31 gennaio 2016

Voglio farti un regalo

Ringrazio Franca per avermi ispirato a raccontare questa storia. La sua. 

Entro nella tua stanza e non ti scomponi. Hai gli occhi chiusi e le labbra cucite. Sei in pensiero per la diagnosi e ancora non sappiamo nulla.
Siedi nel letto stringendoti le ginocchia con le mani e abbandonando il capo all'indietro, contro il muro.
Amore...Voglio farti un regalo.
Non mi volgi lo sguardo. Sei ancora nel fondo del tuo mare, disancorata e triste. Scardinata dalla finestra delle
certezze. L'intervento è stato tremendo e atroce. Ci ha demolito entrambi d'accordo, ma adesso dobbiamo ripartire, insieme.
Voglio farti un regalo.
Qualcosa di speciale, che ti lasci senza fiato. Qualcosa di unico, di raro, di bello.
Che ti faccia scendere una lacrima, di gioia. Che ti generi un brivido lungo la schiena. Che ti riscaldi gli occhi in quel letto d'ospedale, e il cui profumo ti giunga nei sogni per farti riposare.
Voglio farti un regalo, che riempia il tuo comodino vuoto di riviste ispiratrici e illumini la tua stanza, la sera, con la lucina che vedi dalla finestra. Che ti faccia dimenticare il dolore e assaporare il mio amore. Te lo sussurro piano, steso accanto a te, mentre ti stringo forte, affondando le mie labbra sul tuo collo. Voglio farti un regalo.
No, non ruberò una stella portandotela in mano, e non chiederò alla luna di cullarti nel cielo. Non chiederò al vento di liberarti da un sentiero accidentato e serpeggiante, quello che stai attraversando. Non ti regalerò la luce sul buio della tua città lontana, o la quiete sul suo trambusto. Niente di tutto questo.
Perchè ti rabbui amore mio ? Mi appare incerto e insicuro adesso il tuo volto . Non è il piglio scontroso che voglio vedere nei tuoi occhi. E' forse colpa della mia struggente poesia?
Rovesci la testa all'indietro ridendo. Finalmente ti riconosco.
Guarda fuori amore mio, vieni. Ti aiuto ad alzarti. Ti appoggio la vestaglia sulle spalle e ti cingo la vita piano. La notte è bella sotto al cielo, vero?. Basta abbandonarsi e liberarsi dall'angoscia perpetua della paura di morire. Tu vivrai sempre con me. Te lo prometto. Te lo giuro. Perchè la vedi quella lucina lassù? Quella sulla collina, che tanto hai ammirato quando dalla finestra del nostro fatiscente appartamento ti incantavi a guardarla. Se spegni la luce di questa stanza la vedi meglio, brillare. E' la luce della splendida casa piena di rose antiche e piante di peonie color cipria che sbocciano a maggio. E' la casa sulla collina, quella che sognavamo per i nostri bambini e le nostre domeniche di libertà. Accenni ad un "si" poco definito. Sembri non capire. Poi, quando intoniamo la nostra canzone, quella di Baglioni, "sulla strada di casa", che cantavamo a casa la sera, come una ninna nanna, ma bassa, smorzata, quasi se temessimo di disturbare i grilli, ti scende una lacrima e capisci finalmente. Amore mio, è quello il mio regalo per te. La vedi ? E' la casa sulla collina.
Incredula mi contagi della tua felicità, soffocandomi con il tuo abbraccio e dimenticando per un attimo la tua malattia e ciò che è stato. Ora dobbiamo pensare al domani, alle rose, alle peonie, ai bambini che faremo. Sbrigati a guarire amore mio ! I miei occhi si appannano di lacrime. E ci stringiamo in una stretta senza fine.

Il gruppo Stomizzati visto dalla psicologa

Molte volte mi sono chiesta … ma perché le persone Stomizzate dovrebbero partecipare al gruppo? Che cosa si aspettano? Vedono il gruppo come persone che aiutano a risolvere i piccoli-grandi problemi tecnici nella gestione della quotidianità? Vorrebbero trovare degli amici?
Tra le persone che vengono, c’è chi ha già fatto buona parte del percorso terapeutico e vede la luce, la speranza di tornare ad essere autore della propria vita; ma c’è anche chi è appena stato dimesso dall’ospedale ed è confuso e smarrito, si sente vittima del destino e della fragilità umana. Ma c'è anche chi, pur avendo di fatto già superato la parte più difficile del percorso, si sente comunque prigioniero del proprio passato.

Ed io come professionista, in quanto psicologa cosa posso fare? Certo, posso dare consigli o fare in modo che alcune persone diano consigli ad altre. Ma in realtà, credo che la cosa più importante sia essere la' gli uni con gli altri, e non gli uni per gli altri. 
Di volta in volta si costruisce l’incontro, nulla è prestabilito. Non vi è un relatore e una platea che ascolta, ma tutti sono protagonisti.
Mi immagino tutti sopra ad un grande materasso, di quelli che si vedono nelle palestre. Non è proprio facile camminarci in un materasso del genere, perchè si può scivolare e cadere. Ma qualsiasi cosa succeda nessuno si farà del male, perché il materasso attutisce i colpi, e, accanto a ciascuno, ci sarà qualcun altro che tenderà la mano e aiuterà a rialzarsi.
Qualcuno potrebbe esprimere che quando ormai è superata la parte più critica del percorso, quando  i cicli di chemioterapia e radioterapia sono finiti e si intuisce che la situazione sta evolvendo per il meglio, è facile che tutto vada bene. È facile parlare.
Ma quando il cancro ti bussa alla porta e devi  iniziare un percorso di lotta e sofferenza, invece, dopo l’intervento, è davvero dura. È difficile parlare, perché paradossalmente la mente lascia molto spazio ai pensieri, alle paure, alle insicurezze. Il cancro zittisce e cela le parole in fondo, in un angolo nel cuore.

La sensazione potrebbe essere quella di trovarsi in balìa del mare. Le onde possono farci sbattere contro la scogliera e farci male, possono portarci al largo e far emergere un sentimento di solitudine, oppure possono cullarci e farci sentire rassicurati.  Ecco, durante il gruppo,  provate a chiudere gli occhi e a pensare alle persone che vi stanno attorno. Sono uguali a voi. Vi capiscono. Soffrono come voi o hanno superato come supererete voi. Riuscite a vedere ma soprattutto a sentire la loro presenza? Sono loro le vostre ancore, sono loro che vi faranno stare nella loro barca, che vi offriranno il meglio di loro stesse. In questo periodo ci sarà chi si avvicinerà  e chi si allontanerà, ma sarà per voi motivo di rivedere la vostra vita, le vostre esperienze, con occhi diversi.

Nel gruppo di auto mutuo aiuto c’è l’occasione per prendere consapevolezza delle proprie sensazioni, per esprimerle senza timore. Ci sarà sempre qualcuno che le coglierà e vi aiuterà a superarle. Se vi sentite a disagio, ditelo: è un arricchimento per il gruppo.  Il gruppo si evolve, cambia con le persone e grazie alle persone che vi partecipano. Grazie a voi. 

Dott.ssa Caterina Bertelli 
Psicologa del gruppo Stomizzati Ulss 2 Marca Trevigiana (Ex Ulss 8) in foto sotto
metodologia del gruppo (clicca )





