29 maggio 2016

Se potessi sollevare il mondo dal dolore...

Oggi,  29 Maggio 2016, è la giornata del sollievo dal dolore.
Dovrebbe essere la mia giornata, il mio spiraglio di gioia, invece il dolore oggi è come quello di ieri, che è quello di sempre, se non peggio.
Vivo con un impianto di morfina in pompa da anni, dalla quale sono ormai assuefatta.  La mia malattia cronica mi costringe a rimanere sempre a casa, al massimo esco in giardino, che ho fatto trasformare in oasi naturale, vista la fortuna di abitare in aperta campagna. In primavera, il lento movimento delle piante, fisse nelle loro radici è ipnotico. Il sussurro del vento tra gli alberi, si perde tra il suono del cinguettio degli uccelli. I fiori hanno il loro linguaggio e il loro profumo mi riempie di gioia.
Le oscillazioni dell'automobile invece, mi causano la nausea. Girare in sedia a rotelle, seppur elettrica, anche. Devo stare ferma, immobilizzata in questo corpo in cui la vita ha colato cemento armato. Penso. Leggo. Scrivere mi è impossibile. Muovere braccia e mani mi crea un dolore lancinante al collo. Lascio che il filo dei ricordi si sfilacci facendomi dimenticare la donna felice che sono stata.
Sono una donna sbiadita, in queste condizioni da vent'anni, dopo un intervento alla colonna vertebrale per un'ernia del disco protrusa e fuoriuscita che mi paralizzò istantaneamente. L'intervento delicatissimo durò undici ore e non ho mai più camminato. Ho subito poi altri quindici interventi senza risultato. Sono incontinente all'urina. Mio marito mi cambia il pannolone tre, quattro volte al giorno . Ho una stomia intestinale per le feci. Per fortuna che esiste questo miracolo. Potessi avere anche un sacchetto per l'urina, sarei la donna più felice del mondo.
Provo dolori lancinanti alla bocca dello stomaco, alla pancia, alla schiena, al petto, alle gambe. Il dolore è penetrante, incessante,
Mio marito mi lava e mi consola ogni santo giorno. Cucina per me, mi mette a letto, mi veste. Non che io non riesca. Le braccia le muovo. Ma questo è il suo modo per sollevarmi dal dolore. I farmaci non fanno più nulla. Il suo è vero amore, vera cura. Mi dipinge i capelli di giallo. Una tinta che tenta di perpetuare il biondo della giovinezza. Mi fissa ancora negli occhi. Due lucenti occhi azzurrissimi conficcati tra le rughe del volto, dice lui.
Qualche settimana fa sono venute due signore del comune. Hanno portato in casa uno stucchevole ottimismo. Sono state a farmi compagnia, hanno preparato il caffè e mi hanno raccontato storie divertenti. Non ridevo così da secoli. Un risata giubilante, così in contrasto con il pallore del mio volto. La mia voce era briosa, festante. L'esistenza umana è piena di formidabili sorprese. Per un'ora non ho pensato al dolore, anche se se ne stava là, dentro alle mie ossa, in ogni centimetro del mio corpo. La sera, si è fatto però insopportabile. Era la mia rabbia esplosiva. Nel mio petto massiccio risuonava un ringhio sordo. Ho pianto soffocando il grido sul cuscino mentre mio marito mi accarezzava la testa.
In questa giornata di sollievo dal dolore, dedico il mio grido a chi inveisce contro il prossimo per un banale graffio sulla carrozzeria dell'auto nuova; a chi si lamenta di non farcela a lavorare otto ore al giorno in piedi; a chi non si accetta fisicamente e ricorre alla chirurgia estetica. Grido contro chi si alletta per un dolore mestruale o contro chi passa la notte in bianco per essersi abbuffato la sera prima di cibo. E grido anche contro chi trascura derelitte fioriere inzaccherate.
Non auguro a nessuno il mio dolore.
Ho solo sessant'anni, e scusate se vorrei viverne almeno altri dieci, quindici. Ormai il dolore mi ha reso così forte che potrei resistere a tutto. Ma se dovessi perdere le mie uniche forze, la forza della natura della mia oasi e mio marito, vi prego, seppellitemi subito. Perchè se potessi sollevare il mondo dal dolore, consiglierei a tutti di cercare l'amore vero intorno a sè, e di godere delle bellezze che solo la natura sa donarci.


