17 gennaio 2018

L'angolo della psicologa: A CHI COMUNICARE LE "CATTIVE NOTIZIE"

Ai gruppi di auto mutuo aiuto è emerso il tema del “consenso informato” alle cure. La convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedica firmata ad Oviedo (Spagna) nel 1997 afferma che “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto un’informazione adeguata sullo scopo, sulla natura dell'intervento, sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso." (art. 5). Le uniche eccezioni all'obbligo del consenso informato sono: le situazioni nelle quali la persona malata ha espresso esplicitamente la volontà di non essere informata; le condizioni della persona siano talmente gravi e pericolose per la sua vita da richiedere un immediato intervento di necessità e urgenza indispensabile. In questi casi si parla di consenso presunto.
Quanto sopra citato conferma come la persona malata abbia il diritto di sapere quanto sta succedendo nel suo corpo, e quale possa essere il trattamento possibile e attuabile. Talvolta succede che il malato stesso non desideri essere informato rispetto alla malattia e alle cure e in questo caso lo deve esplicitare, dichiarando eventualmente a chi desidera vengano date informazioni relative al suo stato di salute. I famigliari se coinvolti dal paziente nel processo di cura, possono diventare dei preziosi sostenitori e validi “rinforzatori” di speranza. Purtroppo però, non si può negare che qualche volta tutta la famiglia diventi un’“unità sofferente” Di fatto, nel corso degli anni, si è passati dal curare la malattia al prendersi cura della globalità della persona, inserita in un contesto famigliare e sociale. Per quanto sopra esposto, i nostri gruppi di auto mutuo aiuto, sono aperti non solo ai pazienti ma anche ai famigliari. Spesso arrivano coniugi e figli: non vengono come semplici accompagnatori, ma come parte integrante del gruppo. Quando arrivano, hanno la sensazioni di sentirsi inutili, impotenti, non in grado di supportare il loro famigliare malato. Si cerca quindi di valorizzare il loro ruolo, la loro presenza, vengono aiutati ad esprimere e condividere le loro preoccupazioni e il loro star male. Un famigliare può far molto per il paziente, è la persona a cui confidare i propri pensieri e le proprie emozioni ed esplicitarle, è il primo passo per affrontare e superare le difficoltà. Ma non sono le “valvole di sfogo” in quanto anche loro hanno bisogno di esprimere quanto sentono dentro di sé. E la modalità di conduzione dei gruppi lo permette. Possono per esempio affermare, che non sono persone fredde e distaccate (così a volte li percepiscono i pazienti) ma smarrite e impaurite. In questo modo quando escono, si sentono alleggeriti. Il gruppo diventa uno spazio e un tempo per sciogliere tensioni e incomprensioni e per riprendere una relazione determinata da comprensione e dialogo.

Dott.ssa Caterina Bertelli 
Psicologa 


Potrebbero interessarti anche:

Archivio blog