27 febbraio 2017

IO PAZIENTE, INDOSSO LE MASCHERE TUTTI I GIORNI


Coriandoli e stelle filanti, abiti sgargianti e maschere coprenti, il carnevale mi infastidisce.
Tutto questo rumore tuona nei miei orecchi. La gente ride e schiamazza, e urla e canta. La musica accompagna i travestiti che  vedo sfilare dalla mia finestra. Abitare a Venezia,  dove le case si stanziano intorno ad una piazza disseminata di marmi antichi, ricche solo di orti con bicocche crollanti, popolata in questo periodo carnevalesco da milioni di turisti, non mi piace affatto. Il passaggio incontrollato della gente sembra distruggere le forme. I drappi fluttuanti degli abiti d'epoca riempiono i vuoti ma le maschere..quelle si che sfilacciano la realtà. Chi si nasconde davvero dietro alla bianca cera di un volto inespressivo? Una me, per esempio.
Sono malata di cancro e non voglio che si sappia. E come la stampa bugiarda in una pagina sgualcita mette a tacere chiacchere e idee, così la mia maschera inganna voi.
Per questo ho deciso di uscire. Mai come oggi posso essere me senza essere riconosciuta. Me senza capelli e col viso pallido. Me con il volto scavato e la pelle secca.
Le scarpe rosse si abbinano al corpetto che mi toglie il respiro. La gonna è ampia e le maniche a sbuffo. La scollatura mette in risalto tutta la generosità della mia materna abbondanza. Indosso una maschera. Sembro vanitosa e astuta, civettuola e maliziosa. Sembro abile nel districare le matasse più intricate. Sono colombina e sono malata.
Esco.
A poco a poco il mio umore si fa morbido seppur astratto, e si allarga, si umanizza, interagisce con il mio io. La nuova me è sana e sta bene. Il mio personaggio non è più secco, nè tagliato in due dimensioni, è un essere che respira, che si muove, che circola in questo splendido scenario, come un'attrice su un palcoscenico. E questa libertà, questa liberazione del personaggio mi fa stare bene.
Il paesaggio intorno è vaporoso. Le trombe e i fischi allegorici rimarcano
una nuova bellezza della vita che avevo perso.
Temevo di non farcela.
Domani il carnevale finirà ed io dovrò riporre la maschera e i suoi significati. Indosserò allora le mie, per mascherare la paura di morire, di imbruttire, di non riuscire a mentire.
Tornerò alla pragmatica routine delle terapie senza fine, al silenzio. Nasconderò i miei occhi sotto ad una lunga frangia di capelli, e ogni tanto guarderò la maschera di colombina, sperando di poterla ancora indossare a lungo  e per altri anni ancora.





26 febbraio 2017

ANCHE LE SERRE HANNO UN'ANIMA CHE CURA IL MALE

In inverno, alberi e cespugli hanno il fascino austero dell'attesa. Ma può accadere, in un mattino nebbioso, di ritrovarsi in una serra infreddoliti e di venire riscaldati dallo spettacolo che cattura gli occhi. Là, la vegetazione segue un altro tempo, quasi magico.
E' girata di spalle la mia paziente. Il corpo sinuoso, ora largo e sottile, ora stretto e arcuato, la pelle lattiginosa. Ci siamo date appuntamento qua, perchè sono convinta che sia una terapia per lei, varcare la soglia in questo mondo verde. Nell'umido tepore di una esuberante vegetazione, sta osservando la collezione di orchidee disposte casualmente sui bancali di legno. Alcune sono sospese in aria, nel vuoto. Altre sono striminzite, aggrappate ad un'apposita rete, con le foglie scarne e deboli, talora ingiallite. Ma la natura è un organismo che sa curare da solo le sue ferite e la serra è il luogo della positività e dello stupore. E' stanca la mia paziente. La chemioterapia le toglie tutte le forze eppure qui non si lamenta. Regna un disordine naturale, come in una giungla, è un giardino ad un'altra latitudine, dove il freddo è bandito. "Guarda questa Fanni !". Richiama la mia attenzione sulla Renanthera Matutina (foto), uno splendido esemplare giallo puntinato di arancione. Spunta dal suolo, sotto al bancale, in una pallida fioritura invernale la Cattleya Portia Coerulea.
Lo spazio per muoversi è poco ed abbiamo paura di urtare una delle tante rarità. Osservo la mia paziente e gli effetti che quest'anima verde ha su di lei. 
E' complice  al mio sguardo sull'arte della coltivazione di piante rare il suo. 
Saranno queste alchimie della cultura botanica a potenziarne gli effetti benefici.  Vedo mutare il suo volto a poco a poco. Laggiù, gli zoccoli scalpitanti del coltivatore, passeggiano sul tufo che conduce nell'altra serra, quella dei bulbi che si lasciano guardare dal sole dividendo il poco spazio nel vaso con radici volenterose. E' la vita, miracolo naturale, sfida continua, come la malattia e chi la vive. E' il rapporto continuo tra il coltivatore e la pianta, la metafora dell'uomo con il suo corpo e la medicina che lo cura. 
In un angolo, una Clivia indistruttibile richiama la nostra attenzione. Emana un effluvio di dolce silenziosa armonia, calde vibrazioni. Ha il sapore un pò retrò e siamo abituate a vederla nei vecchi cortili, negli androni, negli antichi giardini. Quando sboccerà, il colore arancio dominante, spiccherà sul verde lucido delle foglie. La mia paziente accarezza le lunghe foglie. Sembra pensare a ciò che sarà in primavera, quando anche lei terminerà la chemioterapia. Decide di acquistarne una, e di prendersene cura. Facile e fedele la Clivia accompagnerà la sua primavera, fino alla fine delle cure, quando l'una sboccerà e l'altra guarirà. 
Così, investita di questo potere guaritore, la Clivia troverà posto sotto al suo porticato bordato di mughetti dal profumo inconfondibile, in una casa dai balconi azzurri e finestre bianco latte. Per riallacciare le fila dei pensieri agitati dai sogni notturni con quell'arancione che è vita.

