30 marzo 2016

Troppo tardi

Dedicato a Flavia, scomparsa una settimana fa

Entra timida dalla porta dell'ambulatorio troppo luminoso per i suoi occhi chiari. Indietreggia stropicciandoli sotto ai grandi occhiali dalla montatura in madreperla e sorride con la testa piegata da una parte. Un velo di gloss rosso lacca tinge le sue labbra sottili, quasi inesistenti.
Si regge al braccio del suo compagno, che poi ho saputo essere suo marito da quasi sessant'anni. Un uomo tutto d'un pezzo, curvo su se stesso, ma affascinante in un cappotto color tortora. Lui, galante gentiluomo, fa segno alla sua donna di avanzare il passo, per prima. "Prima lei madame", le sussurra piano. Una squisita educazione gli suggerisce di aiutarla a sfilare il cappotto. Lei, con stile e leggiadria, avvicina il mento alla spalla mostrandomi il suo profilo e strizzandomi un occhio. Poi ancora, dopo le presentazioni, lui le lancia un'occhiata indulgente e la fa accomodare alla sedia di fronte alla mia scrivania rimanendo in piedi dietro di lei. Sembra dritto sull'attenti, freddo e troppo rigido, in stridente contrasto con la graziosa e docile compagna.
"Si accomodi pure", sottolineo. Ma lui sembra voler rimanere in piedi e lei, scrolla le spalle senza farsi troppo notare.
La signora tiene la folta chioma raccolta in uno chignon. Ha la scriminatura nel mezzo e i capelli sono neri come la pece, lucidi. Il cappottino, in lana cotta rosso amaranto, parla di una donna di buon gusto e molta classe.
Il colloquio verte sulla problematica principale che è la sua incontinenza. Tuttavia tale problema sembra preoccupare terribilmente il marito e lei per nulla. Infatti, in un istante, lui le ruba la scena, solleva la mano gentile e chiude quella di lei sulla sua. "Parlo io", dice con fiera sicurezza.
Racconta della loro vita domestica e intima. Molto intima. Entra nei dettagli, sconfina oltre i limiti, a tratti dimentica il rispetto per colei che gli sta accanto. E poi accuse, colpe e dito puntato. Ma dov'è finito il galante gentiluomo dal cappotto color tortora?.
E' incredibile come la mia paziente mantenga il controllo e con maestria e intelligenza faccia scivolare a terra ogni frase che la colpisce. Quelle pesanti, con abilità, le sa schivare facendole galleggiare nell'aria.
Ogni parola del marito le rimbalza dentro per poi uscire subito. Lei ascolta ma non replica.
I suoi pensieri, lo noto dal suo sguardo, si dispiegano ora ampi e lineari ma non prendono forma in questa stanza. Improvvisamente, dalla finestra aperta, entra un soffio freddo che le fa volteggiare un ciuffetto di capelli sulla fronte. Le solletica il volto e con la morbidezza di un gesto elegante, lo porta dietro l'orecchio. Lui lo nota e si avvicina a lei rapidamente, prende una forcina e sistema il ciuffetto sullo chignon. Lei sta per scoppiare. Questa sudditanza deve finire. Così, a bruciapelo e con una fitta di sofferenza, lei si lascia travolgere da un tono lacrimoso e da un nodo che quasi la soffoca in gola, ma le parole trovano la strada da sole. Lui si acciglia e finisce nella nuvola di polvere delle contro accuse mai ostentate e mai esagerate. Ora sputate per la prima volta.
Il tono di lei si fa prepotente, deciso. Finalmente, penso tra me, ha trovato la forza di essere se stessa.
Peccato che l'esistenza raramente trovi il coraggio di emergere ed uguagliarsi allo scorrere delle giornate.
E peccato che solo nell'oscurità, le parole pesino il doppio. Ora, che Flavia non c'è più.




28 marzo 2016

Confidenze...al Parco Bolasco. Per non smettere di credere ai sogni.


Parco Bolasco (Castelfranco Veneto, TV)


Ha le labbra rosate e un volto dolcissimo. Un certo compiacimento misto a orgoglio, si può leggere dal suo sguardo profondo. Ricco di emozioni che trasudano da ogni poro.
E' il mio paziente.
Ha continuato a sperare nei sogni, finché non si è avverato il più bello.
Siamo seduti l'uno accanto all'altra, in questo parco magnifico, appena inaugurato, nella nostra città.
Nell'aria un profumo selvatico confonde quello dell'erba appena tagliata, che sa ancora di muschio.
La sua pelle chiara, illuminata da incerti raggi di sole, fa trasparire i segni di una dura convalescenza, fitta di sofferenza. Nella mente, un avvicendarsi di ricordi miei e suoi si accavallano, come le statue laggiù, se le guardi da questa prospettiva. Lui, ha gli occhi che brillano, e anche se il respiro gli graffia la gola, parlare lo aiuta a districarsi da quel filo d'ansia che ancora traspare debolmente. Rimango incantata dalle sue parole.
Il laghetto dinnanzi a noi sembra argento liquido. Contro luce appare di un verde smeraldo che non si può neanche immaginare, tanto è bello. Il cielo sembra ora screziato di turchese. Se non conosci l'amore nulla qui appare così carico di significato. E così una viola ti sembra di un viola magnifico e un albero secolare parla il tuo linguaggio. Il verde è più verde che mai e il rosa ancora più romantico.
Il mio paziente fissa l'acqua immobile. Solo due anatre disegnano cerchi concentrici al centro del laghetto. Come è geometrica la natura.
Egli rimane in silenzio.

