29 giugno 2017

CON LA SPERANZA DI FARCELA

Grazie Paolo...

Mi reco a lavoro con la pesantezza sulle spalle di chi deve portare una tonnellata di cemento.
Non ho dormito affatto e le palpebre necessiterebbero di due puntali per restare aperte.
I miei problemi sembrano ciondolare incessantemente notte e giorno e mi sento totalmente soggiogata dall'incertezza delle mie azioni.
Corro in auto con una strana allucinazione urbana. Dov'è finita l'allegria che fino a ieri mi trasportava mollemente dovunque?. Abbasso lo specchietto retrovisore: l'eterna riga di kajal che incornicia il mio sguardo assomiglia ad un getto di inchiostro sugli occhi di un panda. Oggi anche i capelli sono schizzati come fili elettrici. Mi faccio letteralmente schifo.
Si, Fanni è anche questa. Un'infermiera con le sue debolezze e la sua "scarica" inesplosa. E non basterà attaccare la spina alla presa stavolta. Ho bisogno di aiuto. Mi sento schiacciata. Stipata come un branco di aringhe nella Manica, soffocata da un'egoistica contabilità dell'essere umano.
Corro sulla corsia di sorpasso, oggi sono un'incosciente ritardataria. E oggi dovrò anche aiutare molte persone. Verranno pazienti sofferenti che mi racconteranno di non farcela, nonne malate in pensiero per nipoti delinquenti o figli poco presenti e mariti ansiosi per la malattia delle mogli. Verranno giovani stomizzati che non accettano la condizione, imbalsamati nel tempo dell'attesa di una ricanalizzazione intestinale che forse non avverrà mai, e anziani cardiopatici con tre o quattro by pass, da sostenere, caricare. E verranno anche donne come me, con una giornata semplicemente storta e scaricate dell'energia che normalmente le contraddistingue. Verranno in cerca di una parola o due, di un abbraccio e di un sorriso. Verranno per un consiglio o solo per un saluto. Verranno per avere la conferma, da parte mia, che stanno andando bene, che vivranno ancora a lungo, che i loro occhi potranno gioire e vedere. 
Il mio lavoro mi imporrà di lasciare i miei problemi fuori dalla porta, scaricandone prima un paio anche dal finestrino dell'automobile. Sarò costretta a chiudere tutti i cassetti del mio dolore e ad imprimermi un sorriso forzato, quanto più simile possibile ad un sorriso vero. 
Entrerò in ambulatorio inspirando profondamente e lancerò dalla finestra tutte le parolacce che vorrei dire a non so chi. E mi siederò sulla sedia girevole, accendendo il computer, aprendo l'agenda e firmando fogli bianchi, con la speranza di farcela. 

"Avanti !"
"Buongiorno Fanni!" Esclama il mio paziente.
"Buongiorno carissimo !"
"Come va oggi ?" (legge il mio volto???) mi chiede.
"Sono io che lo devo chiedere a lei caro paziente. Come sta oggi?". Gli chiedo con sorriso smagliante solo nella forma e non nella sostanza. 
"Io bene, ma lei ....la vedo tirata... Tutto a posto ?" (inutile mascherare)
Vorrei fare un rocambolesco volo pindalico per non rispondere. Mento? Non riesco.
"............. eh no purtroppo. Oggi sto soffrendo quanto lei un tempo, ma spero passi in fretta..."
Mi guarda basito. Non parla, non proferisce parola. Mi mette una mano sulla spalla e mi accarezza una guancia. E' strano ricevere una carezza da un paziente. E' la prima volta in tanti anni. 
 Rotolano minuti. Io ho gli occhi rossi. Sto per piangere. Non devo. Non devo. Non devo mi ripeto. Scrollo le spalle. "Voglio restituirle tutto quello che lei mi ha dato in questi anni cara Fanni: tutto passa. Tutto può cambiare. Tutto può migliorare. Basta la forza di volontà. Lo ricordi".

Le frasi mi sono rimbalzate dentro. Mi hanno curato. E' stato come riscoprire in un attimo un vecchio libro ingiallito. Il mio paziente ha fuso il suo dolore al mio, mirabilmente. Mi ha districato da quel filo d'ansia del dover solo DARE. Come argento liquido le sue parole mi hanno consolato ridando al mio sorriso lo smalto perso. Ed ho potuto aiutare tutti gli altri. 
Grazie Paolo...