22 febbraio 2017

ACCETTARE DI ESSERE MALATI DI CANCRO

Non si parla di una banale influenza o di dover affrontare un’appendicectomia, si tratta di dover combattere una malattia che nel pensiero collettivo è  molto spesso associata alla morte.
In realtà, anche se le statistiche mediche dicono che vi è un aumento globale della sopravvivenza a 5 anni e una remissione della malattia dopo i 10 anni (dati ISTAT 2015), quando si riceve una diagnosi di cancro si raggela, il futuro non esiste più. Per affrontare l’intervento chirurgico, la chemioterapia e la radioterapia è necessaria la capacità di resilienza.
Si, il percorso è lungo, ci sono spesso effetti collaterali invalidanti e quando si finisce, talvolta non ci si sente guariti. Perché? I controlli medici a cui si viene sottoposti ad intervalli di tempo più brevi all’inizio, e poi man mano più lunghi ci dicono che non si è guariti, si è ancora malati, anche se la malattia è tenuta sotto controllo. Ma la nostra mente sembra biologicamente predisposta a pensare negativamente anche quando la malattia sta regredendo e c’è spazio per pensare positivamente. Ancora più faticoso per molti, è accettare la malattia e le sue conseguenze quando rimane un segno nel corpo, come nel caso della mutilazione di un seno o della presenza di una stomia nell’addome. In quest’ultimo caso è richiesto uno sforzo notevole alla persona; le feci e le urine devono essere controllate e gestite manualmente, si rischia realmente di sporcarsi le mani per pulirsi, soprattutto all’inizio, e fino a quando non si è imparato a conoscerla. Si rischia di rifiutare quel sacchetto e tutte le persone che hanno contribuito a confezionarlo.
In che modo accettare la stomia? Prendendosi cura di lei anche con grande timore, facendosi aiutare all’inizio da una persona di cui ci si fida. Iniziare ad informarsi su cosa si può fare e non fare con la stomia, non temere di parlare dei propri dubbi, delle proprie difficoltà nella vita quotidiana e poi provare a sperimentarsi. Ridere degli insuccessi pensando che nulla è irreparabile, pensare che può solo andare meglio riprovandoci.
A parole tutto sembra semplice ma così non è, almeno non per tutti. La persona va rispettata e accompagnata a comprendere il dolore, le angosce che la pervadono e che non le permettono di guardarsi. Lo psicologo può aiutare in questo. Deve accogliere la sofferenza di chi sta di fronte a lui e guidarlo a riscoprirsi persona viva, autentica, che pur nella attuale situazione di difficoltà, possiede un valore non quantificabile, l’amore per la vita.
Insieme si può. 

Caterina Bertelli

Psicologa 

AL VIA IL MASTER UNIVERSITARIO IN STOMATERAPIA E RIABILITAZIONE DEL PAVIMENTO PELVICO


Anche per quest'anno accademico, il master che specializza gli infermieri in stomaterapia e riabilitazione del pavimento pelvico è in partenza.
Saranno undici gli studenti provenienti da varie regioni italiane i selezionati. L'Università di Padova si riconferma all'avanguardia in questo ramo della medicina e chirurgia, nonchè dell'infermieristica specialistica. Ramo considerato da infermieri che cercano di migliorare la propria assistenza al paziente portatore di stomia o che soffre di incontinenza.
Secondo le linee di indirizzo pubblicate un mese fa, dai tecnici del gruppo regionale in ambito di stomia e incontinenza, il paziente con derivazione urinaria o fecale o il paziente incontinente, deve essere seguito da un infermiere specializzato, adeguatamente formato con un percorso universitario (master di 1° livello) o con un percorso in scuole accreditate regolamentate (aioss). Il paziente dovrebbe essere preso in carico prima dell'intervento chirurgico, seguito adeguatamente in reparto dandogli adeguato supporto psicologico, accompagnato alla dimissione e visto periodicamente dopo.
Per quanto riguarda la mia materia di insegnamento che è "La riabilitazione del pavimento pelvico", noto grande interesse da parte degli studenti e partecipazione attiva al tirocinio pratico. Certo, io sono esigente. Il libro di testo deve costituire la guida e lo studio è fondamentale. Gli studenti saranno sottoposti a prove in itinere e all'esame finale scritto. Avrò la possibilità di spiegare tutta la riabilitazione in tre lezioni frontali di 4 ore ciascuna e di seguire il tirocinio pratico nell'ambulatorio di Castelfranco Veneto e Montebelluna (TV) di ogni studente per 5 giorni ciascuno.
La tesi di master concluderà il loro percorso e riguarderà un argomento specialistico.
La votazione della tesi, insieme al giudizio finale vertirà all'assegnazione del merito, per uno o più studenti che si saranno distinti in questo anno accademico.
Domani l'inaugurazione del corso di master avverrà presso l'Aula Zuccari al secondo piano del policlinico universitario e si aprirà con i saluti del presidente Dott. Martella e del direttore Dott. Angriman.