Vorrei appropriarmi subito dei suoi pensieri, con prepotenza, farli miei ed entrare in lui per potervi descrivere la magnificenza del suo sguardo liberato dalla guarigione dopo essere stato rapito dalla malattia.
Ricordo fin troppo bene quel giorno in cui cadde nel buio. Come un fulmine che squarcia la notte, la malattia entrò preponderante facendo crollare tutte le sue certezze. E' un'espressione remota ormai quella impressa nella mia mente durante la sua sofferenza.
Mi guarda. Mi fissa negli occhi. I suoi sono velati dalle lacrime. Appoggia la mano sul mio braccio, piano, per non disturbare. Poi, finalmente, straccia il silenzio con parole indimenticabili.

"Ho creduto di morire. Era come vivere nel terrore cieco con il brusio minaccioso dei miei cattivi pensieri. Resisti, mi dicevo.
Credevo che l'avrei trovata prima o dopo, la forza, e guardavo al domani non troppo lontano, con la speranza sempre piena, di realizzare il mio grande sogno. Si faceva strada la convinzione che più rincorressi quel sogno e prima si sarebbe materializzato. E che più rincorressi quel sogno e più guarissi dalla mia malattia. Stavo solo spostando le mie attenzioni da una bizzarra e diabolica irrequietezza ad una idea di amore vero.
Ma finché la mia realtà non fosse uscita dalla campana, nulla sarebbe potuto accadere.
E' stato un bel giorno, mentre guardavo l'alba accendere il cielo turchese che quella voce morbida come il velluto mi rapì.
Non chiedeva nessun riscatto. Insieme ai brividi, sapeva farmi provare un'immensa paura. Quella di perderla. Era lei l'amore mio. Era lei la donna della mia vita.
Ci siamo trovati avvinghiati in un unico soffio. Un unico respiro. Un unico afflato. In un giorno unico e particolare. Con lei, così indifferente alla mia malattia, in un posto in cui non ero mai stato: dentro di me.
Lei, aveva saputo farmi innamorare due volte. Prima di lei e poi di me stesso.
E sono guarito.


27 marzo 2016

Un uovo ricco di significato

(Tratto da una storia vera. Ringrazio la figlia del mio paziente per avermi consentito di scriverla) 

Teneva l'uovo di Pasqua in equilibrio sul comodino, tra la bottiglia d'acqua e una pila di quotidiani. Di fronte, un vasetto d'acqua conteneva un insolito rametto di rosmarino finemente aromatico e delicato e uno di ulivo benedetto.
La carta metallizzata ci accecava ogni volta che entravamo nella stanza. Faceva da scudo ai raggi del sole proiettandone i riflessi all'ingresso.
Non aveva intenzione di mangiarlo. O almeno non da ricoverato. Il mio paziente non avrebbe potuto nelle sue condizioni. Tuttavia, a chi si incantava a guardarlo, diceva che una volta dimesso, avrebbe dato una grande festa a casa sua, e avrebbe regalato uova a tutti. Di quelle vere però, che di galline da uova ne aveva una cinquantina.
L'uovo di cioccolato era alto trenta centimetri. Lo teneva lì, per sentirsi parte di un mondo che fuori scorreva senza di lui, verso la Pasqua, ma dentro a quelle mura era immobile con lui, come uno spesso strato di asfalto. La descriveva così la sua vita il mio paziente, manutentore delle strade su cui noi tutti corriamo, meno che lui, ora.
Leggeva tutti i giorni un quotidiano locale. Aveva la fissa per i necrologi, come se, per sentirsi meno sfortunato, la conoscenza della morte di qualcuno e non della sua, gli desse un soffio di speranza.
Da venerdì scorso, respirava a stento, in mano reggeva stretta la corona per la preghiera e diceva ripetutamente a tutti di non essere pronto, di voler stare ancora in questa terra, di non voler morire.
Non si poteva essere immuni dal suo struggimento. Si entrava nella sua stanza carichi di finti sorrisi da donare e se ne usciva devastati. Svuotati dalle certezze e consci della fragilità della vita umana.
Poi, incredibilmente, qualche giorno fa, gli esami del sangue mostravano miracolosamente un miglioramento. Anche le sue condizioni sembravano stabilizzarsi nella normalità. Tutti eravamo increduli. Tuttavia la debolezza nel reggersi in piedi, gli impediva ogni azione nello spazio. L'ho accompagnato in bagno io stessa una mattina, era avvinghiato al mio braccio ma  mi guardava con una luce nuova negli occhi. Anch'io ero felice di vederlo meglio. Sarebbe stato ricoverato per sicurezza ancora qualche giorno.
Ci raccontava del suo lavoro come se fosse il miglior ingegnere civile a parlarne e non uno stradino dalla pelle di tartaruga. Si rimaneva a bocca aperta. Sapeva farci cogliere sfumature positive di un lavoro durissimo e umile, e particolari mai considerati come il profumo di petrolio, l'odore del bitume, le sfumature del calcare. Lavorare duramente alle intemperie lo aveva rafforzato, ne era sicuro, e più i valori sballati tornavano a posto, più era convinto della sua fortunata vita. Era un "istintivamente fiducioso" nella sua inerte normalità. Aveva la pelle abbrustolita dal sole e dura, talmente dura da rendere difficile anche alle infermiere più esperte il posizionamento di un ago.
Ma qualche giorno fa, una crisi respiratoria lo ha colto impreparato all'arrivo della perfida signora nera. Con gli occhi sbarrati, la fame d'aria lo stava murando vivo. Il volto sempre più grigio e prosciugato, si confondeva appena dietro alla maschera verde dell'ossigeno. Le labbra vermiglie viravano al bluastro, febbrili.
Ed è finita così la sua vita, in un istante, con l'uovo di Pasqua sopra al letto, il logorio di un coraggio mai abbandonato e l'imperscrutabile atmosfera del suo mondo, semplice solo all'apparenza.