30 gennaio 2016

Affinità elettive

E' buio nella stanza 22.
Il mio paziente sta dormendo da molte ore e non sente la porta aprirsi. Entro adagio, ma gli zoccoli in gomma stridono al primo passo sul pavimento ancora umido. La signora delle pulizie deve essere appena passata. Un odore di detergente e di pulito aleggia nella stanza.
Reggo sotto al braccio l'agenda azzurra e alcuni fogli da lasciare ad ogni paziente prima della dimissione. Il mio paziente sente il fruscio dei fogli di carta e si gira lentamente dalla mia parte sbarrando gli occhi. E' felice di vedermi. Lo capisco quando allunga la mano destra verso la mia sinistra, come per prendermi la mano, non in segno di stretta formale ma di carineria affettuosa. E' fredda la sua mano, come i piedi. Gli chiedo se vuole una coperta di lana o qualcosa di caldo da bere e mi dice semplicemente grazie. Un grazie educato e umile, silenzioso e pacato. Un grazie morbido che esprime tutto il suo bisogno di essere assistito e curato.
Mi siedo accanto al suo letto, in silenzio. Non posso fare a meno di notare il libro che giace nascosto sul ripiano del comodino, dietro al pacchetto di salviette. La nostra, è proprio una affinità elettiva, penso tra me e me, come quelle di Goethe e dei Dolori del giovane Werther. E' questo il libro che sta leggendo. Un segnalibro in cuoio esce dal libro a quasi  venti pagine dalla fine.
I suoi occhi mi fissano inquieti. Sembrano fibrillare velocemente e instancabilmente. Sorrido. Un sorriso lieve e senza peso, a labbra sottili, per rispetto del suo dolore.
Lui, nervosamente, arrotola le maniche del pigiama blu, accuratamente, e chiude l'ultimo bottoncino sul collo. Il mio paziente è elegante anche in un letto di ospedale. Si sposta la frangia di capelli dividendola a metà, dietro le orecchie. Indossa un paio di baffi rubati agli anni settanta e un tenue profumo di dopobarba mi inebria ad ogni movimento della testa. La sua vita non può essere appesa ad un filo, non è possibile.
Ha l'addome gonfio come un pallone oggi. Ascitico. Gli occhi verdissimi sono circondati da un alone giallo, come la pelle del viso. Si lamenta di un prurito diffuso, dai palmi delle mani al collo e alle gambe. Poi, rompe un silenzio pesante e afoso con una frase: "Ho intenzione di aprire un ristorante". Ho come un sussulto nella sedia e resto ammutolita dalla sua forza di volontà. "Appena mi rimetto chiamerò un'impresa per alcuni lavoretti". Basita. Perchè mentre lui vive in una scatola oscura, ignaro di ciò che realmente accade fuori, la sua vita si sta consumando in questo letto, con uno stupido cancro. Decido di chiaccherare con lui, dei suoi progetti e dei suoi piani. Un'ora trascorre in fretta e non me ne accorgo. Mi propone anche un disegno, uno schizzo del suo sogno meraviglioso. Non conoscevo la natura creativa e artistica del mio paziente.
Poi, d'un tratto, mi riprende la mano, la sinistra, quella in cui porto un anello con uno smeraldo verde. "Verde è speranza..." aggiunge, mentre il mio sguardo si fa cupo e triste. Mi sento arenata in uno scoglio dove mi è impedito ogni tentativo di compiere l'ultimo salvataggio.
Non so se la sua sia davvero consapevolezza. Io lo saluto tenendogli quella mano gialla e secca, fredda, con una sola gelida verità.  Quella dell'ineffabile immobilità della sua vita. Tra i due, essere l'unica a saperlo mi carica di un peso assurdo.
Incrocio le dita delle mie mani e stringo forte la mia pietra verde, quasi un amuleto per lui, mentre esco dalla stanza piano, irradiando affinità elettive tra il disastro della malattia. Perchè il sopraggiungere della morte avverrà presto, prestissimo, tra poche, pochissime settimane.  






 "Sto male ovunque e ovunque sto bene: non desidero nulla, non chiedo nulla. Sarebbe meglio che me ne andassi. "

27 gennaio 2016

La fotografia mi ha salvato la vita

Da una storia realmente accaduta...

Reggo tra le mani umide una foto grande quanto una cartolina. La osservo da ogni lato cercandone il senso. La alzo verso la luce, la scruto attentamente, la giro, la appoggio, la appendo.
Il mio paziente me l'ha appena consegnata, in una busta giallo ocra, con tanto di sigillo in ceralacca rosso mattone. 
"Per Fanni. Scrivi la mia storia ti prego" . La frase primeggia a tergo. E' scritta con una penna stilografica nera, in corsivo antico, con i riccioli sulle vocali e la "F" barocca. 
Lui sa quanto io sia attenta alle emozioni che si celano dietro ad espressioni rubate e improvvise. Sotto a parole singhiozzate o strozzate. Sopra ad un cuore sofferente. E tra i particolari di un'immagine. Ma soprattutto lui sa, che con la fotografia, ha ricominciato a vivere, immortalando la vita in un click, in un fotogramma dinamico o in una sola unica immagine mai statica, come questa, che mi lascia basita. E me lo vuole dire. Vuole che il mondo lo sappia.

Avevo quattro anni quando mio padre mi regalò una polaroid. Ero convinto che fosse mia, in realtà era un regalo di mamma, per lui, ma non esitò mai a farmela usare.  
Fotografavo tutto. Un sassolino incastrato nella suola della scarpa, la ragnatela sotto al tavolo in cucina,  una mosca sulla cacca di cane. Fotografavo una candela accesa ma quasi consunta, una scodella di latta rotta e arrugginita o il verme nella mela. Non mi interessavano i visi nè i sorrisi, le foto in posa nè i paesaggi. 
Appendevo le foto in fila, nella mia cameretta e costruivo la mia storia felice, come fotogrammi nella pellicola di un film. Chissà cosa vede un ragno dall'angolo del soffitto?. Ecco, prendevo la scala e salivo su con lui, a fotografare in giù, verso il basso, attraverso la sua ragnatela, come se fossi io il ragno. 
Quando mi ammalavo, d'inverno, me ne stavo a letto a guardare le mie foto. Mi davano una forza incredibile. Mi facevano guarire. Come?. Semplicemente perchè rappresentavano  la vita che incessantemente scorreva ed io, nel mio materasso, me la stavo perdendo. Dovevo guarire in fretta per scattare altre foto, tantissime foto. Una infinità di foto.
Poi un giorno, è arrivato lui, il cancro. Un po' in anticipo, secondo i miei calcolati piani, ad affliggere la mia aria melodrammatica. Il mio film prevedeva la malattia durante la vecchiaia e non a quarant'anni. Quel giorno, era una sera buia senza luna, ho emesso un grido selvaggio e sguaiato, culminato in una specie di barrito. Un urlo di quelli che squarciano la gelida aria notturna, per poi vedere però, in fondo, una luce tenue nella mia desolata serata.
Ho sopportato così l'intervento chirurgico, la radioterapia e, la chemioterapia, e non sono ancora morto. Ho continuato a scattare, giorno dopo giorno. Click dopo click. Una infinità di foto.
Ho immortalato la goccia della flebo dall'alto e dal basso, il bordo smerlato del lenzuolo nel letto, la garza inzuppata e arrotolata sulla ferita, una foglia rinsecchita con una unica gemma, verdissima. E infine,  la terra franata sotto ai piedi. Mi sono finto morto, come sotterrato in un campo sperduto, reggevo la macchinetta tra le mani infangate. Ho puntato la polaroid a tempo e mi sono fotografato. Ed è stato là che ho avuto paura. Tanta paura. Era la prima volta che fotografavo la morte. 
Ma da quel giorno, quella foto mi ha salvato la vita. 
Io sono vivo. Sono guarito. Guarito grazie alla fotografia.   


26 gennaio 2016

L'amore che cura

Vi racconto questa meravigliosa dedica d'amore. La mia paziente è davvero fortunata.

Mia moglie è bellissima. La vedi? E' quella laggiù.
Ha la fronte ricoperta da una fontana di riccioli, la vedi? Quella che porta languidamente la mano alla fronte. Oggi veste un maglione ingombrante, di lana e rafia, di quelli che nessuno acquisterebbe mai, ma lei è così, speciale e unica perchè diversa.
Rigira una grossa ciocca lucente intorno ad un dito e a tratti, lancia la cortina di capelli di lato, in modo che le ricadano sulla spalla. Dice che presto li perderà tutti i suoi riccioli d'oro. Ma io mi inebrio del suo fascino e della sua femminilità e me la immagino carina anche con un berretto di lana. Ammaliato e sedotto anche se fosse vestita con un sacco di iuta.
Mia moglie è bella da togliere il fiato. E' come se il sole brillasse più luminoso su di lei, regalandole più attenzioni e più calore che a tutti gli altri.
Da quando si è ammalata non faccio che pensare a lei e alla paura di perderla.
La vedo sexy al mattino reggere la tazzina del caffè, stretta nelle spalle del suo tailleur nero. La vedo riflessa tra i vetri delle finestre a specchio, in sottoveste di seta, la sera , prima di coricarci. E poi la vedo sul desktop del mio computer, mentre sorride simpatica al gatto, con la bocca spalancata. E' anche sullo screen del mio cellulare, vestita da fata a carnevale, e nella cornice del quadro in bagno, durante le vacanze alle Maldive, in piedi sulla palma, con gli occhi sognanti e romantici.
In macchina, mentre guido, si materializza sulla strada che percorro, confondendo la mia razionalità. Si insomma, mi accompagna nella lampada dei desideri, tra i cassetti dei sogni e nel labirinto dell'amore, nel quale mi sono perso.
Ieri si è sottoposta alla terza seduta di chemioterapia e non è andata bene, l'hanno ricoverata per ristabilirle i valori del sangue. Erano tutti fuori norma. Anche il mio gelava nelle vene. Ero stordito dalla paura. Sono rimasto con lei tutta la notte, seduto accanto al suo letto, con le braccia incrociate sotto alla fronte. Non dormivo. Volevo starle accanto, sul cuscino. Accanto al suo viso dalla pelle di luna, e ascoltare il suo cuore battere. La fredda poltrona in pelle nera mi sembrava troppo distante e non avrei potuto sentire il suo respiro.
Stamattina l'ho aiutata a lavarsi e a vestirsi. Mi strugge il dolore che può provare ogni qual volta si guarda il seno amputato. Mi assilla il pensiero che possa non sentirsi più donna e l'ho accarezzata piano sulla guancia. Lei mi ha guardato con gli occhi lucidi , appoggiando la sua mano sulla mia. Scivolavano giù insieme, insieme alle lacrime e ai "ti amo" che ci siamo detti. Sono convinto che questo amore la salverà. Lei me lo ripete sempre. Me lo ha giurato che questo amore la salverà. Peccato aver capito solo ora che non potrei mai vivere senza di lei. Solo ora, che la sua vita sembra incastrata in mezzo a grossi blocchi di granito. Peccato aver capito solo ora che avrei potuto amarla ancora di più, all'inizio. Forse non si sarebbe ammalata.
Forse.