15 febbraio 2017

ATTILIO REGINATO :NUOVO PRESIDENTE ASSOCIAZIONE REGIONALE STOMIZZATI E INCONTINENTI

Se vedi in lontananza un uomo col cappello abbinato alla giacca, con la sciarpa srotolata finemente intorno al collo e claudicante su un bastone raffinato di tutto punto, potresti imbatterti proprio in lui: Attilio.
E' un mio paziente urostomizzato dalla grinta contagiosa. Lui della malattia, se ne fa un baffo.
Quando l'ho conosciuto ho capito che Attilio poteva essere la persona di cui la nostra associazione locale aveva bisogno. La positività e l'attivismo, insieme ad una dose di spirito imprenditoriale e volontà di aiutare lo hanno portato infatti alla vice presidenza di A.I.S.CA.M (associazione incontinenti e stomizzati di Castelfranco e Montebelluna) dopo poche settimane dalla dimissione dal reparto.  Ora la grande notizia che cambierà davvero l'assetto di molte associazioni stomizzati è che Attilio sarà anche alla presidenza di A.I.S.VE Associazione regionale (federazione delle associazioni) incontinenti e stomizzati del Veneto. Prende il posto di Pasquale Pecce, stomizzato attivista anche nella FAIS nazionale e partecipe ad un tavolo tecnico in regione Veneto che ha portato ad una delibera molto importante: il paziente stomizzato e incontinente andrà seguito da prima dell'intervento fino a dopo la chiusura della stomia e il paziente incontinente andrà aiutato in un percorso di riabilitazione della disfunzione. Pasquale  continuerà a collaborare dietro le quinte e a coltivare la passione per il gruppo.
E' scientificamente provato: il contatto umano con altre persone che attraversano la tua stessa malattia fa stare meglio. Toccare con mano, sentire il profumo del gruppo e il calore che esso trasmette, confrontarsi, sono piccole azioni che regalano una sensazione di benessere. Lo sanno bene tutti i miei pazienti associati ad AISCAM. Il progetto di crescita e di sensibilizzazione della popolazione sulla stomia e l'incontinenza è stilato in un percorso di progressiva crescita. E' questo che vuole la nostra associazione e Attilio in prima fila guida, come un direttore d'orchestra, tutto il gruppo. Prossimo obiettivo? Non un sogno fiorito ma un realistico impegno . Aiutare tutte le associazioni provinciali a diventare come la nostra. Parola di Attilio.

Segnaliamo insieme ad Attilio Reginato, Franca Bergamin alla tesoreria della stessa federazione regionale, paziente dall'entusiasmo senza confini, alla quale ho dedicato una storia e Giovanna Cailotto, vice presidente regionale e attivista APIS, associazione stomizzati e incontinenti padovana.

Fanni Guidolin

(in foto sotto Attilio)

12 febbraio 2017

RICCHISSIMO, CON LA RICETTA PER LA FELICITA'

La stoffa quadrettata del suo pigiama sbuca dal lenzuolo arrotolato fin sotto al mento. Una t-shirt a girocollo bianca, che profuma di ammorbidente e detersivo, fa capolino sulla scollatura, finemente abbinata.
Teodoro è stato operato lunedì e lo vedo oggi per la prima volta.
Insieme al pigiama misto seta, indossa due drenaggi, un catetere ed un sacchetto per le feci. Ha una stomia temporanea e tanta paura di non riuscire a tornare a casa. Gli occhi sono ridenti e schiacciati da un volto pieno di rughe. La barba spunta ispida sulle guance scavate. Regge in mano un paio di occhiali squadrati dalle lenti spesse che tiene appoggiati su un libro che non ho mai letto "La sposa di Lammermoor", un romanzo gotico a tutto tondo.
Se lo guardi da questa prospettiva, semiseduto e con le lenzuola abbassate, il mio paziente ha il classico aspetto dell'uomo d'affari, quello di una certa età e con un certo status. Ma curvo sulle spalle, con le gambe a bordo letto e il volto pallido e sudorante, esprime tutta la sua vetusta età e mi fa una pena terribile.
No, non lo attendono un'azienda avviata con un seguito di dipendenti o una casa da accudire con giardino e orticello. Sono i suoi libri ad aspettarlo ordinati in fila e catalogati accuratamente, che Luigi sostiene siano il suo paradiso insieme ai viaggi in giro per il mondo. "Noi abitiamo in un paradiso, ma non ci curiamo di saperlo", aggiunge lasciandomi a bocca aperta mentre mi racconta dell'ultimo viaggio in Guatemala, due anni fa.
Sul comodino, un vecchio cellulare con i tasti grandi si confonde tra le riviste di storia ed economia ma non stona. E' datato come i libri che legge. Teodoro ha ottantanove anni, la quinta elementare ma una cultura spaventosa. Ha studiato sui libri dei figli e dei nipoti e approfondito la passione per la storia abbonandosi anche a riviste specialistiche molto costose, oltre che acquistando libri ai mercatini.
Il suo sapere spazia dalle caselline delle parole crociate della settimana enigmistica a Dostoevskji. Dalla storia dei bersaglieri nella battaglia di Agordat del 1890, alle politiche economiche di Padoan.
Me lo racconta lui che durante un viaggio da un continente all'altro è stato capace di divorare un "Ivanohe" di Walter Scott . Difficilissimo.
Mi siedo sul bordo letto affascinata dai suoi racconti, dalla sua ricchezza di pensiero, dalla sua cultura, e rimango per una quarantina di minuti fino a quando il mio paziente chiede la mia età. "Ne ho poco meno della metà dei suoi", rispondo.
"Signorina..."aggiunge, "io non vorrei avere la metà dei miei anni perchè non potrei raccontarle ciò che le ho raccontato. E non avrei vissuto ciò che le ho descritto. La vita serve per fare esperienze, tante, e raccontarle. Io non so quanto mi resterà da vivere ancora, vorrei stare qui almeno un'altra decina d'anni, ma la mia missione è quasi compiuta. Ho coltivato tantissime passioni e aperto la mia mente alle conoscenze. Oggi le trasmetto a lei, con la speranza di averla incuriosita e invogliata a seguire il mio esempio. Scusi la presunzione, ma è la ricetta per la felicità". Sorrido. "Si conosce un uomo dal modo in cui ride", aggiunge. E non me ne sono più andata.