Indugiamo sui piccoli dettagli, che non sono mai futili, e parlano molto di se'.
Ricordiamoci che le inezie non ci faranno mai perdere di vista l'insieme, bensì lo arricchiranno di significato (Fanni Guidolin).

26 marzo 2016

Pelvic Floor Training on the street. Al semaforo del centro castellano

Castelfranco Veneto, 26 Marzo 2016

C'è un gran traffico in questo sabato dall'atmosfera di pigra comodità, in centro.
Sono in auto e attraverso questa tortuosa stradina in porfido cubiforme, che costeggia il Cippo di Castelfranco, lungo il fossato del castello. Al semaforo della torre, un corteo di automobilisti ancora assonnati, attende il verde. Di fronte a me, un signore dai capelli bianchi stopposi, si accende una cicca e abbassa il finestrino per far uscire il fumo dall'abitacolo. Metto in folle e lo "start and stop" spegne il motore, liberando i miei piedi dai pedali. Inspiro, ma non troppo da inalare gas di scarico e micropolveri. Appoggio due mani sul volante e do uno sguardo furtivo allo specchietto retrovisore. Espiro e contraggo il perineo a tempo di musica. Un signore dallo sguardo paonazzo sbadiglia a tutto volume. Rilascio e ricontraggo i muscoli del mio pavimento pelvico, senza eccedere nella
performance. Non vorrei che qualcuno pensasse che sto saltellando sul sedile. Pancia in dentro. Veloce. strizzo i glutei e lascio, strizzo e lascio, strizzo e lascio, chiusura dei muscoli anali, vaginali, e butto fuori l'aria dai polmoni. Alla mia sinistra un passante sul marciapiede mi lancia un'occhiata complice; sembra capire il mio training on the street?. Il semaforo è ancora rosso e l'esercizio è tutta una questione di timing. Eccolo, il profumo dolce e penetrante della panetteria di Corso XXIX Aprile, ti fa inspirare ed aspirare l'aria anche se non vuoi. Inspira e rilascia, espira e contrai. Regola di Pelvicstom.
Attraversa le strisce pedonali una tipa davvero singolare. Ha un poderoso concetto a posteriori, e due fianchi copiosi. Cammina dritta sui mocassini senza calze, con una schiena arcuata nei punti giusti e glutei alle orecchie. Altro che incontinenza e prolassi. Con un fisico così il perineo può solo ringraziare nonostante l'abbondanza. Simulo la sua postura qui sul mio sedile buttando la testa all'indietro, tra i sedili, allungo il collo al massimo, sino a vedere tutti i muri dei negozi alle mie spalle. I colori degli intonaci variano dal bianco al beige come se si fossero messi d'accordo di non dare troppo nell'occhio. E' umile e raffinata Castelfranco.
Verde.
Un cacofonico insieme stridente di clacson mi obbliga ad accendere il motore. Giro il capo a destra prima di partire. Il vecchio portone di Via San Giacomo mi fissa con quella minacciosa saracinesca. E' un acido contrasto con i meravigliosi e antichi merli del castello che rispecchiano i movimentati trascorsi della fortezza, ancora integri. Ed è la stessa metafora della vita, degli anni che passano, come i miei, che oggi sono quarantadue.
Allora puoi scegliere. Di essere quel moderno e freddo appartamento bianco asettico, all'ultimo piano del palazzo restaurato con finiture lussuose ma che perde di valore anno dopo anno o, uno splendido castello del milleduecento dai calcinacci scrostati e con i mattoni a vista, che acquista valore anno dopo anno.
Io ho scelto.




