30 luglio 2017

HO UN CANCRO. COSA FACCIO ADESSO?

E' toccato a te. Ne avevi solo sentito parlare di quel cancro là, ti sei fatto i controlli ogni anno e quel valore era sempre nei limiti. Ma quando il tuo medico ti ha sottoposto a delle indagini approfondite, hai avuto il verdetto. Cancro. Che brutta parola questo brutto male. Come un grumo di catrame ti ha avvolto i pensieri.
Serve intervento subito. Firmi il foglio del consenso e leggi tutti i rischi: rischio emorragico, necessità di trasfusioni, arresto cardiaco, rischio di re-intervento, infezioni, embolia... Firmi. Non te ne frega niente. Non vedi l'ora di togliere quel brutto-mostro che si è insinuato in te. Ti fidi dei medici e della scienza.
Ma ti hanno detto che ti opereranno a fine agosto e mancano ancora quattro settimane. Un'eternità. Una tremendissima brutta questione quella dell'attesa. Una cappa pesante sulle tue spalle mentre il mondo dentro casa tua, smette di vorticare.
Le tue giornate scorrono lentissime col respiro chiuso nella gola. Non passano.
C'è tanta confusione nel mare di internet. Dubbi. Forse dovrai sottoporti alla chemioterapia o forse alla radioterapia. Dovrai assumere farmaci, seguire i controlli, magari perderai i capelli. Il tuo corpo non ti sembrerà più il tuo corpo. Il tuo viso non più il tuo viso.
Non parli con nessuno e ti isoli nell'attesa di quel giorno fatidico in cui ti estirperanno il brutto male.
Soffri dentro, ti consumi, non dormi. Ti chiedi perché è capitato proprio a te.

Caro paziente non va bene così.
Dovrai prepararti la valigia per questo viaggio. Ecco consideralo così: un viaggio.
Allora nel tuo borsone metterai il pigiama o la camicia da notte, le ciabatte e la biancheria intima pulita. Un beauty case, qualche asciugamano che profuma di pulito. Il dopobarba, se sei uomo, e una crema profumata se sei donna. La spazzola, il pettine, uno specchio, che ti ricorderà chi eri prima di entrare in ospedale. Nel borsone metterai tutte le scartoffie stampate da internet, quelle che avrai studiato, e quelle che non avrai capito. Sono queste ultime che dovrai tirare fuori per prime. E chiedere spiegazioni ai medici che ti opereranno.
Dovrai informarti bene sulla tua malattia. Su questo tipo di male. Dovrai essere esperto e capire tutto quello che succederà dopo. Preparati. Devi essere pronto. Affronterai il viaggio anche con le sue avversità.
Ma soprattutto dedicati del tempo per pensare. E' la malattia che te lo chiede. Fermati. Siediti e pensa a dieci cose che vorresti realizzare. Chiamale desideri se vuoi, scrivili. Non importa se ti sembreranno impossibili. Giura che farai di tutto per realizzarli. Raccontali a chi ti sta accanto. Piccoli o grandi che siano sono parte di te e lo saranno presto anche della tua vita. Hai vissuto trentacinque, cinquanta o sessant'anni, settanta forse, lavorando per costruirti una famiglia, sudando per affrontare la vecchiaia e poi forse realizzare qualche sogno. Ma la beffa è questa. La vita ti ha teso una trappola. Proprio adesso. Troppo presto. Allora tu prendila in contropiede e ricomincia a realizzare i tuoi sogni. Non perdere altro tempo. E' già un tempo sfilacciato quello dell'attesa, che scorre senza che nulla lo possa riempire, vero?
Poi pensa a queste due parole "E" e "SE".
E e SE...
Risuonano come parole minacciose se prese singolarmente. Ma mettile insieme. E se.... approfittassi di questo tempo che ti resta da vivere cambiando completamente te stesso ? Magari con quell'allegria infantile che sconfigge ogni malumore ? Si, influenzando il tuo pessimismo, cambiando prospettiva.
Se farai qualcosa ti sentirai pieno di vita, perchè sei giovane caspita !. E anche se hai preso quella porta in faccia, ti saprai rialzare, riaprendola. Ne sono certa.
E' toccato a te ma domani toccherà a me, o al tuo vicino di casa. Ad un tuo parente, ad un amico o a tuo figlio. E' la vita. La malattia fa parte della vita. Accettala e distruggila costruendoci un meraviglioso castello di sogni da realizzare. Incomincia subito. Hai preso carta e penna?