25 giugno 2017

Pelvicstom's exercises lesson

QUELLA MACCHIA DI CAFFE'

Quella macchia sulla camicia bianca attirava la mia attenzione già alle sette del mattino. Smontavo dal turno di notte e desideravo un cappuccino tiepido, con molta schiuma, giù al bar.
Con gli occhi appannati dal sonno mi sedetti sullo sgabello rotante del bancone. Antonio, il barista, vivacizzava i mattinieri con un inconsueto spiritoso saluto. Praticamente sfornava brioches,  preparava caffè e lavava tazzine, con la stessa velocità di un operaio alla catena di montaggio.
La paziente se ne stava seduta all'angolo appartato del bar, nel tavolino più nascosto, quello di vetro nero. Aveva la sacca del catetere dentro ad una busta della spesa appoggiata per terra, l'ago cannula al braccio coperto da un cerotto sporco di sangue e due paia di infradito più grandi dei suoi piedi, dove le unghie trascurate sembravano uncini perforanti.
Indossava una camicia da notte bianco candido, con i ricami sul collo e sulle maniche. Bellissima. Solo a Burano ne ho viste di simili. Non portava la vestaglia. Sulla fronte, un cerotto si intravvedeva appena, sotto ad una riccioluta massa di capelli crespi, stopposi, giallo secco tendente al bianco. Aveva capito che la stavo osservando. Non avrebbe dovuto trovarsi là. O almeno non in quelle condizioni.
Era stata la macchia di caffè sul petto a farmi venire i dubbi. Si era praticamente versata tutta la tazzina addosso come se l'azione di bere appoggiando le labbra alla tazza fosse disconnessa dalla logica del gesto.
Con gli occhi sbarrati guardava a destra e a sinistra con una rapidità tale da coinvolgere anche me in quel gioco. Il volto era di una bellezza sfigurata dalle pustole di una chemioterapia vendicativa.
Io non ero in divisa, e il mio orario di servizio era terminato alle sei, ma non potevo lasciare così quella signora. Possibile che nessuno si fosse accorto che non era normale tutto ciò?
Osservavo la scena da lontano. Medici ancora in camice smontanti dalla notte per un caffè al volo nemmeno la notarono. C'erano clienti insofferenti, dalla fretta compulsiva in coda alla cassa, ancora con il cotone al braccio dopo un prelievo di sangue al centro prelievi, che attendevano la colazione per non svenire. In piedi al bancone, colleghi stanchi come me, dalla notte di corse su e giù per il reparto, e colleghi appena arrivati per il turno del mattino, passarono accanto alla signora dritti. Entrò anche una donna distinta, ingessata nel suo austero tailleur d'ordinanza. Fissò la paziente e schivò ogni compito sgradito.
Mi accorsi che la paziente aveva il braccialetto identificativo al braccio. Mi avvicinai, le parlai piano, le dissi che ero un' infermiera. Le chiesi se aveva bisogno di aiuto. "Mi sono persa", rispose in dialetto.
Era disorientata e impaurita. Aveva preso il primo ascensore libero ed era scesa con altre persone.
La riportai nel suo reparto, in camera sua, dopo aver avvisato le colleghe. La stavano cercando.
La paziente si coricò immediatamente, rannicchiandosi a bordo del letto, mi chiese di coprirla e di darle dell'acqua, quella con le bollicine. La macchia di caffè stonava in tutto quel candore ma lei si sentiva come a casa, mi disse,  nel suo letto a baldacchino marmoreo, tra le pomposità di una casa barocca, come nella foto che mi mostrò sul comodino.
Mi ringraziò. Era lucida in quel momento, ne sono sicura, perchè mi prese la mano con entrambe le sue, avvolgendola come se volesse custodirla. Era un gesto di tremenda tenerezza, e non potevo non raccontarvelo. E' "il piacere di alleggerirsi" che consiglio a tutti.

Fanni Guidolin

21 giugno 2017

CE L'ABBIAMO FATTA


E va bene, abbiamo cantato a squarciagola le canzoni di Battisti, di Vasco e dei Ricchi e Poveri. Ma anche ballato sulla corsia del pullman con il ritmo del raegeton nella canzone Despacito. Ci siamo scatenati. Ho raccolto sorrisi e voglia di vivere. La respiravo io quella voglia. La sentivo sulla pelle, sui pantaloncini da "ragazzina spensierata" che ho indossato, sui piedi nudi nei sandali slacciati.
Ci siamo abbracciati e arricchiti delle bellezze che intorno ad un lago meraviglioso come il Lago di Garda sembrano così scontate.
Abbiamo fatto i "pazzi scatenati" estrapolando dai cassetti l'entusiasmo infantile che tutti conosciamo ma che molti dimenticano nella malattia.


Dipende dal momento in cui le vivi certe esperienze. Acquistano un altro peso nella tua vita.
Novantasei pazienti non sono stati assolutamente un problema. Erano talmente rilassati che nessuno ha incontrato difficoltà. Io, con tutto il mio bagaglio infermieristico e di pronto intervento, c'ero, e c'era anche il nostro presidente medico insieme a qualche collega infermiere; c'erano  due operatrici sanitarie, mamma compresa, a collaborare in caso di bisogno.
Due corriere piene, due autisti simpatici, una gita fuori porta e tanta allegria. Ecco gli ingredienti per una giornata super. Una giornata che ha conciliato i pensieri e fatto salire in un attimo l'allegria che sconfigge ogni malumore.

