitale, richiama la mia attenzione. Giro la testa verso il comodino, sono le tre, la notte è ancora lunghissima. La luce fioca della piccola lampadina da libro, ancora accesa, è la mia unica compagnia in queste notti di prima estate, insieme al libro di Dan Brown.
Il grande lenzuolo ingrigito, bagnato di sudore, si attacca alla mia pelle appiccicosa e provo un fastidio irritante. La federa del cuscino, tappezzata di chiazze di saliva, vola quasi fuori dalla finestra semiaperta, a metà tra il muretto e il davanzale. La maglietta nera è fradicia, perfino lo slip da grigio chiaro è diventato grigio scuro per il sudore. Vorrei tanto fare una doccia ma sveglierei Antonio di sicuro, e poi si che sono guai. Da quando ha cambiato lavoro, è così irascibile che anche Maria si lamenta sempre. Se lo trovassi anch’io un lavoro alla Sestem, come operaio, certo, non in ufficio come Antonio Larsino, potrei essere, senza dubbio, il ragazzo più felice della terra, altro che lamentele antoniane!. Ma ormai le sue sono indecifrabili parafrasi del pessimismo cosmico, non c’è rimedio al suo lamento petulante. Meglio spegnere la lucetta, vediamo se riesco a non pensare.
Vivo in questa grande casa da cinque mesi e mezzo, un’eternità, e per quanto tempo ancora?. Agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio. Conto sulle dita i mesi che mancano al mio diciottesimo compleanno. Sette. Duecentoventuno giorni, poi forse sarò libero? Chi lo sa. Qui, Antonio e Maria Larsino mi trattano bene ma non riuscirò mai a sentirmi a casa mia, ed ora, che la scuola è finita, il vuoto che provo è immenso più che mai.
Mi manca tremendamente mia madre. Mi manca Melissa, mia sorella. Nonostante il male che mi ha fatto, per aver lasciato che gli assistenti sociali mi portassero via da lei, mia madre resta sempre mia madre e chissà quanto starà soffrendo anche lei adesso,senza di me, chissà se gli manco.
Maria, qui, non assomiglia neanche lontanamente a mia madre e Antonio, suo marito, è l’antitesi esatta del mio padre ideale. Maria è una superdonna, una cuoca che lavora dieci ore al giorno. La sua materna abbondanza, stimola in me un certo squilibrio ormonale e una desiderosa smania di crescere in fretta. A livello intellettuale credo sia nettamente superiore alla media, ma soprattutto ad Antonio, i cui tatuaggi declamatori, pregiudicano anche il suo quoziente di intelligenza. Non so cosa possa avere fatto innamorare Maria di lui. Lei, con il suo fisico statuario, ipertonico nonostante gli anni che ci dividono, gli occhi da gatto e dei bellissimi capelli rossi, è la donna dei miei sogni, peccato abbia il doppio dei miei anni e che io sia omosessuale. Anche Mauro,il mio ex, veramente ha il doppio dei miei anni. La nostra, e’ stata una storia d'amore troppo travagliata. La sua crisi d’identità, cinque anni fa, lo ha portato in clinica psichiatrica. Oggi lui si chiama Laura ed io, non mi riconosco più.
Antonio Larsino non mi piace affatto e si capisce. Credo che a pelle, lo abbia percepito anche lui.

