30 maggio 2017

A CACCIA DI IDEE

Oggi non ho nessuna voglia di fare la chemioterapia.
Sono scesa da letto con il piede sinistro, ho inforcato la ciabatta a rovescio e pestato la coda al gatto. Mi sono lavata i denti col dentifricio alla fragola, quello alla menta oggi non mi va, e non ho bevuto la mia solita limonata calda. Iniziare così è un cattivo presagio.
Ho deciso che supplicherò la dottoressa. Le chiederò pietà per una settimana e andrò a caccia di idee. 
Nell'ultimo controllo i valori del mio sangue erano in ordine come le pedine del domino. Tutti in fila regolari, nessuna punta, nessun deficit, marcatori ok, globuli bianchi striminziti ma presenti, rossi in caduta ma nei limiti, piastrine quante bastano per aiutarmi se mi taglio un dito affettando le zucchine trifolate. Ed io mi sento bene, stranamente bene, per essere al sesto ciclo di chemioterapia.
Nel percorso casa ospedale mi colpisce il meraviglioso campo di papaveri in fiore. Una coperta rossa ondeggiante sul frumento ancora verde, non l'avevo mai vista. Mamma si ferma nella piazzola di sosta. Decido di scattare una foto per Instangram catturando anche qualche nuvola arricciata. Il turbante che ho legato in testa copre eccessivamente le mie orecchie e non sento la brezza tormentare i miei timpani. Amo questa stagione. 
Risalgo in auto, mamma non ha nessuna fretta e capisce che questi sono momenti importanti. 
Prima di arrivare in centro la supplico di fermarci nella pasticceria del borgo. Voglio affogare nella nutella del croissant ancora caldo, leccarmi i baffi sporcati dal cappuccino e leggere il giornale. Voglio una vita normale, fatta anche di vizi e cattive abitudini. Non siamo mica perfetti no?
Alla cassa lascio le monetine del resto nella cassettina della Città della Speranza, speriamo trovino presto la cura per il cancro. Mamma mi precede ma solo per aprirmi la porta, il braccio destro è un po' gonfio e pesa. Siamo in ritardo ma chissenefrega penso, oggi non ho nessuna voglia di fare la chemioterapia ho detto. Passiamo per il centro dove le bancarelle del mercato rendono ancora più suggestiva questa giornata. "Mamma ci facciamo un giretto?". Lei asseconda il mio desiderio e parcheggia all'istante. Comperiamo l'avocado e le ciliegie al bancone della frutta, quattro paia di mutande in offerta e un vestitino fru fru a righe. Trovo anche la cintura in finta pelle che cercavo da tempo e una borsa in tessuto rosso che sognavo. Mamma si ferma a prendere delle rose bianche fresche e un pollo allo spiedo fumante per il pranzo. Io mi sento ricoperta di gioia infantile in un corto circuito di immagini.
Poi via di corsa, in fuga, con una smania frenetica che odio, mentre sogno una coda di cavallo ai capelli, che mi ondeggi sulle spalle. Eccoci in reparto in ritardissimo. 
C'è uno strano odore di etere, che non si usa più. Impregna le mie narici e nasconde il dolce profumo di brioche che avevo. Voglio andarmene mamma. 
La solita routine prevede gli esami del sangue, la visita medica con l'oncologo e lo spiattellamento nella poltrona per la chemio, tutta la mattinata. Oggi non mi va.
E così decido di impossessarmi del mio corpo e di non sottometterlo alla cura. Mamma mi convince almeno a fare gli esami e ad aspettare il parere dell'oncologo. La ascolto imbronciata con le braccia incrociate sul petto e il mento appiattito sul collo. Le movenze nervose di una adolescente.
"Gaia, gli esami sono perfetti", mi dice il medico. "Ci possiamo vedere la settimana prossima".
Me lo sentivo. Io sto bene. "Evvivaaaaaaaa !!!".
Allegra butto la testa all'indietro sollevando le braccia al cielo, anche quello pesantissimo.
Me ne vado a braccetto con mamma, sporcandola di baci che sanno ancora di nutella, fiera dei miei trentacinque anni. "Andiamo a caccia di idee mamma, c'è una mattinata intera ancora!".
Ci siamo infilate nella torre del castello sotto casa che mai abbiamo visitato prima di oggi. Abbiamo mangiato otto tramezzini in due al bistrot del centro e ci siamo perse nella profumeria dei portici a comperare saponette per tutte le amiche che mi sono vicine. Ah, con un bigliettino per ciascuna ovviamente,  in cui abbiamo scritto : *Godiamoci la vita con le piccole cose!*

So che la mia chemioterapia forse non finirà mai, e per questo non voglio reprimere alcun desiderio. Voglio che ogni giornata sia una caccia di idee, per dare un senso, a questi giorni che voleranno.
Il cancro dell'intestino con le metastasi al fegato è spesso controllabile con cure chemioterapiche che durano anni. Ed io non voglio perdermi le piccole cose che mi danno felicità. Mai.

scritta da Fanni Guidolin per Gaia G.


29 maggio 2017

ECCO IL LIBRO DI PELVICSTOM FINALMENTE !

Il mio libro parla della vita. Non è un libro solo per MALATI. 
Parla d'amore, quello vero e quello falso.
Parla anche di donne...straziate, vincenti, demolite, ottimiste, lottatrici, violentate .......
Di bambini....
Di uomini soli, impotenti, incontinenti... 
Di mariti lasciati, affranti.
E di chemioterapia, cicatrici, cancro e forza di volontà. È un libro che deve colpire i ♥️ cuori, lasciando un segno.

Era il 7 marzo 2017 quando Fanni Guidolin vinse il primo premio letterario Prunola con l'inedito "Storie di straordinaria corsia". La premiazione si svolse al Teatro Accademico di Castelfranco Veneto. La casa editrice Panda del Dr. Andrea Tralli e il co organizzatore dell'evento Alessandro Coppo, presentatore della serata, nonchè scrittore (che ringrazio per la prefazione da lui scritta sul mio libro ), gestore di un bìstrot letterario, promotore di eventi culturali e chi più ne ha più ne metta,  sono stati testimonial dell'evento. (Nella foto sotto Alessandro Coppo, "diventato ora un inesauribile amico poliedrico multitasking e pure social" durante la premiazione di Fanni. Sullo sfondo Maria Grazia Azzolin, Designer e Maria Chiara Pellizzari, giornalista de Il Gazzettino) 



(Nella foto sotto: Fanni con l'Editore Dott. Andrea Tralli  che ha creduto in lei e nel suo progetto di medicina narrativa)


(Foto sotto: Fanni con Alessandro e Andrea, mentre festeggiano dopo la premiazione con uno, due tre e via... bicchieri di Prunola, il liquore che ha dato il nome al concorso letterario !)

Le storie di straordinaria corsia, scritte in prima persona da Fanni Guidolin, sono tratte dalla vita reale dei suoi pazienti e dalle sue esperienze lavorative in corsia e in ambulatorio.
Sono tutte vere. A volte drammatiche, per il contatto con i pazienti oncologici, a volte rocambolesche, comiche, per sdrammatizzare la sua esperienza di terapista del perineo che pratica gli esercizi dalla mattina alla sera.
Storie di solidarietà, o con messaggi di speranza. Alcune incredibili, altre semplici o mozzafiato, talvolta intime.
Il contatto con la malattia e il percorso di cura dei suoi pazienti, hanno reso Fanni, partecipe silenziosa di un turbinio di emozioni "curative". Ecco perchè ha provato a decifrarle e a trasmetterle attraverso più di 150 racconti, secondo i principi della nuova "medicina narrativa", con esempi da seguire o con insidiosi pensieri che fanno riflettere.

Il lettore sarà libero di farsi travolgere emotivamente da un racconto o, se turbato, girare pagina e leggere un’altra storia. 
Tra le 168 storie presenti nel libro, Fanni racconta episodi anche molto personali, oltre ad aspetti singolari del lavoro della madre in ambito sanitario, o tragici come la morte del padre, la malattia incurabile della figlia. Ma anche le difficoltà di tutte le mamme che non potranno mai diventare mamme, o il ricovero del figlio per un intervento complesso, infine l'amore per il compagno Maurizio, medico chirurgo generale dal cuore immenso (foto sotto) .
E' il contatto con il dolore e la sofferenza  che ha reso Fanni più forte. Dietro a quel sorriso c'è un lungo percorso che pochi conoscono. 
"Se lo assapori e lo senti davvero amaro il dolore, sai trovare anche il modo per deglutirlo", dice Fanni.
Qualsiasi madre, figlia, mamma e donna potrà riconoscersi nelle stesse storie e sentirsi solidali, parte di un mondo non così diverso dal proprio, o confrontarsi per averle già vissute.
La felicità la conosciamo tutti e la vorremmo eterna pur sapendo che non lo è, ma nello stesso tempo ci lamentiamo e tutti tocchiamo con mano la sofferenza prima o dopo. 
"Credo che le storie che scrivo nascondano la chiave per superare il problema", aggiunge Fanni.