Fanni Guidolin


SONO UNA DONNA FORTUNATA

Ringrazio Elisabetta per aver dato a tutti l'idea di un portafortuna...
(Rita è una donna molto fortunata ma lei non lo sa...)

La fortuna è una questione complicata e scivolosa ma io ho sempre cercato di propiziarmela.
La devi tenere d'occhio, urtarla, come diceva Macchiavelli. Sono molti i ricercatori universitari che hanno cominciato ad occuparsene. Parliamo di numeri. Il mio numero fortunato ad esempio è il 16 e questo numero, inciso in un portachiavi d'oro rosa, è il mio talismano. Troneggia dovunque io vada e questa mia infatuazione non si è mai sfilacciata.
Il 16 è stato il numero sull'elenco del registro di classe per tutte le scuole superiori. Sono andata bene. Ho studiato tanto e non ho mai dovuto recuperare materie. Lo imputavo a quel numero e non alla mia bravura. O meglio, ero brava perché ero fortunata. Ero fortunata ad avere il sedici e a non essere una ragazza acchiappanuvole.
Il 16 era nella pettorina dell'esame di danza classica alla Royal Ballet School di Londra. Presi un bel nove. Altissimo per una quattordicenne che dava un esame da diciottenne. Era merito di quel sedici secondo me. La performance era risultata tra le migliori dell'anno. Quando vidi il sedici impresso su quel pezzo di stoffa puntato sul body nero, non potevo crederci.
Mi sposai il giorno 16 gennaio di molti anni fa e, anche se il matrimonio è stato un fallimento, conobbi il mio attuale compagno il giorno 16 giugno.
Ma il 16 novembre è stato anche il giorno in cui mi sono laureata con il massimo dei voti, e il giorno in cui mi hanno consegnato la macchina nuova. La mia prima auto acquistata con i risparmi di una vita.
Il 16 luglio 2014 ho scoperto di avere il cancro. Mi hanno telefonato dal laboratorio dell'anatomia patologica. Attendevo il referto della biopsia da venti giorni. Era un giorno afoso con il cielo bianco e l'aria irrespirabile. Non avevo paura. Ero sicura che ce l'avrei fatta a superare la malattia e le cure. Io sono una donna fortunata.
Sono stata operata nei primi dieci giorni di agosto e dimessa guarda caso il 16 agosto. Ero tranquilla. Stranamente tranquilla. Avrei sotterrato tutto molto presto, sotto a spessi strati di oblio.
L'esame istologico parlava di cancro al seno con micro metastasi ad un solo linfonodo. Uno non sono cinque o venti. Una fortuna. Mi sottoposi alla chemioterapia e alle trentatré sedute di radioterapia.
Tutto bene. Sono passati tre anni e sto benissimo.