Ho sete. Scendo delicatamente dal letto, silenziosamente, e a tastoni, senza accendere la luce, cerco il piccolo corridoio che porta alla scala. Spero che il pavimento non mi tradisca. Accidenti, penso tra me e me, le grandi assi trasversali scricchiolano sotto ai miei piedi. Mi mordo le guance per mantenere la bocca chiusa. Speriamo che Antonio dorma. Ecco, la lucetta della piccola abat jour in salotto mi apre il percorso. Come se cercassi l’acqua nel deserto, mi fiondo sul frigo. L’odore di erbette cotte da Maria ieri sera, è ancora presente nell’aria caldissima e umida. Anche la porta del frigo cigola a tradimento, e mentre allungo il braccio per afferrare la bottiglia gelata, sento dei passi dietro di me. Mi giro di scatto, vedo un’ombra avvicinarsi piano. Maria? Chiedo sottovoce. No, è lui, Antonio. L’ansia mi assale. Ho paura di lui, della sua voce profonda dal tono sempre serioso, arrabbiato. Prima ancora del suo volto corrucciato, noto il suo orribile torace peloso. E’ a petto nudo, in boxer extralarge e infradito. Le mie infradito! Dove le avrà trovate caspita! Ed io che sono a piedi scalzi perché non ho visto le mie ciabatte!. Viene verso di me. Adesso mi farà la solita romanzina per il mio consueto baccano notturno. Lo anticipo. “Scusa Antonio, ma non riesco a dormire bene ultimamente. Spero di non averti svegliato, io… non so come scusarmi”, incalzo non senza timore la mia frase sillabata.
“Forse faresti meglio a prenderla la tua pastigli--etta azzurra”, mi dice con determinata chiarezza e sottolineando le doppie nella parola pastiglietta.
“E’ un blando sonnifero, dai Giulio caspita!, Almeno riuscirò a dormire una notte intera!”, aggiunge senza lasciarmi la possibilità di replicare.
Mi sento sprofondare sul pavimento piastrellato. In colpa. Per il mio passato, che non mi fa dormire e che lui conosce benissimo. Ti odio Antonio, quanto ti odio.
“Si, … hai ragione, domani la prenderò” gli rispondo mogio, con voce tremante.
Mai come in quel momento, mi sentivo un perfetto estraneo, in quella fredda casa isolata, alla periferia di Treviso lontano dalla mia Padova.
Antonio si avvicina al frigo, apre nervosamente la porta. Io abbasso lo sguardo. Noto per la prima volta uno strano tatuaggio sul dorso del suo piede, una M in corsivo, nera. M come maledetto il giorno che ti ho incontrato.
“Dov’è la mia coca cola?, L’hai presa tu?”, bofonchia.
Sto ancora sorseggiando l’acqua nel mio bicchiere di plastica e lo guardo stupito. Con incredula espressione, sbarro gli occhi, gli porgo il mio bicchiere mezzo vuoto d’acqua.
“Certo che no, Antonio. Buonanotte, io torno su”.
Non ho mai capito perché sono qui, proprio con loro. Non hanno figli e forse per questo l’assistente sociale mi ha affidato ai coniugi Larsino. Ci dovrò stare per forza, almeno fino al processo di mia madre, o fino ai miei diciotto anni. Melissa invece è stata affidata all’istituto protetto per minori disagiati, insieme ad altre ragazze credo. Mia sorella ha tre anni di meno ed è incantevole, come Maria. Capelli rossi e boccoli. Non avrei mai pensato che ci avrebbero diviso. Lei ha sempre avuto una adorazione per me, da quando nostro padre se ne è andato. Aveva solo quattro anni, piccolina e minuta si aggrappava a me, fratello maggiore, ogni volta che si usciva con mamma e amici. Sembrava una scimmietta, la chiamavo Cita molto spesso, e lei rideva rumorosamente. Mi scendono le lacrime mentre penso a dove o con chi possa essere adesso. Chissà se sta bene, se dorme o se si sveglia tutte le notti come me. Chissà se fa ancora la pipì a letto. Ci hanno impedito di usare il cellulare o il computer per sentirci o scriverci, e ci hanno anche impedito di vederci. Fino al processo, che non sappiamo nemmeno quando sarà. Ci sono ancora indagini in corso su mia madre e qui mi sento praticamente in prigione.
Accendo la mia lucetta da libro. Mi siedo sul letto, la testa, tra le mani che sembrano sostenere i pensieri atroci che vagano in cerca di perché, mi appare pesantissima. Il vecchio specchio impolverato di fronte a me, incornicia perfettamente la mia gioventù bruciata. No, quello non sono io. Giulio, digli che non sei tu.
Approfitto per fare la doccia visto che Antonio è sveglio. Ci metterò pochi minuti e forse l’acqua calda concilierà il sonno, come mi dice sempre Maria. Meglio se prendo anche un lenzuolo pulito, qui nel mio piccolo armadio. Accidenti, sto facendo un gran casino, mi odieranno.
Il bagno cieco è nella mia camera da letto e le pareti sono piene di muffa. Anche l’accappatoio, che non si asciuga mai, sa di acqua stagnante. Me lo ha regalato Mauro. Il mio primo e unico amore transessuale.
Il potere rigenerante di una doccia calda è strepitoso. L’aria malsana, è ora ricoperta da un delicatissimo profumo di bagnoschiuma al talco, che usava mia madre per il bagnetto da bambini.
Torno in camera.
Non credo ai miei occhi.
Il letto è perfettamente ordinato, le lenzuola sono pulite, stirate, come nuove.
Maria?. Forse ha sentito che ero in doccia ed ha pensato di cambiarle. E’ di una gentilezza squisita. Domani devo ricordarmi di ringraziarla, ho paura di trovare Antonio se vado adesso di là.
Transito a petto nudo dal bagno al mio letto e mi infilo sotto al lenzuolo azzurrino. La federa del cuscino sa di pulito, di ammorbidente, e adagio volentieri il mio capo. Butto lo sguardo sull’orologio, sono quasi le quattro e il sonno sembra un lontano miraggio, poi improvvisamente riaffiorano i mostri del passato.


