30 agosto 2015

Corri che ti passa


(Dedicato agli amanti del correre e camminare tra la natura, e a chi,  potrebbe ma non vuole). 


Prendi un ipod con la tua musica preferita, un pantaloncino corto ed una canotta, la grinta per vincere la pigrizia, la voglia di vivere a lungo, il coraggio di fare fatica e vai. Cammina dapprima, lenta, respira, poi più veloce, senti i tuoi battiti aumentare e infine corri, ma piano. Rallenta, sicura, respira, allunga il collo verso il cielo, fino a toccare le nuvole con un dito, apri le braccia, e prendi tutta l'aria che c'è. Lega il vento insieme ai tuoi capelli ribelli e sorridi raggiante alla gente che incontri. Fa che sia una sorriso genuino non quello artefatto nella tipica indifferenza della città.
La musica guida il tuo tempo e i tuoi passi, articola i movimenti e ti dà energia. Ti aiuta a non sentire dentro il silenzio atroce che c'è fuori di te.Ti consola, ti dà la pace se sei tormentata.

E ora che l'adrenalina entra in circolo e aumenta la frequenza cardiaca del tuo cuore annoiato e del tuo fisico appesantito, guardati intorno. Sei solo tu e tu, con la tua fatica, il fiatone e le gocce di sudore che lavano via la giornata di lavoro, i problemi, i mariti incazzati e i figli isterici.
Alza il volume e dimentica l'orchestra stonata nella tua testa, fatti coinvolgere dai bassi delle tue cuffiette. Che siano piccole, per non lessarti le orecchie, o grandi, se assecondi la moda, fa che dominino il tuo percorso.
Poniti un obiettivo da raggiungere. Che siano un chilometro o sette, quello che conta è la tua felicità, dopo, nell'averlo raggiunto. Ti sentirai invasa da una stanchezza assurda, ma da un benessere indiscutibile. Correre tra la natura è come un fluido evanescente, puoi entrare in un altro tempo, in un linguaggio "in divenire". Fai spazio alle emozioni     dentro di te e mentre corri osserva lontano, cielo e terra: l'armonia tra il disordine (della tua vita) e la chiarezza (della natura). Troverai risposte affascinanti e momenti divertenti. L'anziano impavido pallido e appesantito con la sigaretta in bocca, mentre tossisce affannato, il ragazzino in mountain bike sul selciato sterrato e polveroso che ti frena davanti per impolverarti dalla testa ai piedi, la vetusta signora dai capelli in "messa in piega" che mentre cammina, si fa ombra con la mano sulla fronte sotto il sole dei trentacinque gradi d'agosto. Troverai il ciclista che non riuscirà a non notarti e fischierà al tuo passaggio, e la compagna dello strafigo che ti mangia con gli occhi rabbiosi mette corri, perchè  lei non riesce a calare un etto. L'uomo con gli occhi più aperti del normale dai capelli cotonati, degni di una blasonata pubblicità, e lo sguardo felino del ragazzo tutto muscoli e tatuaggi. Potrai anche imbatterti nel tipo in vestito, con la cravatta allentata e i pantaloni arrotolati alle ginocchia, in pausa pranzo sotto l'ombra di un albero, vicino al fiume, o una serie infinita di pedoni ingombranti come i ciclisti sulla statale, da invidiare per l'amicizia e la forza che hanno.
Ma sarai attratta anche da quelli come te, con la forza d'animo possente, la determinazione a farsi del bene, l'amore per la vita e la paura della malattia. Vedrai fisici scolpiti o in sovrappeso con un fine comune: raggiungere l'obiettivo del giorno, aver rassodato due muscoli, calato un etto di cellulite o perso un chilo di grasso, lasciato i problemi a casa e fatto una passeggiata per rilassarsi in compagnia. C'è chi avrà il volto paonazzo e chi sudato, e infine chi, col fiatone, incrocerà i tuoi occhi vivi, facendoti con la mano un piccolo cenno di saluto come se ti conoscesse da sempre. Perchè si sa, alla fine, chi ama la vita, tende ad assomigliarsi ! (e... l'anima si incrinerà da brividi di stelle)

LEGGI ANCHE : http://pelvicstom.blogspot.it/2015/08/il-pavimento-pelvico-per-chi-non-sa-cose.html.



La mia adolescenza scolorita

(Tratta da una storia purtroppo vera: la sofferenza di un piccolo genio.
Ringrazio la mia piccola paziente per aver voluto aiutare, con questo racconto, tante amiche nelle stesse condizioni)


Ho solo tredici anni ma pesano come un macigno come se fossero trenta. Lo penso veramente che sono sfortunata, tutte le volte che guardo mia madre negli occhi stanchi, il volto tirato e il corpo ossuto. Sono come lei.
Combatto da sei anni contro la rettocolite ulcerosa che mi ha obbligato  ad accettare una stomia definitiva, un sacchetto sulla pancia, dove le mie feci si raccolgono. Lo so che non dovrei vergognarmi, che molti postano anche dei selfie sui social networks della loro stomia, ma io non ci riuscirò mai, la odio. 
Nascondo il mio viso plastico, ligneo, tra le mani. Accendo il cellulare, esagero con le smorfie mentre invio su whatsapp alcune foto alle mie amiche. Mi restituiscono qualche dito medio, qualche insulto, così, gratuito, per scherzare. Vedono in me la biondina sfigata dalle treccine sempre in ordine e non l'adolescente imprigionata in questa vita di merda.
Spiaccico il naso sul vetro della finestra della mia stanza. Butto lo sguardo oltre la recinzione.  La mamma di una mia amica laggiù, lavoratrice incallita, mamma infaticabile, si ritrova in una sedia a rotelle da pochi mesi. La mia vicina di casa, quella con il fisico tonico e gli occhi da gatta, combatte contro il cancro al seno. Il ragazzo del piano di sotto, quello dal sorriso incerto, dalle movenze nervose e pieno di tatuaggi declamatori ha la leucemia. Ed io mi lamento. Il padre di Giulio, là nella casa senza tetto,  ha lo sguardo perennemente grigio, dopo che la moglie è scappata con l'amico di suo figlio. La zia di Paola, quella della villetta rossa, è un'obesa che si rimpinza di agnellini arrosto al kebab sottocasa tutte le sere, sono appetibili come un tortino allo sterco di gorilla, cammina come se dovesse trasportare quintali di grasso e respira a stento, ha il diabete ma sorride a tutti. Lo chef del ristorante in Via Giusti, recita sempre il menù con espressioni estatiche, sembra un poeta d'altri tempi, peccato che la balbuzie sia il suo grande limite. E per alcune persone, come me, la vita è uno slalom tra gli ospedali collezionando ricoveri.
Mi stendo nel letto e osservo le mie gambe scalcianti. Sono due, vive, dinamiche, lunghe, e non è scontato averle. Mi pettino, magari la ragazza con gli occhi di gatto potesse. La chemioterapia glieli ha rubati tutti. Ed ora porta il peso di una parrucca che le ricorda cosa sia la femminilità. Voglio una coda di cavallo che ondeggi bionda sulle mie spalle, voglio che lo specchio mi restituisca un'immagine quieta. Voglio cancellare questo sguardo vago, questa espressione indecifrabile. Abbasso gli occhi. Canto e non balbetto. Mi trucco, ho le guance rosee, sane. Sto bene.
Io sto bene.
Le mie amiche mi considerano un piccolo genio. Dicono che conosca più vocaboli di un prof di letteratura e che i numeri stiano nel mio cervello come gli sms nei loro cellulari. Io, con sovrana indifferenza, faccio finta di nulla e sbaglio appositamente i compiti di matematica per non dare loro ragione. Mi hanno detto che ho un QI superiore alla media e l'intelligenza dovrebbe servirmi a trovare le soluzioni per cavarmela nella vita. Com'è che non le trovo ? 
Ma improvvisamente mi ritrovo con un sorriso stupidamente allegro. Fa a pugni con lo sguardo tormentato dei miei occhi.
Dove è finita la mia adolescenza ? Sembra scolorita, incerottata nella placca adesiva che mi costringe ad abiti larghi e voluminose t-shirt. Nemmeno Justin Bieber, nel poster trovato tra i cassetti disordinati della mia scrivania, mi ricorda la leggerezza di questi anni che vorrei insaponare e lavare via. Pesano come l'acciaio.
Decido di uscire a fare una passeggiata.
Oggi il cielo sembra quasi piangere. Lo dice anche Noemi nella canzone "L'amore è eternit". E' la mia cantante preferita. 
Dall'asfalto si alzano ondate di calore mentre sotto la luce ramata del tramonto ficco la testa fra le nuvole. E' stupendo. Permette di incontrare solo gente che sa volare, come me. Siamo in tanti a soffrire e in tanti a saper volare. Forse.
Arrotolo le maniche ai gomiti e, avara di parole, resto in silenzio. Mi accarezzo la guancia, il tocco ruvido delle dita mi ricorda quanto mi manca una vita normale. 
Poi sfilo dalla tasca il cellulare. Ho un messaggio su facebook. Martina mi scrive "Ciao stronza muoviti a rispondere o corri da me, tu che puoi". Mi vuole bene. Lei, con l'artrite reumatoide non può correre. Apro le foto, giro l'obiettivo verso di me, mi scatto un selfie, il primo della mia vita con la stomia. Sollevo anche la maglietta e, seduta sul tronco di un albero segato, riprendo il mio volto e la pancia, sfiorata dalla collana d'ambra che mamma mi regalò a sei anni. Lo scorcio orientale offre un finestrone apribile sul tramonto, voglio essere protagonista di quel cielo. Scatto. E con un coraggio mai trovato, la posto su facebook. La voglio colorata, luminosa, come la mia adolescenza ritrovata.