Nessun ricercatore può sostenere che in sé, i portafortuna accrescano le possibilità di successo ma alcuni esperimenti confermano che i portafortuna calmano la mente, attenuano l'ansia da prestazione e, a patto di crederci, regalano sicurezza, fiducia, guarigione.
Lo ha dimostrato lo studio sui giocatori di golf. Gli studiosi hanno consegnato delle palline ad un gruppo e delle palline "fortunate" ad un altro gruppo. Ovviamente tutti dovevano mandarle in buca, ma il gruppo con le palline fortunate è riuscito maggiormente.
Un altro esperimento è stato effettuato su un gruppo che doveva eseguire giochi di destrezza. Ad ogni persona del gruppo di confronto è stato detto "tengo le dita incrociate per te". Sono riusciti meglio nella prova.
La fortuna è quindi una questione mentale e non occorre legarla ad un particolare talismano. Se ti senti fortunata sarai più cortese, altruista tenace e scrupolosa. Sarai più estroversa, sorriderai due volte più spesso e guarderai più frequentemente gli altri negli occhi. Incontrerai più gente e manterrai i contatti. Quindi avrai occasione di imbatterti in più opportunità. E poi, come spiegano gli studiosi, il Dott. Wiseman in primis, se ti sentirai fortunata, sarai meno nevrotica, più rilassata, meno ansiosa. Sarai permeabile agli stimoli esterni e ai vantaggi inattesi. Ragionerai in termini di fortuna perfino in circostanze avverse. Ti sembreranno soffi freddi che ti fanno il solletico.
Guarirai più facilmente. Parola di Betty (e del Dott. Wiseman).

29 luglio 2017

VOGLIO SFIDARE LA VITA COME UN PAZZO

Una storia incredibile...                              

Non mi ero accorto dell'orario perchè non avevo orologi nè telefonini con me. Quando sentii i sette rintocchi delle campane stridule del campanile, capii che avevo camminato per oltre cinque  ore senza percepire la benchè minima stanchezza. Da Padova, erano circa le due quando partii. Ora mi trovavo a Treville, una piccola frazione di Castelfranco Veneto, a trentacinque chilometri.
A casa avrebbero cominciato a preoccuparsi e, considerando che sarei dovuto tornare indietro, prima di mezzanotte non ce l'avrei fatta.
Marta avrebbe chiamato sua madre allarmata e magari i carabinieri sarebbero venuti a cercarmi con le sirene spiegate seguiti da mio figlio in moto e da Chiara nella sua cabrio scoperchiata. Avrei mosso mezzo mondo solo per non aver pensato al mondo per cinque ore. A nessuno sarebbe importato il mio egoismo. E nessuno avrebbe capito la mia voglia di rinascere.