2a parte: Flashback, I mostri del passato: cinque anni prima

Sto terminando i compiti di matematica sul grande tavolo in cucina. Domani verifica, devo prepararmi bene. Mia sorella Melissa è in cameretta con una amica e gioca con le Barbie, le sue bambole preferite. Mia madre non mi ha mai aiutato con i compiti perché me la sono sempre cavata da solo. Adesso che sono alle medie, e che i compiti sono triplicati, le ore che trascorro sui libri mi impegnano tutto il pomeriggio. Meglio se ho la testa impegnata, così non sento la mancanza di mamma che lavora agli uffici tutti i giorni dalle tre alle otto. Avrei preferito che lavorasse al mattino, averla accanto a me, qui in cucina, a “spignattare” per la cena, sarebbe stato un sogno. Ma mi sa che anche stasera dovremo mangiare scatolette.
Sandro sta per tornare. Lavora alla Sestem, disegna costumi da bagno, ma turni strani, boh. Sta con mamma da quando avevo sette anni, subito dopo la scomparsa di papà. Ha una strana simpatia per Melissa, o forse è un mio pensiero, ma a lei dà subito un bacio appena entra in casa, e a me, mai, o a malapena un ciao. Un giorno gli sono saltato al collo, amorevolmente, con un affetto mai provato prima d’ora, e lui, mi ha scaraventato a terra insultandomi con un “Hey, che sei, frocio?”. L’ho disprezzato per settimane, finchè si vedeva l’ematoma sul ginocchio, poi me la sono fatta passare.
Eccolo.
Vedo la luce del portone lampeggiare.
Sento il rombo del motore.
Peccato che si sia comperato un’auto coupè, non riusciamo mai ad andare via tutti insieme.
“Ciao Giulio, la mamma è tornata?, Melissa dov’è?” , ecco come immaginavo, a me non chiede nulla.
“Mamma è ancora a lavoro non sai che torna alle otto?, Melissa in camera con Erica”.
Si avvia lungo lo stretto corridoio che separa il reparto giorno dal reparto notte. Lo specchio barocco sul caminetto, riflette la sua ombra camminare, che seguo.
“Ciao passerotto, dai un bacino a Sandrino. Sulla bocca Meli. Ah, Ciao Erica, ci sei anche tu?”. Sento che Sandro chiude la porta della cameretta a chiave e dice alle bambine di stare tranquille e giocare. Poi viene in cucina e si siede vicino a me. E’ incredibilmente paterno, mi chiede cosa sto facendo e si interessa dei miei conteggi.
“Cerca di non usare troppo la calcolatrice mi raccomando”, incalza con un occhiolino simpatico.
Mi piace questo Sandro.
“E… come va con le ragazze eh?”, mi chiede incuriosito. “Abbiamo già avuto qualche esperierenza eh Giulio? Hai già…”, aggiunge senza pudore mentre apre il frigo per prendere una lattina di birra. Nell’imbarazzo più totale e nell’inaspettato discorso mi perdo in un rossore indescrivibile. Che bello il suo interesse. Per la prima volta mi sembra che Sandro faccia il padre. Come ho sempre desiderato. Con difficoltà cerco di aprire il mio cuore e gli racconto di Lara, la mia compagna di banco.
“Le ho solo dato un bacio”, gli confido. “Lei è già donna ed io mi vergogno molto, secondo me vorrebbe che ci mettessimo insieme e poi qualcosa di più che un bacio, ma io non ho coraggio, mi sento inferiore”, gli confesso.
Sandro mi volge improvvisamente uno sguardo severo, quasi inquisitore. Ora è seduto accanto a me. Puzza di fumo di sigaretta. Il suo viso è vicino al mio, come se stesse per dirmi qualcosa all’orecchio. Il suo sorriso sardonico, non mi piace.
“Sssst…” , mi sussurra piano tenendo il suo dito indice sulle mie labbra. Poi, la sua mano finisce sulla mia coscia e successivamente là, sui miei genitali, sopra ai jeans.
“Sentiamo” dice . “Sentiamo se sei uomo”. La mia mano frena le sue dita curiose un attimo dopo che arrivassero al bottone dei jeans.
“Devi dire a Lara di fare così, Giulio, lentamente, in questo modo, ecco così”.
Mi prende la mano destra con la sua sinistra mentre scosta lo slip ormai rimpicciolito dai ripetuti lavaggi, e fa in modo che sia io a guidarlo in questa manovra scabrosa.
“Va bene, Sandro, basta ho capito, ho capito, basta, lasciami studiare adesso”. La mia voce trema di paura.
“Tranquillo, Giulio, ti insegnerò a diventare un uomo, non preoccuparti. Queste sono cose da uomini”.
Sono senza saliva e le guance infuocate nascondono, in realtà, il pallore in cui credo di trovarmi, per la nausea che provo. Sandro si alza di scatto, sistema la sedia sotto al tavolo e, in piedi, si slaccia la cintura pitonata dei pantaloni, aprendo bottone dopo bottone davanti ai miei occhi. Lo guardo stupito, poi, le mie pupille si abbassano, fissando nel vuoto il pavimento lercio.
“Guarda Giulio, cose da uomini, non avere paura, sei un uomo o no?”. Mi mostra il suo “coso”, andando fiero della sua misura che riprende con la mia squadra di geometria sul tavolo.
“Vedi?, diventerai cosi, forse”, aggiunge inscenando mezzo sorriso forzato.
Poi, con qualche manovra rapida che non capisco subito, mi mostra una sorta di massaggio, su e giù, ne dà spettacolo e la mia mente vaga nel ricordo dei racconti dei ragazzi di terza, durante l’ora di educazione fisica.
La nausea sale, ho un terribile mal di pancia, i conati sopraggiungono a catena. Non riesco a trattenere il vomito, e improvvisamente un getto innonda il pavimento già sudicio, arrestando l’orribile spettacolo a cui Sandro mi obbligava ad assistere.
“Ma sei stupido?”, mi offende senza ritegno, con volgari e meschini espressioni di disgusto per il mio malessere.
“Ora pulisci, cretino”, incalza.
E con i pantaloni ancora aperti se ne va in bagno mentre dalla cameretta Melissa batte a colpi la porta per uscire.
Non trovo la carta assorbente, solo il cartone cilindrico del rotolo vuoto, giace sul bancone della cucina. La cartaigienica è in bagno, oddio no, non voglio andare. Cerco un canovaccio, la mamma si arrabbierà un sacco. L’odore acre è insopportabile e accompagna i miei ripetuti conati successivi. Io non ce la faccio. Piango. Trovo tre piccoli asciugamani da cucina, nascosti dietro e incastrati al cassetto delle tovaglie, ecco perché non si chiude bene questo cassetto. Li stendo sul pavimento, la mamma poi li laverà. Non vedo l’ora di raccontarle tutto. Devo stare anche attento a Melissa e ad Erica, che rischiano di calpestare il mio disastro. Il libro di matematica, aperto sugli esercizi, è pieno di schizzi di nauseante vomito, che nascondono ora, il profumo di pagine patinate da me adorato.
Sandro torna in cucina come se niente fosse.
Non mi degna di uno sguardo ed io non so cosa fare né cosa dire. Non riesco più a studiare, impilo i miei libri uno sull’altro, l’astuccio, il diario e le penne ordinatamente sopra. Lascio la squadra sul tavolo e mi rinchiudo in camera ad aspettare la mamma.
Sono le otto e mezza, la mamma ancora non arriva. Melissa continua a dirmi di avere fame. Sandro è di là, sento la televisione accesa, la partita sta per iniziare e guai a chi parla. Mando un messaggio alla mamma, anche se lei odia essere disturbata quando è a lavoro, ma il cellulare me l’ha regalato lei, dice, per ogni necessità, e secondo me, questa, è una necessità. Anzi la chiamo.
Segreteria telefonica, noo. Lascio un messaggio vocale. “Mamma…, sono Giulio, dove sei”. Solitamente alle otto e mezza entri in casa. Sono le otto e trentuno adesso. Mamma dove sei, ti prego torna.
Melissa vola di là con Sandro, si siede in braccio come fa di solito, anche se ha quasi nove anni, sembra una bambina di quattro. Me la ricordo tale e quale con papà, prima che ci lasciasse per andare a vivere a Milano con quell’altra donna.
Melissa ha sempre avuto i capelli lunghi, con i boccoli. Papà infilava le dita sui suoi boccoli rosso ramato e le accarezzava il viso dolcemente, solleticandole i lobi degli orecchi. A me invece, toccava la coppa, rasata. Ho sempre avuto i capelli a spazzola, per comodità, e per assomigliare a papà. Quando si guardava insieme il telegiornale, sul divano, le nostre teste erano vicine, piegate, in simbiosi, un tutt’uno. Che bello che era. Mamma era perfino gelosa, e litigava con papà perché dava più attenzioni a noi che a lei.
Spio dalla porta semi aperta che dà sul salotto, Sandro e Melissa insieme. Non possono vedermi. Stanno mangiando patatine da un sacchetto scaduto, trovato nella vuota dispensa. L’ho notato prima, mentre cercavo gli stracci. Spero che mamma arrivi in fretta.