27 agosto 2015

Sono ricca, anzi ricchissima



L'anello d'oro bianco con il solitario impetuoso, domina sul grande tavolo in rovere, immobile nella sua scatoletta aperta.
Brilla così tanto che un arcobaleno di luci si riflette sul muro della cucina. Sembra un caleidoscopio. Non ho il coraggio di metterlo al dito. Varrà una fortuna. Se lo dovessi perdere non me lo perdonerei. Non vi nascondo un'espressione sognante fino a ieri sera, quando ho trovato il pacchettino sotto al lenzuolo del mio letto di ospedale. E' stata un'emozione intensa, potente. Ha increspato la superficie del mio cuore e poi è esplosa. Ma punto. Finito là. Oggi non provo più nulla. Sento solamente una grande tristezza farsi largo tra le mille emozioni  che intasano la bocca del mio stomaco.
Perchè dai diamanti non nasce nulla.
Lo diceva Serena Dandini nel suo splendido libro. E lo diceva anche mio padre, prima che morisse.
Mai come in questo momento trovo che avesssero pienamente ragione.

Sono a casa da poche ore. Il mio ricovero in ospedale e' stato lunghissimo. Oggi ho contato ogni minuto che rotolava, come se fosse stato un granello delle tante ore e dei duri giorni più lunghi della mia vita, perché ventinove ne sono passati in realtà, chiusa tra quattro mura anonime e grigie.
Entri sana ed esci malata. Non è stato un bell'investimento. Ho il cancro.
Mi siedo fiacca sulla comoda poltroncina del mio giardino incantato. Lo definisco così, "coccolo" direbbe mia madre, tante sono le piantine coltivate con amore e devozione in ogni "aiuoletta".
Mi ha insegnato mio padre. Prendi qualche piantina e qualche seme o dei bulbi, annaffiali, curali, amali, parla loro, concimali, riempili di attenzioni, senti il calore salire dal terreno.
E' nuova l'emozione che provo. E' improvvisa, come uno tsunami mi cattura.
Oggi sento di essere diventata ricca, anzi, ricchissima. No, non per il diamante.
Sono tornata a casa, e questo è il primo grande tesoro che ho ritrovato nella mia isola. I medici avevano detto a mia madre che probabilmente mi avrebbero trasferito in una struttura appropriata, una specie di "casa senza dolore". Me la immaginavo piena di persone sofferenti, coperte da farmaci anestetici, oppiodi e barcollanti nel vuoto, invece erano tutte serene e tranquille. Come plagiate da una stranissima armonia. Là, non c'erano diamanti. Ci sono passata stamattina, per rendermi conto della stanza che avevano riservato a me. Ma non sono ancora pronta per andarci. Ho incontrato un uomo, era pallido e quasi bello. Gli zigomi ossuti erano ammorbiditi dalle basette. L'ho osservato bene. Fissava un albero in giardino, un antico ulivo secolare e delle rose color crema. Mi ha rapito la sua espressione sognante, sotto a sopracciglia squisitamente arcuate. Era la stessa espressione della mia, quando ho trovato l'anello. Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Aveva una bocca ben disegnata, il naso dritto e sottile ma un po' più lungo rispetto ai canoni classici. Ad un certo punto si è avvicinato a me. "Sei così graziosa che è impossibile non notarti". Eppure ero io che lo fissavo. Ero lusingata dall'estatica ammirazione che avevo suscitato. Pensavo alla sua vita breve, a chi lo avrebbe accompagnato alla morte, a come faceva a sopportare ogni giorno in quella casa. E pensavo a me, così sciatta e debole, magra e sbiadita, annacquata, senza fronzoli nè gioielli o trucco, una donna che lui aveva trovato "graziosa".
Mi avvicinai a lui e glielo chiesi, timidamente. "Come fa a sopportare tutto questo?".
Mi accompagnò fuori. Intorno alla casa c'era un giardino curatissimo. "Osserva la natura, i fiori, gli alberi intorno a te", mi disse. "È incredibilmente quieto oggi. Assapora la libertà. È questo il lusso. Sedersi, guardare con gli occhi, pensare, respirare. Per tutto il tempo necessario. Non c'è sveglia, ne' fretta. Non c'è frenesia nei gesti, non ci sono incombenze. Non c'è auto da guidare, luogo dove correre. Non ci aspetta nessuno, perché qui siamo in una tremenda fantastica compagnia di noi stessi. E' una grande fortuna. Qua siamo tutti ricchi.

Poi ritorno improvvisamente dove sono. A casa mia, stesa a terra dolorante. Sono inciampata.
Mi alzo. Cammino a stento trascinando polpacci pesantissimi. Avanzo. Riesco. I miei muscoli sono quasi scomparsi e mai avrei pensato che mi reggessero ancora. Sono davvero fortunata. Fisso il mio giardino. Il mio "coccolo giardino incantato". Stacco una pesca dal mio meraviglioso albero. Cosa c'è di più lussuoso di poterlo fare ? Poter mangiare, assaporare, allungare un braccio, gustare una succosa pesca naturale, masticare, deglutire. Vi sembra banale? Scontato? Per me non lo è , e te ne accorgi quando il destino infame ti ruba la nuda proprietà del tuo corpo.
Guardo in là, verso i fiori colorati che ho piantato in primavera. E' un giardino fiabesco. Magico contenitore di gioie e simboli universalmente positivi. E' così, per magia, che un fiore comunica. Un diamante non ha la stessa facoltà. Ed è un modo estremamente prezioso per connettersi con chi non c'è più.