23 maggio 2016

Dal diario di una terapista del perineo: esercizi anche in barca

Che il dolce ondeggiar della barca sul mare mi crei una fastidiosa nausea, qualche giramento di testa, numerose vertigini, i conati di vomito e il torcicollo, è ormai risaputo. Il mio compagno, da buon medico, mi consiglia ogni sorta di "anti-tutto". Allora mi porta i braccialetti contro la cinetosi, le gomme da masticare per la nausea e le gocce che agiscono a livello centrale, sul cervello scervellato dai tentativi infruttuosi.
Ma oggi, nella Laguna di Venezia, dove il mare scivola in una tavola verdastra rubando al cielo qualche rigolo azzurrognolo, sono stata benissimo, esercizi pelvici compresi (merito loro?), che mai mi abbandonano.
Ci arrotoliamo i pantaloni alle caviglie e ci sfiliamo le scarpe sedendoci sulla scaletta. Il moto ondoso creato dalle altre barche di passaggio, mette alla prova il mio equilibrio. Tengo i glutei stretti e la pancia in dentro. Lo sapevate voi che chi non ha un perfetto equilibrio non ha nemmeno una statica pelvica appropriata?. Fate la prova mettendovi in equilibrio per dieci secondi su un piede solo.
Bene, mi aggrappo comunque al pomello lucidato a bordo e poi mi intrufolo sottocoperta per appoggiare borse e giubbino. Non vorrei mai che il peso su una spalla sola, variasse il mio assetto posturale. Per brindare al nuovo acquisto, il proprietario della barca, un caro amico, ci offre da subito un bicchiere di prosecco freschissimo. Proprio quello che non doveva fare! Il vino eccita anche la vescica e potrebbe dare urgenza minzionale con rischio di incontinenza. Gli uomini bevono tutti. Le donne no. Preferiscono aspettare la terraferma ed una eventuale toilette in un bar. E' così che vivi quando soffri d'urgenza minzionale. Prima di accertarti della bella piazza che vedrai, ti accerti che ci sia un bagno raggiungibile.
Durante l'attraversata, stesa al sole in prua, vestita di tutto punto come vuole la normativa comunale (sul Canal Grande niente costume), allungo le gambe volgendo il viso al sole. E' piacevole il tocco dei suoi raggi caldi.
Il nostro amico poi inizia l'accellerata. Scivoliamo sulla tavola di mare e il vento fresco mi obbliga a contrarre tutti i muscoli perineali finendo distesa. E' per non volare via, dico mentendo. Quei brividi di freddo stimolavano ulteriormente la mia vescica in realtà, e me ne sto quatta quatta abbracciata al mio "amoruccio". Lui, dolcemente, mi regala un gesto d'affetto. Sento le sue dita sulla pelle della mia guancia. Sono delicate, lievi, sanno di sapone e cera d'api.
Rallentiamo. Velocità adatta ad un servizio fotografico. In contrazione perineale certo! Per non cadere è fondamentale. Rubo scatti a pareti colorate di giallo, rosa, turchese, con tracce di umidità che scrostandole le rendono ancora più tipiche. Tra calle e balconcini, gondole e porticcioli riempio la sim del telefonino e soddisfatta dei miei pelvicstom's exercises spiego alle donne con me, i principi della riabilitazione del pavimento pelvico. Non c'è mai stop al lavoro!