La verità è che da quando sono stato "sganciato" dal reparto di oncologia, mi sono sentito guarito completamente e ho deciso di prendermi una rivincita. La rivincita contro la morte che mi ha sfiorato e parlato all'orecchio mostrandomi più volte il mio funerale, la cassa in radica di legno rossiccio, le rose bianche sopra, a mazzo composto, con la foto di dieci anni fa, stampata nell'epigrafe e incorniciata, l'unica in cui sorrido. La rivincita contro le lacrime che ho versato e le paure che mi hanno legato; la rivincita contro il cappio che mi sono sempre sentito al collo.
Per cinque anni, ho sistematicamente eseguito tutti i miei controlli come un automa ubbidiente. Non sono uscito più di tanto di casa e non mi sono mai sentito troppo "felice". Abbastanza felice direi, quel tanto che basta per non illudersi. Non ho viaggiato. Avevo paura di vivere troppo. Di consumare le cellule che mi erano rimaste. Dovevo conservarmi.
Ripetuti e stabiliti controlli con esiti nella norma, esami sempre negativi e la totale assenza di recidive, mi hanno comunque, fatto sempre sentire malato frequentando quel reparto, come se fossi stato un elemento in un vortice a spirale che non riesce a vedere la fine. Paradossalmente il mio desiderio di "SFIDA" si fa per dire, contro questa vita, cresceva giorno dopo giorno, insieme alla rabbia per l'ingiustizia della quale ero vittima e disegnavo il mio progetto così, lentamente, mese dopo mese, stando in poltrona ad aspettare il decorso di questi cinque lunghissimi anni.
Una volta uscito dal tornado oncologico, mi immaginavo librare col paracadute nei cieli che sovrastano le Alpi con Chiara; tuffarmi nelle acque gelide dell'Antartide mentre mia moglie mi guardava stupita, o correre in picchiata nella savana, guardando i leoni venirmi incontro. Ma anche attraversare due cime in equilibrio sul filo, con lo strapiombo in cui cadere legati solo ad una caviglia.
Mi immaginavo di scalare l'Everest con mio figlio Alberto, piantando una tenda ogni mille metri di altitudine, per abituare il respiro e i polmoni alle pressioni atmosferiche, ma anche di tuffarmi nel Mar Rosso, quando uno squalo veniva avvistato.
Mi immaginavo, sognavo, leggevo e pensavo. Erano le uniche azioni che impegnavano la mia mente catapultandomi nella progettualità. Alla fine del mio percorso avrei messo in moto la mia macchina da guerra e avrei sfidato la vita come un pazzo, saltando anche giù dall'Empire con il bunging jumping se occorreva, per sentirmi finalmente vivo.
Quello che non avevo mai immaginato era di percorrere un sentiero al buio per cinque ore in totale solitudine. I miei sogni erano ben chiari, al limite della follia, tutt'altro che economici ma sempre in compagnia di qualcuno con cui condividere il rischio. Una camminata mi sarebbe sembrata una banalissima esperienza. Zero adrenalina, noia mortale.
Invece non fu così.
La strada del ritorno costeggiava il fiume. Non c'era illuminazione e l'unica sosta per bere potevo farla a circa un'ora di cammino. Nella cittadina di Camposampiero, per chi conosce le zone, lungo il fiume Muson, c'è una piccola fontanella di acqua potabile.
I grilli erano gli unici compagni. Frinivano in coro con quell'organo stridulatore che possiedono.
Una leggera brezza asciugava il mio sudore e stavo davvero bene. Le lucciole sembravano segnare la strada, o forse semplicemente rincorrermi. I più fastidiosi erano i moscerini. A migliaia contro il viso, tentavano di penetrare tra le labbra serrate e le palpebre semichiuse.
Il percorso lungo l'argine lo conoscevo a memoria. E poi bastava seguire il fiume.
Non mi preoccupavo dei miei familiari ne' della mia salute. Non pensavo alla disidratazione ne' alla stanchezza. E stranamente non mi annoiavo affatto.
Fissavo il cielo farsi sempre più scuro, minuto dopo minuto e vedevo comparire qualche stella. Il silenzio era impressionante. Quando il buio si fece pesto, sentii, nel tratto di asfalto che costeggiava il lungargine, un ticchettio di passi. Sembravano unghie che grattavano incessantemente come per risalire lungo la via. Subito ho pensato ad una grossa nutria e mi sono fermato. Tra i cespugli due occhi tondi e bianchi mi fissavano. Era un cane, un grosso cane simile ad un lupo. Un pastore tedesco forse. No, era proprio un cane lupo. Un lupo vero. Libero. Fino ad allora non avevo mai avuto paura dei cani. Ma un cane lupo non è un cane vero e proprio. E se il cane lupo sbuca da un cespuglio all'improvviso, allora è tutta un'altra cosa. Dovevo pensare solamente ad una possibile via di fuga.
Se mi fossi buttato nel fiume? Se fossi rimasto semplicemente immobile?. Il lupo se ne andò senza avvicinarsi, incurante della mia presenza ma, io cominciavo ad avere paura. Ma che cos'era quella paura ? Paura di morire o paura di soffrire?. Se il lupo mi avesse sbranato sarei morto. Ma se mi avesse ridotto a brandelli avrei sofferto terribilmente e forse sarei morto lo stesso dopo. Avrei potuto urlare e qualcuno mi avrebbe sentito?. Avevo paura di uno stupido cane lupo sbucato da un cespuglio lungo l'argine. Questa era la verità. Paura di morire di nuovo.