Siamo stati totalmente soggiogati dalla maestosità del Lago e dai piccoli borghi medioevali, oltre che da un D'Annunzio creativo e rivoluzionario, psichedelico, pazzesco.
Abbiamo pranzato in una tavolata gigantesca, sul fiume Mincio. Sono nate molte amicizie. Abbiamo influenzato il disincanto e il pessimismo di alcuni pazienti e fuso mirabilmente la gioia della forza di gruppo.
Un'associazione la nostra, che diventerà un esempio. Ne sono sicura .



18 giugno 2017

UNA PRESENTAZIONE IN ROSSO


Da non credere.
Me lo hanno detto in molti che l'evento di presentazione del libro "Storie di straordinaria corsia" non aveva mai visto così tanta presenza in libreria.
Ci siamo dovuti spostare là, all'interno della splendida libreria castellana, a causa di un temporale tiranno e traditore. In Piazza Duomo, sotto ad ombrelli e passi infangati, in un prato acquitrinoso non sarebbe stato così piacevole.
C'era gente sulle scale, agli angoli degli scaffali, col collo tirato e i dolori ai piedi. C'erano duecentotrenta persone in fila per ascoltare anche solo una frase che potesse convincerle ad acquistare il libro. Ma all'inizio della presentazione, prima che potessi spiegarne il contenuto, i libri erano stati già venduti tutti (più di cento !!).
Abbiamo dovuto realizzare due turni e quindi due presentazioni, per consentire a tutti di potermi ascoltare. Tra un turno e l'altro, un brindisi e un buffet del bistrot San Giustino, con il sig. Mirko che coordinava il tutto, intratteneva gli ospiti.
A placare la mia emozione c'era uno psicologo alternativo. Un uomo di centotre chili che nel cassetto ha una laurea in psicologia, di mestiere fa il papà multitasking, per passione il presentatore di eventi e per hobby il gestore di un bistrot letterario. Sto parlando di Alessandro Coppo, meglio conosciuto come "il bottegaro" castellano, che della cultura ha fatto la sua ragione di vita.
Nel  condurre l'intervista ad una sottoscritta agitatissima (nel video continuo a gesticolare con le braccia che non trovano collocazione nella poltrona), Alessandro non ha avuto incertezze. Doveva andare al dunque, come il cuore di Pelvicstom. Bellissima la descrizione che ha dato del mio libro:


Alessandro Il Bottegaro Coppo Beh, è difficile dirlo così, in due righe.  Il libro "Storie di straordinaria corsia" tratta d'amore, di sesso, di cancro, di pavimenti pelvici, di sofferenza, di lacrime, di tradimenti, di gioia, di felicità, di bambini che vogliono fare gli infermieri, di bambini tristi, di adulti tristi, di adulti spumeggianti, di cerette alle gambe, di tutti i giorni, di giorni particolari, di innamoramenti, di ieri, di domani, di oggi, di oggi ma sotto un'altra ottica, di una tizia che fa esercizi pro-pavimento pelvico in auto mentre le passa davanti un'altra tizia col culone, di ospedali, di casa, di sentimenti, di cacca, di autostima, di orgoglio, di dottori, di infermiere, di pazienti, di dignità, di fumo, di adolescenti, di corsie e di peli superflui. Credo di aver saltato buona parte degli argomenti trattati. Soprattutto parla attraverso le parole e gli occhi di una brava persona.



Hanno aperto la presentazione i saluti del vice sindaco di Castelfranco Veneto Gianfranco Giovine e dell'assessore alla cultura Pivotti.
Costante e silenziosa è stata anche la presenza dell'editore Andrea Tralli. Non smetterò mai di ringraziarlo. Senza di lui (Panda Edizioni) il libro non esisterebbe.

Il libro vuole essere uno strumento di sensibilizzazione e aiuto. Segue i principi della medicina narrativa, racconti che curano e fanno pensare. Testimoniano le atrocità della vita ma anche le speranze e la forza di guarigione. Stimolano il confronto e la resilienza. E’ un libro unico nel suo genere.
Storie di straordinaria corsia è stato scritto in 2 anni raccogliendo racconti (brevi) di vita vissuta in una straordinaria corsia. E’ nato con il blog Pelvicstom e con l’idea di aiutare chiunque non avesse supporto o riferimenti.
IL CUORE ROSSO DI PELVICSTOM (copertina libro, palloncini, segnalibro che è stato regalato) è il simbolo delle emozioni. E in una società che avanza a mille allora, il desiderio di emozionarsi rimane sempre vivo. E mercoledì sera tanti hanno seguito la scia delle emozioni di Pelvicstom.
Il tema del rosso, rosso come "le emozioni" ha colorato anche le foto come potete vedere. E poi palloncini a cuore dovunque, per ricordare che il mio obiettivo è colpire i cuori e lasciare un segno. 
Al petto, un fiocchetto rosso, simbolo del cancro, voleva sensibilizzare tutti. Nessuno eslcuso.
Li ha realizzati con le mani d'oro Annamaria, nastrino dopo nastrino, spillo dopo spillo.