25 marzo 2016

Pazienti stomizzati: non dimenticate il vostro ano naturale

"L'ano praeter" o ano artificiale, non è altro che un pezzettino di intestino, di "budello" in parole semplici, cucito sull'addome, simile ad una bocca. Si chiama infatti stomia, parola che deriva dal greco "bocca" appunto.
Per proteggere lo stoma e per raccogliere i suoi effluenti (feci, se parliamo di stomia intestinale), dobbiamo utilizzare una placca adesiva ed un sacchetto oppure un plac-sac monopezzo unico usa e getta.
I pazienti stomizzati possono trascorrere pochi mesi o molti anni in compagnia della loro stomia e tantissimi dimenticano di prendersi cura dell'ano naturale. Non a tutti infatti viene suturato quel foro insieme ai glutei; la maggior parte continua ad avere un ano e quindi un "canaletto".
L'intestino disabitato si difende dalla secchezza producendo una gelatina viscida e maleodorante che a volte diventa molto densa, e il paziente sente lo stimolo a defecare. Lo stimolo può creare disconfort e rendere pessima la qualità di vita. Altre volte quel muco è accompagnato a prurito o cattivo odore e a terribili dermatiti.
Infine, quell'ano naturale si dimentica di funzionare, e alla chiusura della stomia o ricanalizzazione intestinale, gli sfinteri non sono più competenti.
Ecco perchè è fondamentale effettuare periodicamente dei lavaggi con acqua tiepida o camomilla, piccoli clisterini o perette e subito dopo applicare una emulsione riepitelizzante o creme lenitive e idratanti. 
Il lavaggio e la successiva applicazione della crema, mantengono pulito, ammorbidito e allenano i muscoli sfinterici anali a "lavorare" come prima.Nei casi di infiammazione acuta del canale anale, sono necessarie applicazioni locali (pomate o supposte o piccoli clisterini a base di cortisonici o antinfiammatori) che solo il medico specialista potrà prescrivervi.


Fistole, situazioni chirurgiche particolari, chemioterapia o radioterapia possono essere condizioni da gestire in ambulatorio. Il fai da te non è mai indicato. 
Nota bene: Ogni mio suggerimento o consiglio va assolutamente concordato con la vostra stomaterapista o con il medico chirurgo coloproctologo. Parlatene liberamente e vedrete che potrà proporvi  accorgimenti adeguati.


A cosa servono le emulsioni riepitelizzanti




24 marzo 2016

I prossimi eventi di Pelvicstom

Prossimi Corsi ed Eventi  2016







13-14 OTTOBRE 2016 
VIII giornate rodigine di coloproctologia 
congresso interregionale SICCR



La mia parte di relazione riguarda il BIofeedback e L'elettrostimolazione nella riabilitazione del pavimento  pelvico nella sezione pre congressuale 


22-29/2/2016  CORSO PER OSTETRICHE: LA RIABILITAZIONE DEL PAVIMENTO PELVICO Più info qui

12/3/2016 TUTTE LE FACCE DELLA STIPSI  Più info qui 



28/5/2016 CORSO DI RIABILITAZIONE DEL PAVIMENTO PELVICO  PER TERAPISTI DELLA SALUTE PERINEALE (corso per istruttori fitness, fisioterapisti, ostetriche, infermieri, stomaterapisti, medici, terapisti olistici (shiatzu, yoga) Più info qui


17/4/2016 WALK WITH AISCAM   Più info qui

11/6/2016 STOMIA E INCONTINENZA: COME CAMBIA LA VITA  più info qui

5 e 12 SETTEMBRE 2016 STOMIA: ASPETTI TECNICI, GESTIONALI, RIABILITATIVI (corso teorico)


23 SETTEMBRE 2016 LE TURBE DELLA STATICA PELVICA 


13 -14 OTTOBRE 2016 


19 NOVEMBRE 2016 CONVEGNO REGIONALE SULLA STOMIA 









Io mi arrangio

Arrivo in reparto alle quattro meno un quarto, quando avrei dovuto timbrare il cartellino in uscita e invece ho ancora due nuovi pazienti da vedere.
Entro nella prima stanza con il mio solito iperattivismo sciatalgico, infatti il dolore al gluteo si fa preponderante e rallento il passo obbligatoriamente.
Il paziente dorme (o cerca di dormire) completamente al buio. Respiro una sorta di esoterismo e spiritualità tra queste quattro pareti. È strano come alla vitalità di un sole primaverile si preferiscano le tenebre e l'oscurità. Solo un sottile cono di luce tenta di entrare da uno spiffero della persiana. Sugli occhi, il mio paziente tiene un foulard di seta blu, le braccia pesanti sulla faccia nonostante i deflussori delle flebo, una gamba sotto alle lenzuola e una fuori, semipiegata. Conto tre drenaggi, la sacca catetere, quattro flebo e una sacca da stomia. Mi fa tenerezza e.. tanta pena, ma nello stesso tempo penso che al centro stomizzati troverà tanta solidarietà e conforto, oltre che risposte ai suoi dubbi.
Faccio vorticare i fogli che ho in mano ma lui si accorge immediatamente della mia presenza e mi saluta fissandomi con un solo occhio semi aperto e l'altro chiuso e schiacciato dal suo gomito. La luce artificiale del neon gli da' ancora più fastidio.

Per entrare nel giusto "mood", gli spiego, seduta accanto al letto, il mio ruolo. "Buongiorno, sono la sua stomaterapista". Il mio sorriso cerca di sovrastare la sua smorfia di scetticismo.
Solitamente i pazienti mi fissano basiti come se avessi pronunciato una parola in turco. Lui no.
Si è documentato in internet e sa già tutto. O quasi.
Gli esprimo allora la mia disponibilità ad ascoltare le sue paure, ad aiutarlo a condividere le sue preoccupazioni e a risolvere i suoi dubbi. Ma per la prima volta, mi trovo di fronte ad un nuovo meccanismo di difesa psicologica. L'evitamento.
Per la psicologia cognitiva, questo tipo di difesa è alla base di credenze per le quali l'individuo evita di esporsi a situazioni che gli creano paure o senso di pericolo e tanto più eviterà di esporsi a tali situazioni, tanto più crederà nel loro pericolo.
Il mio paziente tenta di snocciolare le mie argomentazioni in un un piccolo mallo, non lascia spazio al mio supporto e cerca di tagliare corto. Non insisto.
"Io mi arrangio", sembra voler dirmi. Ma sono sicura che questa incredibile e ostentata sicurezza sia solo il modo per non farsi inghiottire dal temibile cancro. " E non mi chieda di sorridere", aggiunge, prima di darmi il tempo di replicare.
Sono certa che domani metabolizzerà il nostro incontro, schiverà il dovere sgradito di accettare la sua malattia e si dedicherà a se stesso. Si ascolterà, rintraccerà le profonde sorgenti della sua insicurezza e le sue giornate diventeranno grandi e piene come pianure illuminate dal sole. Ne sono certa.
Diamogli il tempo.