Era la prima volta che elaboravo tutta la mia malattia. Cinque anni in cinque ore, dove tutto era andato bene ma in un solo istante tutto poteva finire malissimo.
Così, mentre continuavo a camminare, riflettevo sul tempo perduto in quei cinque anni di malattia inesistente. Alle cose che non avevo fatto, alle parole che non avevo detto. Ai ti voglio bene dei miei figli che non avevo ascoltato.
A quanto mi mancavano in quel momento i miei cari. A ciò che avevo negato loro per tutti quegli anni. Pensavo alle cose semplici, al panino con la nutella che i miei figli mangiavano sul prato di casa nostra, come se fosse il migliore pic-nic della loro vita e alle colazioni a letto che Chiara mi portava e che io puntualmente rifiutavo. Agli aperitivi con gli amici ai quali non sono mai andato e alle foto che non ho scattato.

Sono entrato nel cortile di una casa ed ho chiesto aiuto. Ho potuto telefonare a mia moglie e farmi venire a prendere.
Ho capito una cosa importante: che le sfide si fanno quando c'è la malattia, per sconfiggerla ed evitare la morte, non quando si sta bene, per rischiare la vita. Nessuno te lo perdonerebbe. Nemmeno il tuo io.


19 luglio 2017

UN CUORE IN METASTASI

E' una serata importante quella che mi aspetta. Solenne. Deciderà le sorti di questa crepa tra noi. Piccola penserai tu. Una piccola e insignificante falla che ha causato il cancro più terribile che esista. Quello del cuore.
Invece questa piccola crepa si trasformerà in uno squarcio stasera.

E' un freddo strano quello che mi trafigge oggi. Lo stesso che si sente quando si deglutisce un boccone di gelato troppo grosso. Te lo senti in gola imponente, che quasi ti soffoca, meschino, per poi sciogliersi piano piano, fino a farti respirare di nuovo. 
La mia repulsione per la serata è tale da avere anche una leggera nausea e il mal di testa. Gli effetti della chemioterapia non sono neanche paragonabili. Bazzecole a confronto. Stupide fesserie.
Ho scoperto da poche ore che mi tradisci con una tipa del corso d'inglese tutte le volte in cui io sono in ospedale, durante le terapie oncologiche. Mi tradisci, capito? Punto. Non bastava già il mio stupido cancro al colon?. Non bastavano i fiumi di lacrime ?. Ti odio.
Mi sento come se una colata di asfalto nero bollente mi stesse coprendo. Come se un uragano mi volesse travolgere, come se stessi per morire. Già, morire. Non ho mai avuto paura della morte, neanche quando il medico mi ha letto la diagnosi. Avrei lottato con i denti serrati e con tutte le mie forze contro vento. E col mare in burrasca, contro gli uragani. Gli avrei fatto vedere io chi è Mara.
Ma ora è diverso.
Stupido cancro del cuore ti sei insinuato in me, già devastata dal mio male. E non c'è più nulla da fare. E' il cuore in lenta metastasi.