(in foto sotto: il mio paziente ricchissimo)

FARE LA PIPI' A LETTO ED ESSERE PUNITI

Tratto da una storia terribilmente vera.

Yanis è una creatura genuina e dolcissima. E' un bambino di cinque anni, dai capelli d'oro, con la faccina decisa, spiritosa e gli occhi furbetti. Vive in Francia con la mamma ed il compagno di lei, a nord, dove il fiume si divide in due lasciando paesaggi mozzafiato nel suo percorso.
Stasera Yanis sta correndo in mutandine e a petto nudo. Lungo il fiume c'è uno stretto selciato che si può attraversare godendosi il panorama. Sull'imbrunire i colori del cielo si mescolano ai bluverdi dell'acqua, e ti sembra di stare in un acquerello di Gatto. D'estate milioni di turisti scattano foto suggestive anche ai vertiginosi ed eleganti edifici che si ergono sulla splendida veduta. Ma sono le dieci di sera di questo gelido inverno e fa molto freddo. La settimana scorsa le temperature sono scese di molto oltre lo zero e stasera ai bordi del canale sembra formarsi un' immensa distesa di ghiaccio che brilla sotto la luce di una luna finta.
Il bambino corre verso il piccolo ponte di ferro ed io, dopo aver letto i giornali, posso solo immaginare la tragica scena sotto ad un cielo nero e viola.
Il piccolo inciampa di tanto in tanto e cadendo si sbuccia le ginocchia sottili. Sbatte il naso. Sanguina. Sul volto, due linee rossastre segnano i suoi occhietti neri. Ha i capelli fradici ed è visibilmente impaurito. Ai piedini, indossa solo un paio di calzini antiscivolo bagnati che non gli proteggono le piccole dita.
Poi, laggiù, verso quel pilastro illuminato dal lampione, qualcuno lo nota e cerca di prenderlo. Lui scappa correndo ancora più forte scendendo la scalinata che dalla strada va verso il fiume fin sotto al primo ponte. Ambulanza e forze dell'ordine vengono allertate dagli stessi genitori dopo quindici minuti dalla sua scomparsa, e più persone cercano di rincorrerlo per aiutarlo.
Yanis cade a terra per l'ennesima volta. E' gelato, trema ed ha le labbra bluastre. Riesce appena ad unire le manine tremanti davanti al viso, con gli indici rivolti verso l'alto come per coprirsi dalla vergogna. Poi un ultimo inspirio. Corto, tratteggiato da rantoli che gli arricciano la bocca.  Arrovescia indietro la testa e la boccuccia è anelante. Dalla fronte scende un rigolo di sangue. Le mutandine sono tutte bagnate, freddissime. Il signore che arriva per primo si sfila rapidissimo il piumino e lo avvolge velocemente ma è troppo tardi. Lo abbraccia, lo sostiene, lo chiama , scuotendolo appena, perchè gli sembra una piuma di cristallo, ma neanche le nuvole saprebbero tenere questo peso.
Yanis, con il capo ciondolante, muore tra le braccia di quel passante sconvolto, attonito, al quale le palpebre sbattevano forti e incredule e il cuore minacciava di scoppiargli nel petto. Muore per la sola colpa di essere nato da due genitori stupidi. Muore per aver fatto la pipì a letto, forse per l'ennesima volta, forse proprio per colpa di quella mamma e di quel patrigno, che lo hanno punito per questo, cacciandolo fuori casa di corsa, in mutandine, a morire tra le braccia di chi nemmeno lontanamente poteva immaginare un simile disastro. Muore nel 2017, nella Francia Settentrionale e non in una tribù sottosviluppata. Muore massacrato dalla violenza dell'ignoranza e dell'inettitudine, lasciando un'altra ferita troppo forte in questo inverno.

I genitori, di 30 e 23 anni, ammettendo la punizione inflitta, sono stati arrestati.

Il patrigno è un seguace del "survivalismo", movimento che pratica l'addestramento della sopravvivenza in condizioni estreme per fronteggiare eventuali emergenze.