22 maggio 2016

Aspettare

Come un tintinnante corredo di stoviglie, sventola il polso ricco di braccialetti rumorosi per salutarmi. Cammina scalciando e mi viene incontro. È la mia paziente felice.
Un leggero rossore alle guance paffutelle, sua caratteristica, mi trasmette salute ed energia. 
Ha finito con i cicli di radio e chemioterapia e la sua stomia potrà essere chiusa.
È incredibile come i pazienti con un sacchettino temporaneo sull'addome, vivano settimane o mesi, in funzione del giorno che prima o poi verrà. Quello in cui torneranno sotto ai ferri per sistemare l'anatomia del loro corpo dissestato. Quello in cui quel maledetto sacchetto resterà solo un ricordo.
Sono trascorsi otto mesi dal primo intervento e Rita non è più uscita di casa da allora. Si è chiusa in una scatola, forellandola di tanto in tanto per lasciar passare uno spiraglio di luce. Veloci boccate d'aria nel giardino trascurato, una fuga al panificio il sabato mattina, qualche minuto sul terrazzo per sbattere contro il vento le lenzuola. 
Ha rinunciato a truccarsi e alle cene dai suoi. A vestirsi bene, a darsi lo smalto, a curare i suoi fiori. Ha rinunciato agli amici e a fare l'amore con Giovanni, suo marito. Nemmeno la spesa, al supermercato, è stata una necessità. C'è stato sempre chi l'ha fatta per lei.
"La stomia è temporanea", le avevano detto i chirurghi, "Cerchi di riposare e fermarsi un attimo, che nella sua vita ha lavorato tanto. Lei, donna e mamma instancabile, una pausa di vita se l'e' presa aspettando. 
Dovevano essere due mesi che poi sono diventati tre. Ne sono quindi passati quattro e poi cinque. "Non c'è spazio per l'intervento..., le liste sono lunghe..., il chirurgo non c'è...". Le hanno detto così, la verità. E sono trascorsi otto mesi.

Oggi Rita si muove a scatti. E' diventato il suo modo, per paura che quel sacchetto si stacchi. Deve entrare dal chirurgo, per la visita pre operatoria.
Stringe le mani nelle mani, le fa scivolare lungo i fianchi, come per asciugarle, trattiene il fiato. E' agitata visibilmente.
Entro con lei. Devo spiegare al chirurgo quello che Rita non ha forse capito. Vorrei che glielo dicesse anche lui che una volta chiusa la stomia le cose non saranno più come prima. Ci sono situazioni che vanno ponderate, e spesso tenere la stomia è meglio che toglierla. Certo non per tutti, ma Rita non ne vuole sapere.

Vedo Rita aggrottare la fronte. Un muscolo le trema sulla mascella. Solo ora si rende conto di essere nervosa.
Il medico parla piano ed è sensibile a eventuali reazioni di Rita.
Lei si ritira cupa come un riccio.
In quante scatole avrebbe potuto infilare la sua vita adesso ?
Poi è il turno della rabbia e del dolore. Sono sulla sua pelle, tra i capelli. Le viene voglia di tirarsela via con le unghie quella sensazione.
Apre le mani sulle ginocchia. Le dita esili aggrappate alla stoffa sono più eloquenti di qualsiasi parola o sguardo. Lei di parole non ne ha più.
"Non lo voglio questo sacchettino dottore".

Siamo uscite insieme dallo studio. Non c'era alcuna terrorizzante felicità ad agitarsi nel cuore. Rita teneva la testa inclinata di lato, guardandomi con le labbra tirate. Deglutiva, scuoteva la testa.
L'intervento lo avrebbe fatto a tutti i costi.


Oggi Rita combatte ancora con gli effetti di un intestino che non è più quello di prima. Spesso mi chiede se è possibile rifare la stomia. Dice che stava meglio quando aveva il sacchetto.




9 maggio 2016

Aiuto! Non provo più nulla

(Ringrazio la mia paziente per avermi consentito di scrivere la sua storia. A tutela della privacy, i nomi sono stati modificati.)