La corsia è quella ospedaliera, dall’ambulatorio al reparto, ma anche quella di sorpasso, in strada, mentre mi reco al lavoro, e la corsia dei nostri portici castellani, o quella della vita domestica mia e di tutti i miei pazienti, e la corsia di altri ospedali che ho frequentato. La corsia straordinaria della vita insomma, in cui tutti ci troviamo.

E’ un libro di 442 pagine che con l’indice diventano 445, 168 racconti, mille ore di lavoro, due anni di servizio. OGNI STORIA HA LA SUA MORALE. Per questo l’ho definita narrativa che cura.

Seguo circa 400 pazienti: stomizzati, incontinenti o con altre disfunzioni del pavimento pelvico. 

Voglio gridare al mondo che l’infermiera non è più solo colei che pianta aghi sulle chiappe o somministra bussolotti di flebo spingendo un carrello d’acciaio alla Candy Candy. Io non mi sento tale.
L’infermiera non segue un mansionario né sorregge la cartellina del medico.
Basta con questo stereotipo vi prego.
Peccato che pochi lo capiscano. 

Storie di straordinaria corsia e’ un libro per tutti, non solo per malati. E’ un libro che fa riflettere gli adolescenti. Vi ricordo che i miei figli (17-18-23 anni) sono da sempre, i primi lettori di ogni mia storia. “Dopo aver letto un racconto, ti viene voglia di leggerne un altro, mamma”, mi dice Anita. “Mi emoziono mamma”, mi sottolinea Arianna. “Oggi che sono ricoverato mamma, potresti scrivere una storia su di me?”, mi chiede Alessandro.
Mi viene facile scrivere ciò che è vero ed emozionale.



Apriamo il libro a caso : troviamo il tema del tradimento. Già, perché la stomia fa schifo a molte persone. La malattia disintegra persone e coppie o le avvicina magnificamente. Dicotomico sembra il concetto amore-malattia.
Il tema dell’amore compare spesso: sono un’inguaribile romanticona e a battermi è solo il mio compagno, di cui sono innamoratissima. (racconto n. 59 TI AMO, n.68 VOLEVO UN UOMO PERFETTO, 69 MI SONO INNAMORATA DEL DOTTORE CHE MI CURA, 78 TU NON MI TRADIRAI MAI………………..)
Ci sono i bambini : N.64 PAPA’ CERCA DI STARE BENE, lo strazio di un bambino di 10 anni che mi chiede di scrivere una lettera al suo papà malato, N.20 LA BAMBINA CHE DISEGNAVA GLI ALBERI e che poi è morta purtroppo)






Si parla di DONNE: malate, violentate, demolite. Donne forti, per la lotta contro il cancro, distrutte e ripartite  Donne coraggio, come la mia amica Monica, infermiera e mamma, la cui storia è stata per me fonte di ispirazione per molti racconti. Donne rinate e ripartite. Donne decedute, dopo battaglie atroci. E donne che non provano più nulla, dopo un intervento o dopo la menopausa (n. 148 AIUTO, NON PROVO PIU’ NULLA)
Sono forse i capitoli sui quali ho trascorso più ore di riflessione. Forse perché vicine alla mia età, forse per le sofferenze uguali alle mie…

Ma volutamente tra una storia drammatica e l’altra, si interpongono le storie tratte dal diario di una terapista del perineo: rocambolesche avventure che fanno sorridere.

Quanti anni ho? 43 e lo dico a tutti a voce alta. NON 53 !!!!!!! Ma ormai mi sono abituata a dimostrarne 10 di più. Me ne danno più di 50. Che ci posso fare. Sarà la magrezza, saranno le rughe, o mi stampo la carta d’identità sulla fronte o convinco il mio compagno (chirurgo) a farmi qualche pences di sostegno! Ma non vuole. Dice che vado bene così.
Nella storia n 11 SE HA CINQUANT’ANNI, LI PORTA MOLTO BENE, racconto l’avventura di una terapista del perineo (me) in farmacia, dove la farmacista panettona (la mia è tutta invidia),  mi scambia per una cinquantenne dagli anni ben portati !
E con la storia n.56 BEN-ESSERE O BENE-STARE .. ma la ceretta alle gambe poi l’hai fatta ??? Storia di un’esperienza di shiatsu con uno strafigo personal trainer