(Questo racconto, tratto da fatti realmente accaduti, è dedicato a mio padre, quell'uomo, che oggi avrebbe compiuto 71 anni, e che mi ha insegnato che la semplice bellezza della vita non è quella di un corpo vestito di gioielli, ma quella di un giardino, un terrazzo o un balcone pieno di fiori)

Leggi anche: Scelgo la Dignità

26 agosto 2015

Il laparocele parastomale

Un laparocele parastomale è considerato come una quantità anormale di intestino a livello del tessuto sottocutaneo, che può presentarsi conseguentemente ad una stomia. (Taylor, 1999).



L'incisione chirurgica rappresenta una potenziale debolezza addominale, attraverso la quale i tessuti e le anse possono protrudere e dunque erniare.

Il laparocele può svilupparsi sulla zona intorno alla stomia (prima e seconda foto) o sulla zona della cicatrice addominale mediana o sovrapubica (foto a destra)

Per il paziente, questo può comportare disagio, sensazione di peso, dolore o difficoltà a scaricare completamente le feci (se stomia intestinale). Nei casi più gravi la cute si detende così tanto da comportare "eviscerazione"!

L'esame clinico va eseguito prima in piedi a riposo e poi, facendo tossire il paziente o a seguito di una spinta con "la pancia"

La percentuale di incidenza oscilla tra il 5 e il 50%

Le cause predisponenti sono:
1) L'ascite (liquido che ristagna nella cavità addominale
2) La bronchite cronica
3) Obesità/sovrappeso addominale
4) sforzi ripetuti e/o eccessivi
5) presenza di altre cicatrici addominali


Poichè l'intervento chirurgico comporta rischi infettivi per il paziente oltre che di recidiva, si tende semplicemente a consigliare l'utilizzo di una ventriera apposita, ben stretta, con o senza foro per lo stoma, seguendo le indicazioni della stomaterapista.
Soltanto quando le ripetute occlusioni o intasamenti fecali determinano più ricoveri per il paziente, o quando l'ernia supera determinate dimensioni, si interviene chirurgicamente.

Esistono degli esercizi di rinforzo della muscolatura addominale che, abbinati a corretta respirazione, possono aiutare, oltre che a rinforzare la parete stessa, a prevenire il laparocele.
Nel nostro Centro Stomizzati, ci occupiamo anche di questo.

24 agosto 2015

Il pavimento pelvico: per chi non sa cos'è


COS’E’ IL PAVIMENTO PELVICO?

È il termine usato per descrivere i muscoli e i tessuti connettivi che chiudono inferiormente il bacino.
Possono essere paragonati ad una tazza con la concavità verso l'alto o ad un tappeto elastico, o amaca, dove le corde di sospensione sono strutture di sostegno (tendini e legamenti, ormonodipendenti, e si spezzano in menopausa).
Le sue funzioni sono: contenere i visceri della cavità addominale (in particolare vescica, prostata,
utero, retto e ano), permettere una buona attività sessuale e il corretto svolgimento del parto, garantire la continenza urinaria e fecale.

QUALI SONO I SINTOMI DI UN ANOMALO FUNZIONAMENTO DEL PAVIMENTO PELVICO?

> perdita involontaria di urina, di gas o feci

>urgenza a urinare o defecare

>necessità di urinare spesso (più di 8 volte al giorno)

>difficoltà a svuotare completamente la vescica

>difficoltà allo svuotamento completo durante la defecazione

>stitichezza ostinata

> senso di peso vaginale o presenza di prolassi

>disfunzioni sessuali

>dolore pelvico

>dolore durante il rapporto sessuale

QUALI SONO GLI OBIETTIVI DELLA RIABILITAZIONE DEL PAVIMENTO PELVICO?

>L’aumento della consapevolezza e la percezione di questa regione anatomica e della sua attività muscolare

>Il miglioramento della qualità di vita soprattutto nell’ambito delle limitazioni sociali.

>L’aumento del controllo degli sfinteri e della continenza.

>Il rinforzo della muscolatura perineale.

>L’adozione di strategie comportamentali e alimentari.

QUALI SONO GLI INTERVENTI CHIRURGICI A RISCHIO PER L’INSORGENZA DI DISTURBI DEL PAVIMENTO PELVICO?


>La resezione del colon o del retto per polipi o diverticolosi o altre patologie infiammatorie

>L’emorroidectomia per le emorroidi

>La fistulotomia/fistulectomia per le fistole anali

>La sfinterotomia per le ragadi anali

>Gli esiti di traumi ostetrici (parti spontanei)

> La correzione dei prolassi

> Interventi su vescica e prostata

> L’isterectomia (asportazione dell’utero)






COME ACCEDERE ALL’AMBULATORIO?
Telefonando direttamente a Fanni Guidolin, ENTEROSTOMISTA specializzata nella riabilitazione del pavimento pelvico dopo aver eseguito visita specialistica con urologo o ginecologo o proctologo che compilerà impegnativa :
93.22.2 RIEDUCAZIONE FUNZIONALE ATTIVA E/O PASSIVA PER PATOLOGIA COMPLESSA (Vale 10 sedute) 

L’enterostomista riabilitatrice la sottoporrà ad un primo incontro informativo durante il quale verranno raccolti i suoi dati anamnestici. Le verrà effettuato un esame obiettivo funzionale per via vaginale e/o anale e un'analisi posturale. Le verrà somministrato un questionario sulla sua qualità di vita. Le verrà spiegato l’intero programma riabilitativo con eventuali altre visite specialistiche su indicazione del ginecologo o di altri specialisti. Seguiranno altre  sedute di chinesiterapia (esercizi terapeutici) in ambulatorio con la verifica dell’apprendimento per l’esercizio a domicilio e/o riabilitazione strumentale (Biofeedback , Elettrostimolazione, pesi vaginali). A due mesi dall’ultima seduta, verrà rivisto in ambulatorio per una ulteriore valutazione post riabilitazione. Il numero delle sedute sarà personalizzato sulla base degli obiettivi preposti e dei risultati raggiunti.










