30 gennaio 2018

IN CERCA DI ISPIRAZIONE...NELLA MIA CITTA'

Il solo autentico viaggio, il solo bagno di giovinezza, non starebbe nell'andare verso nuovi paesaggi, ma nell'avere altri occhi per la vostra città. 

Castelfranco Veneto nasconde piccoli gioielli incastonati nella sua corona. Si tratta di alcune piazzette poco conosciute dai turisti ma che, se opportunamente valorizzate, potrebbero concorrere ad incrementare il fascino della città. Esistono all'ombra della più nota e ampia Piazza Giorgione, che accoglie i maggiori eventi e le manifestazioni cittadine. Sono molti i miei pazienti provenienti da altre città e spesso consiglio ai loro familiari, e a loro dopo la guarigione, un giro turistico per Castelfranco.
Poichè è un vero peccato non descrivere alcune piazzette, rapita dai segreti che la storia di ogni mattone custodisce, mi ci sono seduta sopra, quasi inghiottita dai colori dei muri anche scrostati, anche fatiscenti dei palazzi adiacenti, che appartenevano a chissà chi. E' un esercizio che consiglio a tutti gli amici "pensatori". Sto parlando ad esempio, della misconosciuta e trascurata Piazza Arnaldo Fusinato, lungo la via San Giacomo, dietro l'omonima chiesa, sul lato di Corso XXIX Aprile. Lui, l'Arnaldo, originario di Schio (VI), con la testa a uovo e i baffetti leccati, riuscì a svelare i misteri dell'anima attraverso la poesia. Patriota, laureato in giurisprudenza, si stabilì a Castelfranco, presso la suocera, dopo la morte precoce della moglie, la contessina Anna Colonna. Ogni lutto segna profondamente anche ognuno di noi. Non vorrei contraddire l'immenso scrittore, che ha reso il paesaggio invernale castellano e veneziano protagonista dei suoi scritti, ma pur apprezzando il fascino della Castelfranco sotto zero, consiglierei la primavera per la visita alla piazzetta. Magari per mano della vostra compagna o del vostro compagno, per arricchirsi delle cose semplici della vita. Sempre che non si abbia quella propensione alla sofferenza al poeta tanto cara.
Al passante non passano inosservate le saracinesche verde bottiglia chiuse a serramanico di un vecchio bar che nessuno ha più gestito. E' ad angolo sulla piazza. Peccato per gli stralci d'erba coraggiosi tra il cemento e per i cartelloni pubblicitari incollati sui muri che pur colorando di vita danno un tocco ancora più disordinato. Eppure, a rimembrare il ricordo poetico del Fusinato, sei meravigliosi oleandri rosa, capeggiano dentro a moderni vasi in ferro, sull'ampio marciapiede ai bordi del fiume Musonellosempre là. Il turista potrà scendere sulla scaletta d'invito al fiumiciattolo, ricordo del posto in cui si calavano le casse bucate di pesce vivo fino alla sua vendita nei giorni di mercato. Ed esprimere un gioioso desiderio, magari lanciando una monetina.
La chiara e luminosa pavimentazione del marciapiede poi, richiamerebbe (uso il condizionale purtroppo) giovani studenti bramosi di gelato alla vaniglia e di chiacchere, seduti sulle sedie di tavolini inventati, bianchi in ferro battuto. O richiamerebbe (magari) fantomatici turisti che camminano tra le fioriere in cerca di un po' d'ombra, sorseggiando un tè, mentre dei colombi quasi addomesticati, vengono a beccare le briciole di meringhette dal nome francese vendute poco più in là. Chissà.
E' un tocco che mi appartiene quello francese, sia per il nome che indosso (Fannì), cucitomi da un padre altrettanto innamorato della nostra cittadina (Guidolin A. peraltro), che per l'amore per la Provenza. Ironia della sorte, il verde dei giardini a ridosso delle mura orientali del castello che potrete ammirare dalla piazzetta, rientra nel criterio dello stile romantico che avvolge i ruderi francesi delle architetture con edere rampicanti e piante ad alto fusto, fino a rendere bello tutto ciò che ha il presentimento della sua fine. Francesce, un certo Guignon, fu l'architetto che insieme al Negrin elaborò quel verde e là, su quei giardini orientali, svetta ora la statua a mezzobusto del poeta. Se avete bisogno di ispirazione per i vostri scritti, la panchina di fronte è il posto giusto.

Per reminiscenze meno voluttuose e più intellettuali vi consiglio però il sobrio e classico interno delle mura del castello.
D'esempio (dovrebbe esserlo) è la più coccola e se volete più "carina" piazzetta del centro.
Dovete andare ai piedi del Teatro Accademico, ormai testimone di una moltitudine di spettacoli teatrali, di danza e di concerti musicali, che è impensabile rincorrerli tutti, per trovare Piazzetta Guidolin Antonio. Fu il solo castellano partecipe alla spedizione dei mille garibaldina nel 1860. 
Vanità vuole che io sia particolarmente affezionata a questo luogo, vuoi per il cognome che mi rappresenta, vuoi per la bellezza che questi pochi metri quadri emanano, vuoi perchè sono un'appassionata giardiniera e lettrice. Infatti a Maggio, Piazza Guidolin e gli spazi circostanti sono ricoperti dal verde di giardini improvvisati, percorsi naturali con tanto di cascatelle e tragitti zen. Potrete planare sulla piazzetta sospesi nel verde, come in un giardino pensile e, con il naso all'insù, ammirare gli storici palazzi ristrutturati. 
A fine estate la stessa piazzetta accoglie invece la mostra del libro, evento organizzato da volenterosi promotori della cultura che rispolverano anche gli usati, patrimonio inestimabile. E poi piccoli concerti e mostre d'arte.
Ci troviamo in un gioiello di piazzetta, che guarda al Duomo, nell'incanto di uno spazio dove il tempo sembra fermo. Speriamo possa essere d'esempio per le altre belle e preziose piazzette dimenticate, figlie di un Dio minore.

Fanni Guidolin

28 gennaio 2018

UN SACCHETTO SULLA PANCIA. MA DI COSA STIAMO PARLANDO?