24 gennaio 2016

Aiutami a distruggerti

Dedicata a te, che ancora non hai avuto il coraggio di lasciarlo, pur sapendo.

Sono sette giorni che ti ho perso e il gusto amaro mi perseguita ad ogni morso. Amavi le mele verdi quanto me, quelle acide, dalla buccia lucida, e costose, molto costose.
Mi hai lasciato quel biglietto sul portafrutta , tra una mela ed un kiwi che sbucciavi per me, tutte le sere. Avresti potuto scegliere un altro posto. Ma quale ? Ogni angolo parla di noi in questa casa. Ogni cassetto e ogni ripiano, ogni cuscino e ogni tappeto, dove facevamo la lotta.
Mi accarezzavi il volto come se fosse stato di velluto. Prima con le dita in un verso, poi nell'altro, dolcemente, avvicinando il tuo viso al mio, fino a toccare con la punta del tuo naso caldo il mio gelido. E mi fissavi dritto negli occhi dicendomi che mi amavi. Ti piacevano i miei occhi. Li paragonavi al verde delle nostre mele e mi avresti mangiata tutta. Anch'io ti avrei divorato, sul divano, il nostro posto preferito. Com'è doloroso adesso il ricordo di noi in pigiama a bere camomilla zuccherata, sul divano stretto. Stavamo abbracciati tutto il tempo, da non far circolare aria tra i nostri corpi. La preparavi tu la camomilla, ogni volta che ti dicevo di avere mal di pancia. Poi , ciabattando nelle infradito numero quarantotto, scendevi a prepararmi la boule dell'acqua calda e mentre io cercavo di mascherare le smorfie per i crampi dolorosi, tu mi massaggiavi piano . Farfugliavo tra i colpi di tosse e i rantoli di un gatto asmatico. Avevo talmente bisogno di te che era  impossibile immaginare di perderti .
Quando mi sono ammalata ho capito che non avresti sopportato la mia metamorfosi il giorno stesso in cui iniziai la chemioterapia. Mi accompagnasti con la fretta di chi deve scappare via per un impegno inderogabile, e così feci. Te ne andasti quello stesso giorno, lasciandomi il biglietto nel portafrutta.
Dovevo capirlo che non mi amavi più. Non mi avresti mai tradito altrimenti. Dovevo capirlo quando ti lamentavi delle mele . Non avevano più la giusta consistenza e le buttavi nel cestino. Non erano abbastanza lucide, non erano abbastanza verdi, non erano quelle di sempre. Non lo avevi mai fatto.

Oggi la tua mancanza è come aceto nella mia ferita che non cicatrizzerà più. La testa è incredibilmente  vuota mentre il mio cuore soffre.
Amore mio, come farò a rassegnarmi a vivere. Come potrò accettare di vedere la tua bocca appoggiarsi su altre labbra, e le tue dita accarezzare un altro viso ?. Quanti giorni ancora serviranno per  dimenticare il profumo della tua pelle ?
Ti prego, aiutami a distruggerti amore mio. Aiutami a non morire pensando al tuo viso sul collo di lei, dalle labbra ceramizzate, così diversa, così uguale. Lei, dallo sguardo nudo e fiero, lei, così sconsideratamente ottimista, inopinatamente allegra, terribilmente bella, magnificamente sana, capace di creare un disastro sovrumano, uno schianto contro un muro, un deragliamento psicologico definitivo. Perché non pensavo di meritarmi tanto.

Distacco di Stomia

 Il distacco del  margine muco cutaneo è una complicanza frequente che si verifica nella prima settimana post operatoria.
Come potete vedere dalle immagini la mucosa (intestino) rossa , viene cucita alla cute (pelle). Se i punti trazionano eccessivamente o se vi è una infezione dei margini , è facile che si stacchi.
Se non è presente un pertugio comunicante in peritoneo (ovvero se il distacco è superficiale e le feci non entrano nella pancia dal bordo staccato) , dopo accurato lavaggio con acqua e sapone, è sufficiente procedere al posizionamento di polvere e pasta idrocollidali. Vedi foto.





Abbiamo isolato la mucosa dal margine staccato. La Placca può essere mantenuta in sede anche 3 giorni, per garantire cicatrizzazione e guarigione.
(Immagini di Fanni Guidolin soggette a Copy right)



Quella casa nel bosco

Il sentiero è sterrato e scosceso e la pioggia ha inzuppato troppo il terreno. Le mie scarpe sono talmente infangate che ogni passo rimane sprofondato con il piede.
Mi ha telefonato in disperazione il mio paziente. Non sa come fare ad attaccare il sacchetto sulla pancia, si è imbrattato tutto e piange disperato, anche se ha quasi ottant'anni. Gli ho promesso che sarei venuta oggi pomeriggio, ed eccomi qui, tra i boschi dei colli alla ricerca del civico 6.
Se credessi alle favole, potrei aspettarmi il lupo mannaro dietro a quel pino enorme.
La casa mi sembra quella. Segue il civico 4.  L'ampia vetrata è appena illuminata da una luce tiepida. Che bello il giardino. Curato. Lo ha sempre detto che la passione per il giardino lo occupa per gran parte del tempo. Lungo il vialetto in porfido, pansè bianchi e azzurri rasserenano il grigio inverno. Consolano. Gli ridanno la vita i fiori, mi dice.  Dal comignolo esce del fumo nerastro. Forse ha il caminetto acceso. Adoro guardare la legna bruciare e osservare le mille sfumature del fuoco.
Sbatto i piedi per terra per staccare il fango molle. Che disastro! . E mi avvicino al campanello buio. Accidenti! Questo è il civico 5!.
Lo sguardo rincorre una macchina parcheggiata in doppia fila sulla destra, di fronte ad una casa fatiscente. Mi avvicino per leggere il numero. E' il 6 eccola!. Il tetto presenta delle crepe tra i coppi e l'edera dalla parete ha raggiunto la grondaia gocciolante e arrugginita. Mattoni sbrecciati segnano il muro pericolante. Non esiste un vialetto fiorito nè un giardino curato. Sembra disabitata. Ogni albero si presenta aggrovigliato all'altro da erbacce, sterpaglie e gelsomino imbrunito. Suono il campanello. Lui mi accoglie con gli occhi stropicciati in un fazzoletto di carta. Mi fa una pena terribile. Mi chiede di entrare ed esito sull'uscio per le scarpe inzaccherate che sfilo via, lasciandole accanto ad una fioriera di piante secche . Nello stesso tempo, con un gesto tracotante, sollevo la gamba e supero la cespugliosa chioma di una pianta sull'ingresso . Regge un grande asciugamano sulla pancia il mio paziente. I pantaloni sono sgualciti e scuciti sulle tasche penzoloni, e completamente imbrattati. Indossa una camicia ingiallita e un grande cardigan di lana infeltrita. La casa è gelida. Il camino è solo improntato sulle pareti grigie. Non c'è acqua calda. Cerco di aiutarlo a risolvere la situazione. Gli chiedo se le assistenti sociali gli abbiano mai fatto visita e mi risponde di si, che sono molto gentili, che stanno provvedendo a tutto, ma il sacchetto si stacca sempre quando è solo in casa. E per forza, non toglieva la carta copri adesivo, tutto qua. Un piccolo passaggio che noi diamo per scontato. E chi si sognerebbe mai di attaccare un cerotto senza prima rimuovere la carta dall'adesivo? .
Proprio lui, il mio paziente, fragile e sensibile. Lui, semplice e sfortunato, solo e coraggioso allo stesso tempo. Più prossimo ad un gorilla piccolo così che ad un topo grosso.
Gli mostro come fare e lui...Scoppia in una risata giubilante, di quelle che spiazzano malumori che liquidano cose o persone.  "Annaspo sul ciglio della mia decrepitezza, abbia pazienza Fanni", mi dice. Rimango attonita dalla sua frase. Ve lo giuro, ha detto proprio così. Ricercando nella sua memoria parole tornite da una cultura celata senza congetture. Una frase rubata dall'ultimo libro di Michele Serra, si proprio lui, in "Ognuno potrebbe". Ognuno potrebbe essere ciò che non appare. Ognuno potrebbe cambiare e indossare i panni dell'altro.
Il mio paziente mi ha dato una lezione di vita, e lo saluto con un abbraccio. Lasciandolo solo, in quella ricca, ricchissima, casa nel bosco.