Il libro di Fanni è il libro della vita che vuole dire a chi soffre, di non sentirsi solo. Leggendolo, il lettore potrà imparare ad essere felice delle piccole cose che ha, gioire quando è sano e non abbattersi durante la malattia. Potrà iniziare a vedere la vita in modo diverso, carpire i dettagli che sfuggono, non lasciarsi perdere occasioni. La malattia arriva improvvisa, non bussa alla porta, entra impertinente, senza chiedere il permesso. Non facciamoci cogliere impreparati. Se avremo vissuto appieno, nulla ci spaventerà. 
Sono racconti brevi che vorrei arrivassero anche ai giovani adolescenti. I miei figli, di 23, 18 e 17 anni, sono da sempre i primi lettori delle mie storie. "Le tue storie non annoiano mamma, ti viene voglia di leggerne un'altra subito dopo", dice Anita, secondogenita di Fanni, studente liceale diciottenne.
Una quindicina di racconti sono tratti dal diario di una terapista del perineo quale è Fanni, esperta nella riabilitazione dell'incontinenza, del prolasso, del dolore pelvico. 
Questi racconti vi faranno sorridere e si interporranno volutamente tra le storie più tristi. 
Maniaca del perineo, per i danni subiti con cinque gravidanze, Fanni esegue gli esercizi in qualunque posto sia e dovunque si trovi. Al lettore sembrerà di essere accanto a lei e imparerà alcune tecniche molto particolari. Vi porterà persino sulle piste da sci, o in barca e, lei giura, non vi annoierete !


Il libro verrà presentato in anteprima Mercoledì 14 Giugno alle ore 19.45 presso la Piazza Duomo di Castelfranco Veneto (TV). La città in cui è nata Fanni. La città che l'ha premiata. La città in cui lavora. Sotto le stelle, in una cornice storica e ricca di magia dove il rosso sarà il colore tema. Voleranno palloncini rossi a forma di cuore e tutti, se vorranno, potranno indossare il fiocchetto rosso simbolo del cancro, o qualcosa di rosso, rosso come il cuore di Pelvicstom !!!!



Sarà l'occasione per sensibilizzare la popolazione contro il cancro, per far conoscere l'associazione della quale Fanni si fa promotrice ogni giorno, quella dei suoi pazienti, sempre protagonisti e, per chi lo volesse, acquistare una copia del libro "Storie di straordinaria corsia" !!!
Evento gratuito aperto a tutti.

28 maggio 2017

TI ODIO

Dedicata a te, nuova amica mia. La tua storia mi è rimasta impressa come il tuo nuovo bellissimo e significativo tatuaggio, ed ho pensato di scriverla. Ti auguro, con il cuore, di trovare la pace che meriti...

Ieri, un brivido peccaminoso si scioglieva lungo la mia schiena ogni volta che ti vedevo. Ieri, la mia vita era un manuale di autodeterminazione e forza di volontà. Decifravo ogni oggetto che mi apparteneva con la semplice parola ego. Ieri, detenevo un'autostima così alta da farne una mania di grandezza. Mi piacevo, punto. Mi stimavo. Compravo i pantaloni a palazzo, le maglie extra large  e le infradito color cobalto, come una brava ragazza normale; il bikini striminzito, il tacco a spillo e la minigonna ascellare, come una meno brava ragazza normale. Ma mi piacevo.
Mi ingessavo nel tubino nero assassino o in un tailleur d'ordinanza, a seconda della serata che mi proponevi. E insieme percorrevamo strade lastricate da un vecchio pavè mano nella mano, e sognavamo palazzi che cambiano pelle ogni mese. Per far finta di essere sempre in posti diversi. Poi arrivò quel giorno.
Tu stanchissimo, salivi in macchina a tastoni. Io mi trovavo sul sedile passeggero e avevo una strana sensazione. Eri cupo, avevi gli occhi stanchi, e ti avevo chiesto se preferivi che guidassi io. Mi guardavi sbieco, come per sottolineare la mia solita esuberanza e cocciutaggine. Volevi guidare tu. Io insistevo ma tu eri sordo.
Litigammo.
Avrei voluto rimanere a terra o salire con Gigi, nel suo macinino scassato. Invece scelsi la tua insistenza, il tuo baffetto stiloso e l'amore che in fondo provavo per te.
Sei uscito di strada, là su quel rettilineo maledetto della Via Commerciale e non ti sei fatto nulla, neanche un graffio né  un giorno di ricovero in ospedale, ma hai distrutto la mia vita per un colpo di sonno.
Le gambe incastrate sul cruscotto facevano presagire il peggio. I vigili del fuoco hanno lavorato due ore per estrarmi viva. Dovrei essere grata per questo, invece la rabbia mi corrode ancora oggi dentro al petto come soda caustica. Mi infanga come in una palude. Oh, certo, mi adatto alla nuova condizione, ma senza mai averla accettata.  Ho perso l'uso di una gamba e le vertebre schiacciate mi procurano un dolore allucinante. Ogni santo giorno e ogni santo momento questo dolore mi ricorda la tua stupida incoscienza. E' un dolore che non passerà mai. E' una morsa d'acciaio che mi schiaccia, un fuoco che mi brucia. Lo attenuo con la morfina e altri oppiacei. Ti odio.
E' un dolore che non mi fa respirare e che blocca il mio intestino e altri apparati. Blocca le mie emozioni, da dieci lunghissimi anni ormai.  Questo odio ha appannato ogni brivido peccaminoso, cancellato il mio amore per te, paralizzato tutte le mie facoltà.
E oggi, che sono ricoverata per l'ennesima volta e i medici non sanno più che fare, io mi piego dai dolori mentre penso alla tua morte. Il cancro ti ha ucciso per caso, una sera, quando meno te l'aspettavi, come tu hai ucciso me. L'hai accettato in silenzio, forse per il senso di colpa che non ti ha mai abbandonato o perché è stato per te una consolazione. Non avresti sopportato di vivere al posto mio.
Allora ripercorro quella sera distruttiva e questi anni di "non vita". Guardo fuori dalla finestra e lo dico alla mia vicina di letto che voglio farcela, cercare qualche surrogato di consolazione, una cura. Glielo dico alla mia nuova amica che voglio riappropriarmi dei miei pensieri con prepotenza ed essere felice; tornare a guardare l'alba accendere il cielo di turchese, sporcarmi di baci, e altro, molto altro ancora...

Io incontinente, alla prima visita

Ad accogliermi alla porta dell'ambulatorio c'è la terapista vestita di verde. I camici bianchi mi hanno sempre trasmesso una certa preoccupazione, ma il verde lo associo alla sala operatoria e il terrore incomincia ad impossessarsi di me fino ad inghiottirmi. Rimango impalato in piedi, nonostante il sorriso accomodante della dottoressa. Mi invita a sedermi di fronte a lei, non davanti alla scrivania ma proprio di fronte. Lei sposta la sua sedia e l'ansia sale come il vapore nel vaporizzatore annebbiando la mia vista. La mia paura si può tagliare con il coltello.
"Sono qua per il pannolino che sono costretto a portare dopo l'intervento", le dico.
In realtà la colpa non è il pannolino, che in questo momento rappresenta una salvezza per la mia persona, ma l'incontinenza stessa, insopportabile, debilitante, vergognosa. L'odore che mi porto addosso, il pudore. Mi sento un negletto nei suoi cinquantanove anni demoliti da un cancro alla prostata che mi ha cambiato la vita da un minuto all'altro, un oggetto smontato. Già, perché un minuto prima portavo il catetere e tutto andava bene, e un minuto dopo, alla rimozione dello stesso, non riuscivo a frenare un fiume di urina in piena.
Perdo quando cammino, se mi alzo di scatto dalla sedia e se tossisco o starnutisco.Perdo se scendo dal sedile dell'automobile, se sollevo le borse della spesa. Non mi muovo più da casa.
Il motivo, mi spiega la terapista, è la mancanza di uno dei due "rubinetti" fondamentali della continenza, scomparso con la prostata. Ora devo imparare ad utilizzare quello che mi è rimasto, con degli esercizi mirati.
Mi visita in piedi la terapista. Non è facile stare eretto a petto nudo con un pannolone penzoloni addosso. Mi sento come l'uomo di Neanderthal ai tempi delle caverne, col viso di fuoco e la voglia di correre via. Ma stranamente usa parole che mi colpiscono, mi tranquillizzano. Mi rassicura e mi infonde speranza. "La postura è buona", dice; l'addome è un po' prominente (da bevitore seriale non alcolista amante della buona e ricca cucina fatta di pappardelle e costine di maiale, credo stia pensando...), ma cercando di appiattirlo con l'utilizzo di questo muscolo trasverso, risolviamo tre quarti del problema. Per un amante del vino come me, mi sa che sarà dura.
"Deve eliminare il caffè, il vino e la birra", continua, "eccitano la vescica", mi spiega.
Sbianco.
Come farò senza i miei quattro abituali caffè e il mio bicchiere di vino ai pasti? .
La ascolto soffocando un commento lapidario. Mi sento un gregario a lutto.
"Cerchi di mettere in pratica i consigli", sottolinea, "e vedrà un miglioramento progressivo".
Lo farò.
Quando mi stende sul lettino per insegnarmi gli esercizi la paura svanisce. I vapori malsani di prima diventano bollicine che donano un'ivresse tutta particolare. Lo so bene io che produco il prosecco Doc.
Ok posso farcela. Perché io voglio guarire.