Arrivo alla pizzeria prima di te. 
Quando entri dalla porta provo una nausea ancora più insistente e forte. Indossi un completo verde chiaro a righe azzurre sottili; dal taschino spunta un fazzoletto dello stesso azzurro. Ridicolo.
Ti siedi accanto a me, nel lato più corto del tavolo e non di fronte; forse per non guardarmi negli occhi. Forse perché ti senti sporco. Forse il panico ti avvolge quanto me in questo istante, fino a perdere tutti i frammenti di noi, della nostra vita insieme, delle nostre risate felici. Questi sono istanti vuoti che pesano come fossero pieni. 
Mi baci sulla guancia. 
Lo sento freddo questo bacio. Sa di umido. Di stantio. Di aria malsana, di muri ammuffiti. Sa di acqua stagnante. Sa di nulla. 
Quando togli il tappo alla bottiglia dell'acqua, urti contro un bicchiere di vetro che rotola a terra in frantumi. Almeno riuscissi a raccogliere i cocci della tua vita!; cerchi di dissimulare il dispaccio alzando le spalle e coprendo con una risata la tua goffaggine. Mi fissi. Parli piano, troppo piano. La tua voce sovrasta appena il brusio della sala. 
Sembra una serata normale, in una giornata qualunque. Una normalissima cena tra due fidanzati che non conoscono neanche più l'odore della pelle dell'altro. Anche il tuo profumo sembra diverso. 
So che pensi che io sia triste per la mia malattia. Neanche gli specchi incassati in cornici di granito alla nostra destra riflettono la verità. 
Vedono solo una donna triste, con gli occhi abbassati e l'umore a terra. Osservano un corpo sfigurato dalle terapie, gonfio di farmaci, ricoperto da cicatrici, dilaniato dal cancro. Solo questo. Scrutano una donna sofferente, con le borse sotto agli occhi da giorni e un unico pensiero fisso: bastardo. Ma quella crepa nel cuore non si vede e non si sente. 
E' soda caustica la tua mano appoggiata sulla mia. Immondizia la tua presenza. 
Ecco, i tuoi occhi ora non guardano nessuno. Vagano senza fissarsi sulle persone, sul soffitto, sui lampadari appesi al soffitto. La pizza gelida è ancora intera. Ed io, decido di facilitarti le cose. 
Sento qualcosa che si indurisce dentro di me, o meglio, qualcosa di vago e indefinibile che si estende: una palizzata, una fila di chiodi incastrati nel petto come  in un muro di cemento armato. 
Ti fisso negli occhi resi ancora più chiari dal riflesso della giacca verde. Ma ti vedo torbido, ho la vista annebbiata.
Il puzzo che sento può accecare, lo ammetto, e te lo dico. E' l'odore di un sentimento marcito che scava dentro di me alla ricerca delle parole da dire in questo momento. 
Le luci sono più soffuse ora che fuori è buio. L'oscurità ha il suo vantaggio. Nel buio, senza potersi guardare negli occhi, è tutto più facile. 
Prima di proferire parola, metto una mano davanti alla bocca, espiro e annuso il mio alito. Dopo usciranno le parole. Parole che sapranno di dignità. Di forza. 
Mi alzo in piedi, indietreggio quel tanto che mi consentirà di uscire dal locale senza essere bloccata dalle tue braccia. Inspiro profondamente, con il cuore che mi rimbalza nel petto e nel collo. Con il dolore assordante di chi vorrebbe farsi inghiottire dal silenzio.
Trovo il coraggio che ho sempre avuto. Semplicemente così, a testa alta e fiera di me:
"Addio MatteoBuona fortuna con Barbara..."


Io e Matteo non ci siamo più rivisti. E so che Barbara sta con un altro. 
Lasciarlo è stata la cura per poter affrontare meglio il mio percorso oncologico. 


Ringrazio Dio per il coraggio che mi ha dato.

Dagli ultimi studi pubblicati si è visto che l'infelicità deprime il sistema immunitario e rende refrattaria la cura chemioterapica. 
La formazione di anticorpi contro virus e batteri è "comandata" da un ormone collegato alla felicità, la dopamina. Lo rivela una ricerca internazionale pubblicata su Nature e nata in Italia, che potrebbe avere risvolti per le malattie autoimmuni e contribuisce a spiegare perché le persone felici hanno spesso un buon sistema immunitario. (Fonte Ansa)

9 luglio 2017

SPOT CHE UMILIANO LE DONNE

Ancora uno spot grottesco sull'incontinenza urinaria.
Due signore, due amiche in ascensore, sono preoccupate più del non emanare odore per via dell'incontinenza che le affligge che della claustrofobia o delle porte che non si chiudono.
E quando una confida all'altra che grazie ad un pannolino super assorbente, gli odori sono neutralizzati e gli uomini di nuovo attratti, l'informazione suscita interesse per l'acquisto miracoloso.

Le donne, con questo spot, vedono il loro romanticismo e la loro sensualità demoliti. Vengono colpite nella loro femminilità e dignità. Come se "incontinenza urinaria" equivalesse a emarginazione e rifiuto.