22 agosto 2015

E va bene, lo ammetto, sono un ex-figo (barista disperato)

(Ringrazio la coppia che settimanalmente partecipa insieme alla riabilitazione dell'incontinenza urinaria e dell'impotenza, che mi ha consentito di scrivere la loro storia)

"Che il cappuccino e il croissant siano la mia prelibatezza mattutina è risaputo. Basta contare il numero di clienti che raggiungono il mio storico bar ogni mattina. Gliene sforno un centinaio al giorno. Ma che adesso mi chiamino "mister cappucciant" questo proprio non lo posso accettare".
Si sfoga così il mio paziente quando gli faccio notare quella <procidenza> addominale che tanto male fa al suo pavimento pelvico.
"Provo una frustrazione retrospettiva" mi dice, "per questa pancia in taglia extra".
"A mio marito ho sempre assegnato un'aura mitica", interviena la moglie. "La sua conturbante vicinanza, il volto ammaliante, lo sguardo intenso, sono adesso caratteristiche appannate come i finestrini dell'auto in inverno. Lui non è più Lui. La pancia deborda in una paterna abbondanza. La schiena ingobbita ricorda solo lontanamente le movenze nervose dell'adolescente che e'stato. Il fisico tonico e' solo un triste ricordo ed ora anche lo sguardo vago alimenta l' elenco nutrito di cambiamenti fisici.
Scatta una sonora ironica risata e con due dita Sergio compie il gesto della canna della pistola puntata alla tempia mentre il sorriso si fa sardonico. "Cercherò di mantenere un autocontrollo granitico cara mogliettina, per non scappare con la prima venticinquenne dalle capacità manipolatorie". La voce, tagliente come un vetro rotto si fa aspra.
Gli insegno la camminata in punta di piedi. Deve mantenere l'addome ben introflesso e i glutei stretti. Dopo l'intervento alla prostata, l'incontinenza urinaria incombe come una tempesta d'agosto ad ogni passo.
"Stringi !" Esclama la moglie inviperita. Lei nasconde due occhi blu sotto a malinconiche occhiaie. Come la capisco. Quando è la menopausa a fare da padrona in una coppia, il desiderio sessuale passa in secondo piano. Le donne esultano di felicità quando i propri mariti "castrati" da un intervento chirurgico, finalmente le lasceranno in pace. Ritrovano la pace dei sensi. Il problema è però, che si lasciano anche andare allo scorrere del tempo, dimenticano la sessualità, è come se si chiudessero  in una pentola a pressione, esplodendo dopo qualche anno con il primo "toy-boy" di turno o isolandosi nelle loro ragnatele.
" Sopportare un uomo senza prostata e' un martirio peggio che per lui stesso", sostengono la maggior parte delle donne. Ma io non ci credo affatto. È' tutta una messinscena per nascondere il loro calo della libido, che segna l'inizio della loro vecchiaia, proprio sul più bello dell'increscente fantasia erotica maschile.
Sergio tiene gli occhi socchiusi mentre cammina impegnato,  invece la moglie, con sguardo vorace e inquisitorio, lo corregge nei cambi di movimento. Poi lui, improvvisamente, con fare civettuolo e colorite espressioni, preannuncia una sentenza di calamità in arrivo.

In ambulatorio, si fa largo un silenzio nucleare, come su un campo di battaglia abbandonato, e, con una sincerità abbagliante, Sergio fissa a la moglie nel viso.
"Cara, a 50 anni il corpo diventa anarchico, vuole fare le cose che vuole lui, si ribella. Ma se tu lo assecondi, sappi che per me non è così. E mentre le mie rughe avanzano, la mia anima indietreggia e vuole tornare bambina  ed io mi confronto solo con me stesso per quello che sono esattamente. Guardami. Il tempo della malattia si è rivelato lo spazio di una nuova dimensione ed io ora voglio riavvolgere i nastri del dolore con i toni pacati di chi, come me, ha sofferto tanto ma va cercando ottimismo, e bellezza. Guardami, e va bene, lo ammetto con narcisismo, sono un ex-figo. Ma io mi piaccio proprio, anche impotente. Ed ora guardati. Tu, avresti bisogno di un repulp generale, per migliorare la compattezza dei tuoi tessuti cadenti. Tu, avresti bisogno di dedicarti del tempo, vero lusso dei giorni nostri. Tu, avresti bisogno di un esame di coscienza. Sfuggente e seria, casalinga disperata, critica e noiosa, non sei più la mia amante preziosa.
E prima che il tempo si porti via tutto, cercami ancora, ti prego, ti saprò rendere felice.

http://pelvicstom.blogspot.it/2015/08/con-te-mai-piu.html

21 agosto 2015

E mai ci diremo addio

Le paure che accompagnano i nostri sogni inquieti, si fanno largo tra le incertezze, la malattia, le persone che amiamo, insomma destabilizzano. Quando ad ammalarsi è' un nostro genitore, trema la terra sotto ai nostri piedi, l'inconscio gioca a puzzle con il cervello e i pensieri brutti spaziano nelle notti più lunghe e buie.

"Che ore sono? ", Sembra tu voglia chiedermi.
Mi sono appisolata sulla poltrona nera e fredda per pochi minuti e ti ritrovo semiseduta sul letto, avvinghiata al triangolo sopra la tua testa con la fame d'aria e il viso grigio.
Mamma !!!!!!
Suono immediatamente il campanello, chiamo l'infermiera. Quanto è' lunga questa notte. Sono appena le tre.
Hai le occhiaie nere ed il volto ancora più scavato di ieri sera, quando ti sei addormentata. Dalla tua gola escono suoni inarticolati. Fruscii, sibili. Respira mamma ti prego respiraaaa!!!! La luce fioca mette ancor più in risalto il tuo viso affilato e teso. Non c'è più carne ne' espressione, dove sono finite le tue guance rosee povera mamma mia.
"Stai male ?", ti chiedo in ansia . "No", mi dici con una dolcezza inusitata, scuotendo lenta e pesante la testa da una parte all'altra. Allunghi il collo, cerchi di divincolarti, non trovi respiro se rimani stesa. Rantoli. Da quando ti hanno tagliato la lingua, gli occhi sono il nostro foglio, le labbra la nostra penna. Ci basta uno sguardo, un angolo curvato ai lati della bocca, una smorfia. Ci basta l'accenno di un sorriso, gli occhi sbarrati, la fronte corrugata, le sopracciglia aggrottate.  Ci basta così, per capirci.
Mi asciugo la fronte madida di sudore con la manica, e ti sposto quel ciuffo di capelli che ti scende bagnato e scarmigliato sul viso. Sei gelida e bianca. Dalle tue labbra esce sangue.
Mammaaaaaa !!!!
Entrano l'infermiera e una o forse due sagome massiccie indistinte. Sento come il cigolio di una carriola. Tengono una barella metallica, uno sembra il medico, ma porta i pantaloni arrotolati al ginocchio. Ha un tono grave, sussiegoso. L'altro , un uomo ingobbito, con il torace stretto si avvicina a me e mi lancia un'occhiata inquietante. Ha le pupille fuori dalle orbite, sembra la morte. Siamo alla fine mi sussurra. Te la portiamo via. No vi prego! No! No! Urlo impazzita.
La abbraccio forte, con tutta la forza che ho, non la lascio andare. La stanza si muove  e sulle pareti, giganteschi girasoli rossi escono dai muri.
Mia madre appare come  un fantoccio a molla, chiuso in una scatola e le due sagome sono i burattinai. La strattonano a destra e a sinistra, lei si divincola, spalanca la bocca ma non emette gemiti. Il suo addome si gonfia e il viso è' cianotico. L'infermiera osserva imperterrita, impalata. Trema. Il dottore si avvicina a mia madre, la scuote forte, violento,  le dice di esserle accanto, di stare tranquilla mentre l'altra sagoma le lega i polsi sulle spondine. Io sono paralizzata e osservo la scena dall'alto, come se fossi il soffitto .
Il dottore mi fissa con occhi tristi e lucidi, guardando verso l'alto. La sua artefatta empatia e' come un tocco ruvido. Un tentativo astuto e patetico di riportarmi alla realtà. Non può essere vero.
Respira mamma! Respira! Respiraaaaaaaaa!!!!!
Mi abbandonasti così, nel sogno inquieto, alle 3.05 di quella domenica d'agosto. Agitata, incatenata, scappavi  in un cielo pieno di stelle, irraggiungibile.