Il 50% delle persone che ha subito abusi sessuali anche solo verbali, mostra serie disfunzioni del pavimento pelvico con problematiche relative a ritenzione di urina, di feci, incapacità ad avere un orgasmo, incontinenza, impotenza, dolore pelvico cronico...


15 marzo 2014

I Pavimenti Pelvici non sono tutti uguali

Lo studio che ho trovato in internet è davvero interessante poichè confronta il pavimento pelvico di americane di origine africana e americane di origine europea. Sono stati confrontati 40 + 40 bacini pelvici. Le distanze tra i punti di ancoraggio del pavimento pelvico verso la parte ossea della pelvi sono state misurate in tutte le donne. Si è tenuto conto dell’altezza delle donne. Le donne americane di origine africana hanno il pavimento pelvico del 5,1% più piccolo delle americane di origine europea. Questo comporta maggiori rischi di parti distocici, complicati, ma meno disturbi dovuti ad eccessiva lassità dei muscoli del pavimento pelvico (es. prolassi), poichè l’area di muscolatura è nettamente inferiore. Obiettivamente le disfunzioni urinarie interessano maggiormente le donne europee occidentali che le africane ad esempio.


Objective: This study tests the null hypothesis that the size of the pelvic opening spanned by the pelvic floor is the same in African American and European American women. Study Design: Forty African American female pelvises were age matched with 40 European American female pelvises from the Hamann-Todd collection at the Cleveland Museum of Natural History. The distances between the anchoring points of the pelvic floor to the bony pelvis (pubis anteriorly, ischial spines laterally, and inferior lateral angle of the sacrum posteriorly) were measured on each half of the pelvis. Measurements from left and right halves were averaged. The cross-sectional area of the pelvic floor was calculated from these dimensions. The bi-ischial line divided the total area into anterior and posterior pelvic floor areas. Analyses taking into account differences in stature by dividing individual dimensions by height were also performed. Group differences were compared with the Student t test and the Mann-Whitney rank sum test. Results: African American women had a 5.1% smaller pelvic floor area than European American women (889.6 cm2 vs 937.0 cm2, 5.1% P =.037). This was attributable to a 10.4% smaller posterior area (365.3 cm2 vs 407.6 cm2, 10.4% P =.016), whereas the anterior areas were similar (524.3 cm2 vs 529.3 cm2, P =.61). The following measured distances were smaller in African American women: ischial spine to inferior sacral angle (5.4 cm vs 5.9 cm, P =.016) and bi-ischial diameter (10.0 cm vs 10.6 cm, P =.004). These distances remained significant after height was controlled. Conclusions: In African American women, the posterior pelvic floor area is 10.4% smaller than in European American women, resulting in a 5.1% smaller total pelvic floor area. (Am J Obstet Gynecol 2002;187:111-5.)