Il paziente è venuto per cinque sedute settimanali. Ha messo in pratica gli esercizi e i consigli. 
Alla sesta seduta si è presentato senza pannolino.





24 maggio 2017

Pance


Ci sono pance squartate e pance cucite. Pance ingraffettate. Pance che non si muovono, silenziose o torbide. Pance metalliche. Ci sono pance bambine e pace rugose. E quelle seducenti, spacciatrici di pensieri, sogni ed evasioni. Ci sono pance che crescono, portando tesori e quelle che dimagriscono, nascondendo timori.
Ieri, nel letto della stanza più buia, una pancia dolorante non trovava pace. Si dimenava, si voltava, si girava a destra e a sinistra. Ho messo le mani su quella pancia e assistito a quel dolore. Era una pancia gorgogliante, e tremante, ansiosa, e incastrata. Incastrata in quel male, potentemente asfissiante. Una pancia che ha ceduto, sotto al peso di un brutto cancro, che non ha solo mangiato.
Ha letteralmente disintegrato.




23 maggio 2017

LO STOMATERAPISTA: TRAIT D'UNION CON LE ASSOCIAZIONI

Diventare una stomaterapista è stato il mio sogno sin dal primo giorno di università. Quel libro patinato di chirurgia del professor Lise, lo sfogliavo ripetutamente. Gli interventi sull'intestino, questo intricato e complesso tubo digerente fatto di villi e capillari, mi affascinava. La stomia però mi impressionava. Non per il suo confezionamento (un tratto di budella rosa/rosso intenso, ribaltata all'esterno dell'addome), ma per quello che avrebbe comportato al paziente. Terrore, disperazione, cambiamento corporeo, depressione, turbamento. Ecco perchè decisi che sarei diventata una stomaterapista. Mi sarei presa cura io dei pazienti stomizzati e li avrei aiutati in tutti i modi ad accettare la nuova condizione.
Il nostro centro stomizzati nacque venticinque anni fa ma fu l'associazione stomizzati AISCAM a portare finalmente voce al di fuori dell'ospedale.
Prima la stomia era un tabù, guai a a parlarne. Suscitava sentimento di ribrezzo, disagio. Era uno stigma sociale. Porti un sacchetto ? O poverino che schifo.
L'associazione si è costituita legalmente nel 2001 con pochi iscritti. Io sono subentrata nel 2009 ed ho tentato di rivoluzionare le modalità di comunicazione tra l'IN e l'OUT.  Si trattava di impegnarsi a reclutare quanta più popolazione possibile all'interno di iniziative di prevenzione e sostegno dei pazienti oncologici, stomizzati, demoliti chirurgicamente. Si trattava di personificare il TRAIT D'UNION tra i pazienti, operati e dimessi, e l'associazione. Questo "gancio" dovevo essere io, stomaterapista.
Con un direttivo fatto di persone volenterose, le mie idee hanno sempre preso forma. La mia è stata una missione di aiuto generata da energia e felicità per la vita che nasconde anche sofferenze personali e malattie familiari. Ad oggi, contiamo quasi seicento iscritti e ai nostri eventi di promozione della salute (congressi, meeting, conferenze) partecipano in media duecento persone. Se vi sembrano poche, dovete confrontarle con i dati regionali e nazionali. Sono cinquemila gli stomizzati in Veneto. Trecento solo nella nostra ex Ulss 8.
MOltissimi sono anziani allettati e la partecipazione alle attività, vede per la maggior parte i familiari in prima linea, figli e nipoti soprattutto. Questo perchè la comunicazione, che è sempre un processo, è diventata un mezzo.
Nel 2013 nacque Pelvicstom, il mio blog. Il mezzo di comunicazione più efficace per arrivare negli angoli del mondo.
L'obiettivo era quello di raggiungere attraverso internet e i social un numero di persone tali, da lanciare eco e risonanze per tutta la mia impegnata attività per gli stomizzati e con l'associazione locale. Divulgare, sensibilizzare, sono tutt'ora i miei principi, "avanti tutta" è il nostro motto, anche coinvolgendo le amministrazioni comunali.
Nel blog, raccontare le storie dei pazienti a scopo curativo (ora in un libro che uscirà a giorni nelle librerie e che presenterò ufficialmente il 14 giugno alle 19.45 a Castelfranco Veneto in Piazzetta Duomo) è la passione più grande.
E così i miei pazienti sono diventati un mare che ondeggia a ritmo di slogan.

Lo stomaterapista deve essere un riferimento non solo per le medicazioni della stomia, ma anche per la sua capacità di comunicare i bisogni dei pazienti all'associazione e trasformare così le idee in fatti concreti. Basta perdere pochi minuti di tempo per consegnare una brochure ai pazienti. Orari, sede e iniziative dell'associazione verranno comunicate dallo stomaterapista ad ogni nuovo paziente. La firma per la privacy e l'utilizzo dei dati personali sarà indispensabile per passare poi tutto al direttivo. Ci penseranno i membri operosi a telefonare ad ogni paziente o, perchè no, ad inviare un messaggio con whatsapp.
Sfruttiamo la tecnologia e accorciamo le distanze con internet. Anche il nonnino può imparare, basta un nipote scaltro e con i polpastrelli abili alla scrittura touch !


20 maggio 2017

E' MANCATO.

Dedicato a te, che hai perso l'amore.

E' mancato.
Vorrei aspirare il suo profumo dal cuscino, respirarlo dal suo armadio, dai suoi vestiti, dal suo pettine, riempirmi di lui e di tutti i nostri ricordi.
Il suo odore è dovunque e questo dolore non finirà mai.
La patente rosa è ancora nel portafogli, con le cartine del tabacco e la foto di sua madre e suo padre. C'è una madonnina argentata con gli spiccioli di rame e la tessera dell'Ikea arancione, dove siamo stati il mese scorso. Non mi piaceva quel copriletto a righe rosse e abbiamo deciso di prendere quello con i pois verdi e blu sullo sfondo bianco, come piaceva a me.
E' mancato senza che potessi dirgli per l'ennesima volta quanto lo amavo.

Apro l'armadio e trovo la scatola delle nostre lettere e dei bigliettini. Le prendo tutte. Sul fondo, una busta ingiallita datata  aprile 1994 sembra non contenere nulla. Guardo meglio. Ci trovo dentro quattro quadrifogli giganti seccati. Ricordo benissimo, avevamo fatto una gara e chi ne trovava di più avrebbe vinto una pizza. Ci accontentavamo di poco ed eravamo felici. Tra le lettere c'è anche una nostra foto alla sagra del paese. Mangiavamo frittura mista e ci leccavamo le dita. Lui mi guardava con quell'aria romantica leggermente inquinata dall'olezzo delle patatine fritte.
La giacca del vestito di matrimonio è ancora incellofanata dalla lavanderia. Non l'aveva più indossata. Era un gessato blu che gli stava da Dio. Il mio vestito l'ho venduto anni fa ad un mercatino dell'usato. Sarebbe stato troppo ingombrante nell'armadio.
Come farò a vivere in questa casa dove tutto parla di lui ?.  Le nostre foto sulla credenza hanno perso luci e colori in un attimo.
Guarda Tommaso, gli assomiglia più di tutti. Adele e Lorena hanno preso i miei lineamenti ma hanno gli occhi ridenti di sua madre. La foto la metterò qua davanti, così potrò baciarla tutti i giorni.
Ci manchi amore mio e non dimenticheremo mai quanto ci hai reso felici.
Ricordi le sere a guardare i documentari sull'Africa?. La rabbia si alternava alla profonda indignazione quando vedevamo la povertà assoluta e i bambini che morivano di fame. Dicevi che eravamo fortunati ad essere nati in Italia.
Ma il cancro ti ha succhiato via senza deglutire. Si, anche in Italia, tra abbondanza e ricchezza. Maledettamente in fretta come in un corto circuito, ed io sono arrabbiatissima.
Così riapro l'armadio e afferro con grinta feroce tutte le stampelle dei tuoi pantaloni, le camice, i maglioni, e le cravatte. Butto tutto in un sacco nero. Il tuo pettine, il tuo profumo e anche il tuo cuscino con tutte le scarpe finiscono in buste di plastica il cui manico mi sega le dita. Ne chiudo uno, due, tre sacchi e due buste di plastica giacciono sul pavimento gelido. Vado anche in cucina e nella scatola di cartone butto la tua tazza preferita, quella delle tisane serali, e la scatola di biscotti ancora aperta, con cui facevamo colazione insieme. L'acqua gassata, che piaceva solo a te, e la presina di Natale, quella acquistata ai mercatini in Austria, nel giorno del nostro anniversario.
Accendo la macchina con due lacrimoni che lavano anche l'ultima traccia di mascara.
Carico tutto e mi dirigo al centro Caritas mentre un pianto copioso e interrotto mi rende cieca e sono costretta a fermarmi. C'è una Windsor blu sul cruscotto. Le fumava lui. La accendo e mi riempio di te. Fisso la piccola brace accesa e la getto per terra schiacciandola con il tacco della scarpa sotto tutto il mio peso.
Mi rivolgo un tacito rimprovero. Tu non mi avresti voluta così triste. Giocherello con le tue chiavi e mi sento avvampare. Riparto.
Quando arrivo alla Caritas, un fiume di bambini di colore mi accoglie strattonando i miei pantaloni. "Per favore, grazie, per favore, grazie, per favore, grazie...." mi ripetono in coro. Qualcuno piange in braccio della mamma, qualcun altro, più grandicello, mi aiuta a scaricare i sacchi con gli occhietti colmi di gioia.
Ho donato tutto e visto bambini gioire per questo e ciò mi ha reso felice. Tanto felice. Forse è questa la mia missione adesso.