Nel libro parlo di pene, vagine, ano e …culo si può dire ? (Meglio fondoschiena e quant’altro) con la semplicità di chi deve di acquistare un etto di prosciutto al supermercato. Ma LA STORIA DI UN PENE ESAGERATO E DI UNA DONNA CHE NON C’E’, in realtà nasconde un grande dramma legato all’intervento di prostatectomia radicale (rimozione della prostata).
Si perché in seguito a questo intervento l’uomo può diventare impotente, o incontinente, e sentirsi un uomo a metà. Demolito. Regredito.
Sono molte le storie che riprendono questo tema.
IO, LUI E QUELL’ASPIRA COSO
IO, AFFASCINANTE UOMO D’AFFARI, CON IL PANNOLINO

C’è qualcuno che fuma?
Perché dopo aver letto la storia n.115 FUMAVO, o buttate le sigarette o buttate via il libro terrorizzati, stracciando prima la pagina e dandole fuoco con il vostro accendino. E’ un’esperienza verissima che mi fa ancora venire la pelle d’oca.


Omosessualità e stomia n. 104. Bellissima storia d’amore tra due ingegneri, uno dei quali stomizzato.

Insomma un libro da leggere anche a caso, partendo dalla fine o dal mezzo. Nella sua varietà esprime tutto il mio lavoro. Quello di una infermiera, fuori dal comune.

tutto un puzzle di vita vera, dice Alessandro Coppo. Un libro che cura. 

11 giugno 2017

DAL DIARIO DI UNA TERAPISTA DEL PERINEO: ALLENIAMOLO ANCHE IN METRO'

Sfreccia sul binario opposto la metro della linea A. Io sto dall'altra parte, ad aspettare la B. L'orario di punta mi preoccupa un po'. La baraonda, il bordello dei giovani studenti agli sgoccioli con le lezioni scolastiche, stanchi e inviperiti. Noi non siamo abituati a questa frenesia. Al massimo la coda sulla rotonda del centro dura qualche minuto e ci fa incazzare come bestie se ci imbottigliamo nella corsia sbagliata. E ci troviamo a contendere lo spazio di auto sempre più invadenti. Ma qui, se non hai la pazienza in tasca, pronta da tirare fuori, ti ritrovi con un'ulcera a fine anno. No grazie.
Eccola. "Attenzione alla linea gialla". La signorina giapponese mi precede rotolando sulle dita dei miei piedi le ruote del suo trolley. Che male caspita!. Un ragazzo di colore dalla fronte sudatissima tiene un borsone sulle spalle e occupa tre posti. E' entrato correndo. C'è una donna velata, quella di spalle, che regge il passeggino con il piccolo occupando mezza corsia.  Qui c'è un esercito di biodiversità che Roma è felice di ospitare. Ci facciamo spazio. L'unico palo a cui aggrapparsi è all'angolo del sedile e vado dritta. E' qualcosa di robusto, su cui fare affidamento. C'è posto in piedi e si sta pure comodi.
Mi pervade un'ondata verde e corroborante di geranio miscelata con non so che, forse vetiver (la mia passione per i profumi è imperante in ogni dove ma questa è vera puzza ).  Il mio compagno mi guarda sbieco e capisce subito che sto approfittando della posizione per fare qualche esercizio. Ma ha il naso arricciato anche lui, forse per questo odore intenso. Scoppia in una risata fragorosa che contagia anche me, come potete vedere.
Spalle indietro, petto in fuori, accidenti al ferretto del reggiseno push up, (mi sento una maggiorata), pancia piatta, glutei stretti, pavimento pelvico marmorizzato, solito mantra, solita sequenza, soliti esercizi. Peccato che nessuno se ne accorga!. Hop su e rilasso. Hop su e rilasso e così via, per tre fermate. Attenzione alla tempestività: dovete prepararvi contratte prima che il treno inizi a frenare. Piazzate bene i piedi, metteteli a dimora insomma, ruotate le punte all'esterno per favorire la chiusura perineale. Non rendete il tutto uno spettacolo teatrale, ma siate disinvolte, franche, spigliate e naturali. Non deve essere palmare la cosa, per non sembrare delle mammalucche del nord !