21 gennaio 2016

IO NON HO PAURA DI MORIRE

Dedicato alla mia paziente, dal coraggio guaritore

"Fareste meglio a chiamare tutta la famiglia"
Ci avvisa così, il medico del reparto, a testa bassa e voce fioca, quando esce dalla stanza di mia mamma.
Non vorresti mai sentirle quelle gelide parole. Tagliano il cuore a pezzi.
E' cianotica e sudorante. Le prendo la mano fredda, respira con l'ossigeno in una maschera che sembra soffocarla, e non darle ancora qualche ora di vita. La situazione è precipitata all'improvviso. Stava cucinando, rispondeva spiccia alle mie provocazioni sul peperoncino nella pasta, tra un secco cozzare delle ceramiche di piatti e tazzine che lavavo accuratamente. La sua voce era briosa, festante, poi il buio. E' caduta a terra esanime. Insufficienza respiratoria grave da infezione ai polmoni.
Siamo tutti attorno a lei, che quasi ci sorride incredula, non capendo che il mondo a volte va più veloce della luce mentre la mente resta indietro, a sognare, insieme al corpo.
Meglio così mammina, che non ti stai accorgendo di nulla.
Ti osservo stretta nelle spalle, con le lacrime agli occhi. Sento un gelo che ghiaccia il sangue nelle mie vene. Abbassiamo la luce e le nostre ombre tremule si riflettono sul muro apparendo ancora più grandi. Guardi me, mentre ondeggio vaga, regalandomi un sorriso ruffiano. Poi mi siedo accanto a te, in silenzio. Non dimostri affatto settantasei anni, non hai mai voluto diventare vecchia. Ti accarezzo i riccioli biondi. Quante volte abbiamo cercato di trovare la tinta giusta per i tuoi capelli. Volevi che il giallo della tua chioma tentasse di perpetuare il biondo della giovinezza. Eri ironica perfino con te stessa.
Il medico entra a fare altri controlli: "Dobbiamo trasferirla in rianimazione".
Improvvisamente non sento le gambe e devo prendere un caffè per rendermi conto che non sto sognando. Arrivo in terapia intensiva sudata e agitata. Certe volte mi chiedo come faccia l'essere umano a sopravvivere a tanta preoccupazione. Quando l'ansia è così opprimente e il tuo di respiro si fa difficile, ti sembra di soffocare. Ti agiti, cerchi di non affogare, stai a galla ma qualcosa ti spinge giù, dalle spalle, negli abissi. E' il panico.
Sei già intubata e sedata. Mille fili ti legano qui adesso. Io annaspo sul ciglio del letto a spondine alzate. La mascherina mi toglie l'aria e i guanti mi allontanano dal contatto con la tua pelle. Hai gli occhi aperti mamma, ma sei lontana anni luce da me. Lucenti occhi azzurrissimi ficcati tra le rughe tanto odiate. Sei ancora così giovane...
"Non c'è più nulla da fare"
L'anestesista ci convoca nella stanzina adiacente. Improvvisamente i muri mi appaiono sbrecciati , fissi nel cemento oleoso. Ieri mamma stava benissimo, e oggi mi dicono che morirà tra poche ore. In pochi istanti l'illusione fugge nuovamente via e lascia il posto alle tremende certezze.
"I valori sono in aumento, il cuore è scompensato, non urina più nonostante i farmaci"
Rimaniamo tutta la notte in ospedale, fuori della sala di rianimazione. Tutti uniti.
Entriamo a turno uno ad uno, fissiamo il monitor. Le linee sono a tratti regolari e a tratti il bip bip si fa intenso, fa scattare un allarme e il medico accorre. Inietta qualche cc di non so che farmaco, poi va via, a controllare gli altri pazienti appesi al filo della vita.
Lei apre gli occhi, con il tubo in bocca il suo sembra un sorriso a ferita, mi parla con due pupille limpide, uno sguardo deciso, presente. Sta bene, lo sento.
Sono le sei del mattino e mamma è ancora viva. Attaccata al respiratore con il cuore impavido, che batte ancora.
"Se volete andare a casa, la situazione è ora stabile. Vi chiamiamo appena si complica"
Per loro era scontato che sarebbe precipitata nel burrone mia mamma. Io potevo solo credere ai miei occhi, al suo sorriso e a quelle linee rosse e verdi, regolari, ritmiche, senza pause. Potevo credere alla fede, alle preghiere e all'amore che ho per lei ma anche a quei farmaci iniettati, che la facevano sussultare, come se fossero vita.
L'hanno dimessa una settimana dopo. Miracolo.
Ogni mattina le ripeto quanto bene le voglio. Non sarò mai riconoscente per la vita che mi ha dato.
"Io non ho paura di morire". Lei me lo ripete tutte le sere, dal giorno della dimissione, come se a parlare fosse un angelo, e come se sentisse il terremoto arrivare. Lo ha confessato solo a me, che temo la morte più della mia stessa ombra.
Anche i paguri salgono in alto, sui rami, prima di uno tsunami. Qualche ora prima, avvertono il pericolo, è un presagio.
E anche mia mamma lo avverte.
Ed eccoci qua, a programmare un grosso intervento  di amputazione dei seni. Come se questo fosse il prezzo da pagare per uno sconto sulla morte. Il terzo, in pochi anni. Come se la vita fosse un rimescolio senza costrutto. E come se i buoni dovessero sempre soccombere al male. Non è giusto.

Io, arrabbiata con il mondo, e con questo timido e pallido sole invernale, lei,  serena e felice. "E' la vita. Facciamo quello che c'è da fare. Io non ho paura di morire". 

15 gennaio 2016

L'INCONTINENZA ANALE: CONVEGNO


Ha visto la partecipazione di medici chirurghi specialisti in coloproctologia, fisioterapisti e riabilitatori, il convegno tenutosi ieri al centro medico "La Colonna", intitolato "L'incontinenza anale".
Per incontinenza anale si intende qualsiasi perdita di gas, feci liquide e solide in luoghi e tempi non appropriati.
Spesso si tratta di lesioni dello sfintere anale dovuto a parti per via naturale. Lesioni che si presentano anche dopo molti anni dal parto, per cedimento muscolare. Altre volte l'incontinenza compare in seguito a interventi chirurgici. Ma ci sono anche altre cause. 
Io ho parlato dell'efficacia delle "Irrigazioni coliche". Sono partita dall'origine storica (le prime inscrizioni sull'origine del clistere risalgono ad una tavoletta Assira del  600 a.C.), per arrivare ai giorni nostri, con i clisteri a gravità e il più moderno peristeen. Ho portato ricerca bibliografica a supporto di questa pratica terapeutica che non presenta effetti collaterali. Nelle resezioni del retto ultrabasse con urgenza defecatoria e frequenza, il clistere evacuativo ha migliorato la qualità di vita di centinaia di pazienti. Andrebbe sempre associato a riabilitazione del pavimento pelvico (clicca qui), esercizi di rinforzo, elettrostimolazione.
Sono state spiegate le immagini radiologiche dei difetti sfinteriali, gli approcci riabilitativi, chirurgici.
Abbiamo parlato della neuromodulazione sacrale e della stimolazione tibiale posteriore, quest'ultima, consigliata anche in tutti i casi di Iperattività della vescica clicca qui

Non ti vergognar di quell'acqua salata


Oggi ha una faccia incerta Livio. E' a letto, girato dall'altra parte, verso la finestra. Tiene un gomito sotto l'orecchio, come per sostenere la testa. La luce fuori è debole e lui mi appare come sbiadito.
Sente il mio passo leggero e si volta verso di me. Il suo pallore è lucente ed ora la luce mi appare livida. Socchiude gli occhi e poi li sgrana, come per guardarmi meglio, in una miopia sognante. E' felice che io sia qui. Gli scappa un "ciao" mentre si va addensando in me un grumo di commozione. Un nodo che si ferma in gola e resta là, a ricordarmi che non posso emozionarmi troppo, serve una certa distanza tra me e i pazienti. Livio e' ricoverato per accertamenti, sospettano delle metastasi. E' stato operato cinque anni fa per un cancro dal quale è guarito e gli sono talmente affezionata che non potrei accettare una brutta notizia. 
Ma oggi i suoi occhi galleggiano in una faccia molle e triste. Cerco di indossare la mia maschera silenziosa, quella dell'ascolto, puntando i miei occhi dritti sulle sue pupille verde bosco. Voglio essere sconsideratamente ottimista e ascoltare quello che avrà da dirmi.