20 marzo 2016

Cammina con noi. Il cancro non ci ferma !


Schivare compiti sgraditi per dedicarsi esclusivamente alla cura di se stessi, è uno slalom che tutti dovremmo imporci almeno una volta alla settimana. 
Una camminata tra le bellezze della natura, un'alimentazione sana, qualche coccola solo per sè: eccoli gli ingredienti per riprendersi dallo stress o dopo una malattia, durante e dopo terapie adiuvanti (chemio e radio), o per prevenire le malattie stesse.
E' con l'iniziativa "Walk with Aiscam" che l'associazione incontinenti e stomizzati di Castelfranco e Montebelluna, promuove la salute. "Cammina con noi, il cancro non ci ferma!" diventa slogan e motore d'azione. Non fermiamoci di fronte al cancro, combattiamolo muovendoci.
L'appuntamento sarà per Domenica 17 Aprile 2016. 
Una passeggiata naturalistica di pochi chilometri tra le bellezze della natura veneta, guidata da tutti i membri del direttivo condurrà i partecipanti lungo il Sentiero degli Ezzelini, sulle rive del fiume Muson, fino alla scoperta del meraviglioso Sacello di San Pietro (700 circa d.C), una delle chiese più antiche del Veneto (foto sotto). 

Di fronte allo storico luogo di culto si estende l'ampio e curato prato verde dove tutti i partecipanti avranno modo di rilassarsi seduti in mezzo all'erba o divertirsi con l'enterostomista esperta in riabilitazione perineale ormai nota nell'Ulss 8, Fanni Guidolin .   
Fanni infatti vestirà, per questa occasione, i panni di un "coach" d'eccezione. E insegnerà a mantenersi in forma e a mantenere il forma il proprio pavimento pelvico con simpatiche strategie, giochi, e perchè no, gli esercizi di Pelvicstom .
La mattinata si concluderà in vera bellezza con il pranzo a buffet presso la Villa Caprera. Staremo insieme in uno scenario davvero fiabesco, con la speranza, che almeno per qualche ora, la vita sembri più facile e la malattia più distante.  
L'evento è patrocinato dal Comune di Castello di Godego, assessorato alle politiche sociali (Barbara Gardiman) , dall'Ulss 8 e dalla LILT (lega italiana lotta ai tumori).

leggi anche qui :  corri che ti passa

















19 marzo 2016

Papà


( Tratto da una storia vera)

Come è chiara la tua incertezza caro papà. A tratti, mescolata a timidezza, mi ricorda la mia infanzia dinnanzi al grande mondo che mi sovrastava, altre volte, tuonante, mi ricorda te, che ti mettevi sempre in ultima fila, dinnanzi al mondo che sovrastava te.
Vorrei accendere da qui, da questo letto d'ospedale, il tuo volto, e renderlo protagonista oggi, che è la tua festa papà.
Sei seduto laggiù con le mani nelle mani, stretto nelle spalle, con lo sguardo dritto nei miei occhi. Ti amo papà, e vorrei tanto dirtelo, nonostante tu sia lì, in quel guscio esagonale, perché pieno di sfaccettature .
Ma la malattia è stata per me un'opportunità. Mi ha permesso di sentirti più vicino e di capire quanto importante sia io per te. Non avrei mai pensato che tu venissi a trovarmi tutte le sere.
Ti avvicini un po'. Mi hai portato delle viole. Le hai raccolte dal giardino come facevo io con la mamma e le hai messe in un bicchiere. È vero che un gesto può essere tanto semplice e tanto ricco nello stesso  tempo.
Ti avvicini ancora di più. Vuoi scattarmi una foto?. Sorrido all'obiettivo civettuola e spensierata come non lo ero da tempo. Hai il magico potere di farmi sentire bene e di essere parte di una vita interrotta da questa malattia che, per la prima volta, non disdegno ne' odio. La malattia mi ha fatto ritrovare te.
Ti avvicini ancora, con gli occhi raggianti e lo sguardo limpido. Ti siedi nel letto accanto a me, elegantemente, e mi copri con il tuo maglione ingombrante, tanto caldo e tanto caro. Prendi  una ciocca dei miei capelli, la rigiri tra le dita, la poni dietro al mio orecchio, in silenzio, mentre si va addensando un nodo nel mio petto.
Vorrei tanto indossare le mie scuse senza lasciar trapelare la mia agitazione, per aver pensato che non mi volevi abbastanza bene.
Ma...come se la luna fosse nel cielo solo per noi a illuminare il tuo volto e il mio, cerco la tua mano e ci appoggio la mia. Mi spoglio di ogni senso di colpa. "Auguri papà. Sei il migliore del mondo. "