Ho voluto spiegarvelo con parole facili.
Sentire solamente nominare il "sacchetto" sulla pancia per la deviazione intestinale, per raccogliere le feci, a causa di un blocco intestinale, di una perforazione o del cancro, è, per la gente che non lo conosce, motivo di grande paura, terrore quasi. 
Il "sacchetto" scatena un forte ribrezzo, pone uno stigma, accompagna espressioni di disgusto.
Si, è vero, la pancia viene aperta e maneggiata, rovistata, ribaltando l'anatomia, o solo gonfiata di gas e penetrata da trocars esplorativi come dita lunghe e sottili. Viene estratta una parte di intestino che si cuce sulla pancia come una bocca a labbra chiuse (stomia in greco significa "bocca" appunto). La stomia viene infilata in un sacchetto adesivo usa e getta. "Si apparecchia la stomia", è il termine corretto per indicare lo stoma care, ovvero la gestione della stomia (pulizia, cambio sacca, cute peristomale, posizionamento della nuova sacca...). Già, si dice proprio così, "apparecchiare la stomia" come si apparecchia la tavola, con ordine, mettendo ogni cosa al posto giusto.
Appena ti svegli dall'intervento ti puoi trovare una grande placca gommosa che ha innestata una sacca trasparente grande quanto due delle tue mani. Questo ti può spaventare. E' un sistema post operatorio ingombrante, esteticamente brutto, comodo solo per le infermiere che lo svuoteranno, sostituendolo solo se occorre, per non crearti traumi sulla pelle o dolore. Dovrai pazientare alcuni giorni finchè la stomaterapista (io mi occupo di questo), verrà a spiegarti tutto e a darti il modello di sacca per la dimissione.
La stomaterapista, che spero tu possa conoscere anche prima dell'intervento, di aiuterà a cercare un sacchettino piccolo, discreto, comodo e sicuro e anche esteticamente presentabile. Ce ne sono centinaia sul mercato.
Non dovrai girare con le feci addosso. Potrai svuotarlo o cambiarlo anche due volte al giorno. Non dovrai sentirti sporco o di cattivo odore. Potrai sistemarti e lavarti come se non avessi alcun sacchetto, sotto la doccia, senza paura. Potrai insaponare la tua stomia e asciugarla, stendere un velo di crema profumata o due gocce di olio che neutralizza gli odori. Potrai infilare nel sacchetto una bustina che renderà le tue feci profumate e anche più dense, per non temere che si stacchi il sacchetto con le feci liquide.
Starai attento a ciò che mangerai solo per il primo mese. Poi potrai assaggiare di tutto e scegliere i cibi secondo la tua tolleranza.
Il sacchetto lo nasconderai con il tuo abbigliamento usuale. Non dovrai cambiare guardaroba.
Ti dimenticherai di lui come ti dimentichi di avere un cerotto al dito. E cambiarlo sarà facile, ancora più facile del cambio di un piccolo assorbente se sei donna. O ancora più facile del cambio di un cerotto al dito.
Di sacchetti plastificati che rumoreggiano al tatto ce ne sono sempre meno. Le varie ditte presenti sul mercato sono sempre più sensibili alle esigenze dei pazienti. Il "tessuto non tessuto" morbido e impermeabile, color carne o grigioperla assomiglia più ad una taschina che ad un sacchetto. Ci sono filtri anti odore e che lasciano passare l'aria. In commercio si possono trovare anche coprisacca divertenti, in fantasia colorata. Gli americano sono molto avanti in questa moda "ostomy cover" e gli stomizzati si mostrano senza tabù. Da noi in Italia, la strada è ancora lunga, ma con il mio lavoro di divulgazione e sensibilizzazione e con quello di tanti altri colleghi italiani, l'obiettivo ci appare sempre più tangibile.  

Fanni Guidolin
stomaterapista 
specialista nella riabilitazione delle disfunzioni pelvi perineali 
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21 gennaio 2018

GIULIA, LA RAGAZZA DAL SORRISO AL GINSENG

Non puoi non notarla.
Al padiglione K, i distributori di bevande sono un luogo di ritrovo per noi dipendenti nei rari momenti di pause concesse, o prima di iniziare il turno di lavoro. 
Lei è quella ragazza con la maglietta gialla e il sorriso che ti carica, come il ginseng. 
Giulia lavora per la ditta di distributori ospedalieri di bevande e snack ed è diventata una mia carissima amica. Si divide tra il lavoro, i figli che ama, un marito paziente e una serie di amici dei figli che l'hanno adottata come mamma-cuoca-tuttofare, mamma-psicologa, zia-d'occorrenza, sorellona-casinara e chi più ne ha più ne metta. Basta sfogliare il suo profilo facebook per capire il mondo che la circonda. E' un mondo fatto di persone vere, semplici e dal cuore grande. 
Di caffè me ne intendo, sono una "caffeinomane" dipendente e in quei distributori ne trovi per tutti i gusti. Ma è quel sorriso energetico che mi cattura due volte a settimana, quando Giulia viene a rifocillare i dispositivi. E' calamitante, e non solo nei miei confronti. Caldo, e luminoso, come lo sguardo che indossa tutte le volte che la incontro. 
Terapeutico potrei dire. 
Non è una banalità iniziare bene la giornata. Due parole rubate al tempo incessante, un "buona giornata" o un "come va" conformati alla luce che il sole fa o meno entrare dalla finestra, un "ciao ci vediamo" a fine sorso di caffè, et voilà, l'umore cambia, come per magia.
A volte galleggiamo nel buio, sembriamo oggetti smontati che camminano come automi scricchiolanti, pensierosi e con lo sguardo appannato. Altre volte le fragilità dei nostri pazienti ci tolgono il respiro, facendoci apparire il mondo troppo piccolo o troppo grande per saperci collocare. E allora un caffè in compagnia anche di chi non conosci può davvero convincerti che la semplicità ti basta. E se poi a renderla tale c'è un sorriso al ginseng di una donna dal profumo esotico e tropicale, beh... ogni sensazione, fatta o meno d'istinto, diventa grandiosa.
E' il nostro piccolo regalo giornaliero.
Grazie Giulia.

L'INCONTINENZA: UNA PROBLEMATICA CURABILE. (II° congresso regionale A.I.S.VE.)



Presidente regionale stomizzati e incontinenti Sig. Reginato Attilio
Comitato scientifico: Prof. Militello Carmelo, Dott. Pesce Giuseppe, Dott.ssa Guidolin Fanni
Referente Ulss2 Progetto Incontinenza: Dott. Santoro Giulio


PROGRAMMA

8.00-8.30 ARRIVO E REGISTRAZIONE PARTECIPANTI

8.30-9.00 INTRODUZIONE AI LAVORI :

ATTILIO REGINATO, PRESIDENTE REGIONALE STOMIZZATI E INCONTINENTI

DOTT. BENAZZI FRANCESCO, DIRETTORE GENERALE ULSS 2

DOTT. COLETTO LUCA, ASSESSORE REGIONALE SANITA’

MARINA PERROTTA, PRESIDENTE FAIS

STEFANO MARCON, SINDACO DI CASTELFRANCO VENETO E PRESIDENTE PROVINCIA TREVISO

9.00 Dott. Pesce G. (ex Chirurgia P.O Castelfranco Veneto, presidente AISCAM ) : A.I.S.CA.M. : UNA REALTA’ “ESPORTABILE”

9.15 Prof. Militello (Chirurgo Geriatra Università degli Studi di Padova) : INTRODUZIONE AI LAVORI E FOCUS SULL’EPIDEMIOLOGIA DEL’INCONTINENZA

1a sessiome INCONTINENZA FECALE (Moderatore: Dott. De Luca M.)