Improvvisamente mi svegliai da questo terribile incubo. Sudata fradicia, inginocchiata a terra, seduta sui talloni doloranti.
Erano le tre e zero sei di notte. Mamma dormiva mentre l'ossigeno inondava la stanza. Era viva, stava bene.
La sua mano stringeva timidamente la mia come il cielo abbraccia la terra, poi, piano piano, lasciava la presa, il suo volto si distendeva e gli occhi si chiudevano pesanti. Le diedi un bacio in fronte e le rughe si appianarono. Dalla bocca emetteva un flebile gemito, ma un respiro tranquillo, vivo. La sagoma esile mi ricordava un'esistenza trasformata ed io provavo una fitta al cuore, lancinante. No, non era paura ne' dolore. Era felicità. La felicità di averla ancora accanto a me, per chissà quanti sentieri tortuosi ancora.
E chissà quante strade polverose attraverseremo ancora. Ma noi andremo sempre avanti, alla ricerca di quelle rive erbose disseminate di Iris color lavanda, in un caleidoscopio di fiori selvatici che pochi conoscono. E mai ci diremo addio.


Non perdete mai la speranza. Mai. Nemmeno quando vi diranno che non c'è più nulla da fare. 


15 agosto 2015

Con te ? Mai più

( Ringrazio la mia paziente per avermi consentito di scrivere la sua storia. Nonostante la stomia, la compromissione epatica e la disidratazione, l'incarnato splendente è la connotazione più straordinaria del suo viso. C'è come una luce nel suo volto. Quella del riscatto. )


Prendi un appezzamento di terreno, in una distesa aperta, dove l'occhio si perde nell'orizzonte. Piantaci del frumento, quello che d'estate si muove al vento come le onde del mare, anche se sei in campagna. Quello con il fruscio che ti cattura, quello color oro al mattino e ambrato al tramonto. Ara la terra, semina, raccogli. Può essere così appagante da farti sentire un tutt'uno con essa. Ricca.
Il mondo naturale della vita rurale, il profumo dei campi al mattino presto, lo sterco di mucca che taglia l'aria come una lama ma che fa parte degli odori in cui sei cresciuta possono essere un dono inestimabile . Contrastano con il grigio di città, l'insopportabile smog, l'inquinamento acustico, l'inutile stress, l'aria viziata di un miniappartamento in centro.
Puoi ascoltare la mietitrebbia che aspira il grano, sentire il profumo del fieno, lasciarti bagnare dall'acqua fresca dell'irrigazione.
Oppure prendi un pezzo di terra, in una distesa aperta, dove l'occhio non vede mai la fine, perché ti ricorda quanto è' duro il lavoro su di esso, che non è' mai finito. E poi pensi al sudore, alle unghie nere, sudicie, al pantano nei pantaloni, ai buchi sulle scarpe, ai capelli pieni di insetti. E poi mettici gli acquazzoni, che macerano tutto, la siccità che secca anche le erbacce infestanti, l'odore acre e insopportabile della merda di vacca, il trattore pesante che disturba il suono degli uccellini e i pochi spiccioli raccolti dalla farina venduta. Aggiungici il terribile ingombro delle mietitrebbie "bloccatraffico", gli starnuti allergici impetuosi e l'acqua del fosso stagnante, acquitrino per zanzare inviperite.
Puoi vederla così la vita contadina, a seconda che ti piaccia o meno. 
È' incredibile come io sia stata costretta ad amarla per anni ed ora ad odiarla in pochi giorni. Forse solo perchè mi ricorda te.
"Prometto di esserti fedele sempre, in salute e malattia....finché morte non ci separi". Dove è' finita la nostra promessa ? Ribaltata con le zolle della tua terra arida, annegata nello stagno puzzolente dietro casa tua, coperta dallo sterco dei tuoi animali. 
Sono malata. Non lo vedi? Stomizzata e costretta in un letto d'ospedale, e mi trovo ad odiarti con tutta me stessa, per non avermi permesso di vivere altro oltre ai tuoi campi, ai tuoi animali da cortile, al porcile da sistemare, alle vacche da mungere, ai polli da pelare, ai conigli da vendere. Ora che potevo godermi il sudore versato e i frutti dei miei sacrifici.
Che ci fai qua ? Il tuo sorriso stupidamente allegro mi infastidisce. Sei un patetico attore. Vorrei avvoltolarmi per terra lanciandoti insulti mentre sgorgano dai miei occhi tutte le lacrime che non sono riuscita a versare in questi anni. Questo posto doveva essere il tuo.
Bisognava tirare avanti, dicevi. Muoversi. Non perdere tempo. Non ammalarsi. Solo tu potevi.
Oggi mi sento come se in tutte le giunture avessero colato del cemento. 
Penso alla mia vita come ad una corda fluttuante, marcescente, spezzata, irreparabilmente sfilacciata e in questa ineludibile realtà mi ritrovo solo io, mentre tu batti i pugni in attesa del piatto di pasta. 
Sai, odiavo i tuoi silenzi impenetrabili. Non sopportavo le tue costrizioni. Guai se la stalla non era pulita a dovere. Mi avresti appesa al chiodo. Guai se dedicavo troppo tempo ai miei figli. Mi avresti picchiato.Tu non sai neanche di avere quattro figli. Chi badava ai tuoi stupidi campi di terra ? 
Sei diventato brutto. Davvero brutto. Il tuo naso bulboso è' butterato dalle stesse cicatrici che ti coprono le guance. Quasi mi rende felice vederti così distrutto. Ho sperato per anni che qualche nube passasse sul tuo volto e ne adombrasse i lineamenti. La mia rabbia ha logorato il mio intestino, il mio stomaco e il mio fegato. Ha spappolato il mio cuore e infiltrato il mio cervello. Come il cancro che adesso mi divora.
Non ti avvicinare con quelle mani sporche di terra e fango. Non voglio la tua carezza. Leggo nel tuo gesto qualcosa di artificioso, di enfatico, come se avessi fatto le prove di questa recita. Vattene.
Riesco solo a vederti in espressioni provocatorie. Ho impressa di te l'immagine annebbiata e ripetitiva delle tue spalle quadrate al muro e la tua stupida sigaretta che pende dall'angolo della bocca. E quando non c'era la sigaretta c'era lo stuzzicadenti. La finezza non ti apparteneva, nemmeno uno stralcio di commiserevole gesto di educazione ricordo di te. Vattene ti ho detto.
Ho un fuoco che arde in fondo al ventre ed un formicolio al volto. Ora voglio costringere i miei brutti pensieri ad uscire da questa stanza insieme a te. Vattene. Per sempre.

Il marito se ne andò con lo sguardo tormentato e la testa bassa. Era la prima volta che si sentiva comandato da sua moglie. Ma lei, si era finalmente liberata della sua rabbia e della terribile violenza.



Non guardate mai indietro, a ciò che è stato, bensì a quello che sarà grazie a ciò che siete diventati. Le esperienze negative ci cambiano nel profondo e la felicità è sempre dietro l'angolo. Trovate nuovi obiettivi. Girate pagina, vedrete.