11 febbraio 2017

C'E' UN'OMBRA SOSPETTA

La tavola imbandita invitava chiunque di noi a sedersi per spiluccare qualche antipasto prima del risotto. Non erano solo i quadretti optical della tovaglia ad attirare il nostro sguardo. Le mani si allungavano su micro tramezzini a triplo strato, cipolline e olive taggiasche.
Mamma mescolava le pentole in cucina in un tintinnante corredo di stoviglie. "La vuoi un'oliva?", le chiese mia sorella. "No, prendo un gamberetto in sala rosa, grazie", rispose.
Il gamberetto prese la via sbagliata e mia madre cominciò a tossire per liberarsene. Stava soffocando. Non bastarono i pugni sulla schiena nè le manovre di Heimlich per farglielo sputare. Mamma stava diventando blu. L'aiutò suo marito, con una mossa rapida. Gelido fu il grumo di paura che ci pervase.
I giorni seguenti furono caratterizzati da una tosse stizzosa e inarrestabile. Fino allo sfinimento. Lei era convinta di avere una polmonite da ab ingestis.
La portammo al pronto soccorso un pomeriggio in cui non trovava respiro. La voce era così bassa che sembrava un sussurro. Spalancava gli occhi sentendo la gola stretta. La sottoposero a raggi al torace urgenti: sospetto nodulo polmonare.
Sospetto nodulo polmonare? . Gelo nelle vene.
Ma come era possibile? Noi eravamo in pronto soccorso per un cavolo di gamberetto guizzato in trachea e i medici ci avevano appena detto che nostra madre aveva un'ombra sospetta che poteva essere un cancro e non uno stupido pezzo di pesce sulla via sbagliata???
Serviva una TAC e il mondo ci cadde addosso. L'ombra sospetta in un polmone oscurò anche i nostri volti. Chiamalo nodulo, ombra, massa, chiamalo cancro. Una Tac viene spesso richiesta per escludere che si tratti proprio di quello, alla quale seguono biopsie, altre indagini, ansie.
La reazione fu immediata. Panico e paura. L'angoscia era un pugno che ci schiacciava il petto.
Per rivivere la malattia che ci fece perdere nostro padre un anno fa, io e mia sorella non saremmo mai state pronte. Ci siamo guardate incredule abbracciandoci mentre un sorriso amaro ci piegò le labbra. Nostra madre è un'operatrice sanitaria e sapeva perfettamente cosa stava succedendo. Le sue mani correvano sulla stoffa della giacca come se non trovassero un luogo in cui fermarsi.
Per due giorni e due notti ci siamo rigirate nel letto, con la luce dell'abat jour sempre accesa, guardandola galleggiare nel buio. Pensieri ingarbugliati, si stavano stagliando rumorosamente. Molti aspettano settimane per una risposta che può cambiare la vita. Io mi chiedevo quando si potesse acquietare il tremore delle dita che reggevano quel foglio in mano: "ombra sospetta". Ombra-sospetta. Due parole hanno il potere di farti catapultare in uno stato confusionario.
Attendemmo due giorni per una risposta e la paura, antica, autentica, se ne andò.
Polmonite. Polmonite da ab ingestis. Nessun cancro. Nostra mamma non sarebbe morta. Quel maledetto gamberettto era riuscito a mettere a soqquadro una vita. Quel maledetto sospetto era riuscito a mettere sottosopra le nostre vite. Ricacciammo il dolore da dove era venuto e un sorriso scaturì da una lacrima. Di gioia stavolta.
Ma moltissimi non vivono la nostra fortuna.
Per molte persone l'ombra sospetta diventa certezza dopo venti lunghissimi giorni di attesa. La vita diventa un rimescolio, senza costrutto. Come in una palude, i vapori untuosi, di una tremenda malattia, offuscano ciò che di bello si può presentare agli occhi. L'unica vertiginosa certezza è quella risposta. C'è un cancro. E ti chiedi perchè diavolo non esista il modo di non soffrire così tanto nell'attesa di una risposta che non arriva mai. Perchè che siano due giorni o venti di attesa, penserai di non avere il tempo per decidere, di essere messo alle strette, di non avere scampo, penserai che stai perdendo tempo, e vita. Non sarebbe meglio una piccola bugia?

9 febbraio 2017

Infermiera make up artist: la storia di Donatella


Lo dice Dior che il trucco è il mezzo per liberare l'anima e lei, l'anima la sa cogliere dal volto di ogni splendida donna che, in un percorso di malattia, si veli di tristezza. 
Donatella Favaro è prima di tutto una delle mie migliori amiche, un'infermiera di anestesia che si prende cura ogni giorno di pazienti in rianimazione e in sala operatoria. Si destreggia tra mille fili, pompe infusionali, ventilatori, maschere per l'ossigeno e cannule tracheali. Osserva i volti dormienti o gli sguardi attenti, gli occhi sbarrati o quelli socchiusi. Osserva. Ed è proprio da quegli occhi, specchio dell'anima, che è scaturita la passione del make up, divenuto ora, passione e hobby anche per le amiche che vogliono dedicarsi un giorno di coccole, o imparare l'arte del make up. Donatella osserva, scatta una foto con i suoi occhi, immagina la persona dietro a quel volto impaurito, conserva una foto nella sua memoria.
E' un make up "terapeutico" quello che Donatella ci definisce, maggiormente ricercato da alcune donne che attraversano la chemioterapia, fatto di pennellate lievi e delicate, puff di ciprie ultraleggere, toccature con spugne morbide, piccoli tocchi terapeutici che diventano carezze di velluto. 
Nella sua valigetta spiccano i toni lavanda, che illuminano la carnagione. Il colore ecrù nasconde il rossore, l'arancio copre le occhiaie e sublima alcune parti del viso. Un colorito alabastro può risplendere con il fondotinta giusto. Il trucco può anche esprimere l'umore di chi lo sceglie o trasformare chi lo indossa. 
Si perchè per Donatella, il make up è come un vestito cucito su misura. E lei è rimasta sedotta dal desiderio delle donne di trasformarsi. Ciò rivela il lato emotivo del make up.
Mi racconta che dentro a quelle stanze rivestite di acciaio asettico, riesce a vedere negli occhi dei pazienti uno spiraglio di cielo. E cosa c'è di più infinito del cielo? L'eterno di un'anima. E di più nobile?. Prendersene cura.
Il colore diventa protagonista di un viso spento che può miracolosamente illuminarsi e dare carica energetica, linfa vitale per affrontare tutto il percorso chemioterapico. 
Al San Raffaele di Milano, Angela Noviello, estetista, è direttrice creativa del progetto Oncology Esthetics. Sarà nostra ospite alla conferenza del 25 marzo 2017 intitolata "Cancro e Bellezza" insieme a Donatella Favaro e a Rita Molinaro, dermopigmentista, abilissima nell'arte del tatoo oncologico. 
Scopriremo con loro quanto sia importante la cura di sè durante la malattia. Quanto un pennello sulla palpebra dia conforto e rassicurazione, o il disegno delle sopracciglia, sicurezza e bellezza. Ci racconteranno una dimensione che va oltre la quotidianità, per rivelare l'arte profonda che ogni donna può esprimere con se stessa, con il proprio volto, con il proprio nuovo sorriso, toccato appena da un rosso lipstick .