Bibliografia: Presented at the Twenty-Second Annual Meeting of the American Urogynecologic Society, Chicago, Ill, October 25-28, 2001
BSa J.O.L. DeLancey, MDb R. Caspari, PhD D.H. Howard, MPH, MD J.A. Ashton-Miller



14 marzo 2014

Neuromodulazione sacrale: che roba è?

La neuromodulazione sacrale è un sistema efficace per risolvere i problemi di grave incontinenza, seria ritenzione urinaria , dolore pelvico (es. cistite interstiziale), stipsi severa, ma solamente in alcuni pazienti selezionati. Ad esempio pazienti paralizzati, con sla, con sclerosi multipla, con lesioni midollari ma anche con incontinenza post chirurgica.
Consiste nell'invio di piccoli impulsi elettrici ad un nervo sacrale che controlla la funzione di svuotamento e riempimento della vescica e del retto.
I nervi si trovano nel tratto lombare inferiore, localizzati proprio sopra il coccige e sono detti nervi sacrali. I nervi sacrali contribuiscono a controllare la vescica, l’intestino, il retto e i muscoli del pavimento pelvico.
Per chi è affetto da stitichezza cronica, la neuromodulazione sacrale può aumentare la frequenza delle evacuazioni (la frequenza con cui si va in bagno), la facilità di svuotamento e ridurre il dolore e il gonfiore addominale correlati.

Un filo elettrico molto sottile che termina con 4 piccoli elettrodi) viene collocato accanto al nervo sacrale e collegato ad uno stimolatore impiantato (poco più grande di una moneta), che invia piccoli impulsi elettrici ad altri nervi sacrali.
Questa stimolazione elettrica continua è in grado di alleviare o eliminare il disturbo. Il sistema di stimolazione che viene impiantato in anestesia locale è composto da uno stimolatore, generalmente collocato nel gluteo o talvolta nel basso addome, che può essere comandato dall'esterno con un apposito telecomando in dotazione al paziente. Lo stimolatore contiene una batteria ed un circuito elettronico per il controllo della stimolazione.
L'impianto di tutto il sistema si svolge in anestesia locale e con una durata complessiva di 30-40 minuti:

foto tratta dal sito: http://www.ginsnet.org/nms.htm

Nella parte superiore del gluteo viene creata un'incisione a "tasca" appena sotto la cute per contenere lo stimolatore, che nel frattempo è stato collegato all'estensione. Il sistema così composto viene collaudato per garantire l'idoneità del collegamento elettrico dallo stimolatore fino all'elettrocatetere, attraverso l'estensione. La procedura non è esente da rischi pertanto è lo specialista proctologo o urologo che decide caso per caso, il paziente candidato.

13 marzo 2014

L'ipotiroidismo e il pavimento pelvico assotigliato

L'ipotiroidismo è una patologia che interessa la tiroide e la sua funzionalità.
Quando una persona soffre di ipotiroidismo, ovvero ipo funzione della tiroide, il tessuto connettivo, nella sua componenete collagene, risulta disomogeneo.
Il tessuto connettivo è uno dei quattro tipi di tessuti che compongono il corpo umano.
Tutte le cellule dei diversi tipi di tessuto connettivo si trovano disperse in una sostanza gelatinosa, liquida o solida denominata matrice. La matrice cellulare è costituita da una porzione fibrosa, composta da proteine.
Tra le proteine in questione è presente il collagene.


In particolare vi è una correlazione tra il tessuto connettivo ed il pavimento pelvico che è formato anche di una parte di esso.
Pertanto, le persone che soffrono di ipotiroidismo potrebbero manifestare disturbi del pavimento pelvico (clicca sul link sottolineato sotto per conoscere tali disturbi del pavimento pelvico), per il fatto che la componente di collagene è notevolmente ridotta, il connettivo non risulta nella norma e quindi la muscolatura del pavimento pelvico è più assotigliata, meno resistente, più lassa.

http://www.pelvicstom.blogspot.it/2013/12/la-riabilitazione-del-pavimento-pelvico.html


I muscoli evidenziati in rosso sono di fondamentale importanza per la continenza urinaria, fanno parte del pavimento pelvico e possono risentire degli effetti dell'ipotiroidismo.

9 marzo 2014

Il cancro del colon e del retto


Il cancro del colon rappresenta attualmente la seconda causa di morte per neoplasia nei paesi occidentali (dopo il cancro del polmone per l’ uomo ed il cancro della mammella per la donna).