8 agosto 2015

Scusa se non ti chiamo Amore, tu sei l'Amore

Eri il mio giardino.
Ti annaffiavo, ti ammiravo, mi prendevo cura di te. Il tuo riverbero mi accecava .
La bellezza del verde  della natura raggiunge livelli impensabili. Il verde ha più sfumature di qualsiasi altro colore. Erano verdi  i tuoi occhi, di un brillante color smeraldo che diventava azzurro o grigio secondo la presenza o meno delle nuvole. Immagina ora una rosa color crema, una rosa rampicante, inglese , unica, con più di cento petali. L'avrei rubata per te, tanto le assomigliavi. Era abbagliante la tua bellezza. Disarmante.

L'amore che provavo per te era sincero, ero un giardiniere devoto, meticoloso. Io parlavo alle mie piante con la stessa tonalità dei nostri lunghi discorsi. Mi hai insegnato molto sulle note delle parole. Dicevi che la tonalità bassa era più responsiva ad assimilare la clorofilla. Volevi che usassi  lo stesso tono anche con te.
Eri, più che mai, una rara candida camelia nel mio Eden.
Con le piante avevo instaurato un legame così profondo e appassionato, che mi chiedevi spesso chi amavo di più. E quando mi osservavi sforbiciare il bosso, ti sedevi accanto a me, sul prato morbido, e ti sembrava di stare tra le mie braccia. Lo definivi "un giardino acculturato" il nostro, per le storie che ti raccontavo sull'origine di ogni fiore. E poi ci stendavamo insieme sull'erba e davamo corpo ai pensieri inseguendo le nuvole.
Eri una vibrazione sentimentale che mi arrivava dritta all'anima. L'importante era mettersi in ascolto. In ascolto delle tue emozioni profonde , per me. Eri il mio dolce tormento creativo.
Le concimavo le mie piantine, con la nitida determinazione di un cuoco che ti prepara il piatto preferito. Cucinavo per te con Amore.
Poi un giorno, quella macchia gialla sulla rosa polare, la tua preferita, mi ha reso insopportabile. Ma per me era il segno che tu non stavi più bene, ti chiesi più volte di sottoporti a degli accertamenti.
Mi accusavi di amare i nostri fiori più di quanto amassi te. Preferivi il giardino in abiti d'autunno, perché richiedeva meno tempo a curare le piante. Mi dicevi che ero pazzo. Pazzo a trovare soddisfazione mescolando terra e guardando nuove foglioline e poi nuovi fiori prendere forma.
Il fatto è' che quando si entra in simbiosi con la natura, si captano messaggi impensabili. Noi siamo natura. E quella foglia gialla era la premonizione di una voragine.
I tuoi occhi ingiallivano e tu non riuscivi nemmeno a guardarti allo specchio. Non eri ancora stata dal dottore. Te lo chiedevo tutti i giorni e tu minacciavi di andartene. "Non mi ami più " mi dicevi stizzita. Solo perché non ti chiamavo Amore ? . Hai alzato un muro, oltre al quale svolazzava l'universo. Ti sei isolata dietro a malinconiche occhiaie. Hai smesso di ascoltare le mie storie di fiori e alberi, coprendole con il frastuono delle tue distrazioni. E mentre la chimica della passione amorosa si affievoliva, la rosa bianca si accasciava su se stessa seccando le sue foglie che cadevano ad una ad una. I petali erano di uno svenevole bianco. Non sono serviti i pesticidi, ne' una drastica recisione, non è' servito lo strapianto ne' il concime liquido. La rosa polare (polar stein) era morta.
Mi manchi amore mio.


Giulio porta una rosa bianchissima, la rosa polare, dai petali appuntiti, tutte le settimane in cimitero da sua moglie. Ha continuato a prendersi cura del giardino con lo stesso amore che provava per lei. 
Il giardinaggio cura le anime inquiete. È' una dolce carezza che da' vita. 



Non ti preoccupare dell'amore profondo di un uomo per le piante,
Non ti trascurerà ' mai


6 agosto 2015

Se è un incubo, vi prego, svegliatemi

( Auspichiamo che storie simili non debbano più accadere. Ogni Stomizzato alla dimissione ha diritto di ricevere adeguate attenzioni, cura, informazioni, e supporto psicologico. Tutti potremmo trovarci al suo posto.)

Sono a casa da soli due giorni e mi sento come un masso caduto in un burrone. Chiamo aiuto, la voce non esce dalle mie corde vocali ed io imploro, e imploro e imploro . Non c'è anima viva quaggiù. Mi stendo a terra, stremata dalle forze, non sento le gambe e tutto il mondo gira. Solo uno spicchio di cielo tra le montagne rocciose fa capolino come in un caleidoscopio. Magica e incompresa natura.
Il caldo del sole d'agosto mi sta disidratando e la sete e' insopportabile. L'apatia delirante è' il regalo che mi sono portata a casa strascinando la terra sotto ai piedi.
"Mamma!"
La voce soave e dolce di mia figlia mi catapulta nella terribile realtà. Ma qual'è la realtà ? Sto sognando?
Sono stesa sulla fredda chaise-longue in pelle, con la testa pesante tra le mani. Mi fa male una tempia e qualcuno mi ha preparato del ghiaccio. Premo indice e pollice sull'angolo interno degli occhi, voglio frenare una lacrima e quando cerco di parlare, la voce stentorea mi si incrina di nuovo. È' come se avessi un rasoio nella gola.
 "Marina, passami lo specchio". La mia pelle è' pallida come la cera bianca della candela. Il volto scavato impressiona anche me. Mi trema il mento, forse ho la febbre. Può salire la febbre ?
Vorrei tanto riuscire a sorridere a questo piccolo specchietto, rubarne l'immagine e stamparla sul mio viso. E poi vorrei tanto fare una doccia. Chissà se posso fare una doccia! Ditemi se posso ancora godere dell'acqua tiepida che scorre sul mio corpo lavando via la tristezza. Vorrei sapere se posso mangiare la mia salsa al coriandolo e uscire di casa, fare il colore ai capelli e cambiare il sacchetto tutti i giorni, anziché svuotarlo. Vorrei sapere se il mare è' più bello in inverno, perché per tutta l'estate non  potrò vederlo. Vero che non posso vedere il mare figlia mia?
Mi ritrovo con una "ferita" sulla pancia, piena di punti, tale la considero la mia STOMIA. La conoscevo solo sugli altri, coloro che aiutavo in ospedale, quando facevo l'infermiera. E mai come ora mi sento così impotente. Non siamo mai pronti quando tocca a noi.
È' come se quarant'anni di lavoro fossero caduti nel burrone con me, sfracellandosi sulle pietre acuminate. È' come se quarant'anni di esperienze al servizio del prossimo, fossero ora pieni di polvere, dimenticati in soffitta. Quarant'anni di amore e attenzioni per  altri esseri umani, poveri sfortunati o soli. Tristi, sconsolati, o sofferenti o morenti. Quarant'anni di passione recisi da un bisturi come un ramo ancora verde sul suo albero.
"Mamma..."
Mia figlia posa la guancia sul mio petto ed io le cingo i capelli profumati. La cosa più bella che ho fatto nella vita è  lei. Il mio appiglio nella roccia. Il mio miracolo.
E con lei posso accettare tutto. Metto un punto e vado a capo.
Va bene, è toccato a me. Se solo qualcuno mi avesse insegnato a non soffrire dentro, ad accettare le lacrime, a togliere la colla odiosa dalla mia pancia e a non  sentirmi sporca. Nessuno mi ha detto se posso fare una doccia, vedere il mare e mangiare come prima. Non so se posso lavorare ancora, ne'  cosa fare per il prurito incessante. Non so come contrastare il bruciore alla stomia, fare aderire la placca, non sentire cattivo odore. Non so se potrò andare a fare la spesa in bicicletta e mettere i jeans, non so se potrò ancora essere amata da un uomo.
Perché nessuno mi ha insegnato ad accettare questa inesorabile vita lenta e implacabile. Questa vita che ha depredato in un giorno la mia femminilità', spogliato le mie sicurezze, incrementato le incertezze.
Vorrei ... Vi prego, un velo di zucchero su questa dura realtà.
Vorrei ancora mille splendidi soli.
Ma se questo è un incubo, vi prego, svegliatemi.