Fare beneficienza e aiutare gli altri arricchisce, cura e salva più di tutto l'oro del mondo.


CHE FIGURA DI...

Il rappresentante entrava in ambulatorio per la prima volta e aspettava che gli dicessi di accomodarsi sulla sedia di fronte alla scrivania.
Il sole era così splendente che il riverbero sui vetri accecava e sono stata costretta ad abbassare la tapparella. Camminare ad occhi socchiusi è molto pericoloso.
Il tizio mi presentava un nuovo tipo di coni vaginali per la riabilitazione del pavimento pelvico. Una sorta di oggetto in silicone dalla forma di un  palloncino allungato di pochi centimetri da consigliare a tutte le donne anche con prolassi genitali.
Incuriosita dalle confezioni, mi sono spostata in avanti allungando il mezzobusto. La sedia girevole mi aiuta nei movimenti rapidi, ed è spesso oggetto di pacchiane e infantili giravolte.
Dopo una mezz'oretta di conversazione i miei glutei chiedevano pietà e sono stata costretta ad alzarmi per consentire alle mie "chiappe" di riprendere la circolazione sanguigna.
Il rappresentante non capiva il mio disagio e continuava imperterrito e con ottima preparazione a spiegarmi le proprietà di questo dispositivo medico. Nel frattempo, spiattellandomi nuovamente sulla sedia, ho ricevuto una telefonata breve.
Appoggiata la cornetta, ho tentato di riprendere il possesso della mia postura corretta maledicendo le ruote girevoli della sedia che scivolava a poco a poco sempre più in là. In un battibaleno la sedia non si trovava più sotto ai miei stecchiti glutei, ma ad un metro di distanza da me.
Avete presente l'effetto di un uovo che si tuffa in padella "a frittata" ? Stessa scena. Solo che l'uovo ero io e la padella il pavimento del mio ambulatorio.
Subito ho provato un dolore lancinante e trafittivo alla schiena: il gancetto del reggiseno mi si era conficcato tra una vertebra e l'altra dopo la diabolica impennata delle gambe. Un bernoccolo cresceva piano piano sulla nuca ma tutto a posto. Nessun obnubilamento del sensorio. La caviglia già malandata, è volata sulla gamba di ferro della scrivania, ma, gonfiore più gonfiore meno, poco cambiava, e il gomito ha cercato di proteggere il resto del braccio facendo perno a terra. Se non si è rotto, è un miracolo. Qualche allucinazione acustica si impossessava dei miei timpani, ma senza dolore.
Morale della favola: in una sedia girevole devi bloccare le ruote.  Punto. Che male.
Non sapevo se ridere o scusarmi per la rocambolesca disavventura ironizzando sulla mia fantozziana caduta a gambe all'aria. Ho deciso (si fa per dire) di stare immobile, bloccata come in una lastra di cemento armato.
"Tutto bene dottoressa?", mi titolava il rappresentante serio porgendomi le braccia per aiutarmi.
Mi vedevo già ingessata come una mummia e addio progetti.
Mi sono alzata barattando la grazia femminile con uno spirito delirante ma ironicamente integra.
"Ehm...tut ...to -Tutto bene benissimo, grazie ! ". Mi sentivo come uno di quei gamberetti infilzati in un apposito spillo. Avete presente?.
E non vi descrivo come sono presa stasera... Difficile la restitutio ad integrim....




IN GITA, CON I MIEI PAZIENTI


Sarà la primissima esperienza per me, accompagnare ad una gita turistica sul Lago di Garda tutti i miei pazienti e i loro amici. L'evento è stato organizzato dall'associazione AISCAM (associazione incontinenti e stomizzati di Castelfranco e Montebelluna) di cui sono promotrice e attivista insieme agli altri membri del direttivo. Data prevista: sabato 17 Giugno 2017.

I miei pazienti sono portatori di stomia, a causa di un intervento chirurgico alla vescica, al retto o all'utero per tumori o perforazioni. Alcuni uomini hanno affrontato e stanno affrontando l'incontinenza urinaria, a causa di interventi per il cancro alla prostata. Ci sono anche donne con disfunzioni pelviche legate alla menopausa o al parto, che hanno frequentato l'ambulatorio per un percorso di rinforzo dei muscoli pelvici e che parteciperanno entusiaste, per condividere, fare nuove amicizie, sentirsi parte di un gruppo attivo, anche se non sono pazienti oncologiche.
Per uscire dallo stereotipo che il malato di cancro sia sempre un portatore di handicap con gravi difetti di deambulazione, socializzazione o necessità di isolamento, vogliamo urlare al mondo esattamente il contrario. Dimostreremo che anche un'intera giornata potrà risultare alla portata di tutti. Con le nostre soste certo, le fermate pipì e svuotamenti vari, i caffè in autogrill e lo scioglimento di muscoli e articolazioni. Ci si aiuterà a vicenda.
Oltre alla mia presenza infermieristica specialistica e a quella di altri colleghi, avremo due medici e un operatore sanitario, oltre che una psicologa. Ma saranno loro, i pazienti e i loro familiari i protagonisti. Testimoni del piacere di alleggerirsi, documenteranno lo stupore e la curiosità di una gita fuori porta, ma ricca.
Obiettivo: normalizzare la propria vita rendendola speciale. Si, anche a settantacinque o a ottantadue anni anni, così come a tredici (la mia paziente più giovane), trenta o a quaranta, in chemioterapia o ancora in fase pre chirurgica. E perchè no, anche annaffiando il tutto con un bicchiere di vino della Val Policella.

Il gruppo partirà da Montebelluna (TV) piazza Duomo, con il pullman alle ore 7.00 che arrriverà a Castelfranco Veneto (TV) di fronte ai Giardini del sole (parcheggio le logge) per prelevare il secondo gruppo alle 7.30. Destinazione Salò, sul lago di Garda. Ci sarà la possibilità di visitare la dimora di Gabriele D'Annunzio. Pranzo a Peschiera del Garda . Poi si proseguirà per Sirmione per una rilassante passeggiata. Qui i romani vi costruirono le Grotte di Catullo, villa con annessa zona termale. L'epoca medioevale è testimoniata dalle mura e torrioni che ne proteggono il perimetro e l'ingresso principale (foto sotto).  Ritorno previsto in serata.

Il costo è di 35€ tutto compreso. 20€ per i soci AISCAM.
per info e prenotazioni  348 7313820 (Cav. Luciano Bonato)
oppure via mail guidolinfanni@gmail.com




Il lago di Garda può rappresentare davvero una meta magica. D'estate, lo spettacolo è esilarante; i colori ne fanno un morbido acquerello e l'imperativo categorico è "relax please!"

13 maggio 2017

L'HO CONOSCIUTO IN CHAT

Elena, siamo tutti con te.

