9 luglio 2017

PAROLE CHE UCCIDONO

Non si è accorta di aver indossato la maglietta a rovescio la mia paziente, né di avere le labbra sporche di zucchero a velo. Oggi la giornata sembra essere davvero storta.
Regge in mano una cartellina gialla, con l'elastico allentato. Dentro, un mucchio di scartoffie di pagamenti di ticket e fogli di appuntamenti, si mischiano ai più importanti referti.
Prendo in mano il malloppo e la faccio entrare accarezzandole una spalla. Lei mi abbraccia forte come al solito, appoggiando la testa sul mio petto, affettuosamente. Ha voglia di sole e di conforto. Lo sento.
Le accarezzo il viso, la punta dei capelli scarmigliati. Abbiamo la stessa età e mi sembra impossibile che il cancro possa essere così spietato.
E' una sensazione incredibile quella di essere utile a qualcuno. Ma anche se fa parte del mio lavoro, ogni paziente ti fa sentire diversa. E il loro vissuto e la loro malattia possono cambiare anche il mio atteggiamento.
La faccio accomodare sulla sedia mentre raddrizza la maglietta. E' bellissima anche in questa giornata sbilenca. Indossa una gonna che si apre come una corolla. Ha dipinto di biondo i capelli a spazzola e il tintinnante brusio dei suoi orecchini, mi ricorda quanto Lorena sia attenta alla cura di sé.
Il primo foglio che mi capita in mano è una tac di qualche mese fa. Evidenzio la data per non sbagliare. Cerco la successiva, per confrontarla. So già che la mia paziente è già stata in oncologia e che il medico le ha spiegato tutto, ma vederla così preoccupata, mi induce ad infonderle speranza prima ancora di leggere il referto. Lei infatti è venuta da me per questo. Vuole che l'aiuti a scandagliare i macigni da sotto la sabbia. Sassi, ma che dico sassi, massi, che per quanto tu li copra con la sabbia stessa, sono sempre là, pesanti, innegabili.
La risposta del radiologo non è affatto vaga. Utilizza termini complessi e astrusi certo, e per fortuna dico. Altrimenti la mia paziente non sarebbe qui a chiedermi di rispiegarle quella  Tac. Si sarebbe già buttata dalla finestra. Il dolore psichico è qualcosa che non riesci a liquidare con uno schiocco di dita.
Il dolore psichico si incrosta nella testa come lo sporco nel corrimani e non lo lavi via con un colpo di spugna.
Il nostro codice deontologico ci impone la sincerità ma essa deve sempre lasciare una speranza, anche quando la speranza sembra impossibile. E' come il codice della vita, è la medicina per non morire troppo presto. Allora spiego alla paziente di aggrapparsi alla frase che descrive il fegato:  "senza evidenti alterazioni sospette", oppure a quella che descrive la vescica: "assenti formazioni oggettanti il lume", frasi positive, che spazzano le altre devastanti come "carcinosi peritoneale" o "congelamento pelvico" o "pluriformazioni nodulari polmonari imputabili a secondarismi...", che fisso solo con gli occhi, tralasciandone la lettura e la spiegazione.
Perchè con le parole puoi uccidere, spiazzare, deviare. Puoi salvare una persona dalla depressione o gettarla nello sconforto più totale. La parola cura. La parola guarisce. Ma la parola ferisce anche, fino ad uccidere.
No, non vogliono i pazienti le mezze verità, nè le bugie. Ma credo che ognuno abbia diritto di credere di farcela e di poter lottare con i denti e con le unghie.
Allora proteggiamo i pazienti dai terribili verdetti. Tanto la signora nera, quando e se decide, non chiede mai permesso per entrare nelle nostre vite. Ruba e scappa. Dove il silenzio si dilata.







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