"Non provo più nessun piacere. Non la sento più mia, è molle e lassa, insensibile. Secca, rigida e fredda. Sono disperata".
Mi descrive così il suo problema intimo Katia. Una donna tutta d'un pezzo, agricoltrice ormai rara, di quelle con la pelle bruciata dal sole per le quali non ti fai troppe domande sul perché della sua carnagione quando ti descrive il lavoro che fa. Ammirevole punto.
Si presenta in ambulatorio trafelata, con la bambina in braccio da allattare, la camicia sbottonata fino all'ombelico e il risvolto dei pantaloni arrotolato al ginocchio. Ha appena finito di sistemare i polli e si scusa per la mise.
"Ho partorito da qualche mese e l' approccio  sessuale, da parte di mio marito, è stato alquanto precoce. Quaranta giorni sono bastati perché le ferite della lacerazione da parto cicatrizzassero e i punti si riassorbissero. Questa bambina pesava quasi quattro chili e mezzo. Il fatto è che la mia vagina non è più quella di prima e lui me lo fa notare.
So che Orgasmo deriva dal greco "orgao" che significa "ribollire d'amore" mi dice colta. "Se l'orgasmo allora, fosse l'espressione di un amore folle e inconsueto, ammaliante e passionale, avrei già la risposta in mano al mio quesito: cioè che io non provo nulla perché non amo più come prima.
Mi sono buttata negli articolati e arzigogolati forum delle neo mamme semi depresse e il mio sembra un problema comune. La lassita' legamentosa data dallo stiramento dei muscoli del pavimento pelvico al parto, ha ridotto la sensibilità della vagina e ci vuole tempo" mi spiega Katia, come se fosse lei la dottoressa. "Mesi, dicono, o forse anni. Qualcuna lamenta il problema da anni. Insomma, nessuna lamenta una storia amorosa burrascosa o finita come causa di anorgasmia post partum e nessuno parla di soluzioni", afferma spiccia.
La visito senza difficoltà. Katia si muove con la naturalezza di chi è abituato a stare ore chino sui campi a raccogliere pomodori, inginocchiato a sbucciare fagioli o a partorire bambini come se si sfornasse una pagnotta. Adele è la sua quinta bimba, nonostante la giovane età. Sarà anche l'ultima, ora che vorrebbe farsi "clampare" le tube. Lei lo sa che poi non diventerebbe più mamma. E anche suo marito, che la cerca in continuazione, giorno e notte, per fare sesso. No, non fanno l'amore, mi racconta Katia. Le loro sono azioni ripetitive e noiose sempre uguali, staticità nel movimento e freddezza in ogni gesto. Rapidità. Secondi che fluttuano velocissimi ma azioni che tormentano e violentano psicologicamente. Così Katia non si eccita, soffre, prova dolore e lui s'innervosisce. "Colpa dell'ultimo parto e della sua idea di voler chiudere le tube", diceva lui, con la testa beatamente vuota. Ma noi abbiamo capito bene che non era così.

Si trattava sicuramente di ipotonia muscolare e ci sono volute settimane di esercizi e di elettrostimolazione con sonda vaginale perché Katia riprendesse possesso della sua vagina, delle sensazioni, delle emozioni. Ma non era solo quello. Un grave problema veniva a galla: il rapporto con il marito, fatto di sottomissione e imposizioni. Costretta a concedersi sessualmente, lui non tollerava anticoncezionali.
Allora poteva essere mentre lei metteva in linea i filari di pomodori e di zucchine, che lui le si avvicinasse e le sollevasse la gonna. O che la toccasse dovunque mentre spennava le galline seduta sulla sedia impagliata. Lei non voleva e lui insisteva fino ad ottenere il suo corpo ora impudico e malizioso, ora schivo e dolorante. Poteva essere mentre allattava la bambina stesa su un fianco a letto o mentre, la sera, si dedicava quei dieci minuti, nella doccia. Non c'era luogo e non c'era tempo prediletto o predefinito.
Non so fino a che punto lei abbia resistito. Non l'ho più rivista, eppure qualcuno mi ha detto di averla vista sorridere felice, a raccogliere insalata e carciofi insieme alle sue cinque bimbe, mentre lui, il marito, con un gesto tracotante, portava nella carriola la sesta. L'hanno chiamata Gioia.



I disturbi dell'eccitazione o dell'orgasmo dovrebbero sempre essere valutati da uno psicologo sessuologo che eventualmente possa aiutare la donna a smascherare profonde insidie celate e mai confidate. O eventualmente consigliare alla paziente la frequentazione di un centro di riabilitazione Perineale, dopo visita medica specialistica ad esclusione di gravi patologie.