16 marzo 2016

Non è gelosia

Entro nella stanza di soppiatto. La mia paziente sta dormendo, o forse sta semplicemente fingendo di riposare. E' seduta in una sedia, china sul letto, con la fronte appoggiata sulle braccia.  Fino a ieri sembrava cedere ad una disperazione interrotta solo dai singhiozzi e oggi la vedo cosi' tranquilla che quasi non mi pare vero. E' come se concentrasse le forze interiori in un solo punto.
Sulle spalle, un golf in cachemire rosa cipria, mi ricorda me da bambina, quando mia madre, lavorando a ferri tutte le sere, me ne confezionava di tutti i colori.
La mia paziente sente i passi dei miei zoccoli in gomma, cigolanti e svelti e si alza con un sussulto.
Non è lei ! Si tratta della sorella.
Ilaria si trova nel soggiorno del reparto, mi avvisa la vicina di letto. A fissare il mondo attraverso i vetri delle finestre. A desiderare un uomo presente, che le stia accanto, soprattutto ora. A cacciare via la gelosia travolgente, per tutto. La gelosia per quella collega di lavoro, ex moglie del marito. La gelosia verso la sorella. La gelosia per le attenzioni che suo marito dedica alle altre e non a lei.

Cammina su e giù per la stanza, con una diabolica bizzarra irrequietezza.
Sistema una poltroncina, raddrizza un quadro, alita contro il vetro e passa il gomito come per pulire. Come a casa propria, quando si cerca di rintracciare le profonde sorgenti della propria sicurezza attraverso ciò che ti appartiene.
A tratti, è una irrequietezza creativa. Sposta una pianta verso la luce, sistema le bottiglie d'acqua nel mobiletto, mette in pila i giornali e le riviste.
Mi avvicino e cerco di capire meglio quello che già so.
Anche stasera lui non verrà a trovarla. Deve lavorare ha detto. Ci sarà la sorella ad assisterla, in questa nuova condizione da stomizzata. Un sacchetto da cambiare, feci odorose sulla pancia e tanto pudore. E poi un marito latitante, un pessimismo innato e una famiglia spenta, sono gli ingredienti per farla sentire davvero sola e... diversa.
Non che la mia paziente abbia bisogno di assistenza vera e propria. Ma non sarà facile per lei, stanotte, addormentarsi, dopo aver saputo che quel polipo è un cancro aggressivo e che l'aspetterà ora, un percorso di chemioterapia.
E non sarà facile per lei addormentarsi sapendo che l'uomo che l'ha sposata, ha scelto di cenare con un gruppo di amici e amiche disordinati e alternativi proprio stasera.
No, la sua non è gelosia. E' troppo amore per chi nemmeno si accorge della fortuna che ha.
Però l'amore e l'odio dormono tutti sotto lo stesso tetto. Il tetto di una casa pericolante. Ed è sdoppiando la vita che si può dolcemente accarezzare con una mano e colpire terribilmente con l'altra. Senza pietà.



14 marzo 2016

Un pene esagerato e una donna che non c'è

(Ringrazio il mio paziente per avermi consentito di raccontare la sua storia.
L'ho scritta in prima persona , respirando tutta l'energia di un uomo a metà) 

Fino a tre mesi fa, la vita scorreva fluida senza intralci ed io scorrevo insieme a lei, felice.
Poi, il maledetto cancro si è insediato in me ed ha colpito la mia virilità.
Mi hanno asportato la prostata e sono diventato incontinente e impotente.
Era un rischio al quale ero stato preparato, ma fin là. Nel senso che speri sempre di non essere lo sfigato che cade dentro a quel quindici per cento dei casi e invece...
Alla dimissione, sono tornato a casa con la testa bassa, affranto e carico di paure. Portavo un pannolone ingombrante, insopportabile, pesante. Mi sentivo l'odore acre di urina addosso e il cuore si faceva di piombo ad ogni passo. Come il mio pannolone. Ero smarrito, diverso, perso in una agitazione mai conosciuta.
Dopo un percorso di riabilitazione, mi sono sentito più forte e sicuro. La malattia aveva creato un nuovo me.
Ho buttato via il pannolino ma non ero più uomo.
Mi sono deciso. Ho affrontato il problema dell'impotenza con uno specialista urologo andrologo.
Mi ha prescritto qualche compressa, per iniziare, e le iniezioni da fare sul pene.