Ho conosciuto Livio per caso, mentre faceva una tac. Mi trovavo in radiologia per altri motivi quando gli passai accanto e lui mi disse che aveva paura. Era seduto con le mani tra le ginocchia e le spalle curve, rigido. Non so perchè lo disse a me, in quel momento andavo anche di fretta, ma mi fermai accanto a lui. C'era una strana luce nei suoi occhi. Aveva paura della diagnosi. 
Non gli dissi nulla, rimasi in silenzio appoggiando la mia mano sul suo ginocchio. Entrambi sapevamo che avrebbe dovuto sottoporsi ad un grosso intervento, sarebbe diventato mio paziente ed io lo avrei sostenuto.
"Ho una figlia della tua età" mi disse. Scoppiai in una risata fragorosa quando mi disse  quanti anni aveva. Erano otto più dei miei! Scherzammo sulle mie rughe e la paura passò. 
L'intervento andò bene e Livio è diventato un paziente stomizzato, felice, ora è il vice presidente dell'associazione stomizzati, desideroso di sensibilizzare la popolazione, di farsi portavoce di un problema (la stomia) che non deve più essere chiamato problema. 

Oggi nella stanza numero otto, Livio mi ricorda quel giorno, in radiologia. Gli occhi spaventati, la voce tremante, un corpo rannicchiato, la sua paura, l'attesa di una diagnosi atroce. Un'altra. 
Mi avvicino  per fargli una carezza sul braccio. La sua pelle è morbida. La pura immersione del suo volto nei miei occhi mi fa riscoprire emozioni celate da troppo tempo. Mai avrei pensato di piangere per lui. 
Mi abbraccia forte. 
"Ti voglio bene", mi sussurra soffocando un gemito.
E' inutile, mi dico. La corazza si sfascia se sotto c'è un terremoto di emozioni e anch'io, me ne frego di chi sono, e con lacrime che bruciano e che mi rigano il volto, acqua salata che non lascia oblii, ammetto le mie debolezze. Sono un'essere umano.





13 gennaio 2016

AIUTO, HO LA VESCICA IPERATTIVA

La sindrome della vescica iperattiva è una condizione molto diffusa e viene chiamata anche sindrome da urgenza-frequenza con o senza incontinenza.
Per urgenza si intende un improvviso e irrefrenabile desiderio di fare la pipì, difficile da procrastinare nel tempo, spesso con delle perdite urinarie prima di raggiungere il wc. Il motivo è dovuto all'iperattività della vescica nella fase di riempimento.
Nel paziente che ha subito l'asportazione della prostata, l'iperattività della vescica si manifesta con perdite di urina in assenza di sforzi particolari o durante il sonno.
La valutazione urodinamica (o test urodinamico) consente di definire la patologia vescicale di iperattività.
Essendo un test invasivo, spesso è sufficiente compilare un diario minzionale per avere una prima risposta.
Nel diario basta annotare per 72 ore consecutive, l'orario di ogni minzione, la quantità di urina in ml, le perdite qualora ci fossero e la quantità e orario di liquidi assunti per bocca (tè, caffè, minestra, succhi, acqua ecc...tutti i liquidi).
Le cause di iperattività possono essere molte:
1) presenza di infezioni urinarie
2) interventi chirurgici alla vescica o prostata
3) radioterapia subita
4) assunzione di caffeina, teina, vino, fumo
5) ansia eccessiva
6) danni e disturbi neurologici

La cura, qualora non fosse possibile intervenire sulle cause, è farmacologica.
Anche la stimolazione elettrica ha dimostrato notevoli successi sia con sonde intracavitarie che con placche adesive percutanee.
Da poco tempo, si sta sperimentando con successo anche la tossina botulinica.

L'AMBULATORIO DI RIABILITAZIONE DEI PAZIENTI STOMIZZATI E CON DISFUNZIONI DEL PAVIMENTO PELVICO


ENTEROSTOMISTA RIABILITATRICE PERINEALE
E.T. FANNI GUIDOLIN




Per il paziente stomizzato e/o incontinente fronteggiare e riconoscere la malattia che lo ha colpito e le modifiche fisiologiche del corpo che ne derivano, è un percorso difficoltoso. Il ritrovarsi anche ad affrontare le problematiche legate alla presenza di una derivazione intestinale o urinaria, rappresenta una penosa e invalidante condizione che può portare a limitazioni della vita sociale, ansia e depressione, perdita di autostima e dell’interesse per ciò che li circonda.
Nella nostra u.l.ss. l’Ambulatorio di riabilitazione dei pazienti stomizzati e con disfunzioni del pavimento pelvico, afferente alla unità operativa di Chirurgia Generale, è una realtà consolidata ormai da alcuni anni, in grado di venir incontro alle richieste di aiuto, di supporto psicologico, di cure ed educazione di cui questi pazienti necessitano.
Attraverso un percorso terapeutico e riabilitativo, che inizia con la diagnosi della malattia e procede con l’intervento di asportazione del colon o del retto, della vescica, della prostata o dell’utero, il paziente viene preso in carico dall’Enterostomista Riabilitatrice Perineale, principalmente per le problematiche di gestione della stomia e dell’utilizzo dei presidi corretti (la distribuzione diretta dei presidi per stomizzati, sacchettini e placche ad esempio, viene effettuata direttamente dall’enterostomista), per la gestione dei problemi di incontinenza urinaria o fecale, per problemi di stipsi, per eventuali disfunzioni sessuali, per il controllo del dolore pelvico cronico, per il prolasso degli organi pelvici, e per il miglioramento generale della qualità di vita.
Dapprima dedicato solo ai pazienti stomizzati, da sette anni a questa parte, si occupa anche dell’innovativo percorso di Riabilitazione del Pavimento Pelvico al quale sono sottoposti i pazienti chirurgici, in continua e costante collaborazione con specialisti medici.
All’ambulatorio accedono anche i pazienti che, pur non essendo stati sottoposti ad interventi chirurgici particolari, presentano le problematiche sopra descritte.
La collaborazione con l’Università di Padova dove la Dott.ssa Guidolin è docente al Master in “Assistenza sanitaria a pazienti stomizzati ed incontinenti” rivolto agli infermieri che vogliono specializzarsi in questa area, ci ha consentito di portare importanti innovazioni, di aumentare le nostre competenze e la professionalità, ma anche di aumentare l’offerta assistenziale dell’ambulatorio stesso, come ad esempio, la collaborazione costante con la Dott.ssa Bertelli, psicologa esperta nella conduzione di incontri di gruppo con pazienti stomizzati e incontinenti (ogni 1° giovedì del mese dalle ore 14 alle 15 a Montebelluna e ogni 1° venerdi del mese dalle ore 14 alle 15 a Castelfranco). 



11 gennaio 2016

Io, il disabile abile

Ha i riccioli sospesi nel volto Sergio. Le labbra ceramizzate, sempre serrate. Indossa una maschera silenziosa e severa su un volto buono.
"Quando sono diventato stomizzato mi hanno riconosciuto l'invalidità civile. La commissione stampa un'etichetta che non ti viene attaccata solo sulla cartella clinica, ti viene appiccicata nell'anima e nel cuore. La gente ti marchia con un timbro indelebile nella mente. Sei invalido per la società. Punto. Sei scaduto.
Se qualcuno vive questa condizione come un dramma, l'unica cosa da fare è abituarsi e pensare ai vantaggi. Hai il parcheggio agevolato per disabili, l'entrata al cinema con biglietto ridotto per disabili, il bagno più grande, più alto, più facile per disabili.
L'estate scorsa, sono riuscito a superare il deragliamento psicologico e mi sono recato in spiaggia. Volevo fare anche il bagno nel mare, tra mucillagine e alghe infestanti non è stato un gran che, ma era la mia la mia prima volta da stomizzato e la mia, era una gioia di un'intensità plateale.
Il sacchetto è stato bravo. Non si è mosso, non si è sciolto, non è stato portato via dalle onde. Ma la mia pancia ha iniziato a borbottare e a manifestare il desiderio di liberarsi dell'aria, appena uscito dall'acqua, così, ho cercato un bagno pubblico. Quello più a destra era evidenziato per disabili.
Il wc per disabili è più alto e mi consente di svuotare il sacchetto senza dover fare rocambolesche acrobazie . Mi stava bene l'etichetta del disabile. Avrei potuto usufruire del bagno libero, quello grande, più comodo, più ricco. Quello senza tempo di attesa. Senza colonna.
"Lei non può entrare là", mi dice il bagnino dallo sguardo nudo.
"Ma io sono disabile", affermo a labbra ancora più serrate.
"Certo, come no, ed io sono paralitico", mi risponde il bagnino sarcastico.
Non avrei mai voluto dover sollevare la maglietta solo perchè non ero un paraplegico in sedia a rotelle.
E come una nebbia pesante e untuosa, lo sguardo del bagnino si faceva basso e spento, in un corpo nervoso con una faccia pesante. Balbettava non so quali scuse, timidamente accentuate quando notò la mia ritrosia.
Fu quello il giorno in cui mi decisi di cancellare la mia etichetta di disabile. Noi stomizzati non siamo disabili. E l'unica azione azione che non siamo in grado di fare è farci cancellare quel sigillo di disabilità dalla commissione. Ci è comodo esserlo al bisogno ma non è onesto. Lo stigma sociale possiamo distruggerlo solo noi, che siamo i primi ad indossarlo, smettendo di comportarci come uomini allo sfracello e cominciando a costruire la nostra dignità.
Ringrazio infinitamente quel bagnino.