9.30 Dott. Sernagiotto (Chirurgia coloproctologia P.O: Castelfranco Veneto) : CAUSE DI INCONTINENZA FECALE

10.00 Dott. De Carli (chirurgia coloproctologia P.O: Feltre ): TRATTAMENTI CHIRURGICI DELL’INCONTINENZA FECALE

10.30 coffee break

2a sessione INCONTINENZA URINARIA (Moderatore: Dott.Amodeo A.– Dott. Tosetto S.)

11.00 Dott. De Zorzi (urologia P.O. Castelfranco Veneto e Montebelluna ): CAUSE DELL’INCONTINENZA URINARIA

11.30 Dott. Iafrate (urologia P.O.:Padova ): TRATTAMENTO CHIRURGICO DELL’ INCONTINENZA URINARIA

12.00 Dott. Busato E. (U.O. ginecologia Treviso): PROTOCOLLO DANNI DA PARTO

12.15 Dott. Baccichet R. (U.O. ginecologia Oderzo) : COMPETENZA GINECOLOGICA NELL’INCONTINENZA

12.30 Lunch

3a sessione: RIABILITAZIONE DELL’ INCONTINENZA (Moderatore: Dott.ssa Soncin A.)

13.30 Dott.ssa Guidolin F. (enterostomista Spec. Riabilitazione pavimento pelvico) IL RUOLO DELL’INFERMIERA RIABILITATRICE

13.45 Dott.ssa Zebellin B. (fisioterapista) CONSAPEVOLEZZA DEL PAVIMENTO PELVICO

14.00 Dott.ssa Vitali M. (ostetrica) SEF e BFB per L’INCONTINENZA

14.15 Dott.ssa Sorrentino D.( infermiera uroriabilitatrice) TECNICA IPOPRESSIVA PER L’INCONTINENZA

14.30 .Dott. Santoro e Dott.ssa Fanni Guidolin PRESENTAZIONE RETE REGIONALE DEI CENTRI PER L’INCONTINENZA SEGUIRA’ TAVOLA ROTONDA

16.00 CHIUSURA LAVORI

verrà rilasciato attestato di partecipazione

IL CONGRESSO SI SVOLGERA’ PRESSO

LA SALA CONVEGNI DELL’ OSPEDALE

DI CASTELFRANCO VENETO

GRATUITO. PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA VIA MAIL

aisveregionale@gmail.com



si ringraziano per il patrocinio:















18 gennaio 2018

ANDRA' BENE

E poi ti arriva quella telefonata.

Ho fatto il controllo oncologico stamattina. Sono passati dodici mesi dall'ultimo e cinque anni dall'intervento per cancro del retto.
Mi sono preparato come se avessi dovuto andare ad un appuntamento galante. Volevo che la dottoressa mi trovasse in forma, con un bel colorito, le guance paffute, segno di salute. Ho indossato la camicia bianca, quella con i bottoncini sul collo, della festa. Mia moglie era più preoccupata di me. Il controllo oncologico l'ha sempre destabilizzata fino alla risposta degli esami. 
Tutto bene?. Si programmava un viaggio, una cena, l'acquisto di un regalo importante. 
Cinque anni così. Di viaggi, cene e regali importanti, di serate d'amore, di rose rosse sul letto, di sesso e di galanterie. Di lettere. Si lettere. Io e mia moglie ci scambiamo ancora lettere d'amore ad ogni occasione. 
E ci ritroviamo qui, mano nella mano, con gli occhi rossi di lacrime e la pelle del volto che brucia, per tutto quel sale. Io mi appoggio a lei e lei a me. Increduli ripetiamo che ...no non può essere. Un marcatore tumorale impazzito ha fatto scoppiare i nostri cuori nel petto. Ha stravolto le nostre certezze. I nostri progetti e sogni. Non dormiremo stasera. 
Quella telefonata dall'ospedale ci ha disintegrato in due minuti. Paf. Uno tsunami in pieno giorno. Una valanga nel buio. Un salto nel vuoto.
Dal nostro cuore si è staccata una scheggia violenta. Di rabbia, di odio, per quella telefonata.
E siamo qui, a piedi nudi, seduti a bordo letto, con la testa fra le mani. E' come se fossimo attratti dal pavimento. Abbiamo paura di non riuscire a muoverci mai più, che in qualche modo nel legno sia tornata a scorrere quella linfa collosa di quando era albero, determinata a tutti i costi a lasciarci piantati qui, per sempre.
Le spalle cedono. Quelle parole così caustiche bruciano come il fuoco dentro di noi. Ci sentiamo in colpa. Come abbiamo fatto a non sentire nulla?. Nessun presagio, nessun sintomo. Una colpa che si moltiplica. Una colpa assurda. E' come se quella colpa fosse nelle fibre della coperta scozzese che ci teniamo addosso.
Siamo qui a pensare all'esame di domani.
Accertamenti.
Li chiamano così. 
"Accertamenti".
Per accertare ciò che già suppongono. Per confermare che il mostro è tornato, che non hanno scambiato le provette nè le cartelle. Per ripartire daccapo. 
Abbraccio forte il mio amore. Più forte di quanto lei abbracci me, ma solo perchè le mie braccia sono più lunghe. La bacio come non l'ho mai baciata prima. La accarezzo come se non l'avessi mai scoperta prima. Piangiamo insieme, io più forte di lei, come se le mie lacrime fossero più gonfie  e piene. E i singhiozzi sovrastano rubando lo spazio ai nostri respiri.
No, non permetterò al cancro di farsi largo tra noi amore mio. Mai.
Lo imbavaglierò, con una sciarpa piena di teschi.
Andrà bene, lo sento. Stai tranquilla. 

M. l'ho incontrato ieri in corridoio ed era stravolto. Ho voluto scrivere quanto mi ha raccontato perchè credo nella pura forza dell'amore.
Fanni Guidolin
stomaterapista

17 gennaio 2018

L'angolo della psicologa: A CHI COMUNICARE LE "CATTIVE NOTIZIE"