La figura dell'enterostomista manca in molti ospedali.
È' importantissimo che gli infermieri si tengano aggiornati in questo campo.
Sono 5000 gli Stomizzati in Veneto
Sono solo poco più di 20 gli Enterostomisti specializzati praticanti in Veneto 


3 agosto 2015

Ma dove sono questi glutei da "Top" ?

(Tutorial alla pratica sconosciuta del rinforzo del pavimento pelvico, per glutei da "top")

Mi ritrovo sudata sotto il sole cocente di Agosto alla ricerca di un carrello della spesa. Il frigo piangeva da giorni. Ho temporeggiato nell'attesa di svuotare completamente la dispensa di tutto lo scatolame pronto. Tonno e olive in salamoia, fagiolini cannellini e cipolle sott'aceto, passata di pomodoro pronta, pesto in vasetto e poco altro. Poichè la credenza è bassa, mi sono accucciata come si doveva, mantenendo la pancia ben in dentro, appoggiando le ginocchia al pavimento, stringendo i muscoli del mio pavimento pelvico, mentre controllavo i rimasugli prima di fare la lista della spesa.

Ho parcheggiato l'auto a circa cinquanta passi dall'ingresso dell'ipermercato, mi hanno detto che camminare fa bene anzi, fa benissimo solo se avvicini le scapole e fai ogni passo spingendo sull'avanpiede. E' vero, i glutei si contraggono ad ogni passo. E salgono come una mongolfiera sciogliendo etti ed etti di cellulite.
Mentre estraggo con fatica il carrello, poichè il calore ha dilatato anche la catenella che lo ancora al paletto, mi accorgo di eseguire un movimento brusco con le braccia. Afferro con forza il manico e metto in evidenza i bicipiti mosci e flaccidi. Ciccia molla fatti da parte che voglio un tricipite da urlo. Ecco fatto, ma mentre indietreggio, sono già seduta sui miei glutei. Si fa per dire, quando tutto il peso del corpo si adagia sull'ultimo tratto della colonna vertebrale, come se in piedi, ci si "sedesse sul sedere". Mi correggo subito. Sollevo il capo verso l'alto, come se una corda mi tirasse al cielo (non per il collo s'intende), metto in evidenza il decolté (non troppo per non cadere nella volgarità) e tengo la pancia in dentro.
Trafelata, respiro una boccata di aria condizionata all'ingresso dell'ipermercato e mi siedo già stanca sulla panchina di fronte al negozio di calzature. Mi siedo curva come un anziano con il gibbo. Me ne accorgo specchiandomi su una vetrina. Mi correggo subito.  E' ora che inizia il mio gioco.
Osservo tutte le donne. La loro postura, la camminata, la preponderanza del seno o dei glutei, la schiena. D'estate l'operazione è facilitata dai look denudé che lasciano poco al'immaginazione. Prendo appunti. Deretani voluminosi, tafanari indeboliti, "chiappe sode", popò ingombranti, fondoschiena inesistenti, panieri "budinosi"...
Così, attraverso un pantalone bianco o una t-shirt rosa, si possono intravvedere glutei tonici coperti da slip minimali o fagotti abbondanti che lottano con super mutandoni coprenti ogni angolino di sensualità. Ma tutte, e dico tutte, sono sedute sul loro sedere. Nemmeno la miss agevolata dal dono di madre natura, con un culetto a mandolino che sembra finto, ringrazia cotanta fortuna con un passo felpato e sostenuto. Tra qualche anno i suoi glutei si allungheranno per gravità verso il basso facendo concorrenza al nasino adunco e aquilino. Peccato.
Con due incisivi accostati di spigolo la signora sui sessanta entra sorridente. Regge una enorme e presumibilmente pesante borsa al gomito che la rende goffa e in cifosi dorsale (gobba). SE la appendesse alla spalla forse riuscirebbe a raddrizzarsi un po'. IL suo posteriore si trova a sostenere chili di pancia rilassata oltre a quelli del borsone esplosivo. Difficile tenerlo dentro quell'addome prominente.
La signora sui quaranta accanto all'uomo tenebroso che spinge il carrello riempito di trash food (cibo spazzatura), ha il volto deformato da un accentuato prognatismo ma ha un collo lungo ed un bel fisico. Si gira di spalle e non vedo i suoi glutei. Dove sono finiti i suoi glutei?. Sembrano inesistenti. D'accordo, ha due bambini imbufaliti che corrono su e giù per il corridoio. Nonostante le due gravidanze la pancia è piatta. Ma peccato per quel povero quadricipite femorale che fa tutto il lavoro lui. Se non stringi quel sedere cara mia, non ti potrai neanche più sedere su quelle ossa!.
Noto, sempre di spalle, una signora sui cinquanta con i capelli corti, ispidi, sale e pepe. L'immagine sulla vetrina mi restituisce quella di una bella signora dal sopracciglio cespuglioso e il viso squadrato. Il labbro inferiore è leggermente pendulo, sensuale. Si gira dalla mia parte. Ha una carnagione opaca ma occhi che emettono una luce maliziosa. Una collana bijou abbinata alla borsa e un fisico asciutto. Elegante modernità. Cammina con passo sostenuto, finalmente una (penso). Ma mentre scrivo sul mio quadernetto di appunti la felicità per la prima scoperta femminile, la bella signora cerca spazio in pochi centimetri di panchina e si adagia allo schienale .... aggomitolata su se stessa!!!. Perchè !!!?? Era quasi perfetta. La bombatura cifotica mostra un addome ancora più rilassato e una falsa abbondanza. Bocciata.
Eccola: La mamma col bambino in braccio.
A cavalcioni del suo fianco i muscoli obliqui chiedono pietà. Il bimbo cicciottello con le gambette scalcianti peserà circa quindici chili e per compensare la fatica, la giovane mamma tiene la schiena completamente ingobbita. Non solo. I glutei sono spinti in avanti, molli molli, come un budino.  La giovane signora indossa un pantaloncino corto in jeans, troppo corto, ascellare quasi, se non fosse per le frangette che coprono appena le spine ischiatiche. Ma dove sono i glutei ?
Vabbè, ormai ho perso ogni speranza. Nessuna donna sorregge la schiena, avvicina le scapole, stringe i glutei e allunga il collo mentre cammina . Nessuna. Pensate a quanto i muscoli del pavimento pelvico risentano di questa postura! Recuperare si può. Non è mai troppo tardi.
Allora.... Cominciate subito !
E pensate a come e dove siete mentre leggete questo post ! Vi siete per caso riconosciute ?