8 maggio 2016

Ho paura degli urologi

(Tratto da una storia realmente accaduta)

Calcolo il percorso per arrivare in ufficio in base ai bagni che posso incontrare lungo la mia strada. Se mi scappasse la pipì non potrei temporeggiare neanche un secondo. Praticamente vivo in funzione della toilette, o meglio, non vivo più. E non ho ancora deciso di sottopormi ad una visita urologica, ho troppa paura.
La mia è una paura ancestrale. Ho paura dei camici bianchi, delle siringhe, delle mani guantate dal lattice aderente, degli aghi e delle malattie.
Mi sveglio tutte le notti quattro o cinque volte per fare la pipì, spesso il flusso è debole, altre volte devo spingere perchè, come dire, non passa. Se mi trovo in macchina per andare in ufficio e comincia l'urgenza minzionale, ovvero quella sorta di odioso stimolo impellente che mi provoca i sudori della morte se non trovo un bagno, rischio di perderla e bagnarmi i pantaloni. Da qualche settimana utilizzo i pannolini assorbenti e mi vergogno da morire.
La situazione sta diventando insostenibile e la mia paura sempre più folle. Temo la visita urologica. Quel dito guantato riempito di lubrificante gelatinoso e freddo. Il dolore penetrante. La diagnosi. Temo la malattia e che questa abituale intensità a vivere la vita con gioia si spenga all'improvviso. Temo la mia sciocca agitazione.
C'è sempre una montagna di distrazioni irrilevanti nella mia giornata e c'è la distrazione più importante della mia vita, la mia donna. Le altre non hanno mai avuto alcuna risonanza. Lei l'ho sposata. E' la donna che amo follemente e solo l'idea di ritrovarmi senza prostata, impotente e incontinente, mi tormenta.
Tengo la testa di traverso mentre la osservo da lontano. Sta stendendo il bucato. In lei potrei smarrirmi in ogni momento. Abbiamo costruito un mondo a sè, fatto di sua propria atmosfera. Ci siamo fatti inghiottire dal divano per serate intere abbracciati e sprofondati nel nostro amore. Eppure c'è un vuoto. Manca un pezzo del nostro puzzle. Mancano le mie paure che furtive arrivano e scappano via da lei, per non caricarla di pensieri. Mancano le mie confessioni. Riempirebbero certi silenzi e renderebbero i nostri muri meno spigolosi e meno alti. Manca la mia totale sincerità.
Trovo il coraggio.
Parlo per ore, come non ho mai fatto, come avrei sempre voluto e come se non fossi io.
Lei alza la testa. Guarda il soffitto come se si fosse accorta per la prima volta della sua esistenza. Ha un'espressione afflitta, le labbra arricciate, la faccia incerta. Si sente tradita. Tradita dalla mia falsità o dalla mia non completa sincerità. Poi, mentre un pallore lucente lascia spazio al rosa delle sue guance, mi prende le mani nelle sue.
E' bella da togliere il fiato.
"Io per te ci sarò sempre" mi sussurra. Mi è bastato.
L'indomani siamo stati dall'urologo insieme. Mi opereranno la settimana prossima.


Corso di Riabilitazione del pavimento pelvico



28 Maggio 2016 Corso di formazione teorico-pratico per terapisti della salute perineale: La riabilitazione delle disfunzioni pelvi perineali
Terapista riabilitatrice Dott.ssa Fanni Guidolin

v Perineo e dintorni: riferimenti anatomici e basi di partenza
1.     Perineo anteriore o superficiale
2.     Muscolo puborettale
3.     Muscoli trasversi e riposo perineale
4.     Perineo profondo
5.     Posizione seduta
6.     Differenze tra perineo e glutei
7.     Autocontrollo del reclutamento
8.     Posizione quadrupedica
9.     Posizione da "preghiera maomettana"
10.  Coricati sul dorso
11.  Coccige, mobilità e lussazione
12.  I muscoli del perineo non si muovono, che fare?
              13. Rischi di disfunzione del pavimento pelvico
v Perineo nel quotidiano: stipsi e incontinenza
1.     Stipsi terminale, da rallentato transito, defecazione ostruita da prolasso
2.     Cosa consigliare
3.     Tipi di incontinenze e corrette posture minzionali e defecatorie
4.     Beanza vulvare e rumori vaginali
5.     Dolore pelvico
v Le fasi della riabilitazione      
     1. esplorazione vaginale e anale
        2. presa di coscienza, valutazione, pc-test, the knack
        3. rinforzare o rilassare?
        4. automatismo

