22 febbraio 2015

Io, Stomizzata alle terme.

I corpi nudi avvolti da un morbidissimo accappatoio sbiancato dal perborato di ossigeno, i miei capelli legati in una vivace coda di cavallo e un ciuffo ribelle che attraversa il tuo viso stupendo. Siamo noi, mano nella mano, stesi sulla poltroncina della saletta relax di questa SPA da mille e una notte. Esclusiva. 
Lo smalto rosso delle mie unghie dei piedi sembra vernice fosforescente sulle ciabattine di spugna, anch'essa bianchissima, come la neve che riflette, di la' della vetrata, la luce della luna piena. 
È' uno spettacolo seducente. Charmant, diresti tu, con quella adorabile R francese.
Non voglio interrompere questo istante di estasi.
Ci stiamo preparando per entrare nella sauna finlandese e tu, che tieni la mia mano intrecciata alla tua, senti la mia irrequietudine. È' la prima volta per me, ed ho paura. 
No, non fraintendermi. Non ho paura del calore, di svenire o di soffrire di claustrofobia. Ho paura del mio corpo nudo, la' dentro, vittima di una malattia che pochi conoscono , legato a questo sacchetto rosa antico. Stona il suo colore in mezzo a tutto questo candore. Anche le poltrone e i vasi, e gli sgabelli e quei fiori freschi, i poggioli, le candele e le finestre, il resto del mio corpo, il tuo. Tutto è' bianchissimo. 
"Sara... Dimmi amore mio, cosa ti preoccupa". 
Con la lentezza di chi deve tirar fuori ogni parola da un cassetto diverso, trovo il coraggio di esprimere il mio pudore. Ho la voce aspra e la gola secca. " Andiamo.." Rispondo. 
Dentro alla sauna tre uomini e una donna giacciono immobili. Nudi i loro corpi mi rammentano com'ero e mi ricordano come sono. La mia mano si allunga sulla maniglia prima ancora di spogliarmi dell'accappatoio e delle mie paure mentre tu, piano, mi chiudi gli occhi spingendo in basso le mie palpebre con le mani. Li riapro. Il mio viso incrocia lo specchio alla nostra destra. 
"Guardati Sara. Sei bellissima. Ora prendi quell'immagine e quel sorriso, incorniciala e appoggiala dentro di te. 
Il mio piede sudato indietreggia e incrocia il tuo. Provo un'emozione intensa. Non posso scappare. Appoggi le mani sulle mie spalle e mi baci teneramente il collo sfilando quel velo di sicurezze che ancora mi appartiene. Apro la porta. Entriamo insieme. Nessuno si accorge di noi. Nessuno si accorge del mio sacchetto. O forse tutti si accorgono di noi e tutti vedono il mio sacchetto. 
Nessuno si scompone. Nessuno si stupisce. Con gli occhi stravolti dalla meraviglia, stringo ancora le tue mani fresche. Per la prima volta mi sento davvero una donna normale. 
Rotolano secondi che sembrano minuti. Il cuore batte forte. Sudo. Sono una donna normale.


Alle Terme di Castrocaro la disponibilità di acque salsobromoiodiche permette di associare la terapia rieducativa alla cura con acque che possiedono un effetto decongestionante e trofico su tutto l’apparato genitale femminile, correggendo alcune frequenti alterazioni tipiche della menopausa e post-menopausa come l'incontinenza 

Art. 20
Assistenza termale
1. Il Servizio sanitario nazionale garantisce l’erogazione delle prestazioni di assistenza termale previste dalla normativa vigente ai soggetti affetti dalle patologie che possono trovare reale beneficio da tali prestazioni, identificate con decreto del Ministro della salute, nonché agli assicurati dell’INPS e dell’INAIL.
2. L’erogazione è garantita nel limite di un ciclo annuo di prestazioni, fatta eccezione per gli invalidi di guerra e di servizio, dei ciechi, dei sordomuti e degli invalidi civili che possono usufruire di un secondo ciclo annuo per il trattamento della patologia invalidante.