Che l'incontinenza affligga milioni di donne è risaputo, e che milioni non vadano dal medico di base a riferirlo per vergogna o pudore, è altrettanto risaputo. Ma pochi forse sanno che ogni anno il mercato dei pannolini per l'incontinenza rasenta i trentaduemilioni di euro.
Le perdite urinarie limitano la vita sociale, alterano la qualità di vita, rovinano il rapporto di coppia. Influiscono sull'umore e sulla stima di sè.
Stare meglio si può. Non con il pannolino giusto solamente. Ma con un adeguato programma di riabilitazione e consapevolezza del pavimento pelvico.

qui il link per cercare la terapista più vicina a te: TERAPISTE DEL G.I.T.E.R.P.







PAROLE CHE UCCIDONO

Non si è accorta di aver indossato la maglietta a rovescio la mia paziente, né di avere le labbra sporche di zucchero a velo. Oggi la giornata sembra essere davvero storta.
Regge in mano una cartellina gialla, con l'elastico allentato. Dentro, un mucchio di scartoffie di pagamenti di ticket e fogli di appuntamenti, si mischiano ai più importanti referti.
Prendo in mano il malloppo e la faccio entrare accarezzandole una spalla. Lei mi abbraccia forte come al solito, appoggiando la testa sul mio petto, affettuosamente. Ha voglia di sole e di conforto. Lo sento.
Le accarezzo il viso, la punta dei capelli scarmigliati. Abbiamo la stessa età e mi sembra impossibile che il cancro possa essere così spietato.
E' una sensazione incredibile quella di essere utile a qualcuno. Ma anche se fa parte del mio lavoro, ogni paziente ti fa sentire diversa. E il loro vissuto e la loro malattia possono cambiare anche il mio atteggiamento.
La faccio accomodare sulla sedia mentre raddrizza la maglietta. E' bellissima anche in questa giornata sbilenca. Indossa una gonna che si apre come una corolla. Ha dipinto di biondo i capelli a spazzola e il tintinnante brusio dei suoi orecchini, mi ricorda quanto Lorena sia attenta alla cura di sé.
Il primo foglio che mi capita in mano è una tac di qualche mese fa. Evidenzio la data per non sbagliare. Cerco la successiva, per confrontarla. So già che la mia paziente è già stata in oncologia e che il medico le ha spiegato tutto, ma vederla così preoccupata, mi induce ad infonderle speranza prima ancora di leggere il referto. Lei infatti è venuta da me per questo. Vuole che l'aiuti a scandagliare i macigni da sotto la sabbia. Sassi, ma che dico sassi, massi, che per quanto tu li copra con la sabbia stessa, sono sempre là, pesanti, innegabili.
La risposta del radiologo non è affatto vaga. Utilizza termini complessi e astrusi certo, e per fortuna dico. Altrimenti la mia paziente non sarebbe qui a chiedermi di rispiegarle quella  Tac. Si sarebbe già buttata dalla finestra. Il dolore psichico è qualcosa che non riesci a liquidare con uno schiocco di dita.
Il dolore psichico si incrosta nella testa come lo sporco nel corrimani e non lo lavi via con un colpo di spugna.
Il nostro codice deontologico ci impone la sincerità ma essa deve sempre lasciare una speranza, anche quando la speranza sembra impossibile. E' come il codice della vita, è la medicina per non morire troppo presto. Allora spiego alla paziente di aggrapparsi alla frase che descrive il fegato:  "senza evidenti alterazioni sospette", oppure a quella che descrive la vescica: "assenti formazioni oggettanti il lume", frasi positive, che spazzano le altre devastanti come "carcinosi peritoneale" o "congelamento pelvico" o "pluriformazioni nodulari polmonari imputabili a secondarismi...", che fisso solo con gli occhi, tralasciandone la lettura e la spiegazione.
Perchè con le parole puoi uccidere, spiazzare, deviare. Puoi salvare una persona dalla depressione o gettarla nello sconforto più totale. La parola cura. La parola guarisce. Ma la parola ferisce anche, fino ad uccidere.
No, non vogliono i pazienti le mezze verità, nè le bugie. Ma credo che ognuno abbia diritto di credere di farcela e di poter lottare con i denti e con le unghie.
Allora proteggiamo i pazienti dai terribili verdetti. Tanto la signora nera, quando e se decide, non chiede mai permesso per entrare nelle nostre vite. Ruba e scappa. Dove il silenzio si dilata.