v Muscoli addominali: il ruolo delle iperpressioni
1.     Le tre scatole della pressione
2.     Diaframma, chiave di volta della disfunzione perineale
3.     Perchè si ha l'addome prominente?
4.     Respiro diaframmatico
5.     Posture corrette e scorrette
6.     Rivedere il basculamento del bacino
7.     Falsa inspirazione toracica : tecnica ipopressiva di Caufriez
8.     Rinforzo addominale: proteggere dorso e perineo
v In soccorso al perineo, esercizi per le disfunzioni
1.     Errori sottesi all'attuale approccio
2.     programma di corretta ripresa dopo un intervento chirurgico
3.     esercizi  di rinforzo : sequenza

v Training domiciliare: esercizi a costo zero, coni vaginali, SEF
1.     Azioni domestiche che diventano esercizi
2.     "Inventare" gli esercizi, come?
3.     SEF (Stimolazione elettrico funzionale)

4.     Coni vaginali come e quando


Il corso non prevede ECM. Per informazioni contattare Lilli Borlina al 347/9627677

Un angelo biondo

Metti una chioma di riccioli miele dorato, due occhi verdissimi e un corpo da favola. Aggiungi una cicatrice zigzagante, un sacchetto temporaneo sull'addome e tante terapie. Si chemioterapie, radioterapie, terapie ormonali e altri veleni. Se può sembrare incredibile agli esseri umani immaginare che un angelo biondo possa entrare nel corpo di Daniela, beh, dopo averla conosciuta, ci devono credere. Lei lo è davvero.
Giunge nel mio ambulatorio con l'emozione che le leva quasi il fiato e lo sguardo duro, cupo.
Seduta di fronte a me scorre i palmi umidi sui jeans. Poi, solleva la folta massa di morbidi capelli truciolati, come quelli di una bambina. Si agita sul volto un foglio di carta. Fa caldo oggi.
Da mesi, dopo la ricanalizzazione, combatte  con tutti gli effetti di un intestino che non è più lo stesso. Non esce più di casa e non sorride più.
L'amica che la accompagna, una vera amica, esprime la sua preoccupazione parlandomi con occhi sbarrati e mi chiede aiuto parlando per lei. Daniela ha la gola serrata dal pianto; tutti i frammenti di preoccupazione stanno per venire a galla.
"Ad un certo punto il sorriso di Daniela è scomparso nell'aria pesante ed al suo posto è spuntata una smorfia perenne" mi racconta la sua amica. Mi avvicino alla mia nuova paziente. La mia mano si chiude sulla sua spalla. Voglio che senta il calore e la pesantezza. Volevo che non se la scrolli di torno, che capisca che voglio aiutarla, a stare un pochino meglio.
Qualche consiglio alimentare, la scheda dei farmaci prescritti per rallentare il transito intestinale e mai presi, gli esercizi di resistenza all'urgenza e quelli per il rinforzo del pavimento pelvico. E poi, energia, iniezione di vitalità e una dose abbondante di positività e fiducia in sè. Questo è quello che le posso dare.
Dalla finestra gli oleandri spettinati mi ricordano che presto fioriranno. E' la mia speranza far rifiorire Daniela. Lei mi fissa con sguardo indagatore e ci vuole tutta l'ora per farle ritrovare la positività. Quel volto solcato appena da una rughetta d'espressione, nasconde così tanta strada percorsa. Mi scopre l'addome e rimango sconcertata nel vedere quel fisico asciutto, con tutti i muscoli al loro posto, i glutei di una sedicenne, la carnagione ambrata, in una donna over quaranta bellissima oltre che nonna giovanissima. E che è quella cicatrice verticale se non il ricordo perenne della sua guarigione? Ma lei è davvero uscita dal tunnel del cancro e bisogna solo ricordarglielo.