Ai gruppi di auto mutuo aiuto è emerso il tema del “consenso informato” alle cure. La convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedica firmata ad Oviedo (Spagna) nel 1997 afferma che “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto un’informazione adeguata sullo scopo, sulla natura dell'intervento, sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso." (art. 5). Le uniche eccezioni all'obbligo del consenso informato sono: le situazioni nelle quali la persona malata ha espresso esplicitamente la volontà di non essere informata; le condizioni della persona siano talmente gravi e pericolose per la sua vita da richiedere un immediato intervento di necessità e urgenza indispensabile. In questi casi si parla di consenso presunto.
Quanto sopra citato conferma come la persona malata abbia il diritto di sapere quanto sta succedendo nel suo corpo, e quale possa essere il trattamento possibile e attuabile. Talvolta succede che il malato stesso non desideri essere informato rispetto alla malattia e alle cure e in questo caso lo deve esplicitare, dichiarando eventualmente a chi desidera vengano date informazioni relative al suo stato di salute. I famigliari se coinvolti dal paziente nel processo di cura, possono diventare dei preziosi sostenitori e validi “rinforzatori” di speranza. Purtroppo però, non si può negare che qualche volta tutta la famiglia diventi un’“unità sofferente” Di fatto, nel corso degli anni, si è passati dal curare la malattia al prendersi cura della globalità della persona, inserita in un contesto famigliare e sociale. Per quanto sopra esposto, i nostri gruppi di auto mutuo aiuto, sono aperti non solo ai pazienti ma anche ai famigliari. Spesso arrivano coniugi e figli: non vengono come semplici accompagnatori, ma come parte integrante del gruppo. Quando arrivano, hanno la sensazioni di sentirsi inutili, impotenti, non in grado di supportare il loro famigliare malato. Si cerca quindi di valorizzare il loro ruolo, la loro presenza, vengono aiutati ad esprimere e condividere le loro preoccupazioni e il loro star male. Un famigliare può far molto per il paziente, è la persona a cui confidare i propri pensieri e le proprie emozioni ed esplicitarle, è il primo passo per affrontare e superare le difficoltà. Ma non sono le “valvole di sfogo” in quanto anche loro hanno bisogno di esprimere quanto sentono dentro di sé. E la modalità di conduzione dei gruppi lo permette. Possono per esempio affermare, che non sono persone fredde e distaccate (così a volte li percepiscono i pazienti) ma smarrite e impaurite. In questo modo quando escono, si sentono alleggeriti. Il gruppo diventa uno spazio e un tempo per sciogliere tensioni e incomprensioni e per riprendere una relazione determinata da comprensione e dialogo.

Dott.ssa Caterina Bertelli 
Psicologa 


16 gennaio 2018

INTEGRATORI, MISCUGLI E BOMBE VITAMINICHE. IL CANCRO SE NE E' FREGATO

Seguo da sempre la filosofia che vede nella medicina alternativa un'opportunità di guarigione. Ho studiato libri, manuali e saggi, realizzato pozioni, acquistato tutto quello che poteva servire per stimolare il mio sistema immunitario, renderlo invincibile, forte, inattaccabile.
Ho seguito una dieta sana, fatto sport, lunghe passeggiate. Ho praticato il digiuno disintossicante e la dieta dell'acqua, fatto vapori, fanghi, massaggi antistress.
La mia cucina è diventata un laboratorio chimico. Nella dispensa, boccette di gocce omeopatiche troneggiano al posto di fagioli e tonno. Sciroppi all'aloe vera, alla curcuma, alla liquirizia, non lasciano spazi per pasta e biscotti. Il cibo spazzatura è bandito.
Io non fumo, non assumo alcolici nè dolci. Dormo otto ore al giorno e mi idrato a tutte le ore. Acque oligominerali ovviamente.
Una volta l'anno mi reco in un centro per l'idrocolonterapia. Ne avete mai sentito parlare ?
Introducono nel mio colon litri e litri d'acqua, per poi aspirarla con tutte le feci, le scorie tossiche, i batteri cattivi. Detox a trecentosessanta gradi.
Ma ora basta.
Si, basta con l'idrocolonterapia, le pozioni miracolose e i soldi buttati nel cesso. 
Ho il cancro.
Il cancro ha scelto me. La "me" che da lui scappava con tutta se stessa. Quella che riempiva la valigia di gocce omeopatiche e pasticche alle erbe prima di ogni viaggio disintossicante. In mete conosciute solo da pochi, in una vegetazione ricca di ossigeno e terra buona, senza pesticidi nè smog. 
Il cancro ha scelto me.
Quella che avrebbe potuto sottoporsi alla chemioterapia e non ha voluto farlo. Veleni pensavo. Non avrei mai accettato una iniezione di veleno.
Ed ora piango. Piango più forte che posso. Piango per la rabbia che mi cementa in un unico blocco granitico. Piango per non aver ascoltato il mio medico di base, i miei figli, mio marito. Piango per la mia stupidità. Piango perchè la scienza non è matematica e per non sapere più dove andare. 
Un salto nel vuoto.
Una corsa nel buio.
Un tunnel senza luce.
Ora mi trovo qui. 


Quello che Donata si sente di dire a chi, come lei, non crede nella medicina tradizionale è di non illudersi delle tecniche alternative. Di affidarsi solo alla scienza, ai medici, ai consigli di chi ci vuole bene. Casomai alla medicina complementare, che aggiunge valore e non ne toglie. 

15 gennaio 2018

LUCA COLPISCE E STUPISCE TUTTI. FENOMENO DEL WEB.

Non mancava proprio nulla in casa sua.
C'erano il kit per la medicazione, i ferri chirurgici, i guanti e le cerate. Carla aveva comperato un mobiletto in plexiglass comodissimo, con cassettini e scomparti per ordinare tutto l'occorrente. C'erano il vino bianco (fermo come piace a me), il salame casereccio e il formaggio Asiago Dop, acquistato ad Asiago la settimana scorsa, per l'occasione. 
Per Luca, sabato doveva essere una festa, di quelle in cui il cuore minaccia di scoppiarti nel petto, dalla gioia. Il chirurgo avrebbe tolto un drenaggio ed io lo avrei aiutato con gli strumenti. E poi avremmo brindato tutti insieme, con i calici in mano e il sorriso stampato.
Carla, la moglie, aveva preparato tutto con cura. Posate, piattini e salviette colorate. Glielo aveva ordinato Luca. Dovevamo festeggiare per questa nuova conquista. 
Lui, paziente dall'animo incredibilmente grande e dagli occhi che si rigano di lacrime solo per l'emozione, era pronto a tutto. Anche a soffrire di nuovo se occorreva. Certo, il chirurgo dalle mani d'oro avrebbe usato tutta la delicatezza in suo possesso, ma si sa, "sradicare" un drenaggio ancorato da mesi, poteva non essere semplice come invece è stato. 
Ho visto nei suoi occhi un'esplosione di felicità totale quando quel "coso" di gomma si è sfilato dalla sua pancia.
Luca è ospedalizzato a casa da molti mesi e non si considera affatto malato. Lui al cancro ci fa un baffo, dice. Lui la linea dell'orizzonte non la vuole liquida, ma ben delineata, senza nuvole che sorreggano pesi ne' trame incerte.
Tra il recupero e le nuove conquiste, ha sconvolto il web per la sua determinazione. Si, perchè la storia che ho pubblicato due settimane fa su di lui, ha fatto il giro del mondo. E la solidarietà è contagiosa e terapeutica.
Nonostante l'amico cortisone gli abbia cambiato il volto, Luca è rimasto Luca, quello di sempre, che tutti conoscono per i meravigliosi gnocchi che fa, per l'amore per la sua famiglia e la sua nuova villetta in pietra facciavista. Luca è rimasto quello che non si dà per vinto, che non finge di stare bene se non è vero, e non sorride per compiacere. 
E' diventato il paladino della guerra al "brutto male", lo chiamava così il suo mostro appannato. 
Oggi non si sa più dove sia quel mostro. Forse sta solo scritto nei referti vecchi, di mesi fa, quelli che lo vedevano già ai confini di ogni speranza. Forse sta nelle idee di chi Luca non lo vede e non lo sente da tempo, forse sta solo nelle più brutte fantasie.
Io sabato sono stata testimone di una lotta senza precedenti, di conquiste inaspettate. 
Le gambe le muove Luca ma non ha una forte muscolatura e fa una fatica enorme. E' per questo che addenta una fetta di salame e si sgola un bicchiere intero di vino davanti ai miei occhi increduli. Deve recuperare tutto quello che ha perso, dice. Proteine, zuccheri, grassi, vitamine e aria buona, il sole sulla pelle, la brezza di Via Santa Brigida, il gusto per il radicchio trevigiano, che nel suo piccolo paese è un gioiello della terra. Non deve perdere nemmeno il giretto in centro la domenica, in sedia a rotelle certo, ma chi se ne frega, l'importante è andare e prendere quel meraviglioso croissant con un cappuccino fumante. 
La stomia? Quella si adatta a tutto. E' Luca che comanda. 