10 giugno 2017

PAURA

Percorrevamo la viuzza sterrata e solitaria in bicicletta. Faceva caldissimo, la temperatura sarà stata di ventinove forse trenta gradi e l'acqua nella borraccia assomigliava ad una tisana dal gusto di plastica, vomitevole. Speravamo di trovare un bar, un ristoro, un baldacchino con le bibite ghiacciate o una semplice fontanella d'acqua fresca. Il nulla.
Con i goccioloni di sudore sulla fronte si proseguiva imperterriti. Mi sarebbe andato bene anche un ruscelletto d'acqua corrente, di quelli con i sassi al quarzo sul fondo e qualche pietra ricoperta di muschio ai lati ma, anche se ci trovavamo in una zona della pedemontana, di ruscelli, fossati o torrenti neanche l'ombra.
Ho pensato che forse non era stata una buona idea. Alla settima seduta di chemioterapia, un capriccio così potente poteva costarmi caro. Eppure al mattino mi sono svegliata piena di vita e di voglia di fare. Alla finestra, il paesaggio permeava un'architettura insolita e attraente.
Mentre correvo, il cuore mi batteva forte e sentivo una fatica immane. Il piede girava sul pedale per inerzia e non percepivo più i muscoli. Marina è forte e non deve lamentarsi, pensavo tra me e me mentre mio marito stava tre metri più avanti. Marina non è malata.
Lui, il boss delle curve, chino sul manubrio, ogni tanto svirgolava con acrobatiche evoluzioni. Si sedeva spostando entrambe le gambe da una parte, stava in equilibrio sul palo della  bicicletta, correva senza mani. Fiero delle sue capacità si lamentava ridendo, della mia lentezza. Sto parlando di mio marito, un peso massimo di centosette chili di muscoli, ossa e grasso, ma buono come un bambino al parco giochi. E si sa, la libertà di movimento galvanizza i bambini.
Non ce la facevo più ed ho chiesto a Roberto di fermarsi mentre mi sgolavo in un secondo tutta l'acqua plastificata della boccetta. La vista si annebbiava simultaneamente e perdevo improvvisamente l'udito sentendomi ovattata. Mi sembrava di svenire, ho lanciato la bicicletta e mi sono stesa  a terra con una  paura folle. La conosco quella paura. E' la stessa che ho provato al primo ciclo di chemioterapia, quando pensavo di morire dopo cinque minuti di infusione. Stavolta però non ho perso conoscenza, ma mentre osservavo mio marito dal basso, mi chiedevo quanto stupida fossi stata ad aver voluto interpretare il ruolo della super donna. Lui mi fissava attonito, impaurito, sorreggendomi la nuca e sventolando un pezzo di carta di giornale sul mio volto per farmi riprendere. Anche lui aveva paura. La vedevo nei suoi occhi sbarrati. E quando ha avvicinato la sua fronte alla mia, mi ha sussurrato "bambina, non voglio perderti capito? Vedi di non fare scherzi".
Sono tornata in me in cinque minuti, poi siamo ripartiti. Avremmo percorso la strada del ritorno per tornare poi al parcheggio della nostra auto. Non era il caso di continuare.
Ma è stata una curva troppo rapida, quella del tornante in discesa, a spaventarmi stavolta. Ho visto Roberto sfrecciare sulla bici rossa come una saetta e non riuscire a frenare. Di nuovo, un grumo di gelida paura si raccoglieva nel mio grembo. Roby veniva inghiottito dal ciglio e grattato dall'asfalto caldo. Lo vedevo a terra aperto come un libro. La sua voce era appena un filo. Il mio sguardo vagava nel timore di perderlo e gli occhi correvano nella direzione da cui era arrivato, per capire come potesse essere successo quel volo. Quando mi sono resa conto che non era nulla di grave, sono scoppiata in un pianto a dirotto, abbracciandolo, mentre i nostri respiri si mescolavano.
Abbiamo capito entrambi che il nostro è un legame fortissimo e che la vita potrebbe anche non lasciarci spazi. Da un momento all'altro.
Siamo tornati a casa con le bici in mano, un ginocchio sbucciato e gli acufeni alle orecchie. Ma vivi.

4 giugno 2017

DAL DIARIO DI UNA TERAPISTA DEL PERINEO: ODE AL PETTOLOTTO

Il linguaggio "semplice" utilizzato in questo post è stato volutamente cercato.

Lo dicono anche gli inglesi, con la loro BRISTOL STOOLE CHART , la tabella con i vari tipi di cacca, che il migliore dovrebbe essere tra il tipo 3 e il tipo 4.
Come una salsiccia ma con delle crepe sulla superficie oppure come una salsiccia o un serpente, più soffice e liscio.
Eppure sono molti i pazienti che si recano dalla terapista del perineo con serie difficoltà espulsive per le feci a palla dure come il cemento, con incontinenza a quei pezzi frastagliati (fluffy) e mollicci, per non parlare delle feci liquide o con difficoltà a far fuoriuscire delle feci morbide completamente.
C'è anche chi mi racconta di fughe al bagno a cento allora, pena una "sgommatina" (per usare il linguaggio dei pazienti) sullo slip appena inamidato.
Me li immagino alcuni, a torso nudo, la pelle lucida, tesa dallo sforzo delle spinte, e tutti i muscoli che guizzano, pavimento pelvico compreso. Che disastro.
La defecazione tormenta, e questo è un dato di fatto. Come tormenta Bruna, tutte le mattine. 
Lei, che nella scala mi segna il tipo 1, è costretta a farsi delle digitazioni. Niente a che vedere con la tecnica shiatsu. Bruna si preme il centro tendineo del perineo, tra la vagina e l'ano, per poter espellere. A volte introduce il pollice in vagina e preme verso il basso, sulla parete poteriore della vagina che è a contatto con il retto, per favorire l'uscita della massa fecale. Queste digitazioni creano un effetto espulsivo meccanico e una certa dipendenza dal gesto. Deleterie.
Il ponzamento forsennato per far uscire quei sassi incastrati, porta ancora più giù il piano perineale aumentando la lassità del pavimento pelvico. Muscoli addio.
"Bruna, deve aumentare i bicchieri d'acqua durante i pasti e assumere fibra solubile, che si scioglie nell'acqua", le dico. "Ciò aumenta la massa fecale e crea pressione espulsiva all'uscita. Aggiunga dell'olio misto per lubrificare le feci, e delle passeggiate tutti i giorni". (il movimento aumenta la peristalsi)
"STia attenta a non riempirsi di verdura che si aggomitola se non beve a sufficienza. Le fibre non solubili hanno bisogno di acqua per spingersi avanti se no bloccano la strada".
"Sul wc si sieda protesa in avanti con i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Questo favorisce la rettilinizzazione del passaggio delle feci".