scritto da Fanni Guidolin

(Sotto in foto Donatella Favaro durante una sfilata di moda, mentre trucca due modelle) 

5 febbraio 2017

UNA CONFERENZA DAL TITOLO "CANCRO E BELLEZZA"





PRESSO SALA BIBLIOTECA DI MONTEBELLUNA (TV) 

DALLE ORE 8.30 ALLE ORE 12.30

INGRESSO LIBERO

PER INFO: 0423/732522 FANNI GUIDOLIN

guidolinfanni@gmail.com



La conferenza è organizzata da AISCAM (associazione incontinenti e stomizzati di 

Castelfranco e Montebelluna), con il patrocinio di LILT (lega italiana lotta ai tumori), 

del comune di Montebelluna (Assessorato alle politiche sociali) e dell'ulss 2 Marca 

Trevigiana. 

Relatori e argomenti:


Apertura della conferenza con i saluti del sindaco di Montebelluna Marzio Favero e del Direttore U.O. Oncologia Dott. Giovanni Vicario, ospedale di Castelfranco e Montebelluna 


Alessandro Gava

Direttore Radioterapia Oncologica Cà Foncello (TV)

Percorsi di cura e bellezza per I malati oncologici: la realtà locale e nazionale



Giulio Battistello (Deve confermare presenza) 

Dirigente Medico spec. Dermatologia 

Come cambia la pelle durante la chemioterapia



Massimo Melloni

Psicoterapeuta spec. sessuologia e ipnosi

La concezione della bellezza in un malato di cancro



Caterina Bertelli

Psicologa 

Perdere i capelli e riscoprire la femminilità



Fanni Guidolin

Stomaterapista spec. Riabilitazione pelvica

Moda e Mode: cosa chiede il malato di cancro alla moda



Donatella Favaro

Infermiera spec. make up artist per malate oncologiche

Il make up come strumento terapeutico



Rita Molinaro e Angela Noviello

Dermopigmentista ed Estetista spec. Oncology Esthetic Ospedale San Raffaele Milano



Moderatore
Dott. Giuseppe Pesce
Presidente A.I.S.C.A.M.

Seguiranno a conclusione : vuoti pieni di esperienze personali con le storie di Monica, Luigina e Franca e la poesia di Michele Izzo, infermiere scrittore di poesie

Ho diritto alla vita

Ringrazio Francesca per avermi consentito di scrivere la sua storia

E' un fagottino di due chiletti e mezzo questo scricciolino. Sulla carrozzina imbottita, le spondine la proteggono come se fosse ancora nel grembo della mamma. E' rannicchiata a pancia in giù, con le gambette piegate come una ranocchia.
Nel risvolto, sul lenzuolino, tre orsetti ricamati a punto croce con il filo rosa, mi ricordano la mia gravidanza, quando ricamavo corredini e bavagli, babucce e asciugamani.
La madre di questa scricciola è venuta a trovarmi in ambulatorio quasi una volta al mese durante la gravidanza. Voleva dei consigli per il suo pavimento pelvico. Aveva paura di partorire la bambina per via naturale perchè temeva qualche disfunzione.
Il parto è andato bene, mi racconta. In due ore, Alice era nata. Nessuna lacerazione, nessun punto di sutura, nessuna incontinenza nè altra disfunzione.
Mamma Francesca ha trentanove anni, una zazzera di capelli ricci color rame, e sprizza simpatia da tutti i pori.  Questa bambina è arrivata dopo aver perso tutte le speranze. Tentativi, cure ormonali, due interventi in laparoscopia hanno caratterizzato la sua vita e  quella di suo marito per anni. Mi raccontava, quando è rimasta incinta, che la sera che hanno fatto l'amore, secondo i suoi "conteggi", aveva sentito dentro di lei che poteva essere la volta giusta. Ne era sicura. Mentre suo marito la abbracciava forte, lei posava la testa sotto alla sua spalla e insieme fissavano un quadro alla parete. Era una serigrafia di un quadro di Cezanne, in cui gli alberi si ergevano sui fianchi delle colline con una siluette tutta femminile. La metafora era davanti ai loro occhi. Mi racconta che c'era una strana atmosfera morbida e  vaporosa in quella stanza quella sera e la luce dell'abat jour era debole. La luce forte scolora i toni dice Francesca, che per passione dipinge quadri. In quel momento lei aveva esclamato: "me lo sento, me lo sento", ripetutamente. "Me lo sento Massimo, me lo sento che è la volta giusta". Quasi respirando superficialmente Francesca ripeteva a se stessa che sarebbe rimasta incinta. Quella volta. "Ti amo", le sussurrava suo marito all'orecchio. E lei si sentiva davvero pronta.
"Ti-amo". Due parole hanno il potere sconvolgente di mettere sottosopra una vita, caricandola di significato. "Se non mi amasse così tanto, non avremmo fatto tutti questi tentativi", aggiunge.
Quando la bimba inizia a piangere, Francesca si avvicina premurosa per prenderla in braccio. Un ricciolo di capelli le cade sulla fronte fino a coprirle un occhio e lei lo soffia su con il labbro proteso. Ed è in quel preciso istante che i miei piedi diventano di piombo. Sto per fare un'esclamazione di gioia ma le parole rimangono imprigionate a mezz'aria. I contorni della bambina diventano liquidi. Mi sembra di avere la testa piena di spessi strati di lana.
La bambina e' Down. E' Down per me e per il mondo fuori, ma non per Francesca. La sua bambina non è diversa dalle altre e lei l'ha cercata, l'ha desiderata, l'ha voluta, anche così, con la presenza di una terza copia del cromosoma 21.
La piccolina si stira, stropicciandosi gli occhi e smette di piangere.
"Non ho fatto nessun esame nè test in gravidanza", mi dice Francesca con una lacrima che le riga il volto. "Alice è un dono regalatoci dalla vita".
E' con stordente profondità che le parole della mamma schiacciano ogni pregiudizio. Collocano la compassione in un piano ben distinto, più lontano, distaccato da noi che guardiamo da fuori. Limano i sensi di colpa (miei, perchè non l'ho convinta a fare l'amniocentesi come le suggeriva la ginecologa). Ma appunto, miei.
Francesca è felice e sostiene il diritto alla vita di ogni essere umano. Diritto senza tentennamenti, che superi la cultura dello scarto e dell'egoismo. Che superi il pregiudizio e le difficoltà. Che superi la discriminazione.