In particolare il Italia ci sono 25.000 nuovi casi /anno. L’incidenza maggiore si registra in Nord America ed Europa Orientale mentre è minore in Asia, Africa e Sud America.Probabilmente per il tipo di alimentazione, anche se non è l'unico fattore di rischio.
Il picco d’insorgenza è tra i 60-70 anni

I fattori di rischio sono di tipo ereditario, non ereditario ed alimentare e sono rappresentati da:

malattie eredo-familiari: poliposi familiare del colon, sdr. Di Peutz-Jeghers, sdr. Di Lynch (tendenza ereditaria a sviluppare carcinomi del colon in assenza di poliposi)
polipi del colon malattie infiammatorie croniche (retto-colite ulcerosa e morbo di Crohn)
età (l’incidenza superiore tra le persone di età compresa tra i 60 e i 70 anni )
dieta ipercalorica e ricca in grassi animali e dieta povera di scorie

                                                             
                                                                Polipi del colon

Sono piccole escrescenze dovute al proliferare della mucosa intestinale: sono neoplasie benigne ma possono evolvere in neoplasie maligne.
La colonscopia è l'esame che ne evidenzia la presenza. Anche la ricerca del sangue occulto nelle feci può nascondere la presenza di un polipo. In ogni caso, evacuare e
pulirsi con la carta igienica guardando se è sporca di sangue, può essere prevenzione. Per escludere un tumore, il coloproctologo potrà evidenziare la presenza di emorroidi sanguinanti e tranquillizzarvi.
La probabilità che un polipo del colon evolva verso una forma invasiva di cancro dipende dalla sua dimensione.

La terapia di scelta del tumore del colon-retto è la chirurgia. L’intervento chirurgico consiste nell’asportazione di un tratto di colon e/o del retto e ricostruzione della continuità del canale alimentare. Se non è possibile ricostruire il tramite subito, si confeziona una stomia temporanea (ovvero si collega alla pancia un pezzo di intestino a monte della congiunzione interna, per poter far fuoriuscire le feci senza che queste passino per la sutura interna).
SE il tumore infiltra gli sfinteri anali, il chirurgo confezionerà una stomia definitiva poichè bisognerà amputare completamente il pavimento pelvico.
Si ricorda che la stomia è l'abboccatura dell'intestino alla pancia, dove verrà poi attaccato un sacchettino adesivo, per raccogliere le feci.

La chemioterapia rappresenta l’unica terapia nei casi di tumori in fase avanzata ovvero quando sono intaccati i linfonodi.
La radioterapia sia pre che post-operatoria è efficace per i tumori del retto, per ridurne il volume (se pre intervento) o per ridurre il rischio di recidiva (cioè che il tumore si riformi nello stesso posto, se post intervento).




Coni vaginali per rinforzare i muscoli del pavimento pelvico femminile


L’approccio terapeutico che prevede l’utilizzo di coni vaginali, in tutti quei casi (e sono molti…) dove si presenta una debolezza dei muscoli del pavimento pelvico, è ampiamente conosciuto dalla medicina da oltre 50 anni con i famosi coni di Plevnik, ma era rimasto almeno per l’Italia, solo a livello empirico, teorico, concettuale. Ora la presenza sul mercato dei coni vaginali è già da qualche anno ampiamente diffusa all’estero come in Germania, Francia, Inghilterra Danimarca Norvegia Svezia, Brasile ecc. In alcuni di questi paesi, il prodotto è addirittura in regime di convenzione col sistema sanitario nazionale o le varie assicurazioni assistenziali private. Nello specifico, In Francia alle neo mamme, come lasciano la struttura ospedaliera, viene garantito un trattamento riabilitativo che prevede tra i trattamenti di riabilitazione del pavimento pelvico, anche l’utilizzo dei coni vaginali, offerto dal sistema sanitario nazionale.


L’utilizzo e il principio attivo è semplicissimo, forse per questo è così efficace. Si parte dal cono più leggero, un pò di crema/gel vaginale (sempre!!! …..che agevola sia l’inserimento che la sensazione di espulsione… poiché in caso di eccessiva secchezza vaginale il cono potrebbe restare in sede non per tono perineale ma bensì per aderenza alle pareti
vaginali…).
Il cono si inserisce in vagina per 10/15 minuti e si continua a svolgere la normale routine quotidiana, (l’esperienza estera dice che la donna lo svolge di mattina lo inserisce e chi si fa la doccia, chi stende il bucato, chi prepara la colazione, accompagna i figli allo scuolabus, ecc.) purché
svolta in posizione eretta. Il cono per la sua conformazione e per l’inevitabile forza di gravità, tende a scendere e induce alla donna (al fine di trattenerlo), ripetute contrazioni riflesse (volontarie/involontarie) e selettive, a carico cioè esclusivamente del muscolo elevatore dell’ano e nello specifico del pubococcigeo (il muscolo che regola gli sfinteri), tonificandolo e rinforzandolo.
Quando si è in grado di trattenere senza sforzo il cono bianco (periodo molto variabile, mediamente dopo 30-35 giorni) si passo a quello di peso successivo in quanto la muscolatura deve sempre essere
gradualmente sollecitata, (un po’ come l’incremento dei pesi in palestra per aumentare la forza muscolare…) per una durata media della terapia iniziale di quattro mesi.