Ci sono volute cinque sedute per farle ritrovare la gioia, la fiducia e la regolarità intestinale, solo che oltre a tutto questo Daniela ha riscoperto perfino il desiderio di viaggiare con le amiche. Ed ha promesso che mi manderà le foto !

1 maggio 2016

Un grazie enorme e carico di potere

Ella aveva le guance appena velate da un leggero fard rosato. Era espressione della salute. Gli occhi ridenti trasmettevano serenità e pace. In testa portava ancora un foulard colorato. I capelli, acuminati e radi, stentavano a crescere.
Mi salutò pensierosa porgendomi la mano ossuta e scarna. Aveva la pelle morbida e calda. L'orologio al polso ciondolava largo e il quadrante nero imponente sovrastava sul suo braccio bianco latte. Al collo spiccava una collanina in oro bianco o argento con un pendaglio in vetro, forse di Murano.
L'ultimo ciclo di chemioterapia si era concluso venti giorni fa ed era in attesa del verdetto. La tac di stamattina avrebbe dimostrato o meno la presenza delle metastasi al fegato e della malattia, avrebbe segnato il suo destino, avrebbe accentuato il suo sorriso o trasformato il suo viso.
Il cielo sembrava quasi piangere e le nubi gonfie di pioggia stavano per esplodere come se preannunciassero una catastrofe. Per tutti gli otto cicli di chemioterapia, Marina portava al collo la collanina magica. La chiamava così quell'amuleto acquistato nell'ultimo viaggio a Venezia, otto cicli fa.






Ci andava spesso prima di ammalarsi. Tra le calli rimaneva incantata a guardare scorci di cielo, balconi arricchiti di fiori e mattoni scrostati. Così vecchia, in alcuni punti Venezia le regalava fantastiche metafore della sua vita. Allora quel campanile incastrato tra nuove costruzioni, sembrava soffocarsi. Ma subito accanto, un balcone in legno di un azzurro scolorito, si ergeva esaltandone la sua bellezza. E oggi avrebbe voluto sentirsi così Marina. Felice, libera e bella.
Attendeva in sala d'attesa insieme ad altri pazienti. I loro movimenti erano talmente lenti da sembrare ipnotici. E' sempre così angosciante l'attesa per la risposta di un verdetto. Ogni volta che ci sono i controlli oncologici le emozioni sono così intense da levare il fiato. Lei teneva gli occhi asciutti fissi davanti a sè. La vedevo da qua, mentre aspettavo una cartella clinica.
Eccolo il medico uscire a testa bassa dalla stanza. Le andava incontro. Lei si alzò di scatto. Un taccuino dall'aria vissuta le cadde per terra. Era il suo diario segreto. Quello che da mesi custodiva ogni sua emozione. Le avevo consigliato io di scriverlo. Le sarebbe servito, ne ero sicura. Lo raccolse e se lo mise in grembo mentre il dottore leggeva il referto in piedi, dinnanzi a lei. Che strano non l'avesse fatta entrare nell'ambulatorio. E se fosse svenuta? Se la notizia fosse stata terribile?. Provavo un senso di amaro dispiacere nel vedere questo approccio.
Il medico scorreva con il dito ogni singola parola di quel foglio. Lei non capiva nulla e fissava la sua espressione. L'accenno di un sorriso sarebbe stato il verdetto più bello; e se la disperazione avesse avuto un volto, beh quel medico se lo sarebbe trovato davanti. Marina desiderava tanto quel sorriso. La fossetta sulla guancia, la rima delle labbra verso l'alto, gli occhi piccoli. Era tutto ciò che desiderava in quel momento. Proprio come quando si è bambini e si ride per niente o si gioisce per tutto. Era così che avrebbe voluto sentirsi Marina.
All'improvviso si strinse nelle spalle. Il dottore lesse tutto d'un fiato e finalmente arrivò alla fine. Lei schiacciava tra le mani il suo amuleto portandoselo poi alla bocca.
Lui sorrise. Con gli occhi lucidi il suo sorriso sembrava ancora più ampio e nitido. Marina strascicava le parole dall'emozione e riuscì a pronunciare solo un "grazie". Era un grazie enorme e carico di potere. Nascondeva un mondo di felicità. La malattia si era arrestata.




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