scritto da Fanni Guidolin
stomaterapista 

12 gennaio 2018

L'angolo della psicologa: LA COMUNICAZIONE TRA MEDICO E PAZIENTE

Da un sondaggio del Tribunale per i diritti dei malati di ottobre 2017 risulta che una persona su tre trova nel medico scarsa disponibilità ad orientare, una su quattro si confronta con un linguaggio poco comprensibile e una su cinque ha vissuto scarsa attenzione al dolore. Un medico su tre afferma di non avere adeguato tempo a disposizione.
La difficoltà di relazionarsi con il medico, è un argomento che emerge nei gruppi di auto mutuo aiuto. In particolare i pazienti riferiscono di aver riscontrato scarsa propensione al dialogo e alla spiegazione di quanto stava loro succedendo.
Se partiamo dal presupposto che il primo assioma della comunicazione afferma che non si può non comunicare è anche vero che nell’ambulatorio o nella stanza di degenza, c’è sia il medico che il paziente. Infatti, ambedue sono “degli esperti”, il medico della patologia, e il paziente del suo star male. E’ quindi fondamentale che le due persone comunichino in modo chiaro e semplice.
Il medico è il primo a sentirsi a disagio nel dover comunicare cattive notizie. E’ una persona, prima che un professionista. E sa che il paziente è lì, in attesa di sapere cosa gli dovrà dire.
Nei gruppi sia io, come psicologa, che la stomaterapista Fanni Guidolin, cerchiamo di rassicurare i pazienti. Diciamo loro che non devono essere intimoriti dalla figura del medico, che facciano tutte le domande che sentono possano essere utili per sentirsi compresi. E per capire cosa dovranno affrontare. Quando ci si sente comunicare una diagnosi di malattia come quella tumorale è inevitabile rabbrividire, avvertire tremare le gambe e la voce, e avere il pensiero bloccato o che corre senza sosta. E’ anche vero che ogni medico ha le proprie caratteristiche sia personali che professionali e queste possono condizionare la modalità con cui si relazionano con il paziente. Non dobbiamo però dimenticare che anche il paziente ha caratteristiche proprie, modalità individuali di reagire di fronte alla malattia. Un atteggiamento positivo, l’ottimismo, la fiducia nel prossimo, possono aiutare il proprio corpo a reagire alle avversità. Questo ai gruppi cerchiamo di riportarlo spesso, in quanto può fare davvero la differenza nella ripresa dopo la fase acuta.

Dott.ssa Caterina Bertelli 

psicologa

8 gennaio 2018

La riabilitazione del pavimento pelvico secondo il metodo Pelvicstom



Controllo delle iperpressioni addominali, attività domestiche che diventano esercizi, respirazione controllata, gestione dell'ansia, esercizi selettivi e più complessi. Correzione delle abitudini comportamentali scorrette, supporto psicologico. Questo è il metodo Pelvistom.

A.I.S.CA.M. incontra la F.A.I.S.

E' bastata una cena tra il nostro direttivo A.I.S.CA.M. (associazione incontinenti e stomizzati di Castelfranco e Montebelluna) per entrare subito in sintonia con Marina Perrotta, presidente della F.A.I.S., la federazione italiana delle associazioni di stomizzati e incontinenti. Una associazione nazionale che con slancio, dà voce ai pazienti, come noi nel nostro piccolo, con AISCAM, associazione locale, aiutandoci però a dare risonanza ai nostri eventi in tutte le regioni italiane.
La F.A.I.S. Onlus è un'organizzazione non lucrativa di Utilità sociale e si è costituita a Rimini nel 2002.
Ho ricavato alcune informazioni dal sito sito della Fais.
Pochi mesi fa abbiamo avuto il piacere di conoscere personalmente anche il segretario nazionale della Fais, Pier Raffaele Spena, ricercatore scientifico e paziente. Ci ha fatto visita nel nostro Centro stomizzati di Castelfranco Veneto e abbiamo cercato di contagiarlo con il nostro entusiasmo.
Sempre aperto ad accogliere nuove idee, Pier Raffaele ci ha dimostrato una conoscenza completa dei diritti degli stomizzati. E' per essi che la FAIS si batte da anni.
Marina Perrotta è una donna dal carattere deciso, che ha fatto del suo ruolo una vera missione per milioni di stomizzati.
Colpita dalla malattia, ha fatto si che la sua condizione di stomizzata diventasse motivo per sensibilizzare la popolazione e dedicarsi a progetti mirati.
Laureata in scienze politiche ha lavorato per anni nel servizio di amministrazione di varie Asl (Cosenza, Lamezia Terme).
Con la rivista quadrimestrale "Ritrovarsi", edita dalla FAIS, tutte le iniziative, le storie dei pazienti, i consigli per la nuova condizione, diventano supporto fondamentale.
Dovremmo dedicarci ad insegnare anche ai pazienti più anziani a navigare nel web, e ad iscriversi ai social, all'associazione, ad abbonarsi alla rivista. L'associazionismo è fondamentale per ottenere risultati tangibili.
Nel mio piccolo istruisco i figli dei pazienti, che masticano bene internet e viaggiano nei social networks orientandosi facilmente. Essi diventano il trait d'union con i pazienti.