Sono malata da un anno e mezzo. Ho il cancro.
Trascorro molte ore al computer, per non pensare, per evadere, per sentirmi donna ancora.
Oggi incontrerò Tommaso per la prima volta. Ci siamo dati appuntamento alle sette e mezza e non mi sembra vero.
L'ho conosciuto in una di quelle chat per incontri del terzo tipo (così li chiamo io), o non convenzionali. Al computer il tempo si dilata e diventa liquido.
Io di Tommaso, credo di essermi innamorata . O forse solo della densità poetica dei suoi racconti, delle sue frasi costruite per farmi sentire unica e "sana".
Lo aspetto seduta sulla panchina dei giardini pubblici. Sono io la prima ad arrivare un'ora prima del previsto, tanta è l'ansia che mi assale. Mi sono portata un libro che non riesco neanche a sfogliare, ho ingurgitato una scatola intera di caramelle morbide alla liquirizia e scrivo messaggi alle amiche su Facebook.
Un fiume di turisti serpeggia tra le viuzze del parco mentre il cielo si colora di rosso arterioso, denso di vita e di attesa. Andremo in quel locale laggiù, dove digressioni latineggianti ci faranno divertire. Puoi cenare, ballare o scegliere l'altra sala, con l'ampio abbraccio del genere jazz. Adoro il Jazz.
In questo mondo dai contorni incerti, il web mi filtra, come quella installazione a velario là in fondo, che dirige e filtra la luce. Nel mio computer racchiudo la mia filosofia contraria allo spreco di energie, ma soprattutto esprimo la mia femminilità, che è diventata la mia forza espressiva. Non ci sarei riuscita nel mondo reale dove navigo disordinata, tra colate di cemento. Là, on line, sono "rose-mary68" e mi sento una donna completa pur con le sue fragilità.
Sono le sette e un quarto e Tommaso non c'è ancora.
Tommaso lo ha capito. Lui sente la mia felicità e sente il mio dolore. Lo sente nella propria pelle, nella propria mente. Lo sente e basta. Me lo dice.
Tommaso non mi ha mai visto prima di stasera. Io invece ho visto lui. Nei social trovi molte informazioni e anche foto se hai fatto parlare di te. Lui è un ricercatore, uno studioso internato in una mansarda senza luce, se non quella dell'abbaino, che quando piove sembra si rompa tanto è sottile, mi racconta.
Le sue giornate da pochi mesi sono fatte di me, e di me. Mi scrive a tutte le ore del giorno e della notte con una cadenza quasi fissa. Mi invia foto, video, link, autoscatti, cazzate varie e cose serie, foto di animali che amoreggiano teneri, orsetti che mandano baci e una montagna di cuori. Cuori rossi e verdi e cuori gialli, blu, viola.
Ma sono le otto e Tommaso non si vede ancora. Dove sei amore mio?. In chat, neanche un messaggio. Su Whatsapp si è collegato due ore fa e Facebook dice che l'ultimo collegamento è stato ieri sera alle undici. Non risponde ai miei messaggi.
Magari avrà avuto un contrattempo oppure avrà rotto il computer, il telefonino e la macchina. Si, ne sono certa, ha bucato una gomma. Magari l'hanno fermato i carabinieri e non ha credito per avvisarmi. Io mi sento impazzire dentro però.
Sono le otto e quarantacinque. Tommaso non verrà più.
Il mio respiro rimane chiuso nella gola e la stanchezza è diventata una cappa pesante sulle spalle. Intorno a me tutto perde consistenza.
Non l'ho sentito mai più.

(Tratta da una storia vera. Per rispetto della privacy i nomi sono stati modificati)
scritto da Fanni Guidolin






11 maggio 2017

IO, INFERMIERA COACH PER UN GIORNO

Un fremito elettrico mi percorreva a intermittenza lungo la schiena per tutto il percorso.
Mi sono davvero divertita con i partecipanti alla camminata contro il cancro Domenica  30 aprile 2017.
Dopo giorni convulsi di cattivo tempo e nuvoloni grigi, il cielo azzurrissimo è stato il preludio di una giornata indimenticabile.
Duecento persone hanno seguito i consigli di Pelvicstom, amletico titolo che significa Pavimento Pelvico e Stomia. E' il mio blog, che parla di storie di straordinaria corsia (Il libro sta per uscire nelle librerie !!).
Sono stata la loro "coach". Un ruolo non insolito per una infermiera. Puoi chiamarlo anche "educazione terapeutica", "assistenza" all'attività fisica adattata, "presa in carico della persona" per i i loro sorrisi. Io sono stata con i pazienti ed ho cercato di regalare una mezza giornata di gioia.
Il cancro non ci ferma! E' stato il nostro motto, in un tempo che sembrava dilatato.
Ho perso mio padre due anni fa per un cancro che se l'è succhiato via in sei mesi. Da allora, il mio impegno come infermiera specializzata nella riabilitazione dei pazienti stomizzati e incontinenti, già assiduo e importante, si è fatto preponderante nella mia vita. Ragione d'essere. E' come se avessi sempre tra le mani un gomitolo nero, incastonato in un ordito di spessa lana grigia, da sbrogliare.
Le idee, come farfalle, svolazzano nella mia testa la sera, quando appoggio stanca la testa sul cuscino. Le scrivo, così hanno più forza espressiva, ed ho il piacere di alleggerirmi.
Le invio all'associazione stomizzati dove il gruppo direttivo e il presidente approvano sempre all'unanimità il grafismo dei miei progetti , e torno ad abbracciare il cuscino. C'è un'idea salvifica nell'arte di pensare!.
La mia vita si sdoppia ogni giorno tra il lavoro in ospedale con circa quattrocento pazienti e la vita domestica familiare, con tre figli, una casa, un giardino in cui coltivo rose da collezione (per divagare un po') e un compagno splendido. E poi inceppo nei problemi di una mamma e dell'essere  donna con le rughe che avanzano, nelle cene da preparare, nei panni da lavare o nella batteria dell'auto da cambiare.
L'idea di una passeggiata per i miei pazienti e tutti i loro amici mi è venuta dopo ore trascorse lungo il Muson dei Sassi, fiume che scorre vicino a casa mia, che mi trascina in meditazione e rilassamento quotidiani. Un toccasana anche per chi attraversa momenti difficili come la chemioterapia o altre cure.
Un giorno, guardando l'acqua scorrere, mi sono accorta purtroppo, che alcune buste di plastica erano impigliate in un ceppo di rami rinsecchiti. L'acqua li toccava, li spingeva, ma passava oltre, raggirava l'ostacolo, non si fermava. Da lì l'idea che il cancro non ci deve fermare e che solo la battaglia continua e tenace può cambiare la vita. In tutti i sensi. La natura si sporca di abominevoli ingiustizie ma l'uomo può sempre fare qualcosa per migliorare le cose.


Ed eccoci pronti a riscaldare le giunture di ginocchia, gomiti, polsi e caviglie lungo il percorso degli Ezzelini, il viale battuto e cosparso di raggi di sole caldo, che ha visto i miei pazienti in fila, a sollevare le braccia a tempo. "Su, giù, su, su, giù, su...." guai sbagliare! 


Volevo dare energia, ritmo, positività. Il megafono è stato un gioco complice del divertimento.
"Sacco pieno, sacco vuoto, sacco mezzo, e via...", giochi e altro ancora, fino al prato di San Piero. Là, tutti distribuiti in un grande cerchio, ci siamo presi per mano, come se fossimo stati tutti amici. Perchè in realtà lo eravamo davvero tutti amici. 
Retroversione del bacino anche in coppia, e giù a ridere a crepapelle. 

Antonio faceva volare gli aquiloni. In questo prato verdissimo sembrava di stare in un mondo delle favole. 
Non ridete!. Nella foto sotto sto solo retrovergendo il bacino. Fondamentale movimento per il pavimento pelvico.


Ci sono emozioni che non si possono descrivere. Sono quelle di una straordinaria corsia, fuori dell'ambito ospedaliero, in cui ti spogli del camice, dei guanti in lattice e del fonendoscopio ma rimani sempre un'infermiera che mai dimentica il bene di chi ne ha bisogno.







Il tiro alla fune è stata un'idea di Luciano, stomizzato da vent'anni. Ma quella di fa concorrere le donne contro  gli uomini è stata un'idea di Roberto. 
Brillantissima idea per declamare la potenza infinita dell'essere femminile. Hanno vinto le donne!


Ogni palloncino rappresentava la speranza. Quella di guarigione per chi nel cielo, lo ha lasciato volare. 


Il pranzo è stato il momento di convivialità più unico che raro. I proprietari della villa Caprera hanno dimostrato la massima sensibilità con un menù costruito ad hoc per i pazienti. Se il vice sindaco di Castello di Godego Barbara Gardiman non ci avesse aiutato ad organizzare tutto, probabilmente il pranzo non ci sarebbe stato.
La disposizione in tavole rotonde ha contribuito alla socializzazione, altro obiettivo della nostra associazione stomizzati.


Parlare (urlare) al megafono mi ha costretto a letto con una laringite nei due giorni successivi! Un prezzo non troppo caro quando cantare fa tornare bambini spensierati! 


Non poteva mancare la nostra psicologa Caterina Bertelli, in compagnia del marito e collega Levis che ci ha aiutato con i palloncini al campo di San Piero.


Caterina gestisce e sostiene i pazienti stomizzati nei gruppi di auto aiuto ogni mese. 
Agli incontri dà sempre ampio spazio al dialogo, facilita l'interazione dei nuovi arrivati con le vecchie e consolidate presenze, conforta e fa sentire ognuno portatore di valori inestimabili. 

Fanni Guidolin 

7 maggio 2017

IL CANCRO SPIEGATO AI BAMBINI IN UNA METAFORA

Lo chiama "granchio" la mia paziente stomizzata il suo cancro aggressivo.  Forse perchè un pò la parola ci assomiglia. E' un adenocarcinoma del colon e Francesca non lo ha mai nascosto ai suoi due figli di sei e otto anni. Ha comperato un libretto a colori, di quelli con le pagine cartonate, che parla di granchi, polipetti e pescatori ed ha trasformato in metafora della cura della sua malattia la cattura degli animaletti del mare. Solo i granchi però. Quei paguri velenosi che trovi alle Hawaii.
Perchè Franci sogna di inseguire le maree tra gli svolazzi dei gabbiani in un imperativo categorico "non mollare".