5 luglio 2017

UNA PSICOLOGA CON LA P MAIUSCOLA

Si passa il pollice sulle labbra con l'aria da magnifica canaglia il mio paziente. Si burla di me. Mi strizza l'occhiolino e ondeggia il braccio su e giù, per richiamare la mia attenzione. E' seduto nell'ultima fila, come a scuola, quando "i casinari" di turno li trovavi sempre stipati al muro del fondale.
Io e la psicologa stiamo cercando di far accomodare tutti i presenti sulle sedie, ma continuano a parlare a voce alta in questo incandescente luogo d'incontro.
Parafrasando ancora una volta la frase che dà il titolo al mio libro, siamo anche qui in una straordinaria corsia. E' una stanza riunioni, in cui abbiamo sistemato le sedie in cerchio, per poterci guardare tutti nel volto. Un grande cerchio, fatto di una cinquantina di posti, tanti sono oggi i pazienti. Vladimir, dalla pelle color alabastro, siede nella sua sedia a rotelle accanto a me.
C'è anche Luigina, in chemioterapia da molti mesi, a rassicurarmi che ce la sta mettendo tutta. E c'è Antonio, detto Tony, il costruttore di aquiloni, con la combriccola dell'ultima fila. Tony ha intessuto una grande storia d'affetto con la sottoscritta.
Sono nate molte amicizie nel gruppo di auto aiuto e spesso, dopo l'ora di chiacchere insieme, si va tutti a bere qualcosa nel bar dell'ospedale. Quando entra un nuovo paziente, tutti gli altri sono curiosi di ascoltare la sua storia e di aiutarlo se occorre. Anche le risate possono scappare incontrollate. Sono pillole di benessere.
Alla mia destra, Simonetta, dall'animo buono come il pane, siede accanto a Pia. Sono diventate inseparabili. Il loro posto a sedere è sempre quello, a sinistra della sala. Dà sicurezza trovarsi nello stesso posto, lo stesso primo giovedì di ogni mese e nella stessa sedia. E' come costruire casa. Ti affezioni anche alla mattonella che calpesti.
Caterina, la nostra psicologa conduttrice del gruppo, dà ampio spazio al raccontarsi. Lei è una donna che ha fatto della dolcezza il suo modo di essere. Piace ai miei pazienti, ed io sono felice se loro sono felici. Lei non è un'inguaribile sognatrice come me, e non si imbarca in scelte non ponderate dettate dall'impeto del momento. La dottoressa Bertelli è una donna che capisce a fondo dove nasce il dolore, come sia radicato a volte e come sia difficile estirparlo. Non reclamizza i lamenti. Li fa a brandelli, aiutando i miei pazienti ad uscire dalla prigione della malattia.
Caterina, ma io la chiamo Cate perchè per me è anche una grande amica, non detta regole nella conduzione del gruppo. Si limita ad aiutare i pazienti a riciclare un sentimento perduto, a non indietreggiare, a riappropriarsi della vita. A cogliere le reminiscenze di una gioventù non troppo lontana, riecheggiando i tempi in cui si pensava al futuro e non al giorno dopo.
E quando Rita, con quel perenne paio di occhiali neri, anche al buio, accennerà ad un sorriso mai visto prima, Caterina sarà capace di commuoversi, i miei zoccoli rossi scalpiteranno gioiosi sul pavimento e fisseremo lo sguardo implacabile di tutti gli altri, con i sorrisi che ammorbidiranno le linee di tutte le labbra. Perchè noi la psicologa ce l'abbiamo con la P maiuscola.

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