2 agosto 2015

Come può uno scoglio, arginare il mare

(Dedicato agli amanti del mare, che combattono contro onde impetuose giorno dopo giorno. Dedicato  a Dario, che il mare lo cavalca di nuovo, nonostante gli uragani)

Mi sento in completa metamorfosi con lo scoglio su cui giaccio rannicchiato. L'asciugamano sulle spalle mi protegge e mi difende. Qui, il torpore è rassicurante, come una carezza.
Non mi raggiungono nemmeno gli spruzzi salati che dall'onda infranta sotto, ai piedi della ripida scogliera, volano in aria senza gravità.
Mare....Sei così immenso...
Fino a pochi giorni fa, cavalcavo le tue maestose onde sul mio serf. E mentre ti forzavi di catapultarmi sotto, io emergevo leggero, sulla cresta. Bagnato, ma in piedi. Anche oggi è' così. Sto in alto mi vedi?. Ad un dito dal cielo.
Ecco la luna. Ti sovrasta magnifica ma tu hai una splendida corazza e anche lei si arrende alla tua bellezza.
La scoperta di avere un cancro destabilizza certo. Ma è la goccia che scava la roccia e non l'onda impetuosa. Uno scoglio può arginare il mare così come io posso lottare contro la mia malattia, perché io sono quello scoglio.
Mare...
Sogno la libertà di poterti nuovamente dominare senza sentirmi una barca alla deriva, come un uomo con la sua diagnosi infausta.
Sogno la libertà di poterti fotografare al tramonto, quando lo sguardo si perde nell'orizzonte, come la speranza nella guarigione.
Sogno di poterti parlare davvero, ma per il momento non riesco nemmeno a parlare con me stesso. Spero che questa rabbia diventi amore infinito come è' il cielo sopra te, senza nuvole minacciose.
Ecco le stelle. Nell'universo, come l'acqua dentro al mare , come la speranza nel cuore umano. Il mio. La speranza di vivere ancora a lungo.
Chiedo a te universo, che di stelle vesti il cielo, come due cuori che si toccano, di riempirmi di forza per guarire e poter tornare su questo mare, guerriero, fiero, Vivo.

La scoperta di una malattia incurabile travolge come un'onda impetuosa.
Ma uno scoglio può arginare il mare. 

1 agosto 2015

Io: bella, affascinante e sexy, con il pannolino

(Ringrazio Carla, per avermi consentito di scrivere la sua storia. Dedicata a tutte le donne che portano... Un pannolino.)

Mancano tre ore e quattordici minuti al mio appuntamento e non so ancora cosa indossare.
Se non fosse per quello stupido "problema",  non avrei nessun dubbio per questo magico sogno.
Il mio letto sembra un campo di battaglia, tanti sono i completi (outfits dovrei dire) buttati a "mucchiate" sopra le lenzuola. Bianco e blu bon ton. Nero e rosso super sexy. Verde menta e giallo canarino. Azzurro cielo o arancio fluo. Ma è' la mia longuette bianca a chiedere pietà , una improponibile scelta nelle mie condizioni.
Respiro l'ossigeno della libertà e l'adrenalina mi score nelle vene. Voglio dimostrare al mio ex cosa si è perso. Fino a oggi sapevo solo che il mio cuore mi si era spostato dentro al petto e si era messo in un posto dove lo sentivo pesante e immobile. Fino a oggi mi sono sentita come un criceto in una scatola, con un viso incartapecorito e gli occhi perennemente assonnati. Fino a oggi ho sempre avuto uno sguardo di rimprovero, le sopracciglia aggrottate ed espressioni di sconcerto.
Basta.
Ora voglio schiacciare un tasto con un dito e vedere tutto il mio passato sparire in un attimo.

L'uomo che mi aspetta stasera non è il classico "belloccio" tutto muscoli e tatoo. L'uomo che mi aspetta stasera è' semplicemente il più raffinato degli uomini che io abbia mai conosciuto sulla faccia della terra. Si dice cosi di un uomo galante, educato, dolce, sensibile, intelligente, colto, simpatico e gentile. Raffinato.
La mia anima gemella insomma.
Incontrare l'anima gemella è, (lo diceva Jandy Nelson), come entrare dentro una casa dove ti sembra di essere già stata. Riconosci i mobili nelle stanze, i quadri alle pareti, i libri sullo scaffale, il contenuto dei cassetti. Se dovesse andare via la luce sapresti muoverti anche al buio. Con l'uomo raffinato di questa sera è proprio così e non vedo l'ora di rivederlo.
Controllo il cielo fuori dalla finestra sul cui vetro mi specchio appena. L'immagine è' opaca, sfumata come nelle vetrine. Ho i Capelli ispidi e un largo sorriso. Voglio un viso liscio e ridanciano. Voglio che si legga in me la felicita' e si veda la luce maliziosa dei miei occhi. Voglio che resti colpito dalle mie guance rubizze e da un'espressione allegra e scaltra.
Indosso un tacco dodici, un abito rosa pesca, scivolato sui fianchi, niente reggiseno. Sono pronta. Mi sento sexy e affascinante. Bella.
Ma in un battere di ciglia, le mie insicurezze vengono a galla come delle odiose alghe infestanti. Le scaccio ma si fanno più  spesse.
Mi specchio di la', sull'anta della cabina armadio e ...rabbrividisco.
È incredibile come la volontà si sforzi di andare in una direzione opposta alla realtà. E viceversa.
È' incredibile come i miei occhi vedano ora così  diversa quell'immagine riflessa sullo specchio ingrato.
Il mio viso mi appare lungo, triangolare, come il muso di un segugio. Mi ritrovo vestita di un corpo insicuro. Catapultata nei bassifondi della disistima. Ho le sopracciglia mal disegnate e il mio sedere e' orribilmente segnato dallo slip casto e coprente, regge il mio inseparabile salvaslip. Non dimentico la mia incontinenza e mai come stasera mi sembra una terribile disabilità.
Una luce malinconica si accende improvvisamente nei miei occhi.
Fremevo di orgoglio fino a dieci minuti fa e mi ritrovo seduta a terra sul tappeto persiano, con la testa tra le mani e un sorriso sghembo, forzato, un attimo dopo.
Lo specchio ha spento il fuoco delle speranze che alimentavano il mio cuore e mai la luna mi è' sembrata così pallida.
Lo chiamo.
Non ci sarà nessun incontro stasera. Per colpa di uno stupido salvaslip.
È' il pannolino il mio grande scoglio. È' questa disabilità che ha sempre limitato il mio essere, storpiato la mia immagine, reso inabile il mio corpo. Fatto fuggire mio marito. No non è' vero. Io sono fuggita.

Allora puoi fare una scelta cara Carla, mi dico tra me e me. 
Essere quella che vorresti essere, la donna specchiata sulla finestra e sul cielo, tra le nuvole a cavolfiore, con lo sguardo felino e il volto scavato ma ridanciano, Sexy con e senza pannolino.
O quella che non vorresti essere. Quella donna dal muso lungo e serio, dalle spalle squadrate e con le lacrime che ti cadono sulla pelle opaca e sottile. Decidi Carla, ma decidi in fretta.

E mentre i grilli frinivano nel giardino attendendo la frenesia famelica dei pappataci, la luna tornava a brillare e tu prendevi in mano quel telefono. 
È' stata la serata più bella della tua vita. 

L' Incontinenza attanaglia molte donne anche prima della menopausa. Fa che non diventi un limite, una disabilità, la non accettazione di te stessa. Rivolgiti ad un centro di riabilitazione dell'incontinenza. Guarire si può. 

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