4 febbraio 2017

Finalista al Premio Letterario Prunola !






Il Premio Letterario Prunola si pone come punto di riferimento in primo luogo per la narrativa edita e inedita, poi per la saggistica inedita del settore enogastronomico, e infine per i racconti degli alunni delle classi 3a, 4a e 5a superiore.
Nato da un'idea di Alessandro Coppo, in collaborazione con Panda Edizioni nella persona del suo titolare Andrea Tralli, e supportato dall'Associazione Dentro al Centro, trova un appoggio e un'aspettativa sempre maggiori nella società letteraria castellana e italiana.
Il nome e l'origine di "Prunola" si ispira al distillato di prugne selvatiche (dette "amoli"  in veneto) che già nell'Ottocento veniva preparato nelle campagne che circondano Castelfranco Veneto. A metà del Novecento raggiunge il picco massimo della sua popolarità e la famosa bottiglia dall'etichetta gialla "co' 'a carossa" è presente praticamente in ogni casa, divenendo il liquore per antonomasia della città murata.

La giuria del Prunola 2017

Piergiorgio Pulixi, Andrea Tralli, Giorgia Gatto, Cristiano Brion, Mariagrazia Lizza, Maria Grazia Azzolin, Maria Chiara Pellizzari, Alessia De Marchi, Renato Piva

Ho deciso di partecipare al concorso dopo che i lettori del mio blog Pelvicstom e dell'omonima pagina Facebook si complimentavano per le emozioni che ogni racconto suscitava in loro. 
Ho scritto più di 150 storie di straordinaria corsia.


Le storie di straordinaria corsia, scritte da me in prima persona,  sono tratte dalla vita reale dei miei pazienti e dalle mie esperienze lavorative in corsia e in ambulatorio.
Sono tutte vere. A volte drammatiche, per il contatto con i pazienti oncologici, a volte rocambolesche, comiche, per sdrammatizzare la mia esperienza di terapista del perineo che pratica gli esercizi dalla mattina alla sera.
Storie di solidarietà, o con messaggi di speranza. Alcune incredibili, altre semplici o mozzafiato, talvolta intime.
Il contatto con la malattia e il percorso di cura dei miei pazienti, mi hanno reso  partecipe silenziosa di un turbinio di emozioni "curative". Ecco perchè ho provato a decifrarle e a trasmetterle attraverso più di 150 racconti, secondo i principi della nuova "medicina narrativa", con esempi da seguire o con insidiosi pensieri che fanno riflettere. 

Se un giorno questa raccolta dovesse diventare un libro, lo dedicherei :

Ai miei pazienti,
che mi hanno insegnato ad essere quella che sono.
Ai miei figli,
attenti spettatori silenziosi, che mi hanno aiutato a decifrare le emozioni
e a Maurizio, che amo da morire 

Ieri ho ricevuto questa mail: (e non vi dico l'emozione !) 
                                                          


Allora... ci vediamo l'11 marzo al Teatro Accademico di Castelfranco Veneto (TV) ! Chissà....

Esercizio per il prolasso: controllo delle iperpressioni addominali

3 febbraio 2017

Disabile invisibile

Credo che il mare d'inverno nasconda un fascino indescrivibile. Qua il mondo sembra aver smesso di vorticare, e di correre spasmodico. Non è solo qualche conchiglia spezzettata a brillare sotto flebili raggi di sole ad attirarci in spiaggia, ma quel blu quasi nero del mare che a contatto con il cielo diventa di un verde muschiato davvero insolito. E' come se i colori si acquietassero.
Anche se siamo imbacuccati fino al naso, con guanti imbottiti e il berretto fin sotto agli orecchi, il freddo riesce a penetrare attraverso le cerniere, i calzini di lana cotta e i nostri jeans. E mentre ci avviamo verso la Via Bafile, la principale di Jesolo Lido, in cerca di un bar aperto, Franco cerca la mia mano e mi trascina accanto a sè, per scaldarmi.
Sono tutti chiusi i bar fuori stagione, tranne uno. Un piccolo bistrot all'angolo della strada, prima di Piazza Brescia; quello con le tegole di ardesia e vasi colmi di bossi ancora verdi.
Affondiamo due biscotti sulla tazza di cioccolata calda fumante e pensiamo all'estate, quando strasciniamo infradito plasticati in copricostume e occhiali da sole.
Quando Franco si reca in bagno per vuotare il sacchetto, nota che la serratura della toilette per disabili è chiusa a chiave. Per uno stomizzato, trovare un bagno grande e spazioso, con il wc più alto dei classici, una barra di appoggio e il lavandino accanto, significa sentirsi davvero "normale", uscire pulito, non sporcare. Ma uno stomizzato non porta un'etichetta sulla fronte. E' un disabile, invisibile. Può anche non stare in sedia a rotelle, nè reggersi su un bastone. Può avere tutti i suoi capelli e le sopracciglia, può avere la pelle abbronzata ed essere vestito bene, o essere truccata, se donna. Uno stomizzato è comunque una persona con delle piccolissime limitazioni alla ricerca di semplici soluzioni.
La proprietaria del bar si guarda intorno nello stesso istante in cui Franco le chiede le chiavi della toilette. Cerca il disabile, la carrozzina forse. Poi armeggia nervosamente con gli occhiali, li inforca e si pulisce le mani sul grembiule, strofinando i palmi ripetutamente.
"Sono io il disabile", le dice Franco spiazzato.
"Mi dispiace signore, ma le chiavi sono per i disabili". Le frasi sono rapide, dal suono gutturale.
"Ma io sono disabile", ripete serio, con la voce flemmatica.
"Senta signore, le ripeto che lei può andare nella toilette accanto, quella per gli uomini".
"Io sono un uomo disabile".