2 marzo 2014

Quel dolore vaginale che si chiama VULVODINIA



La vulvodinia è una condizione caratterizzata da un dolore persistente dei genitali femminili con sensazione di bruciore e spesso, ma non sempre, difficoltà nei rapporti sessuali, che colpisce il 12-15% delle donne determinando effetti negativi sulla qualità della vita.
Anche se è un disturbo diffuso, la vulvodinia può rimanere non diagnosticata e non curata per anni perché è una patologia conosciuta da pochi medici e trattata in pochissimi centri di riabilitazione del pavimento pelvico; può essere difficile da diagnosticare ed è spesso interpretata come “psicogena” e quindi di competenza dello psicologo.
La causa esatta della vulvodinia non è ancora nota. Molti fattori potrebbero scatenare l’insorgenza della patologia: frequenti infezioni vaginali, lesioni del nervo pudendo (il nervo più importante del pavimento pelvico), ipercontrattilità vulvo-perineale, alterazioni genetiche, ma anche traumi psicologici legati a rapporti sessuali, visite o interventi chirurgici ginecologici.
I sntomi sono il prurito, il bruciore, spesso ma non sempre è presente l’arrossamento della mucosa o l’irritazione vulvare, unitamente a fastidio o a dolore anche molto forte senza particolari movimenti.
La visita ginecologica non deve prescindere dall’ascolto della paziente e dei suoi sintomi. Il ginecologo prescriverà eventuali esami (tampone vaginale, biopsia vulvare, vulvoscopia, colposcopia) che permettono di escludere altre patologie. Se questi esami non evidenziano alcuna alterazione e il disturbo è presente da almeno 3 mesi, è possibile diagnosticare una vulvodinia.
Non esiste una terapia unica che vada bene per tutte le donne perché ogni caso è complesso e investe vari fattori.
Le terapie attualmente più utilizzate possono prevedere: infiltrazioni, anestetici locali in crema, farmaci che agiscono sul dolore, Riabilitazione del pavimento pelvico con elettrostimolazione (tens), riabilitazione della muscolatura vaginale con specifici massaggi ed esercizi, oppure chirurgia, psicoterapia individuale e di coppia.
Alcune norme di comportamento e igiene possono aiutare a prevenire o a tenere sotto controllo il dolore:
• indossare biancheria intima bianca e pantaloni comodi e ampi . Usare detergenti intimi adeguati: delicati, non profumati (acquistarli in farmacia);
• evitare che lo shampoo o il bagnoschiuma entrino in contatto per lungo tempo con l’area vulvare;
• non trattenere a lungo l’urina;
• cercare di avere un intestino regolare;
• usare assorbenti solo se strettamente necessario (ciclo mestruale)
• evitare salva-slip ! (se soffrite di perdite di pipì con sforzi particolari avete bisogno di riabilitazione del pavimento pelvico !)
• applicare un panno freddo o fare un bidet con acqua fredda dopo i rapporti sessuali;
• evitare esercizi fisici che comportino un eccessivo sfregamento e frizione sulla regione vulvare (es. bicicletta, ciclette o spinning).




Complicanze stomali

Una stomia è qualsiasi abboccatura di un organo cavo alla cute.
Stomia infatti, in greco, significa bocca.
Esistono le ileostomie, le colostomie, le urostomie, le tracheostomie, le esofagostomie e tante altre, a seconda dell'organo cavo interessato.
Le complicanze stomali si presentano sulla stomia o nella zona peristomale cioè intorno alla stomia. Nel'ambulatorio di riabilitazione dei pazienti stomizzati l'enterostomista aiuta i pazienti a trattare precocemente tutte le complicanze al fine di evitare dolorose conseguenze.
Ecco due foto di stomie complicate. Si tratta di derivazioni intestinali per cancro del colon retto (foto 1) e per diverticolite perforata (foto 2)

E' severamente vietato utilizzare le foto seguenti senza il consenso della titolare del blog.

Foto 1
foto sopra Ileostomia destra: lesione peristomale


Foto 2
Foto sopra : Colostomia sinistra: Irritazione cutanea di primo grado da contatto con feci acide

1 marzo 2014

Esistono anche le storie tristi, che fanno pensare



Il racconto è stato elaborato dalla sottoscritta, titolare del blog, su consenso scritto della protagonista. A tutela della privacy, i nomi sono stati modificati.