10 gennaio 2016

Invecchiare...

Dedicato a te, che oggi compi 79 anni

La vecchiaia arriva improvvisamente come la neve. Un mattino, al risveglio, ti accorgi che tutto è bianco. I tuoi capelli, il tuo volto sbiadito, il maglione nuovo, quel foglio appoggiato e non ancora scritto, il muro sotto.
Ti guardi allo specchio ed ora devi trovare l'accordo.
Già, un accordo decente tra il tuo volto di vecchio e il tuo cuore e cervello di giovane. Hai delle alternative?. Certo che le hai, tutti i giorni. Perchè tu non devi dispiacerti di invecchiare, ne hai il privilegio, negato a molti. E cosa saranno mai quelle rughe sul volto se mantieni l'entusiasmo per la vita? E' la rinuncia agli entusiasmi che riempie di rughe l'anima.
Metti un pranzo in compagnia ad esempio. Aggiungi i ricordi della giovialità di una gioventù perduta e di quella trasportata dai tuoi figli e nipoti. Puoi camuffarla se preferisci, e lasciarti trasportare dall'oblio dei tuoi anni. O correre nel binario della gioia, lo stesso che te l'ha negata, quando avevi tredici anni. Ma quanti sono i tuoi anni oggi? E cosa importa ?
Guardati come cammini. Lento e pacato. Hai una grazia indiscutibile. E quando la grazia è unita con le rughe, è adorabile. Come l'alba che sta per presentarsi ai tuoi occhi, domattina, quando ti sveglierai diverso.
Lo hai capito bene che invecchiando si perdono molte cose che, prima, ignoravi di avere. Ma ora tu, rispetto a noi, vivi lenti minuti e veloci ore, mentre noi le ore le mastichiamo e i minuti li ingoiamo. Così tu, al rallentatore, vedi meglio, anche la scrittura incerta della vita, che ben conosci. Come se cominciassi adesso a scrivere un capolavoro, uno dei più difficili capitoli della grande arte di vivere.
Tutti vorrebbero un papà come te. Un papà che può sognare e raccontare e scrivere, non può definirsi vecchio. Un uomo è vecchio solo quando non può più raccontare, nè sognare, nè scrivere, solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni. E tu lo sai bene di aver saldato tutti i conti con l'amore, l'ambizione, l'amicizia. Nessun rimpianto.
Hai potuto scegliere. Questo è il più alto desiderio di tutti gli esseri umani. Scegliere cosa essere. E' un volo libero tra le nuvole, dove la zavorra ti è servita solo per mantenerti, all'occorrenza, con i piedi per terra.
E non sentirti mai troppo vecchio per estrapolare la tua esperienza e farci qualcosa. Non sarai mai maledettamente vecchio da non poterla usare. Chiamala se vuoi saggezza. E ti pare poco?
D'accordo, le forze ti stanno abbandonando. Anche quelle che sostenevano le tue debolezze. Allora sorridi. Questo è il mio consiglio. Vedrai come tutto diventerà più leggero. Ecco, si diventa vecchi quando si cessa di ridere. Ridi se piegandoti ad allacciarti la gamba, la schiena scricchiolerà e ti obbligherà a pensare a quanto vecchio sei. Beffeggiati di lei. E ridi quando la sera, nel tuo letto, farai fatica a girarti. Buttati alle spalle artrosi e artriti. E quando guarderai il soffitto, perchè non riuscirai a dormire, pensa ai sorrisi che hai regalato in settantanove anni e a quelli che ancora potrai donare.
La gioia è contagiosa !


7 gennaio 2016

In palestra. Perché dai diamanti non nasce nulla.

Ringrazio Mirca per avermi consentito di scrivere la sua simpaticissima storia.


Quando mi sono trovata quel minuscolo pacchettino tra le mani, con tanto di fiocco arancione e un rametto di pino tra le bacche rosse, ho pensato che un oceano di lacrime non sarebbe bastato per colmare l'emozione. Che Matteo mi chiedesse di sposarlo, lo avevo messo in preventivo per l'anno prossimo, anche se ad agosto, lo avevo chiesto all'unica stella cadente che ero riuscita a vedere sulla via lattea, quando stavamo con i nasi all'insù.
Mi immaginavo un solitario vintage in oro rosa, originale, come piace a me. Una pietra rara, o qualcosa del genere. Non certo il comune diamantino da otto carati o che so io. Mi immaginavo un pacchettino blu, con un nastrino in velluto ton sur ton e una cenetta a seguito. Mi immaginavo che la dichiarazione sarebbe stata così romantica da non farmi dormire per tre notti di fila.
Niente di tutto ciò. 
Quel meraviglioso pacchettino verde mela nascondeva un altro regalo. 
L'ho scartato piano. Come se fosse un rarissimo oggetto di cristallo. Non volevo sciupare la carta. Lui mi guardava imperterrito, con gli occhi a cuore e il labbro inferiore socchiuso. Impalato. Ma quando ho scoperto che non c'era nessun solitario in oro rosa, nessuna pietra vintage nè actual e nessun anello di fidanzamento, ho strappato il nastro e gettato il ramoscello facendo volare le bacche dappertutto. Ops.
"Abbonamento e iscrizione in palestra per tre mesi, compreso ciclo di riabilitazione del pavimento pelvico". Ecco il regalo. Mi ritrovavo costretta a pensare al mio fisico cellulitico e appesantito da pandori e panettoni e alla felicità che avrei dato al mio uomo a scolpire cosce e glutei extra large. Se penso che il mio migliore amico è il divano, questo, più che un regalo era una tragedia. No, non per le sudate che mi avrebbero disciolto ettolitri di grasso, ne' per gli affanni o le apnee da sforzo, e tantomeno per le bordure addominali da smaltire. La tragedia era il mio pannolino. 
Soffro di incontinenza urinaria da dieci anni e solo l'idea di affrontare sforzi sovrumani mentre l'urina mi scende giù per le gambe, mi fa sentire disabile e menomata. Non potrei farcela senza usare un grosso pannolone come quello di mia nonna allettata. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. Ma questo regalo era la sfida più grande della mia vita e anche se avevo la sensazione di essere partecipe di una follia, ho deciso di buttarmi nella mischia.
Saranno state le pupille accecanti del mio fidanzato all'idea di immaginarmi in tutina striminzita, leggins e top a fine corso, che mi hanno convinto a provare. Pena lasciarlo addormentare con il calendario di Irina Shayk sul cuscino tutte le sere. 
Mi accorgevo, dopo le sedute di riabilitazione pelvica, che gli esercizi in cui mettevo in moto glutei e interno coscia, non mi facevano perdere nemmeno una goccia. Quelli in cui facevo lavorare l'addome si.  Mi esercitavo, sbagliando,  in spinta anzichè in introflessione addominale. 
Una sera sono tornata a casa con le palline della gheisha consigliate dalla riabilitatrice. Il mio fidanzato mi ha guardato sghembo. Era preoccupato che le avessi usate con chissà chi. "Amore dobbiamo fare training vieni?", gli chiesi.
Lui, ammutolito, non poteva credere ai suoi occhi. Io che gli servivo sesso puro a volontà, tutte le sere, in un piatto d'argento, era per lui, la dolce (e triste) conferma, che ero la donna della sua vita.
Giorno dopo giorno giocare con lui a scolpire pelvi e corpo mi rendeva felice. Mangiavo meno e mi piacevo di più.

Matteo si è iscritto da subito in palestra con me. Abbiamo perso otto chili in tre settimane e ci siamo sentiti davvero bene. Ho anche smesso di mettere il pannolino. Mi rendo conto solo ora che non ne avevo bisogno, la mia era solo paura. Ieri mattina abbiamo acquistato della biancheria sexy e la stessa sera siamo usciti a cena fuori. Matteo mi ha fatto trovare cinquanta rose rosse sul sedile della macchina. 
Dice che ha fatto tutto questo perchè mi ama e perchè si sa.. dai diamanti non nasce nulla. 
Così anch'io ho deciso di fargli un regalo originale stasera. La scatoletta è bianca e blu ma dentro le compresse sono tutte azzurro cielo. Come il suo colore preferito. Ci ho abbinato un fiocco di raso turchese e una spruzzata di brillantini argento. In farmacia c'era l'offerta tre per due, ne ho approfittato subito. Il farmacista mi ha fatto qualche domanda sulle dimensioni, poi mi ha consigliato quelle da 100mg, il dosaggio maggiore. 
Dite che gli piacerà ? 