Claudia lo chiama "Drago" il suo cancro al seno e ai suoi due figli racconta la sua battaglia contro questo mostro gigantesco. Ma "Be positive" (sii positiva!) è diventato il suo motto e dà carica a tutte le donne che come lei, hanno due vite da gestire. Quella contro il mostro e quella con i figli, un marito, una casa, un lavoro. Quel motto se l'è tatuato sul braccio, per non dimenticarlo mai.

Sono "Lucciole" le cellule di cancro. Lucciole senza luce. Lucciole buie, che non pulsano più, che girano senza meta, senza obiettivi, senza orientamento e finiscono in trappola in un mondo oscuro e cavernoso. Me lo racconta Luca, che combatte contro il cancro del retto, da mesi. E lo spiega così a suo figlio. "Riaccenderemo quelle luci", rassicura. "E le vedremo di nuovo vagare su prati inciuffettati d'erbetta verdissima, lampeggianti d'amore, in una serata psichedelica".

Monica è in corto circuito di immagini. Preferisce spiegare a Cesare, di quasi due anni, la malattia così com'è. Prende un libro di anatomia del papà medico, le pagine giuste, i pennarelli e un foglio bianco. Lo disegna il suo cancro al seno e poi prende la forbice e taglia un pezzo di foglio, come fa il chirurgo. Lui la fissa attento, curioso. Sospira Monica ma guarda avanti, con il sorriso stampato, sempre.
"Mamma perchè stai male?" . Non si può non cercare una metafora. Perchè è una "zecca insidiosa" il cancro al seno, spiega Monica. Che ti succhia il sangue e va estirpata come la gramigna nell'orto, con tutte le radici.

Maurizio vede il cancro come una stanza incasinata dove tutto è a soqquadro.
"immagina di dover mettere a posto la tua cameretta dove nessun cassetto è in ordine. Tutto è sparpagliato per terra. Ci sono giocattoli rotti e quadri a penzoloni. Ti possono servire pochi minuti o molte ore, o giorni" . La lotta contro il cancro è un impegno pesante ma poi dipingeremo quella stanza con tinte vivacissime. "Papà la mia cameretta sarà sempre in ordine, così non mi ammalerò mai".
Ci lascia basiti Sofia.

Franca, che ha subito il cancro dell'utero, lo chiama "polipo" il suo tumore quando lo spiega ai nipotini. Giorgia e Nico la guardano con gli occhi sgranati. E' un polipo con i tentacoli lunghissimi e delle ventose che imprigionano. Un polipo con due occhi neri, grossi, e tanto inchiostro appiccicoso, che ti si attacca addosso come la colla. "Bisogna staccarlo, scioglierlo nell'acido, tagliargli la testa" dice Nico, dieci anni appena compiuti. Proprio così, si chiama chirurgia questo piano di azione!.
Ma c'è anche il cancro "serpente", quello del colon, che Franca ha conosciuto un anno dopo il primo. Un serpente velenoso e costrittore, da catturare e mettere in gabbia. No, non li vuole uccidere gli animali, Franca li vuole solo acciuffare, rinchiudere in un acquario o in un rettilario, dietro una teca di vetro trasparentissimo per poterli studiare. Invita così i bambini, a non avere paura di nulla ("non avere paura" è diventato il suo motto) e a studiare anche le cose brutte, che spaventano.

Infine c'è Mario, che paragona il suo cancro del retto ad un bruco di gelso e lo spiega così ai nipoti di quattro e sette anni che lo guardano meravigliati. Hanno il viso così sano e paffuttello che sembrano scesi da un quadro di Botero. "Mangia tutte le foglie più belle e gli dobbiamo spruzzare il veleno o catturarlo vivo e poi bruciarlo insieme a tutte le foglie rovinate (come nella radioterapia)", dice il nonno.
Ha lo sguardo imperscrutabile Michelino dopo aver visto le immagini del bruco Iphantria cunea. Saretta invece continua a sfogliare il libro:
"Si nonno, uccidiamolo subito".


4 maggio 2017

PANORAMICA SUL TUMORE DELLA PROSTATA

Venerdì 22 settembre 2017 il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto (TV) accenderà i riflettori su una problematica che colpisce più di 35.000 nuovi uomini all'anno in Italia.
Se il tumore della prostata richiedesse la chirurgia radicale e demolitiva potrebbero insorgere altre problematiche come l'incontinenza urinaria o l'impotenza sessuale.
Spesso tali problematiche, siano esse temporanee o permanenti, alterano notevolmente la qualità di vita e le relazioni sociali e di coppia.
Nella realtà castellana e montebellunese, esiste un percorso ad hoc per il paziente operato alla prostata. La riabilitazione inizia in reparto, alla rimozione del catetere, secondo il grado e la presenza o meno dell'incontinenza.
Il servizio è aperto anche ai pazienti provenienti da altre ulss dove non sia presente il servizio di riabilitazione del pavimento pelvico.
Con la stretta collaborazione con gli specialisti urologi e andrologi, anche l'aspetto sessuale viene sempre considerato parte della riabilitazione.
Il paziente inoltre, rimane in contatto con la terapista per tutto il periodo di cure radioterapiche, qualora esse dovessero essere necessarie.

L'evento è aperto alla cittadinanza ed è gratuito.
L'ingresso è garantito per 275 posti.
Non occorre prenotazione. Biglietteria aperta dalle ore 16 per avere il posto garantito.
tel. Teatro per info: 0423/735660
mail: teatro@comune.castelfrancoveneto.tv.it

Relatori:
Dott. De Zorzi Luca (Direttore urologia Castelfranco Veneto)
Dott. Antonio Amodeo (Dirigente medico e primo aiuto urologia Castelfranco Veneto)
Dott.ssa Fanni Guidolin (Stomaterapista e Riabilitatrice del pavimento pelvico presidi ospedalieri di Castelfranco Veneto e Montebelluna (TV)

Dott. Luca  De Zorzi
Si laurea in medicina e chirurgia nel 1985 presso L’università degli Studi di Padova e si specializza in urologia nel 1998. Dal 2001 al 2005 è Dirigente medico I livello  presso l’Ospedale San Antonio ULSS 16 – Padova e successivamente Direttore unità operativa semplice di chirurgia miniinvasiva e laparoscopica presso l’Ospedale S. Antonio ULSS 16 – Padova. Diventa poi Direttore Unità Operativa Complessa di Urologia, Ospedali di Portogruaro, Dan Donà di Piave, Jesolo e Direttore unita' semplice di chirurgia miniinvasiva e laparoscopica fino al 2012 e nei successivi tre anni, Direttore Unità Operativa Complessa di urologia ULSS 10 'Veneto orientale'. Da novembre 2015 è Direttore Urologia Ulss2 Marca Trevigiana sede di Castelfranco Veneto

Dott. Antonio Amodeo
Si laurea nel 2004 in Medicina e Chirurgia presso L’Università degli Studi di Trieste e nel Novembre 2009 ottiene la Specializzazione in Urologia presso la Clinica Urologica di Trieste, del  Direttore  Prof. E.Belgrano; (votazione 50 e LODE)  . Frequenta nel 2010 il Master II° livello in chirurgia Andrologica e DIG (votazione 110/110) e nel 2011  ottiene il Diploma Universitario di "Chirurgie Laparoscopique" dell’Università di Strasburgo (Francia). A Marzo 2012  ottiene il Certificate of Intensive Robotic Training as a Console Surgeon, ORSI, Belgio e a Novembre 2012 frequenta il Master II° livello in "Chirurgia Urologica Robotica", presso Ospedale San Raffaele di Milano. Da Gennaio 2010 è Dirigente Medico a tempo indeterminato, nel Reparto di Urologia, Ospedale di Castelfranco Veneto, diretto dal Dott. De Zorzi Luca.

Dott.ssa Fanni Guidolin
Laureata con 110 e lode in Scienze Infermieristiche presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Padova. Nel 2009 frequenta un master in Stomaterapia e Riabilitazione del Pavimento Pelvico sempre presso l'Università di Padova. Nel 2010 frequenta i corsi residenziali in riabilitazione pelvica a Reggio Emilia, Udine e Milano. Dal 2011 lavora come Enterostomista e riabilitatrice delle disfunzioni pelvi perineali presso Ulss2 Marca Trevigiana presidio di Castelfranco Veneto e presidio di Montebelluna. Nel 2014 vince una borsa di studio per l’Université de Geneve (Ginevra) per un corso di riabilitazione sul perineo posteriore. Iscritta al registro nazionale degli stomaterapisti esperti in riabilitazione del pavimento pelvico, è altresì referente per il reparto di Urologia per l'incontinenza maschile. Dal 2011 è anche professore a contratto presso l'Università di Padova. Membro direttivo dell'AISCAM (associazione incontinenti e stomizzati di castelfranco e montebelluna) è parte attiva nell'organizzazione di convegni e incontri di Mutuo Aiuto, sostegno psicologico . E' autrice e curatrice del blog professionale Pelvicstom, per il quale ha ricevuto nel 2014, un premio internazionale. Vincitrice nel 2017 del premio letterario Prunola con il libro “Storie di Straordinaria corsia"

Patrocineranno l'evento LILT, ULSS2, COMUNE DI CASTELFRANCO VENETO, AISCAM

 foto sotto: Il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto (TV) sede del convegno
 foto sotto: Il teatro visto dall'esterno. Facciata Anteriore.