Nella foto: alla mia sinistra Marina Perrotta, presidente FAIS 
Presenti tutti i componenti del direttivo della nostra associazione locale AISCAM
in piedi, con gilet beige, Attilio Reginato, presidente regionale Veneto AISVE e nostro vice presidente locale AISCAM.
In tailleur beige, accanto a Marina Perrotta, la Dott.ssa Caterina Bertelli, psicologa degli stomizzati e incontinenti

FACCIO COSE

Grazie Francesca.. 

Lo so, faccio cose stupide, infantili e bizzarre. A volte, non sempre. Ma nessuno lo sa.
Altre volte serie, pesanti e impegnate. Culturalmente strutturate, complesse e costruttive. 
Parlo con tutti, scellerati o impostati, giovani, vecchi, bambini, educati o non, normali o alternativi, l'importante è parlare, ascoltare, apprendere. Voglio nutrirmi del fare cose e della vitalità che ciò mi dà. Voglio arricchirmi del come, ogni persona, con il suo bagaglio, sa raccontare la vita. 
Da quando sono guarita dal cancro ho cambiato il mio modo di vivere. 
Da dove partire vi state chiedendo?.
Semplicemente cercando l'ispirazione che sonnecchia dentro ognuno di noi, prenderla al volo per poi lasciarla fluire liberamente. Deve essere qualcosa che ci rappresenti, che porti al mondo un cambiamento, come fare del bene, aiutare gli altri, o come scrivere un racconto, ideare un disegno, impostare una canzone, elaborare un quadro, un lavoretto fabbricato a mano, un piatto culinario.
Ho smesso di ammirare le cose belle che ho fatto e ho cominciato a sognare le cose che non ho ancora fatto. Ora mi meraviglio di tutto, specie delle cose più banali. Sono diventata alchimista della creazione. Ho lasciato spazio alla creatività e mi sono messa a scrivere, le storie dei miei pazienti (come Fanni)  e quelle mie, con una matita rosicchiata. Ho imparato a fotografare, con lo smartphone, e a curare un blog, fai-da-me. Faccio più attenzione ai dettagli minuziosi, a quei granelli di sabbia, alla forma delle nuvole, alle cornici dei quadri d'autore, al mio riflesso sull'acqua del fiume. Vado a caccia di idee "inselvatichite". Quelle dove gli altri non sono ancora arrivati. Con lo zainetto in spalla a volte. O il troley taroccato di Louis Vuitton, altre. 
Aspetto sempre il momento "flogistico" per giocare a flipper. Perchè non pianifico eccessivamente ma rimbalzo fra opportunità e insuccessi, come una pallina di un flipper, in continuazione. Ma soprattutto sono rimasta libera. La libertà è una condizione fondamentale per scoprire, creare, guarire. Me lo ha insegnato Lindkvist.
Faccio cose, e sono felice.

7 gennaio 2018

IT WILL NEVER DIE OUT (non morirà mai quel mostro)


Lui è un ventitreenne dolcissimo con gli occhi che diventano piccoli piccoli, lasciando solo due fessure, quando sorride. 
Giovane, giovanissimo per essere stomizzato. Ancora in quell'età inaudita e confusa che è la giovinezza. Flebile il confine con l'adolescenza. La sua è un'età bellissima se viene rispettata nella sua sgangherata affascinante disarmonia dominata dal desiderio di guarigione e la paura insieme, di essere, così.
Mattia indossa quel sorriso tutti i giorni, anche quando le cose vanno male. Con il morbo di Crhon non si scherza, tanto non morirà mai quel mostro. Lui lo sa.
Ha voluto tatuarselo sulla pancia il suo rancore. Un mostriciattolo che divora l'intestino, lasciando fori e buchi, nel filo spinato e nel tunnel infiammato. Fa questo il morbo.
La stomia l'ha accettata subito. Gli avevano detto che era temporanea, che l'avrebbero estirpata in pochi mesi.
Non è stato così. Perchè con il morbo di Chron non si combatte mai ad armi pari. 
Questa tremenda malattia vuole un vantaggio, brama al superpotere, aspira a vincere. Mattia però è un soldato agguerrito e non si darà per vinto. Neanche se sarà costretto ad una terapia immunosopressiva, nemmeno se dovrà convivere altri mesi con quella budella cucita sulla pancia, no a nessun costo si lascerà sopraffare da uno stupido morbo. 
In quel corpicino esile si nasconde una grandissima sensibilità. Mattia scrive poesie, racconta la sua malattia e le sofferenze che essa porta. Incornicia la rabbia, fa emergere il dolore che mai traspare dal suo viso. 
Ne ho letto una e sono rimasta allibita. Quanto valore in ogni parola. 
Si ucciderebbe se dovesse vivere questa condizione di stomizzato in eterno. Lui, il sacchetto non lo vuole proprio per sempre. Preferisce correre il rischio di inseguire i propri sogni, custodire in valigia l'affetto che lo circonda, portarlo con sè a San Francisco, dove vorrebbe volare, sentire il rumore assordante di quell'affetto e scorgerne l'impronta ad ogni suo passo. Che poi le emozioni dovranno prendere forma nei suoi libri.
Per il momento, anche se vive in una piccola cittadina, si guarda intorno. Si è accorto di essere circondato dalla bellezza, dall'antica grandezza, dall'attuale voglia di essere, di esprimere, di dare, di vivere: il paesaggio più bello del mondo sono le antiche mura che raccontano la nostra storia, ovunque mostre, compagnie teatrali, letture di libri. Bellezza, intelligenza, iniziative. E' così che intanto, Mattia si salva. Parole sue. 
Mi sono commossa leggendo le sue risposte alle mie domande. Ed è stato allora che ho capito che salire su questo treno dieci anni fa, non è stata una scelta coraggiosa, ma semplicemente la decisione più giusta che potessi prendere.

Fanni Guidolin
stomaterapista
visita la Pagina Pelvicstom

Fanni Guidolin e Pelvicstom oggi in edicola su Castelfranco Week







6 gennaio 2018

Pelvicstom sul settimanale "Castelfranco Week"






Un articolo di Pelvicstom sulla rivista Contatto !