Dopo una settimana...

"Ode al pettolotto Fanni !, Mi sento una regina. La pancia si è sgonfiata e non ti nascondo la felicità nel vedere uscire dal mio fondoschiena un siluro mai visto"

Mi fa scoppiare in una risata fragorosa la mia paziente.

"Ma ora c'è un altro problema. Se esagero con le fibre e le feci diventano mollicce, non mi sento completamente svuotata. Spingo e mi sento tappata, e, ti dico la verità, questo senso di incompleto svuotamento mi capitava anche prima, con le feci dure". 

Si può gioire di un qualcosa e, allo stesso tempo, temerlo?. Capite quanto può incidere sulle giornate il parto di un "pettolotto" o di un ammasso di fanghiglia ?

L'ovvietà della mia risposta la potete anche immaginare: "Bruna cerchi di trovare la giusta dose di fibre solubili !. Non si tratta di farmaci dal dosaggio tassativo ma di integratori ad personam".

Ovviamente dopo aver appurato che non ci sia nulla di patologico con una visita proctologica che andrebbe sempre fatta prima di un percorso di riabilitazione del comparto posteriore, procedo a spiegare la teoria della fodera della manica della giacca (ovvero del prolasso mucoso). Si stima che il 50% della popolazione, abbia un prolasso mucoso occulto.

Immagini Bruna, che il suo retto sia come la manica di una giacca. All'interno , la mucosa rettale è come la fodera della manica della giacca. Tende a scivolare fuori se l'impatto con la mano che infila la manica è eccessivo ( = spinte eccessive per far uscire la cacca) . Tale scivolamento si chiama prolasso mucoso . Se lei spinge eccessivamente durante la defecazione, la fodera (mucosa)  scivola troppo verso l'uscita della manica (ano) , impedendo alla mano (feci) di passare. 
Questo ingombro, come può immaginare, lo può tentare di sistemare prendendo la manica, tirandola dalla parte della spalla e capovolgendola. E' un po' il principio degli esercizi che si insegnano per la defecazione ostruita. Ma se ciò dovesse verificarsi troppo spesso e lei non avesse voglia di fare gli esercizi costantemente, l'alternativa è quella chirurgica. 
Il problema della chirurgia è che spesso, il taglia e cuci di una parte di manica, può creare una cucitura che "tira", stretta, o ad effetto clessidra, che impedisce nuovamente il passaggio delle feci. 
E allora? 
La risposta ce l'ha. 
Fibre solubili che creano massa fecale, acqua ai pasti (4 bicchieri almeno), passeggiata quotidiana ed esercizi con il bacino sollevato rispetto al torace.
Ma la risposta al problema non si liquida con uno schiocco di dita.

Resta anche da considerare il problema dell'ipertono dello sfintere anale. La cacca c'è, la quotidianità c'è, la regolarità anche ma al passaggio ti colgono i sudori della morte. Il passaggio è troppo stretto che fare? Sicuramente una visita proctologica dove sentirete questo consiglio se non c'è nulla di patologico: dilatare. Con dilatatori appositi o apparecchi più specifici . 

Aggiungerei una piccola peretta di acqua tiepida (150 ml) se la defecazione è stata insoddisfacente ed escluderei per sempre le digitazioni. 
No ai lassativi a base di erbe che stimolano solamente la peristalsi (= i movimenti del colon che spingono avanti le feci) senza agire sulla fodera della manica (dove l'ingombro potrebbe comunque avvenire e voi non vi sentirete mai svuotate bene).
Ovviamente Bruna, se sono anni che assume lassativi a base di erbe, ne è già dipendente e il danno lo farebbe sospendendoli. Quindi aggiunga a questa abitudine scorretta ma ormai acquisita, quanto ha appreso. 