Sono stata via da casa solo quindici giorni eppure niente mi sembra come prima. Il cuscino di Carlo è stroppicciato e si vede che il lenzuolo non è ben disteso. Il mio posto invece è ancora immacolato. Senza pieghe. Carlo non ha cambiato le lenzuola ma in realtà non lo ha mai fatto o forse non lo sa fare. Siamo sposati da quattro anni e mi ha aiutato una volta a girare il materasso. Sul pouf di ecopelle ai piedi del letto c'è ancora la mia guepiere di pizzo e il bustino di raso bianco con il reggicalze. Carlo ha lasciato tutto là, immacolato come il mio posto. Abbiamo fatto l'amore la sera prima che mi ricoverassi come mai l'avevamo fatto prima d'ora. Le candele bianche alla vaniglia sui comodini creavano un'atmosfera magica. Anche la crema corpo alla vaniglia che ci siamo spalmati a vicenda inebriava la stanza come in una spa. Non le vedo, "dove sono le candele?" forse Carlo le ha riposte sul mobiletto del salotto dove teniamo tutte le candele. Vado a vedere . Non le trovo. Dopo gli chiederò dove le ha messe. Penso che tornerà per cena. Mi hanno dimesso un giorno prima del previsto ma ho voluto fare una sorpresa a Carlo. Mia madre mi ha accompagnato a casa con una pentola di minestrina. Sono stanca di minestrina, stracchino e purè ma la minestrina della mamma ha un gusto indubbiamente diverso, è semplicemente buona, e stasera non vorrei altro. Torno in camera e appoggio il borsone. Domani butterò tutto in lavatrice. Lo specchio lungo e stretto sulla parete non mi abbandona un secondo. Mi guardo di profilo e mi sembra di non avere più un profilo. I glutei sono scomparsi, la pelle cadente, il seno è inesistente ma forse è la tuta che mi inganna. Il cappuccio nasconde le spalle ricurve. Soffro di scoliosi sin da quando ero bambina ed ora questo difetto è ancora più evidente. Mi sembro una vecchia di 90 anni. I capelli grassi mi danno veramente un'aria di trascuratezza. Forse dovrei truccarmi un po'. Il mio sguardo incontra i nastrini di raso del reggicalze sul pouf e la coppa C del bustino bianco. Chissà se riuscirò mai ad indossarlo di nuovo?. Prendo il cellulare dalla tasca ed entro nell'album foto per cercare quelle che Carlo mi ha scattato quella sera. "Che sexy che ero". Carlo mi adora quando indosso questa biancheria. Comperai tutto in un negozio del centro dopo che mi aveva fatto intendere che voleva qualcosa di più piccante nelle mie prestazioni sessuali. Non sono riuscita a prenderlo nero. Troppo aggressivo per me anche se lui lo avrebbe scelto sicuramente rosso o nero. Un po' mi sono sentita obbligata, avrei preferito che fosse una mia iniziativa. Perchè non ci ho mai pensato io? Entro nel bagno della camera e mi accorgo che il mio accappatoio non c'è. Ne ho due e manca quello di spugna rosa che mi ha regalato Carlo per il mio compleanno. "Che carino!" avrà pensato di lavarlo e farmelo trovare pronto. Lo cerco in lavanderia tra il bucato sporco , sullo stendino vuoto dei panni stesi, dentro alla lavatrice, in bagno. Non c'è. Il silenzio della mia casa è interrotto dal miagolio del gatto sul davanzale che sembra voglia salutarmi. Fa le fusa e vuole le crocchette come fa sempre quando torno a casa da lavoro. Infatti è proprio la stessa ora, solo che non sto tornando da lavoro. Il direttore mi ha chiamato stamattina per farmi gli auguri per la mia guarigione. Chissà quando sarò in grado di tornare. Torno in camera e mi spoglio. Mi guardo nuovamente allo specchio. Di fronte stavolta. La tuta nera mi fa sembrare ancora più magra, ho perso sette chili in due settimane e già ero sottopeso. Sfilo la canottiera e apro la ventriera che mi toglie il respiro da quanto è stretta. Un paio di mutandoni mi ricordano che la Alice sexy è solo sulle foto dell'Iphone. Il sacchetto è pieno e devo svuotarlo. E la prima volta che lo faccio da sola. Le infermiere si sono occupate di me meravigliosamente. Ho anche lasciato una lettera di ringraziamento per tutto il personale. Ora però devo fare da sola. Carlo non vede la mia pancia da quindici giorni. Dice che non ce la fa. Si sente male se vede un cerotto e Fanni, la mia enterostomista, ha cercato di fargli capire che una stomia non è una ferita chirurgica. Speriamo me lo tolgano presto questo sacchetto. Provo da sola. La puzza, la mia puzza mi fa scoppiare in un pianto a dirotto. Piango per due ore o forse tre e poi sembro non averne più di lacrime. Leggo la lettera che la mia enterostomista mi ha scritto prima che andassi via dal reparto e mi sento un po' meglio. Ho voglia di fare una sorpresa a Carlo.
Ho voglia di fare l'amore con lui stasera come due settimane fa. Non importa se sono dimagrita. Sono sempre Alice, innamoratissima del mio Carlo. Mi faccio una doccia, Fanni dice che anche se hai il sacchetto puoi fare la doccia e anche andare al mare. Mi sistemo i capelli e mi metto un po' di lucidalabbra. Nel cassetto cerco un paio di autoreggenti che avevo comperato per carnevale. Ricordo di averle messe nel terzo cassetto. Mio marito si era voluto vestire da donna e le avevo tenute. Sono nere e non s'intonano molto con il completino di raso bianco ma agli uomini piacciono credo. Prendo in mano la Guèpiere, il bustino di raso bianco con il reggicalze e provo la nuova sensazione. Ci entro. Quasi mi piaccio. Mi spalmo la crema da corpo alla vaniglia e cerco altre candele in salotto. Sono le nove e Carlo non mi ha ancora inviato un messaggio. Sarà successo qualcosa? Provo a chiamarlo anche se lui si aspetta che io sia ancora in ospedale. Domattina sarebbe dovuto venire a prendermi. Segreteria telefonica. 21.30 mi scaldo la minestrina perchè mi sento debole e gli mando il terzo messaggio. Dove sei? Chiamami. Squilla il mio cellulare prima che riesca ad inviare il messaggio. Nello stesso tempo sento la chiave della porta girare nella toppa e mi alzo di scatto per andare a vedere chi è. Ho una copertina sulle spalle anche se sono 25 gradi fuori. Mi trovo Carlo davanti con gli occhi sbarrati. Ha il telefono stretto tra la spalla e l'orecchio, stava chiamando me. "Che ci fai a casa tu?" "Car....lo..... ........." Nè un abbraccio, nè un sorriso. Gelo. Dietro di lui, una stronza puttana con le mie candele in mano e sul trolley nero il mio accappatoio rosa.

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