UNA VESCICA COMPLETAMENTE NUOVA

E' una relazione pericolosa quella che si viene a creare fra il tuo corpo e il tuo nuovo "me", dopo il cancro.
In un'epoca in cui il design è celebrato per l'estetica, alcuni urologi intendono usarlo per creare uomini migliori. Soluzioni audaci certo, ma che funzionano, anche se non subito.
Quando mi hanno proposto l'intervento di ricostruzione della vescica, dovendo asportare la mia malata, non ho avuto esitazioni.
La cosa che desideravo in assoluto era estirpare quel cancro e non soffrire più. Ma...No, non avrei accettato un sacchetto sulla pancia io.
Il primario mi propose la "fabbricazione" di una vescica a partire da un piccolo pezzetto del mio intestino, che sarebbe stato tagliato, aperto e rovesciato, per dirla in parole semplici. Cucito a forma di sacchettino, collegato agli ureteri che scendono dai reni e al resto dell'uretra. L'intestino trasformato in saccoccia avrebbe iniziato a fare le veci di una vescica normalissima, con qualche intoppo iniziale legato alla sezione dei muscoli sfinterici e al taglia-cuci obbligato.
Mi sono svegliato con un catetere, due tubi sulla pancia che gli infermieri chiamavano drenaggi, un sondino al naso, e poi due aghi sulle braccia e uno sul collo, la pancia squartata, un cateterino sottile che usciva dalla mia schiena con un'altra boccetta antidolorifico e nessun dolore.
Mi chiedevo come fosse possibile non provare alcun dolore.
E mi chiedevo se avrei mai più sentito lo stimolo vescicale, se mi sarei mai più sentito "normale".
Ebbene, la nuova vescica, vestita di "pelle d'intestino" sarebbe diventata magicamente, in poche settimane, una vescica in "carne ed ossa".
Il mio vicino di letto si è svegliato l'indomani nelle mie stesse condizioni, con la differenza che a troneggiare sulla sua pancia c'era un sacchetto raccogli urina. La chiamavano "stomia" gli infermieri, quella budella rossa grande come una ciliegia cucita sulla pancia. Il sacchetto adesivo era appiccicato intorno, per raccogliere l'urina come una pseudo vescica. Non era stato possibile confezionargliela artisticamente come a me.
Ci confrontavamo ogni giorno. Contavamo quanti tubi aveva uno rispetto all'altro. Si scherzava, per sdrammatizzare.
Alla rimozione del catetere io avevo la sveglia ogni due ore per premere la mia pancia e cercare di mingere. Giorno e notte. Indossavo un pannolino per l'incontinenza che di notte era totale e incontrollabile, mi demoralizzavo. Lui invece, dormiva come un ghiro, con la sacca collegata ad una saccoccia più grande, doveva solo ricordarsi ogni tanto, di giorno, di aprire il piccolo rubinetto plastificato e svuotarla.
Ho desiderato quel sacchetto tanto quanto lui la mia vescica "artistica" (ho saputo che la mia si chiama vescica ileale padovana).
Dubbi ci assalivano guardandoci. Forse avevo sbagliato a rifiutare il sacchettino. In fondo lo nascondeva bene sotto ai pantaloni. Era asciutto e non odorava. Io ero costretto ad esercizi di rinforzo dei muscoli sfinterici, a controllare la respirazione, a concentrarmi ogni qual volta dovevo alzarmi dal letto e camminare. Dovevo ricordarmi di impostare la sveglia, eseguire un cateterismo ogni tanto per valutare il ristagno di urina, pesare il panno.
Lui dal canto suo invidiava la mia "apparente normalità", il fatto che mi sedessi sul wc come prima, che potessi esibire il mio addome senza impicci e sentirmi normale.
Non si è mai accorto del mio pannolone. Non si è mai accorto del mio sconforto nè della mia invidia nei suoi confronti.
Ci ha aiutato la nostra terapista perineale a non perdere neanche un minuto per vivere il sogno di qualcun altro. Ognuno di noi ha un dono eccezionale ma richiede molto lavoro per capire che cosa ci porta alla gioia. Io l'ho capito quando mi hanno detto che il cancro non c'era più. E allora accetti tutto.


L'intervento di cistectomia radicale con confezionamento di una nuova vescica interna (vip) o di una derivazione esterna (sacchetto) viene proposto a pazienti selezionati. Entrambi gli interventi presentano pro e contro. Ogni fase della malattia, della cura e della riabilitazione deve essere accuratamente spiegata al paziente, in tutti gli aspetti. 
Spesso un sacchettino (stomia) consente una migliore qualità di vita inizialmente. 
Nel lungo termine, la qualità di vita è sovrapponibile.
o su Instagram @fanni_gui

5 gennaio 2018

Un pomeriggio a Villa Emo, con Pelvicstom



E' passato un bel po' ma il ricordo dell'estate rimane fervido. La presentazione del mio libro è stata l'occasione per poter divulgare tutto il mondo di Pelvicstom, il mio lavoro.
Giancarlo Saran, medico odontoiatra, scrittore ed ex assessore alla cultura, mi ha intervistato, rendendo con l'occasione, pubblici, i segreti di Pelvistom, delle mie storie straordinarie e della mia vita personale e privata. Ho vissuto un sogno ad occhi aperti. 

4 gennaio 2018

ANCHE QUELLA E' UNA MALATTIA

Te ne stavi tranquillo su quel divano che ha la chaise longue solo per te. Sprofondato tra i cuscini e la coperta in pile, quella che ti avevo regalato a Natale, lo scorso Natale, quando eravamo felici.
Fissavi la sparatoria alla tv. Uno di quei film da brivido, in cui i narcotrafficanti venderebbero anche i propri figli pur di averla vinta. I sottotitoli mi stupivano. Leggevi la traduzione dalla lingua spagnola, la lingua originale del film. Colombiani forse, o boliviani, i protagonisti.
Io leggevo il giornale e con la mano libera scrivevo a Matti, caro amico, per accordarci sul tour, mentre tua madre (nostra madre o forse dovrei dire solo mia, tu non ne sei degno) spadellava il risotto al radicchio e preparava il ragù al sugo rosso. E' il tuo sugo preferito.
Non vedevo l'ora che mi lasciasse la cucina libera. Avevo voglia di preparare dei dolcetti, così, tanto per passare il tempo. Poi li avremmo mangiati insieme, sul divano, continuando a guardare film. Da quando sei in ferie non fai altro che guardarne uno dopo l'altro. Ti ricordi quando ascoltavamo quelle canzoni diabolicamente orecchiabili su You tube? Almeno là ti muovevi simpaticamente ballando.
Mamma mi aveva detto che avevate avuto una bella discussione oggi. Tranquilla, come dovrebbe sempre essere. Mi aveva fatto promettere di non dirti che lo sapevo.
All'improvviso ti sei alzato di scatto. Hai deciso che eri stanco e annoiato, che saresti uscito con qualcuno non so dove. Basta film sconquassa-cervelli, basta divano ingrigito. Hai cercato le scarpe nuove, quelle da centocinquanta euro che ti sei comperato ieri con i risparmi di un mese di lavoro in fabbrica. Non erano appaiate le scarpe. Non erano dove le avevi lasciate. Stavano due metri più in là, vicino alla scarpiera, dove le aveva messe mamma, non dove le avevi lasciate tu.
Ma non erano appaiate e sei andato su tutte le furie pensando che io le avessi calciate per farti un dispetto.
Poi, come se qualcuno avesse improvvisamente alzato di colpo il volume del mondo, mi hai offeso urlando.
Ti ho offeso.
Mi hai insultato.
Ti ho insultato.
Non hai capito più nulla. Dai tuoi occhi solo fuoco e demoni. Dalle tue parole odio, rabbia, pazzia. Hai scaraventato il telecomando della tv a terra. Non ti sei accontentato di averlo ridotto a pezzi, lo hai raccolto e spezzato a metà ulteriormente. Poi sei passato a me. Mi hai picchiato così forte che pensavo che la testa fosse volata via dal corpo. Mamma cercava di proteggermi e difendermi. E calmarti.
Voleva che uscissi dalla porta, che prendessi una boccata d'aria, che tornassi in te.
Era tutto così assurdo. La stessa scena di un mese fa, e di due mesi fa, e di tre mesi fa, di quattro, di cinque, di ogni santo mese.
Le scarpe non erano appaiate, io ti ho offeso e tu mi hai quasi ammazzato.
Ho provato a chiamare il centododici ma stavi per distruggere nuovamente il mio telefono nuovo. La mamma era impegnata a mantenere le distanze tra me e te, dove solo il fiato ci divideva. Gli insulti che ha subito non potranno venire cancellati neanche da un milione di scuse. Le hai fracassato il cuore, fatto a fette, triturato. Ha il viso pallido ora, come la cenere, e bianco.
Ho rinunciato e sono uscita io dalla porta, lasciandoti parlare con mamma.
L'aria fredda era sferzante ed io mi stringevo nella giacca.
Sono esausta. Stanca di lasciare che tutto vada nel verso sbagliato.
Ti sei calmato dopo un'eterna ora. Mai ho sentito il tempo così lento. Mamma si è rinchiusa in bagno ed era ancora là dopo quattro ore.
Non so se sei un instabile psicopatico o un povero idiota.
Ma se non ti farai aiutare, prima o dopo la pagherai cara. Io non ho paura di morire. Sei tu quello malato.