Locked in (inlucchettata dentro)

(Marta è' ricoverata presso il reparto "Stati Vegetativi" di una RSA dal 2008. Il Dott.X  è' convinto che lei pensi, senta e veda. Il Dott. X è' suo marito. )

Il bip bip del monitor accompagna questi interminabili giorni e lunghissime notti. Lo sento ritmico il mio cuore, tenuto attivo da questa macchina dispensatrice di vita.
Il mio respiro e' fluido, cremoso. Gli arti sono come pietre. Macigni immobili sbattuti dalle onde, come le mie ossa stanche.
In questa stanza asettica, di qua dal vetro, mi girano, mi spogliano, mi vestono, cambiano i sacchetti sulla mia pancia. Chiacchierano, ridono, commentano. Qualcuno mi parla, ma troppo piano e non sento. Indecifrabili assurde domande, come si fa con le bambole di pezza. I miei occhi vedono soltanto un muro scuro e qua e là qualche stellina luminosa.
Tra il letto e la spondina gelata, la mia mano e' al caldo, sotto un lenzuolo che probabilmente è appena uscito dalla lavanderia. È' un tocco morbido, rassicurante. Come quello di lui, dalle mani grandi. La sua ombra impenetrabile mi affascina terribilmente. Mi cattura. Forse perché il silenzio lo contraddistingue come contraddistingue anche me. Di lui, vedo solo un'ombra intensa, aperta in un chiarore solo a me percepibile. Ho scoperto in lui una semplicità e una ingenuità abbaglianti.
Puntualmente mi visita, mi parla, credo mi sorrida anche. Parla a se stesso, e dubito che ci sia qualcun altro qua dentro, capace di confrontarsi con se stesso per quello che è' esattamente. Lui lo fa ed io lo ascolto. Lo ha insegnato anche a me. Io ho imparato a farlo da quando sono inlucchettata in questo corpo.
Forse è' vestito di bianco. Si, ne sono sicura. La luce che emana il suo corpo riverbera sul mio volto opaco. Deve avere poco più della mia età. Forse.
Un mese fa ho compiuto cinquant'anni. Ricordo bene la mia festa e tutti gli invitati che non si sono presentati. Che tristezza. Ma è' la vita e si semina quello che si raccoglie. E a me la vita ha riservato questa sorpresa la sera della mia festa. Una assurda paralisi. È' che a cinquant'anni il corpo diventa anarchico. Vuole fare le cose che vuole lui. Ti costringe a ingrassare e a gonfiarti, smette di funzionare regolarmente, non accetta più i ritmi di prima. Si paralizza e ti paralizza. Come adesso. E se mentre le rughe avanzano, l'anima indietreggia e vuole tornare bambina io voglio tornare viva , con tutte le mie rughe e il corpo anarchico.
Vero dottore? Dove sei ?
Non sento. Non ti sento. Qua c'è un silenzio nucleare come su un campo di battaglia abbandonato.
Lui lo sa che io sono viva. Lui è nessun altro.
Nessuno immagina che io mi accorga di tutto ciò che avviene attorno a me. Per tutti sono una pianta da nutrire, carne e ossa da lavare, girare, disinfettare, medicare. Per tutti, meno che per lui. Vorrei solo poter dormire, per sognare di non essere io. Ditemi che non sono io.
È' vero. Nel mio inaccessibile mondo interiore non provo alcun dolore, ma il cervello mi formicola senza sosta. Pensa. Ed è  un pensare doloroso.
Quando mi sveglierò da questo coma? Dimmelo tu camice bianco.
Non li vedo i visi languidi e i toni grigi ma li percepisco ogni qual volta si avvicinano al mio letto con la compassione di chi raccoglie l'ultima stella alpina rimasta sulla montagna.
Poi, sempre  all'improvviso, come un temporale di fine agosto, ti avvicini.  Le tue mani sono cuscinoni a forma di mani. Soffici, tenere mi visitano con dolcezza e mi fanno sentire ancora viva. Perché io sono ancora viva vero dottore?
Scavo il mio piccolo pozzo di illusione, non appena l'infermiera si avvicina per aspirarmi. Mi sembra di soffocare ed è' in quel momento che assaporo tutto l'amaro della mia condizione da inlucchettata. Già, perché in questo corpo che non sento più mio, sono imprigionata da quasi trenta giorni. Nel materasso, la mia figura lunga, spossata, spessissima e gonfia, è' rimasta impressa come un calco di gesso. Riconosco incessante il flusso dell'ossigeno dal muro dietro la mia testa. Il gorgoglio dell'acqua dell'umidificatore mi fa compagnia trasportandomi con fatica in un altro mondo.
Non so cosa sia meglio. Aprire gli occhi e cavalcare la vita vissuta solo dagli altri o lasciare che la morte apparente la calpesti? Ah se solo riuscissero a capire che sono bloccata in questo corpo inespressivo.
Poi d'un tratto tu sei di nuovo qui. Come la luce della luna quando illumina le tenebre.
"Vado via", mi sussurri" Ci vediamo fra tre giorni Marta. Al mio prossimo turno".
E come se si tagliasse un intero bosco lasciando in piedi un solo albero ed io sono quell'albero, comincio a contare le ore, i minuti ed i secondi al suo ritorno. Come in una intensa atmosfera solitaria  di chi fino a un minuto prima e' stato in dolcissima compagnia.  