Sola, tra una marea di gente

Ha la gonna lunga fino ai piedi la signora accanto al mio letto. Tiene un grembiule verde allacciato in vita, come se avesse appena finito di cucinare, le mani in tasca e uno scialle di lana sulle larghe spalle. Non porta le scarpe ma delle babucce in panno lenci marrone. I capelli sono raccolti in uno chignon. Se non fosse il sei di gennaio la mia mente non penserebbe alla befana ma la signora è davvero allegorica e una certa emblematica somiglianza c'è. Mi sorride compiaciuta con gli occhi, inclinando un po' la testa e mezzo busto, come se mi facesse un inchino. Appare gentile con me, e con il resto delle persone nella stanza. E' una donna rom con le mani scure, bruciacchiate. Non credo sia una di quelle mamme che toglie il pane dal forno con le mani come la mia. Penso piuttosto che sia una fumatrice incallita. Seduta sulle sue ginocchia, una ragazzina più o meno alla moda, gioca con l'Iphone.
Ogni giorno, attraverso la porta aperta, vedo passare una marea di gente in corsia durante l'orario di visita. Persone trafelate con fiori in mano, borse in spalla con il cambio della biancheria per i loro cari, scie di profumo e deodorante, perchè si sa, quando si va in ospedale a trovare qualcuno, viene quasi spontaneo far notare a tutti che si sta bene, in forma, ben addobbati.
Qualcuno entra anche fuori orario di visita, intrufolandosi come un ladro, con lo sguardo furbesco.
In questa camera i parenti della mia vicina sono in sei anche stasera, come ieri e l'altro ieri, tutti accanto al suo letto e l'aria comincia a mancare. Parlano a voce alta e, a parte la donna rom, stanno tutti in piedi. Irti al capezzale fissano la mia vicina di letto come se fosse moribonda. Vogliono esplorare sotto le coperte, vedere le ferite, le medicazioni sulla pancia. Ha solo tre cerottini invisibili. E' stata operata alla colecisti, sta benissimo,  non ha il cancro come me signori miei ne' un sacchetto pieno di feci sulla pancia. Chissà se verrebbero in tanti ugualmente se fosse stomizzata. Eppure sono così affettuosi con lei che quasi provo un pizzico di invidia. Forse è rancore represso, forse semplicemente desiderio di affetto. Da me non è venuto nessuno.
Esco a fare una passeggiata in corridoio. Indosso la vestaglia rosa sulle spalle e spingo il paletto della flebo con la mano dolente. L'ago mi fa molto male. Nell'altra mano tengo una borsa della spesa, ci ho infilato i drenaggi e la sacca delle urine.
Butto lo sguardo dentro ad ogni stanza e rubo le immagini, osservo, per farmi del male, quanta emotività, e quanto sentimento si può portare ad un malato in ospedale.  Un marito seduto a bordo letto, insieme alla moglie, l'aiuta ad arrotolare le maniche della camicia da notte e le sposta un ciuffo di capelli dietro l'orecchio. Nell'altra stanza una signora sembra in preda ad emozioni incontenibili mentre il figlio la abbraccia. Sento un pugnale nello stomaco contorto. Un paziente cammina adagio con il girello, un amico gli sorregge il braccio e mi regala un sorriso senza confini. E' felice di assisterlo, ma un nodo alla gola sembra soffocarmi. Una mamma è curva sulle spalle e sul bastone di sostegno ma cammina flessuosa. La figlia spinge il suo paletto della flebo e le cinge la vita amorevolmente. Ha la mano aperta, avvolgente, mentre io mi sento fasciata solamente dalla solitudine.
Torno in camera. Per me non è arrivato nessuno.
Mi sento come se avessero abbattuto un'intera foresta lasciando in piedi un solo albero. Io.
Sergio avrà avuto i soliti clienti impertinenti. Butto gli occhi sul cellulare. C'è un messaggio di Sergio: "Piccola, non potrò venire neanche stasera. Buonanotte tesoro mio". Ecco, il ghiaccio ha disgregato la mia piccola composta felicità. Anche se stiamo insieme da pochi mesi, nutrivo in lui una fiducia senza fine.
Adagio triste e pesante la mia testa sul cuscino e spengo la luce. Nemmeno le lacrime sono bagnate. Poi, improvvisamente e quasi senza peso, una mano sulla mia spalla si appoggia lieve. "Ho portato qualche rivista di gossip, vuoi che chiaccheriamo un po' insieme ?. Il reparto è tranquillo", mi dice dolcissima e affettuosa  quella infermiera. Si era accorta di tutto. Di me, sola, tra una marea di gente.
Ed io, non la dimenticherò mai.

Fanni Guidolin

5 gennaio 2016

Non c'è miglior ospedale della propria casa

Che sia una slavata minestra al sapore di dado o una fettina di prosciutto plastificato, che sia un hamburgher dal sapore di sterco di gorilla o del riso impaccato che ti rimane incastrato nell'esofago, se li mangiassi a casa tua, avrebbero un sapore diverso rispetto  a qua, in ospedale. Sarebbero buonissimi. Mettici anche due grissini secchi e striminziti, l'acqua frizzante sgasata e riscaldata e del purè in busta addensato dalla fecola, io, a casa, trovo siano fenomenali.
D'accordo che non per tutti le quattro mura possono apparire dolci e zuccherate ma le mie, ve lo assicuro, sono sempre state la mia pillola curativa. E' come se la mia casa sapesse di burro e cioccolato, e creasse una strana dipendenza dall'effetto ipnotico, sorprendentemente ormonale.
Quelle quattro mura sono il posto migliore che ci sia sulla faccia della terra. Mi sento vivo, parte del mondo. Mi sento come in una catena di montaggio della vita. Quella che costruisco io. Shakerata.
In ospedale, invece, tutto sembra sospeso, perfino il tempo. E tutto sembra pesante, come una somma infinita di compromessi.
Quarantasette giorni di reclusione in una stanza di pochi metri quadri, mi sembrano un'eternità. I minuti appaiono lunghi come delle ore e le ore, giorni. Ormai detesto ogni cosa. Il cigolio degli zoccoli gommati trascinati dalle infermiere, e quello dei carrelli della terapia, il viavai dei medici due volte al giorno, il parentado curioso. Perfino il verde colore delicato e tenue dei muri, ora mi appare di uno sbiadito pastello annacquato. Il letto mi sembra più scomodo di una settimana fa e la luce troppo forte dalla finestra.
Il tempo, prezioso e fruttifero, diventa qui un nemico inesauribile. Non passa mai. La frenesia di casa lascia in ospedale, lo spazio a giornate tutte uguali. Per fortuna che i farmaci mi aiutano a non sentire nulla. C'è quello per i dolori allo stomaco, e quello per il mal di pancia. Ho la pomata per le emorroidi, lo sciroppo per la nausea, la flebo di sali , le gocce per la tristezza. Non manca niente. Nemmeno la pastiglietta per dormire. Ogni tanto qualche infermiera passa a controllare il catetere, qualche altra i drenaggi. Altre volte vengono solo ad aiutarmi a sedere in poltrona. Mi sistemano i capelli, mi aiutano a sfilare la maglietta. Mi lavano. Stamattina mi hanno cambiato il sacchettino sulla pancia e quelli ai fianchi. Poi una ha detto che respiravo male e mi ha messo anche l'ossigeno al naso. Alle quattro dovrò fare l'aerosol e prendere sei pastiglie per il cuore. Ho tre stent coronarici e quasi ogni giorno mi fanno un elettrocardiogramma. Dicono che il mio cuore stia impazzendo. Ma sto benissimo, a parte i piedi amputati e un diabete che sembra sulle montagne russe. Eppure ho come la sensazione di essere partecipe di una follia. Come posso stare così bene e nello stesso tempo stare così male?. E infatti il medico ha deciso che sarò ospedalizzato a casa mia. Dite che sia questa la follia ?
.
Così, per il ritorno,  indosso un pigiama inguardabile color senape antico, un paio di ciabatte in lana cotta comprate in Germania otto anni fa, e un maglione così grande che mi sento perso come un trullo all'Equatore. Mentre faccio la valigia trafelato, penso alla mia vita. A ciò che mi resta di essa. La monto e la smonto pezzo a pezzo. Progetto. Le idee non mi mancano.
Poi, sulla sedia a rotelle mi avvio verso il piano terra. E' mio figlio che spinge la carrozzina. E... nello stesso istante in cui entro in casa mia, nella mia "casa dolce casa"  mi assale una tristezza assoluta. Perchè?
Perchè adesso non avrò più il sorriso compassionevole delle operatrici a risvegliarmi, la mattina. Non ci saranno infermiere premurose che accorreranno a chiamata di campanello, e non vedrò i medici discutere della mia guarigione. E anche se mangerò una minestrina in brodo di cappone, il prosciutto fresco e saporito, e l'hamburger alla piastra, mi mancheranno quei muri sbiaditi illuminati dalla luce troppo intensa della finestra,  e quel tempo per pensare. Pensare di guarire. E progettare.