3 gennaio 2018

L'ANGOLO DELLA PSICOLOGA: la propensione ad aiutare gli altri

Nella nostra società sempre più spesso individualista sembra non ci sia spazio ma soprattutto tempo, per dedicarsi al prossimo.
Nel corso della storia alcuni studiosi si sono occupati di questo argomento.
Hume, filosofo del XVIII secolo, affermava che vi è nell’uomo un’innata esistenza dell’altruismo come fonte di benessere per le persone. Riflettendo su questo, ho pensato ai bambini. Quando sono piccoli sentono il bisogno di imitare gli adulti, desiderano aiutarli nelle piccole attività quotidiane e lo fanno prima ancora di sapere se poi vi sarà una ricompensa. Dal mio punto di vista è un gesto di condivisione che diviene utile prima di tutto a loro stessi. Imparano a conoscere "lo stare nella reciprocità" prima  ancora di un fare le cose “fatte bene”.
Titmuss, ricercatore sociale nel suo libro “The Gift Relationship” si pone la domanda …. “Cosa spinge gli individui moderni a donare anonimamente il proprio sangue a degli sconosciuti?”  Egli ritiene che questa spinta venga dalle istituzioni sociali più che da una naturale tendenza delle persone; ovvero sarebbe un apprendimento sociale e non un comportamento spontaneo. A tal proposito mi chiedo se ciò può essere sufficiente a far scattare il desiderio di aiutare chi sentiamo in difficoltà. Se così fosse nei nostri gruppi forse le persone verrebbero solo per un breve periodo, il tempo necessario per stare bene con se stessi. Ciò che invece fa sentire  la necessità personale di stare nel gruppo è secondo me quella che comunemente viene conosciuta come empatia, intesa come conoscere lo stato d’animo degli altri, percepire ciò che gli altri sentono e compatire le loro sofferenze. In una sola parola comprendere gli altri, accogliere. Sul dizionario ho trovato come definizione di comprendere intendersi sul piano spirituale, pratico e affettivo. Io credo che sia proprio questo quello che succedere nei gruppi e che permette loro di essere linfa vitale.
Il raccontare la propria esperienza permette a se stessi di sentirsi utili agli altri, permette di rivedere la propria con occhi nuovi, ed è un percorso di vita che viene costruito, rimodellato incontro dopo incontro. Si parla di aspetti pratici ma anche di emozioni e si da e si riceve amicizia.
La propensione ad aiutare gli altri deriva da una propensione individuale che però quando incontra la sofferenza spesso si amplia, ci fa sentire che siamo parte di un tutto e che  possiamo, e riusciamo a fare molto.

Ecco che il gruppo di auto mutuo aiuto entra in questo modo di essere, e molte persone continuano a partecipare come nuovi autori della loro vita, la malattia si sconfigge anche aiutando il prossimo.

Dott.ssa Caterina Bertelli
psicologa 
(conduce i gruppi di aiuto tra pazienti stomizzati e incontinenti insieme a Fanni Guidolin, stomaterapista)
nella foto sopra: gruppetti di pazienti fanno un lavoro proposto dalla Dott.ssa Bertelli 

Pavimento pelvico amico (pelvicstom insegna)



Conoscere la lunghezza delle fibre muscolari e il loro stato di tension, permette di scegliere, durante la proposta degli esercizi, la posizione migliore.
La valutazione iniziale deve sempre prendere in considerazione l'aspetto posturale del paziente in stazione eretta, valutando la presenza di cifolordosi, dorso piatto, scoliosi, asimmetrie del bacino.

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Il mondo di pelvicstom



Vi presento il mio mondo, fatto di passione per il mio lavoro, i pazienti che assisto e i lettori del mio blog.
Era il 2 Dicembre 2013 quando ho scritto il primo post sul blog. Consigli, esercizi per il rinforzo del pavimento pelvico e poi "Storie di straordinaria corsia", che ho raccolto in un libro edito da Panda Edizioni (reperibile sul sito IBS.it o Amazon e nelle migliori librerie).
I progetti 2018 bollono in pentola. Innanzitutto un super congresso sull'incontinenza. Il 17 marzo 2018 nel nostro ospedale di Castelfranco Veneto.
I video delle ore 5. Tutti i giorni sul blog e condivisi sulla pagina Facebook Pelvicstom video sul mondo di Pelvicstom, interviste, esercizi per il pavimento pelvico e tante altre news. Basta cliccare Pelvicstom su You tube.

Fanni Guidolin

2 gennaio 2018

Tutta la rassegna stampa di Pelvicstom

Rilassare i muscoli del collo: lo dice Pelvicstom



E' importante che il paziente sia in grado di mantenere la contrazione del pavimento pelvico indipendentemente dall'attività di altri muscoli.
occorre fare attenzione a:
Non iniziare l'esercizio con una eccessiva inspirazione.
Partire con la contrazione perineale.
Non contrarre troppo il muscolo trasverso dell'addome.
Non abbassare eccessivamente la gabbia toracica durante l'espirazione.
Non eseguire gli esercizi in apnea.

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