AIUTO, HO UNA CARUNCOLA

Ringrazio la mia paziente per avermi consentito di scrivere il suo problema. L'obiettivo è insegnare alle donne a guardare i propri genitali allo specchio, anche tutti i giorni. (foto da Google)

Non ho mai pensato di guardarmi allo specchio là sotto. Un certo pudore è sempre aleggiato in me e nel mio rapporto di coppia. Mio marito credo nemmeno la sappia "osservare", forse la "guarda" solamente la mia vagina. Ci butta un occhio insomma.
E quella sede, intima e innominabile, non è mai stata oggetto di esplorazioni conoscitive da parte mia. So che provo piacere con certe azioni, ma non so spiegare il perchè. Sono turpitudini oscure. Quello è un altro mondo, indecifrabile a mio avviso.
Accade così che un bel giorno, mentre mi faccio un classico bidet all'italiana, la mano scivola là sotto, sul pavimento pelvico, proprio sulla vagina, e sento questa piccola pallina molle, che mi fa sprofondare nel panico.
Oddio ho un prolasso, un nodulo, si è rotto qualcosa, mi esce una cosa, ho un cancro!!! Panico.
Telefono immediatamente al medico di base (donna per fortuna) e mi risponde la segretaria dicendomi che non è disponibile nel pomeriggio, di ritentare l'indomani. Mio marito è uscito e non rientrerà prima di cena.
Trascorro la giornata pensandomi già in chemioterapia, e sotto ai ferri, con i giorni contati, le flebo al braccio, la parrucca in testa e le amiche compassionevoli al mio capezzale.
Stringo le tempie tra le mani. Ho paura. Tanta.
Non parlo con nessuno e non mi osservo. Indugio. Cammino avanti e indietro, schiacciata come una noce.
Non ho il coraggio di prendere in mano quello specchietto e di "osservarla". Telefono in ospedale. Chiedo un appuntamento urgente con un ginecologo (donna se possibile), a pagamento ovviamente, e me lo fissano fra tre giorni. Arrovescio indietro la testa, mi arrabbio con la segretaria e chiedo se esiste qualche ginecologo (pure maschio) libero oggi stesso. Mi trova un posto alle otto di sera. Centottanta euro. Il cielo si squarcia e da viola e nero, rimane solo viola. Al diavolo anche i soldi.
Chiunque egli sia, decido che è sempre meglio che mi visiti un uomo alle otto di sera che mi costa un quarto del mio stipendio piuttosto che attendere l'indomani il mio medico di famiglia, saltare la cena e trascorrere la notte in bianco pensando al mio funerale.
Vado.
La visita dura dieci minuti. Gentilissimo il medico mi spiega tutto. E anche che sono stata scema (aggiungo io) ad essere così in ansia. "Nulla di grave signora. Ha una caruncola uretrale e se non le dà fastidio non si deve asportare".
Esco dall'ambulatorio con le ossa che si sciolgono come il burro e i muscoli che chiedono pietà. Mi siedo per il calo "adrenalinico" e respiro. Un respiro così ampio che sento la vita entrarmi dentro.
Ecco, vivrò ancora felice e a lungo (spero). Ma da quel giorno mi "osservo" sempre e, da intellettuale velleitaria, ho insegnato molte cose a mio marito.
Così, dopo un tocco di fard e due pennellate di cipria che nascondono i punti neri o i pori dilatati (oh quelli si che li guardo con lo specchio a ingrandimento!) sposto lo specchietto verso il basso, tra le gambe. Un'occhiatina veloce, apro, chiudo, contraggo, rilascio. Tutto a posto.
Fatelo anche voi donne ogni tanto e cercate di capire bene come è fatta una vagina.

(scritto da Fanni Guidolin)


La caruncola uretrale è un piccolo tumore vascolarizzato benigno, della grandezza di un pisello, che si sviluppa sulla parete posteriore dell'orifizio uretrale esterno. Compare nella donna perlopiù dopo la menopausa.
Si pensa che la causa sia la carenza di estrogeni e non è così frequente.
La terapia chirurgica è indicata solo nelle forme sintomatiche (se non porta fastidi o disturbi funzionali conviene tenersela). Consiste nella semplice asportazione della neoformazione con successiva sutura della mucosa uretrale sana alla mucosa vaginale, dopo aver posizionato un catetere uretrale.
All'esame istologico la caruncola si presenta come un tessuto connettivo ricco di cellule infiammatorie e di vasi sanguigni, ricoperto da epitelio iperplastico, niente di grave insomma.
Le complicanze legate all'asportazione della caruncola sono la possibile stenosi (restringimento) del meato uretrale esterno (con difficoltà a mingere) e la necessità di RE intervento. A volte bisogna posizionare catetere vescicale se vi fosse una ritenzione acuta di urina. Inoltre sono possibili le recidive (ovvero che si riformi).

3 maggio 2017

DAL DIARIO DI UNA TERAPISTA DEL PERINEO: ALLENIAMOLO ANCHE DALLA PARRUCCHIERA

Che i vostri occhi siano raggianti su uno sguardo limpido con i bigodini in testa o il colore in posa sui capelli ne dubito, ma che possiate trasformare quelle due ore dalla vostra parrucchiera in un programma di esercizi di rinforzo per il vostro perineo ed esserne pienamente soddisfatte, ne sono certa.
Scevre da qualsiasi arrovellamento pregresso, non preoccupatevi se con l'età, insieme alle palpebre, alle guance, ai glutei, al seno, alle pieghe del collo, ai lobi delle orecchie...cadono anche i muscoli del pavimento pelvico. Fa parte del normale processo di decadimento legato all'età che avanza.
Cos'è quell'espressione tragica ora?  C'è sempre tempo per porvi rimedio. Basta iniziare subito.
Punto primo: siete sedute in una poltrona comoda. Non sprofondateci dentro. State dritte con la schiena, adagiate allo schienale se volete, ma dritte. Appoggiate i piedi sull'apposito poggiapiedi e non incrociate le cosce. Ora, mentre con entusiasmante liberazione dalla vecchiaia, vi fate dipingere un'orribile ricrescita grigia, pensate ai vostri muscoli vaginali e anali e stringeteli a più non posso. Attenzione, non sono i glutei ad attivarsi. Quelli rimangono comodamente sfracellati sulla poltrona, ve lo concedo.
Contate fino a dieci, senza assumere l'espressione di una maschera severa e pesante e siate allegre. Poche contrazioni basteranno per riscaldare il pavimento pelvico.
Poi, con nonchalance, sollevate il piede sulle  mezze punte, sempre da sedute.  Praticamente piegate le falangi. Su e giù, su e giù, senza minimamente muovere il busto, altrimenti la parrucchiera vi colorerà orecchi, naso e fronte. Stavolta attivate anche i glutei, a tempo, con i piedi, ma lentamente.
Mentre sfogliate la rivista di gossip, non notate per favore la pavida insignificanza dei glutei di Belen Rodriguez, concentratevi sul vostro pavimento pelvico. Altrimenti vi convincerete di avere il sex appeal di un sedano appassito.
Quanti chilometri avete percorso questa settimana?. Lo sapete che fare almeno cinquemila passi al giorno aiuta i muscoli del pavimento pelvico a tonificarsi?. Non sto parlando di sfiancamento di membra, con rimpianti amari di una giovinezza sfiorita, ma di passi seriali dalla forza dirompente. L'esistenza umana è piena di formidabili sorprese! Provate!.
Tempo di testa al lavaggio (in tutti i sensi). Dunque siete stravaccate sulla poltrona con il collo posteriormente adagiato sul lavateste. Allungate le gambe, incrociate le caviglie e stringete i muscoli dell'interno coscia fortissimo. Contate fino a venti. Poi cambiate incrocio. Stringete anche  il muscoletto elevatore dell'ano, come per trattenere la cacca e voilà.
E durante la "phonata" che asciugherà la vostra chioma, vi concentrerete sull'addome. Pancia in dentro espirando. Trattenete a più non posso l'addome in quella posizione, mentre la spazzola avvolgerà i vostri capelli bagnati.  Rilasciate solo quando la parrucchiera cambierà ciocca di capelli.
E prima di andarvene, guardatevi allo specchio con un sorriso ruffiano. Vogliatevi bene. Sempre che non abbiate scelto un giallo paglierino che tentasse di perpetuare il biondo della vostra giovinezza !