Non mancava molto che Franco sollevasse la maglietta per mostrare la sua stomia, ma non lo fece.
Non lo fece, perchè Franco è una persona sincera e rispettosa. Sentirsi umiliato da un essere umano che tanto quanto lui potrebbe un giorno trovarsi in difficoltà, è stato come ricevere uno schiaffo. Franco era un bugiardo opportunista. Mentiva la sua disabilità secondo quella signora.
Eppure...il decisionismo fu perentorio. Le chiavi Franco non le ottenne. Non aveva con sè alcun cartellino che certificasse la sua disabilità. Custodiva gelosamente la sua stomia sotto alla camicia, aperta per il sacchetto troppo pieno, che poteva scoppiare, staccarsi e imbrattare vestiti e pavimento.
Pagammo la cioccolata velocemente e prima di uscire dalla porta Franco augurò alla signora di stare sempre bene. Che se un giorno dovesse trovarsi con un sacchetto sulla pancia potrà venire da noi a Castelfranco Veneto, in uno dei "nostri" bar del centro a svuotarlo. Che là, noi non siamo così stupidi nè invisibili.

2 febbraio 2017

L'amore a ottant'anni

Grazie Pietro, che mi hai consentito di scrivere la tua storia

Ho settantasette anni , un matrimonio alle spalle ed un terribile lutto, ma non ho mai dimenticato i suoi occhi lucenti. Mia moglie è volata via troppo giovane. Lontano da me, laddove non c'è ne' il fruscio del vento nè la luce del sole; non c'è il bianco delle nuvole nè il profumo dei fiori. Mia moglie è morta ed io sono diventato una persona sbiadita, con due occhi che galleggiano in una faccia molle, incerta.
Brigida è apparsa nella mia vita dopo venticinque anni di solitudine. Anche lei ha perso il marito per il cancro.
L'ho incontrata la prima volta lungo il porticato del nostro paese, due anni fa. Castelfranco Veneto ne ha di bellezze e lei è una di queste.
Passeggiava fasciata in un abito bianco che evidenziava un fisico incredibile per la sua età. Un paio di tacchi neri, i capelli corvini, una grande borsa dai manici corti in mano. Tipo di quelle borse in cui ti immagini di trovare di tutto dentro, dalla trousse di cosmetici alle caramelle smorzafame, alla rivista di gossip dell'ultima settimana. Portava una parrucca e non me ne ero accorto. Stava facendo la chemioterapia per un cancro al seno. Eppure, viaggiava fiera a testa alta, splendida.
Io la osservavo da seduto, in uno dei bar del centro, molto frequentato. Era ferma davanti ad una libreria. Lasciava vagare lo sguardo sulle pareti interne, zeppe di libri, e sulla vetrina, dove ce n'erano ammonticchiati un po' ovunque. A braccetto c'era una signora più giovane, sulla cinquantina, che le assomigliava molto e che ho scoperto dopo essere sua figlia.
Il caso volle che si sedettero accanto a me, urtandomi una spalla mentre si facevano largo tra i tavolini. Io mi limitai ad un cenno della mano. Aveva un profumo selvatico, di campi in fiore, della inoltrata primavera. Io Pensavo che Brigida mi avesse notato mentre la osservavo. Credevo fosse venuta là apposta. Ma lei, a distanza di due anni, continua a dire di no.
Anche se ha "solo" settantaquattro anni, ha la cocciutaggine di una adolescente composta.
Io ero stato da poco operato al retto e portavo un sacchetto sulla pancia. Me lo avrebbero tolto dopo qualche mese ma non potevo perdere questa occasione.
Furono due semplici sorrisi a farci aprire il cuore. L'aria allargava il suo di sorriso e per un paio di volte dovetti recuperare l'equilibrio.
Il giorno dopo ero già a casa sua e le parole trovarono la strada da sole, cacciando dalla mente un avvicendarsi di ricordi dal terrore cieco.
L'ho sostenuta durante tutta la chemioterapia e lei fino alla chiusura della mia stomia. E non ci siamo più lasciati.
Non credevo fosse possibile innamorarsi a settantasette anni. Il nostro è un feeling colmato dalle sofferenze trascorse e vissute. Noi non ci concentriamo sui problemi legati alla percezione realistica della nostra età e sui cambiamenti fisiologici che immancabilmente arrivano, ma poniamo l'accento solo sugli aspetti positivi che un amore a questa età può dare. E vogliamo essere portavoce di questo.
E ancora adesso, mentre la osservo da qua, con quel fiocco rosa cucito sul petto, tutto arricciato, che mi ricorda i petali delle rose e il cielo all'alba, penso a quanto l'amo.
Non ci sono sguardi spazientiti nè sospiri delusi tra noi, e vi assicuro, che il cuore mi batte forte forte quando facciamo l'amore, tra mille difficoltà e limiti, con gli occhi che pizzicano gioiosi.

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