Oggi mi ritrovo seduto sul divano e abbraccio le mie ginocchia. Il mio corpo mi sembra sempre più smilzo. Ho un'espressione meditabonda e seria. Infilo la testa nel collo largo di questo maglione più forato di un colabrodo. Cerco un mondo a parte, dove non ci sia sofferenza. Non lo trovo.
Sulla sedia il mio giubbotto in pelle frangiato e rattoppato, mi ricorda lo spirito libero di un tempo, le inesistenti paure, le avventure in giro per il mondo con le ciocche di capelli al vento, legate da un elastico consunto. Si andava "a donne" e si giocava a che ne conquistava di più, vantandosi ognuno della propria virilità. Poi è arrivata lei, l'angelo biondo, a farmi volare in altri paradisi. Siamo stati sposati per dieci anni, poi si è ammalata di cancro pure lei, ed è scomparsa.
Ricordo che quando ha perso tutti i capelli per la chemioterapia, aveva la testa che pareva una boccia e lei la copriva con delle cuffie ricamate, arricciate e sbuffanti. Mi faceva una tenerezza incredibile. Mi scende una lacrima.
Giro la testa dall'altra parte, sul tavolino in wengè, dove una siringa in un astuccio viola mi ricorda due cose: la mia impotenza e quel maledetto cancro subdolo e perfido. Sono costretto a sentirmi in preda di una decisione forsennata. Non voglio sembrare un uomo tutto intero solo perchè dipendo da una iniezione, ma non ho scelta. O così, o me a pezzi frammentati e sparsi.
D'un tratto, istintivamente fiducioso e con incredibile sicurezza, la afferro. Indosso i miei occhiali, quelli dalla montatura stravagante, perchè io ero così, originale e fiero. Dentro di me, qua e là, potevi trovare solo lo sfavillio di un uomo gioviale e giovanile. Esuberante ed egocentrico. Non mi riconosco in questo guscio funesto.
Estraggo la siringa pre dosata e mi spoglio delle mie insicurezze.
Ricordo bene le indicazioni del medico e ho tanta voglia di provare. Tremo. Ho paura dell'ago. Devo conficcarlo nel mio pene, ad occhi aperti e mano ferma. Indugio. Poi, esagero. Con un gesto tracotante  lo inietto tutto questo liquido e aspetto.
Attendo il fluire della mia mascolinità, e penso alla mia solitudine. A quanto bello sarebbe potermi sentire parte di una coppia sfrenata, complice amato di una donna coperta da una fontana di riccioli, come la mia, bella da togliere il fiato. A come il cancro sia stato spietato e spiccio.
Un'ombra tremula mi accende un sorriso appena accennato. Funziona.
Mano a mano che passano i minuti mi ritrovo con un pene sempre più turgido, ma, se il mio orgoglio trova spazio e valore, provo dall'altra parte, sempre più dolore. Un dolore che si fa sempre più insopportabile, beffeggiandosi di me, fino a farmi sentire ridicolo e colmo di vergogna.
Sono costretto a recarmi al pronto soccorso per l'antidoto. Si chiama priapismo questo effetto collaterale. Ho esagerato con il dosaggio mi hanno detto, ma del resto, ho voluto spogliarmi di quell'abito mediocre che non mi apparteneva e vestire il mio. Quello di un io socievole e sfrenato, iperbolico quasi. Con un pene esagerato e una donna che non c'è.
Mi sono sentito uomo, intero e quasi integro. Mi sono sentito forte e giovane. Mi sono sentito "guarito".



13 marzo 2016

Dal diario di una terapista del perineo: a testà in giù in un campo di rosoline

Ho il fiato corto.
La giornata di oggi preannuncia una primavera senza confronti. E' semplicemente meravigliosa. Voglio andare laggiù, tra i cipressi, i pini e i ruderi di mattoni lungo le prode erbose. Sono sola in mezzo al campo incolto, con le scarpe impantanate, chinata in avanti a raccogliere "rosoline".

Sono delle erbette da cucinare, che nascono spontanee in questo periodo. Non posso fare a meno di pensare al mio perineo. A testa in giù,  e con il busto flesso in avanti, diventa difficile "stringere" qualsiasi muscolo del pavimento pelvico, ma non dobbiamo mai dimenticarci della sua esistenza.
Mi sollevo salutando il sole ad occhi chiusi e sorrido come se fossi in posa. Contraggo i glutei e allungo la schiena. Benessere puro antistress.
Un tipo macilento con i capelli rossi mi osserva dal suo terrazzo. In mano tengo un ciuffo di erbette, nell'altra il coltellino. Sollevo le braccia come per stirare ogni muscolo intercostale e noto che automaticamente anche il perineo risale.
Mi accovaccio come se fossi in una turca e continuo a raccogliere. Ascolto la discesa verso il basso dei miei organi pelvici e, come so, introfletto il mio addome . Lo rilasso. Lo introfletto. Lo rilasso e via così, fino a riempire il sacco di erbette. E' importante imparare a "pensare al perineo", qualsiasi cosa si faccia. Poi, provo un affondo con un distillato di autocontrollo. Forse la mia figura appare goffa ma lo slancio è spontaneo e la schiena dritta. Tutto bene.
Ad un tratto i miei piedi si imbattono in una zolla, sento che l'equilibrio si fa precario, e in un battibaleno cado all'indietro, facendo scoppiare in una risata sonora il tipo in terrazzo. Ma oggi sono felice. Sono così euforica che anche la mia risata cresce e si trasforma in un rantolo indecoroso. Non riesco a fermarmi e non riesco a credere di essere io. Rido fino a perdere il fiato ma... controllo il mio addome in ogni istante. La risata crea pressione dentro alla mia pancia e quindi devo proteggere il mio perineo. Stringo i glutei e blocco l'addome all'interno continuando a ridere a più non posso. Parola di Pelvicstom.


11 marzo 2016

Ti rimbocco le coperte

"La cosa più bella che ti possa capitare da malata, oltre alla notizia che guarirai dal tuo male, è qualcuno che ti rimbocchi  le coperte".