15 febbraio 2015

Cicatrici indelebili

Ho provato molte volte a nasconderti sotto ai vestiti  ma tu, indecifrabile segno di un ricordo tristissimo, sei sempre la' a ricordarmi quanto ho sofferto.
Ti sfioro quando mi vesto nonostante le dita veloci e fuggitive ti scansino.
Ti tocco quando mi lavo, e vorrei cancellarti via come fa la gomma con la matita.
So che è' impossible.
Fluido e profumato, il velo di crema che ti stendo sopra ammorbidisce e lenisce. Ma non ti sopprime. E tu, ti mantieni elastica, impallidita, come la cera fusa.
Sei la mia cicatrice, lo sfregio rimarginato del mio vivo ricordo di morte.
Con te sul mio grembo, percorro questo tratto di fiume tutte le mattine. Ho un cote' malinconico e a volte un disperato bisogno di solitudine.  Ogni passo rimbomba dentro la mia pancia, e te, che tieni ferma la mia pelle, mi rendi irrequieta e intrattabile. Per fortuna qui, sull'argine, lontano dal mondo, nessuno vede la mia tristezza. La pioggia lava giù anche il mio respiro  affannato.
Ma oggi è un giorno diverso. Ti nascondo dietro un muro al di là' del quale svolazza il mio universo, e provo una sensazione inusitata, mai sperimentata.
Oggi, in questo impetuoso acquazzone, trovo il coraggio di ri guardarti. Ascoltami. La mia voce sottile e fredda e' come un vetro tagliente.  Ti vorrei scortecciare, rischiare, scalcinare, grattare. Ti picchio e ti sporco di fango. Sei una bruttissima cicatrice, ma se esisti e se esisto, è' per quello che è' stato prima di te.
Fradicia,  lavati via i pensieri negativi, provo a re inventarti, e re immaginarti bella.
Eri una rosellina e tale ti farò ridiventare. Un tatuaggio, una rosa rossa, una rosa sbocciata, con le foglie verdi, di un verde scuro ma brillante. Diventerai il mio ricordo di vita, perché è' questo una stomia, una salvezza, ed è' giusto che io te ne sia grata.

I particolari brutti sono tali solo se stanno nel corpo sbagliato. Ed io sono bellissima.