Fanni Guidolin

2 maggio 2017

IL GELATO ALLA FRAGOLA NO

Non potevo non scriverla, questa storia mi ha fatto davvero sorridere. Grazie Raffaele per avermi consentito di pubblicarla. Fammi sapere cosa penserà Gaia quando lo scoprirà !

Sul terrazzo esposto al sole Gaia ha puntato sulle piante mediterranee, distribuendole lungo il perimetro e ai lati della scala che sale sul tetto.
Le osservo da qui, con quest'aria vacanziera, steso su quest'amaca appesa ad una pergola di metallo, contornata da vasi di recupero e arredi, mescolati ad arte. Foglie, steli, fiori e tante piante di fragole si intrecciano , si sovrappongono, in apparente libertà.
E' il profumo di fragola che mi cattura e un desiderio grande di quel gelato rosa.
Da quando sono stato operato, la mia dieta prevede striminzite pappette senza gusto, zuppe dense o cremose e centrifugati di frutta dal sapore acidulo. Ma quel gelato alla fragola lo sogno dal giorno in cui mi hanno detto che non avrei potuto più mangiarlo.
E' un derivato del latte, e per noi pazienti ileostomizzati, portatori di un sacchetto per le feci alla destra del nostro addome, il gelato è davvero proibito. Almeno per i primi mesi. E mai come oggi ne sento il tremendo desiderio.
Decido di scendere. Gaia tornerà tra un'ora e non si accorgerà di nulla. E' lei che controlla ogni particolare della mia dieta e che si prende cura di me. Annota tutto con cura in un taccuino giallo, segna il mio peso settimanale sul calendario, conta le bottiglie d'acqua che bevo e mi prepara le tisane al finocchio. Studia manicaretti "alla meno peggio" e nasconde tutto ciò che aumenta il tasso di felicità umorale come la cioccolata, la frutta secca, le caramelle gommose..., poichè a queste cose, ci pensa lei dice.
Alle donne quindi,  il merito di risolvere sempre in bellezza le questioni più delicate.
Percorro il marciapiede scalpitando, sistemo il cellulare in fondo alla tasca e inforco gli occhiali da sole. Io, mangiatore seriale di gelati, in astinenza da quattro lunghissimi mesi, sto per compiere un crimine che forse mi costerà crampi e coliche, un mare di diarrea e magari pure il vomito. Tutto per uno stupido incontrollabile e compulsivo capriccio. Vi pare poco?.
La gelateria è quella in fondo alla strada, prima del semaforo, sulla destra. Gelato artigianale, quello vero, che trovi solo in pochissimi centri certificati.
"Due palline alla fragola in cono", chiedo al gelataio.
L'entusiasmo infantile coglie impreparato anche me. Eppure vi assicuro che mi sento come se avessi trovato l'ultima figurina dell'album di Jeeg robot d'acciaio o che ne so, un diamante da venti carati per terra.
L'incontro della mia lingua con quelle due palline rosa al gusto di fragola, è talmente sublime da indurmi a sedere nella panchina verde fuori del negozio. E' la chemioterapia, è tutta colpa della chemioterapia, mi ripeto. Queste dannate voglie di cibi freddi dal gusto deciso e proibiti, aumentano giorno dopo giorno, insieme ai farmaci che mi iniettano.
Tra una leccata a destra, una a sinistra e una di sbieco, penso a Gaia e alle sue raccomandazioni che come quelle di un diavoletto echeggiano nei miei timpani. Addento la seconda pallina di gelato e in un boccone il cono, con vera ingordigia. Che se è vero che è un peccato capitale, beh...voglio morire peccatore.
Finito.
Il desiderio più grande si è realizzato e sto apparentemente bene. Nessun crampo, nè nausea. Il sacchetto è ancora vuoto. Miracolo.
Torno a casa di corsa, anche se dovrei dire a passo lungo e dinamico, e salgo le scale. Mi stendo in terrazzo, sull'amaca, in questo gioco di luci e ombre. Soddisfatto sento ancora il profumo di fragola
Difficile resistere ai selfie e controselfie, ne scatto un paio, con la stampa della soddisfazione sul mio viso. Poi, una volta quietata l'eccitazione digitale, riposo le membra in questo angolo di paradiso.
Eccola Gaia puntuale.
"Tutto bene tesoro?", mi chiede stampandomi un bacio in bocca.
"Mmm, sai di fragola, che hai mangiato?", aggiunge.
"E' tutta colpa delle tue piantine tesoro. Ci ho ficcato il naso dentro addentando una fragola ancora acidula".
"Sei incorreggibile Raf"
"Eh lo so..."

Nella cancro non esistono regole se non quelle che lui stesso ci impone. Ma la gioia è contagiosa ed io voglio ammalarmi di quella.

1 maggio 2017

SOSPETTI E PAURE, E BISOGNO D'AMORE

Quando Sara me lo ha raccontato, ho pensato che questa fosse l'ennesima storia...

Sono stata dimessa dall'ospedale da pochi giorni e la mia casa è avvolta dalle piante. L'edera ricopre metà portoncino. E' la bruttezza offensiva di un verde troppo eccentrico. La casa non si nota più.
Solo in cortile, la sistemazione di piante e vasi secondo il mio spirito libero e scanzonato, confonde il disordine
E' stata una settimana di pioggia che ha fatto rinvigorire alberi e rampicanti. La vite americana ha raggiunto la finestra della mia camera, al secondo piano, ed è forse la creatura più artistica della facciata. In giardino, l'erbaccia domina su quello che era un prato inglese verdissimo. Il mio prato. La mia passione.
Mio marito scarica il pesante borsone e il trolley cigolante mentre entro in casa e mi avvio in cucina. Mi accoglie un odore di chiuso, di stantio, e uno starnuto improvviso dilata le mie narici.
Vorrei un tè dorato e caldo ma sul fornello la teiera ammuffita emana un odore fetido. Il tè della settimana prima è ancora là. Vado su, con una fretta compulsiva, aggrappata al corrimano della scala impolverata e buia. Non è aperta alcuna tapparella di sopra. Sento mancare l'aria e l'ossigeno.
Spalanco tutto e respiro a pieni polmoni. Che tristezza la mia casa senza di me, sembra soffrire. Soffoco la gragnola di critiche che vorrei fare.
Il letto matrimoniale è sfatto e sulla sedia ci sono i pantaloni di Giorgio di una settimana fa.
I calzini neri sono ancora per terra, pieni di nidi di polvere.
Ma dove sarà stato mio marito mentre io ero in ospedale?. Per fortuna questa evanescente sequenza di immagini di tradimento sorvola appena in questa stanza, ma una serie frastagliata di cattivi pensieri mi sfracellano il cervello e decido di cacciarli via. Vado in bagno e sento che Giorgio mi chiama giù. "Vieni Sara!, Vieni giù che Tobia vuole vederti!".
Tobia è il mio gatto nero. Scendo le scale e lo trovo miagolante, dimagrito, rimpicciolito, stanco. "Cosa ti è successo amore mio?". Sembra affamato e assetato e non attendo un secondo in più per ristorarlo. Pare l'unico felice di rivedermi in questa casa.
"Giorgio ma che hai fatto mentre ero in ospedale?. La casa sembra disabitata."
Giorgio si dimostra indaffarato con l'impalcatura delle bottiglie di vino e fa finta di non sentire. Gli cade anche il cacciavite nello stesso istante e lancia una parolaccia senza ritegno.
Non mi dice nulla, non mi risponde e questo mi insospettisce. Uno spirito di impassibilità malinconica prevale su una brillante conversazione.
Avrei voluto trovare la casa in ordine al mio rientro. Le stanze arieggiate, un'atmosfera variopinta, l'erba tagliata. Le stoviglie lavate e magari la biancheria sporca sul cestone. Ma soprattutto Tobia come prima, che invece sembra non aver mangiato per tutta la settimana. Avrei tanto voluto un gesto d'amore, un fiore sul tavolo, un bigliettino di gioia. Invece no, nemmeno il mio cancro lo ha reso compassionevole. Perchè Giorgio è sempre stato così, abituato ad avere tutto pronto e le giornate illuminate dai miei sorrisi.
Giorgio trova la biancheria pulita nei cassetti, la pasta fatta in casa, i dolci tutti i giorni e un profumo di lavanda il sabato, quando cambio la biancheria del letto. Sa ammirare il mio giardino all'inglese e i fiori freschi che gli faccio trovare sul tavolo. Adora il mio tè. Giorgio non sa vivere solo.
"Senza di te mi sono sentito morire tesoro mio. Non lasciarmi più, ti prego." mi dice con le lacrime agli occhi avvolgendomi le spalle.
E rimanemmo abbracciati in un unico afflato. Per ore.
Poi, finalmente, ebbi il coraggio di dirglielo: "Giorgio... sono io ad avere bisogno di te".

Ciò che non ci viene dato, dovremmo imparare a chiederlo
Se pianti insalata nel giardino del cervello, crescerà solo insalata  







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