La mia formazione sul comparto perineale posteriore si è svolta presso L'université de Medecine de Geneve, grazie alla vincita di una borsa di studio messa in palio dal Comitato Borse di Studio per l'Oncologia Castelfranco Veneto (TV).
Fanni Guidolin 



3 giugno 2017

IL SACCHETTO MAMMA, TE LO METTO IO

Rita me lo ha raccontato giovedì, al gruppo di auto aiuto, e non potevo non scriverlo 

Ha solo tre anni il frugoletto dai capelli color miele. Si Chiama Giampietro ma io lo chiamo Giampi.
"Se lo abbiamo chiamato Giampietro perchè lo devi ribatezzare ogni volta?", si incavola mio marito. Ma io faccio spallucce e mi fingo sorda.
Oggi Giampi giocherella con la trousse del "necessaire" per la mia stomia con l'entusiasmo dell'esploratore impavido. Maneggia forbicette dalle punte arrotondate, la pietra di onice gialla che conservo come portafortuna, si destreggia tra sacchettini monopezzo e sacchettini con le placche, placche convesse, placche piane, telini coprisacca  ma, ad attirare la sua attenzione, sono il tubetto di pasta collosa che sembra dentifricio e gli anelli di pongo da modellare. Si applicano intorno alla stomia, per impedire infiltrazioni e proteggere la cute. 
Infilando la testa dentro alla trousse, mio figlio scopre sul fondo le salviettine umidificate uguali alle sue mi dice, si, quelle che uso durante il viaggio, per pulirgli il culetto se fa la cacca. Il suo sorriso si allarga. Le estrae e tenta di aprirle. "Sanno di vernice e di sapone mamma", esclama. Lo fisso con sguardo vacuo.
Giampietro conosce tutto di me, fino alle cuciture più nascoste dei vestiti che indosso. Conosce le mie cicatrici, le tocca passandoci una manina, ha visto le braccia fasciate da tremende flebiti, mi ha accarezzato la testa senza capelli. Conosce il gusto salato delle mie lacrime scese su un viso sempre sorridente, perchè quelle sono solo lunghe gocce di pioggia. Conosce la puzza di cacca quando mi cambio il sacchetto. 
Giampi non conosce la mia tristezza, quella no. Mamma  è felice, anche con il cancro. Mamma è felice anche con il sacchetto. Mamma sorride sempre. Mamma riporta in carreggiata i brutti pensieri quando prendono la direzione sbagliata. 
Giampi tira fuori tutto sulla scrivania che troneggia sulla parete e mette rigorosamente in ordine ogni oggetto. In fila indiana, scrupolosamente, dopo aver steso una tela cerata sul tavolo. E' come una fastosa apparecchiatura sulla tovaglia immacolata.
Ha imparato ogni gesto perchè io non gli ho mai nascosto di avere una stomia intestinale. "Anche la mamma fa la cacca", gli spiego. Lui arriccia il naso mentre mi stacco il sacchetto dall'addome ma sostiene il sacchetto della spazzatura come gli ho insegnato per buttare dentro quello sporco. E' un bravo assistente e voglio fargli capire che la vita è anche questo. Perchè nascondere?. Non l'ho mica scelta io la mia stomia. Voglio che impari che nei terreni accidentati e serpeggianti, in due è meglio. Che le fragilità non sempre tolgono il respiro. E che aiutarsi può essere anche divertente. 
Quando gli chiedo di passarmi le salviettine umidificate e quelle bagnate d'acqua, si diverte a tirarne fuori  una dopo l'altra dalla confezione, ininterrottamente, sventolandole in aria per spargerne il profumo. Poi gli chiedo la carta assorbente e capisce subito che deve passarmi il rotolone. A tre anni conosce già più di millecinquecento vocaboli e sa scrivere la A in riga. 
Lo faccio divertire con il ritaglio della placca. "Giampi dobbiamo ottenere un foro così, vedi come fa la mamma?".  Lui, attento, mi copia subito dopo e, a parte qualche errore millimetrico, indovina esattamente. Mi colpisce la sua attenzione. Poi, gli insegno ad utilizzare la pasta collosa e a metterne un po' sulla placca. Lui si imbratta anche la punta del naso, ma pazienza, si sta divertendo. Procede secondo manuale,  rimuovendo l'adesivo con quelle dita piccole e ciompe che sembrano mini wurstel e me lo attacca sulla stomia, perfettamente. Si sente fiero del gesto e gli stampo un bacio in fronte arruffandogli tutti i capelli. 
E come se non bastasse, dopo sistema tutto, riponendo ogni cosa dentro alla trousse, in ordine, e nel mobiletto, come un rito che si ripete ogni giorno, perchè si sa, la stomia è così, una parte di noi, di me e di Giampi, della nostra vita, delle nostre giornate. E ci ruba solo cinque, dieci minuti al giorno. Non per martellarmi nelle tempie la mia condizione di malata , ma per ricordarmi che grazie a lei sono sana e salva.
Scritto da Fanni Guidolin



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