Ora a casa,  mi ci hanno mandato per morire.



2 gennaio 2016

Lettera di una infermiera al medico con cui collabora

Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale. Il racconto è stato scritto dopo aver raccolto testimonianze di pazienti stanchi di competere con le tastiere di computer troppo tecnologici, muri bianchi e freddi,  camici insensibili e frettolosi


851-D Avanti! Ambulatorio 2. 
"P-p..permesso".
Avanza timido e incerto il sig. Meucci (nome di fantasia) . Rosso in volto, mostra una calma apparente. Esita a spostare la sedia per accomodarsi, forse perchè il medico non ha ancora alzato lo sguardo, nè lo ha salutato. Sta finendo di scrivere al computer la consulenza del paziente precedente, ma il signor Meucci non lo sa. 
Chiuso sulle spalle, solleva la cinghia dei pantaloni, come per sistemarli. Apre il primo bottone della giacca, come se avesse caldo. Alterna il peso da un piede all'altro, come se non riuscisse a mantenere l'equilibrio. Si passa la mano tra i capelli, tocca il lobo dell'orecchio, si morde il labbro. Come una pedina in una strana posizione, il paziente si erge di fronte alla scrivania.
Il medico sta ancora scrivendo.
"Si accomodi signore", gli suggerisco timidamente mentre sto preparando il carrello per la medicazione. 
Il medico indaffarato alza allora lo sguardo nervoso mentre il paziente tiene le pupille fisse su quella smorfia. E' la ventunesima visita della giornata. Ma è davvero così prioritaria la tastiera del pc rispetto ad un cordiale saluto spezza tensione? 
La visita si conclude in dieci minuti. 
Il sig. Meucci non ha il coraggio di chiedere spiegazioni ed io, sugli aspetti tecnici e farmacologici posso solo eplicarne il significato. 
"Legga bene e ci vediamo tra quindici giorni dopo la cura che le ho prescritto". Punto. Visita glaciale, discorso telegrafico. Esclamazioni che vagano a mezz'aria. Sguardo esausto come una pila scaduta. Nemmeno il dolore ha trovato lo spazio per esprimersi. Non ci sono lamenti nè lamentele da parte del paziente. Solo sottomissione, soggezione e sudditanza. 
Non è giusto caro signor Meucci, ed è per questo che mi sono permessa di scrivere a quel medico.


Caro Dottore,
l'intensità di un sorriso non si misura dall'arcata labiale o da quanti denti vengono messi in mostra, ma da quante rughe di espressione mostrano gli occhi. Essi possono esprimere molto più di un discorso fatto di sofisticate e ricche parole, molto più di un buongiorno pronunciato a bocca larga e molto più di una stretta di mano. Non occorre che si alzi a darla ad ogni paziente. Non servono gesti protettivi o compiacenti. Tenda loro il suo volto e lasci parlare gli occhi piuttosto. 
Le ricordo caro dottore che gli esseri umani hanno conosciuto più il dolore psichico che fisico. Se per il secondo, le medicine le prescrive lei, per il primo non ci sono farmaci. Ma lei può fare tanto lo stesso sa?. Può essere lei stesso una medicina, dedicando cinque minuti del suo tempo a chiedere ai suoi pazienti come stanno, appena entrano da quella porta. 
Se una tastiera e un computer la innervosiscono più di una ennesima visita, li lasci perdere. Il suo lavoro è essere medico o no?. Essere medico significa osservare, chiedere, toccare, esprimere, spiegare e solo alla fine scrivere, poco, telegrafico, semplice e chiaro. Ma se vuole solo fare il medico, beh... allora è cosa diversa. Lei cosa vuole essere? E cosa vuole fare? 
Se non nota la paura, nei suoi pazienti, come può capire se la sua cura avrà effetto, o se il suo paziente la seguirà per intero?. 
Conosce l'umiltà dottore? Quella di chi barcolla incerto sudando freddo, quella di chi arrossisce solo a vedere un camice bianco, quella di chi si emoziona per una diagnosi, e quella di chi non ha il coraggio di sedersi su una stupida sedia pubblica senza permesso. Ecco quella è l'umiltà. 
Essere umili non significa stare in un gradino troppo basso. Significa considerare che quello che per lei è importante, fondamentale e impetuoso, può esserlo anche per altri esseri umani, con la differenza che , mentre lei, con un camice bianco, scrive in quel maledetto computer, loro stanno dall'altra parte della scrivania. Loro stanno male e lei no. Loro provano dolore e lei no. Loro si emozionano, sudano e tremano. E lei no. 
Stasera la luna è sottile e mi appare quasi arrugginita. Chissà se anche lei, la vede uguale a me. 
Buonanotte dottore,

                                                    La sua Infermiera.


Al 2016: tutto ciò che ti chiedo, è di non essere l'ultimo

Grazie Angelo, per averci insegnato che i sogni non devono avere limiti.

Beh... io tanti soldi li vorrei. Una montagna di soldi. Un sacco di soldi.

Qualcuno penserà di contraddirmi, non fanno la felicità, ma per chi non arriva a fine mese con lo stipendio, si che la fanno.
Vorrei anche una grande casa, anzi grandissima, con  giardino verdissimo, pienissimo di fiori, e... un giardiniere bravissimo, che mi aiuti una volta al mese. O anche due tre.
No. Vorrei un intero immenso palazzo di otto nobili piani, da affittare a inquilini rispettosi che mi consentano di vivere in alto, in cima a tutti, nell'attico maestoso,  dove nel mio spettacolare giardino pensile il glicine colora di viola tutta la parete, in primavera. Come gli Iris in un prato olandese.
Mi piacerebbe anche dirigere l'azienda in cui lavoro come operaio. Oh si. Il mio capo dice che sono in gamba e potrei fare carriera quando starò meglio. Certo, vorrei arrivare primo senza calpestare alcun piede, ne' sgomitare contro braccia inquiete. Solo con la fatica ed il sudore. Ma primo.
Se vincessi il concorso a punti, quello della tessera del supermercato, potrei portare mia moglie in giro per il mondo per ottanta giorni. Non avrei più così la percezione che la vita è terribilmente difficile. Il mondo insegna, e conoscerlo ti facilita la vita. E non pensatemi in mongolfiera, ma con un aereo privato, il mio.
Vorrei poter acquistare un quadro di Monet, "Lo stagno delle Ninfee", tanto per dirne uno. Quaranta milioni di euro per intense pennellate pastellate, che trascinano emozioni perdute, come le mie. Lo appenderei in camera, ma non dietro al letto. Un quadro così lo vorrei guardare mentre mi addormento, tenendo la mano calda della mia donna e sognando con lei.
Una Maserati potrebbe bastarmi. La vorrei color carta da zucchero, full optional. Se il mio amore la preferisse cabriolet, la accontenterei subito. Lei è una donna di classe, bellissima, ci starebbe benissimo alla guida.
Infine, nella lista dei miei sogni, vorrei che il mio pensiero fisso se ne andasse via con l'anno trascorso. La morte. Eh già. Perchè a me di mesi da vivere ne hanno dati davvero pochi. Non mi basteranno affatto per sognare ancora un po'. Nè per chiedere pietà. La morte non ne ha.
Eppure..2016, timido ed esitante sei comparso. Non ci credevo sai. Lo vedi che la malattia mi sta lasciando tregua ?.
Sembri un anno buono ed io credo di essere degno di viverti fino in fondo. D'altronde, cosa sono trecentosessantacinque giorni ? La tua intera esistenza si stende di fronte a me e vorrei che il mio pensiero fisso restasse là, nello sfondo, come le nuvole nello stagno di Monet.
2016...Il contatto con te è quindi sorprendente e inatteso. Ogni minuto sarà pieno fino all'orlo e mentre tu mi osserverai con sguardo indagatore, aspettando che mi consumi, sappi che io continuerò a sognare e a desiderare. Come una bicicletta consunta sarò lì, appoggiato al muro. Scolorito e senza freni, come i sogni.
Perciò fammi un favore, lascia che io ti viva fino alla fine e se vorrai lasciar entrare un raggio di sole, permetti che mi possa riscaldare. Un'anima calda, può volare nel limbo, tra i colori pastellati degli iris e del glicine, e addormentarsi con l'amore, che mai mi ha abbandonato un secondo. Questa è la vera ricchezza. Peccato che gli esseri umani lo capiscano solo in punto di morte.


di Fanni Guidolin
su www.pelvicstom.blogspot.it


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