Si muove lenta la mia paziente, dolorante in quel letto da troppe settimane, dinnanzi ai miei sguardi rapiti dalla scena. Una schiera di figli, al suo capezzale si contende , con servilismo, un sorriso della madre.  Lei, che li ha cresciuti con amore e devozione, raccoglie ora i frutti della sua educazione.
E' seduta con il busto inclinato in avanti e la testa tra le mani Roberta. E' la più giovane, e la più sofferente. Ma oggi, l'atmosfera in questa stanza sembra quasi incontaminata dalla tragica realtà.
Roberta ha capito benissimo che la mamma non vivrà a lungo e non lascia un istante la sua mano. E'  soffice e fragile la mano della mia paziente, gonfia, con qualche ematoma e un ago che vacilla. Non ha più vene.

La mano aperta, acerba e liscia, di Roberta, copre le sue dita fredde, amorevolmente, con una bontà bambinesca. 
Luca, il maggiore, prende la coperta dall'armadio e la pone sul letto.
E' una coperta di lana infeltrita ma che scalda quel corpo malato e le dona attenzioni dimenticate. Sembra di un'abituale intensità il suo gesto.
Quando sei madre sei abituata a dare. A dare oggi e sempre, e a ricevere solo un domani, quando i figli grandi, capiscono ciò che sei stata per loro. 
Marta, la seconda di cinque, sistema il lenzuolo piegando un lembo ordinato fin sul collo della mamma. Scivola il suo dito sul decoltè martoriato dalle bolle e dalla dermatite. E' allergica anche ai cerotti la mia paziente. Non bastava il cancro. Di lei si beffeggiano anche i mille effetti collaterali.
Tommaso e Alberto sono in un angolo della stanza, verso la finestra. Voltano le spalle alla madre facendo finta di essere presi da una conversazione del tutto e niente. Hanno il volto rigato di lacrime. Le pagliuzze verdi degli occhi nocciola di Alberto, sono ancora più evidenti da lucide. Nessuno dei due figli esce dalla stanza e nessuno dei due mostra il viso alla madre. Bisognerebbe essere un mondo a sè per non venire rapiti dal bellissimo legame che unisce questa famiglia.
E c'è anche lui, il marito. E' fuori, in corridoio. Si soffia il naso più volte mentre gli occhi galleggiano sfuggenti. Poi, entra nella stanza coraggioso e si avvicina alla moglie indossando una maschera felice per non deragliare. Prende la coperta e insieme il lenzuolo, e sistema il tutto con precisione maniacale. E' una dolce carezza quel rimbocco.
"Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo", mi dice affranto ma rassegnato. 
Mai lo avevo sentito così pessimista. 
"Si guardi intorno signore. Avete insegnato ai vostri figli tutto della loro vita. Ma loro vi stanno insegnando che cosa conta", ribatto. 
E mentre mi avvicino alla paziente per sistemare l'ultimo angolo del lenzuolo che, incastrato sotto al braccio, potrebbe darle fastidio, lei mi guarda dritta negli occhi dicendomi: "La cosa più bella che ti possa capitare da malata, oltre alla notizia che guarirai dal tuo male, è qualcuno che ti rimbocchi  le coperte. E' un gesto d'amore.  Perchè amare è come piantare un ulivo, coprire di paglia la terra e il tronco, ripararlo dal freddo. E sognare un giorno di vederci arrampicare tuo figlio".





Tutte le facce della stipsi


Intestino e cervello hanno forma e aspetto simili. E la Natura non fa mai nulla per caso: allo stesso modo del cervello “superiore”, quello “inferiore” riceve e trasmette segnali e stimoli reagendo ad ogni tipo di agente esterno, sensazione, stato d’animo, emozione e stressLo scrive il noto Dott. Morelli, psicoterapeuta.

La stipsi (o stitichezza) è un disturbo della defecazione che interessa più del 50% della popolazione. Le cause sono molteplici e spesso si deve ricorrere a visite gastroenterologiche, proctologiche o chirurgiche, per risolvere il problema.
Alcuni interventi chirurgici possono compromettere la funzionalità del pavimento pelvico, e i disturbi della defecazione rientrano tra le possibili conseguenze.
L'AISCAM (associazione incontinenti e stomizzati di Castelfranco e Montebelluna), in collaborazione con il centro stomizzati dell'Ulss 8, dà il via ad una serie di conferenze che riguardano gli ambiti della riabilitazione del pavimento pelvico, anche per questo 2016.

L'appuntamento è per sabato 12 marzo ore 9-12.30 presso la sala “A” del presidio ospedaliero di Castelfranco Veneto con la conferenza aperta a tutti, intitolata “Tutte le facce della stipsi”. I relatori saranno i chirurghi coloproctologi Dott. C. Sernagiotto e Dott. M. Balduino, che ci parleranno della diagnosi strumentale della stipsi e della chirurgia della stipsi. La Dott.ssa S. Grillo, gastroenterologa, spiegherà cos'è la stipsi e quali sono le cause. La Dott.ssa N. Favaro, dietista, ci elencherà i nutrienti da assumere e i consigli da seguire in caso di stitichezza. La Dott.ssa F. Guidolin, enterostomista e terapista perineale, ci descriverà la pratica dell'irrigazione colica e ci mostrerà alcuni esercizi che possono aiutare nella defecazione ostruita. Condurrà la conferenza, il presidente dell'AISCAM Dott. G. Pesce, noto chirurgo castellano.


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