9 febbraio 2015

Novantatre' e due giorni

Ho compiuto novantatre' anni da due giorni e sedici ore ed ho scoperto di avere il cancro.
Lo so a cosa state pensando. Che sono stata fortunata e che posso anche morire felice. E chissa' quante esperienze  ho potuto fare in novantatre' anni. E che c'e' chi muore a cinque, chi a quindici o trenta o chi muore a quaranta o cinquant'anni. Io, dovrei essere felice. Ne ho novantatre'!
Con il cancro ma felice, pensate voi.
Guardatemi bene.
Anche se ho un viso infeltrito come il mio vecchio maglione di cachemire, atavica non mi sento proprio. E non vesto nemmeno i panni dell'anziana decrepita. Un po' stagionata forse, ma lucida e brillante.
Oh, non fatevi ingannare adesso dal mio fare civettuolo e, sebbene io abbia millantato di scendere a compromessi con il mio fisico, un tocco di lusso nella mia vita me lo sono concessa. Anche oggi.
Ogni donna vorrebbe un piccolo lusso nella propria vita. Il mio è' truccarmi, che è' anche un piccolo salutistico vizio. Mi permette di cambiare faccia tutte le volte che ne ho voglia. Come oggi per esempio, per ingannare voi. Ma veniamo al punto.
Cosa può dare ancora al mondo una novantatreenne come me? Ah se i giovani di oggi avessero vissuto solamente la metà delle mie esperienze ! Vero è' che se la Barclays ha lanciato l'apprendistato per gli over cinquanta, evidentemente la pensa come me. Le esperienze contano e insegnano più di tanti articolati master! Che c'è? Leggo lo stupore nei vostri occhi. Pensate che una novantatreenne non segua il mondo e il suo scorrere ma si lasci impassibile e passiva semplicemente cullare dalle onde?

Ebbene, i medici mi hanno prospettato un serio intervento chirurgico. Mi metteranno anche un sacchetto sull'addome. O meglio, i medici lo hanno spiegato ai miei figli, convinti che la mia capacità di intendere e volere sia leggermente opacizzata, per non dire in caduta libera. L'intervento si può fare, ma,  dicono, per la mia età', il rischio di morte è' altissimo e secondo loro farei meglio a pensarci bene. La progressione della malattia dovrebbe essere lenta. Dovrebbe.  Quindi devo convivere con il cancro ?
Io pero', ho deciso di firmare il consenso. Non perché sono pronta a morire, ma perché sono convinta che potrei vivere ancora molto! Senza rimorsi ne' rimpianti. Peccato che la loro sentenza alla visione della mia firma nera sul foglio bianco assomigliasse ad un funesto preambolo, quello del mio funerale.

Leggo la lista di possibili complicanze intra e post operatorie e le mie difese immunitarie si abbassano per la paura. Pensate che dovrei arrendermi alla vita e abbandonarmi alla tragica morte subdola e silenziosa che piano si impossesserà di me?
Se secondo la scienza io avessi dovuto nutrirmi di alimenti bio dal sapore di cartone bagnato, per allontanare il rischio di cancro al mio intestino, non si capisce come mai sia arrivata alla veneranda eta' che ho. Per tutta la mia vita mi sono rimpinzata di delicati agnellini arrostiti al kebab sotto casa circondati di patatine fritte innondate di ketchup. Ho letto più libri io che tutta la popolazione del mio paese nella biblioteca comunale. Ho coltivato così tante amicizie che mi sono arricchita di esperienze, affetti, sentimenti e ricordi. Ho curato il mio corpo, voluto bene a me stessa, dedicato il giusto spazio agli altri e vissuto un amore vero. Ho conosciuto tragedie familiari, il dolore per la perdita di un figlio, di un marito, di una sorella ed ora anche del mio amatissimo Coker.
E se novantatre' anni, du egiorni e sedici ore li avessi solo meritati?
Silenzio.
Abbasso lo sguardo perché anche me, scendono ancora le lacrime. La saggezza non mi ha dato gli strumenti per il controllo delle emozioni come voi giovani sapete fare. Avete imparato a soffocare la rabbia, a farvi corrodere dal risentimento, ad odiare.  Non avete conosciuto grandi perdoni. Delegate le vostre emozioni a stupidi disegni chiamati emoticons nel vostro "smartfon". Si chiama così?
Ora la mia espressione è' indecifrabile vero ?
E' che io voglio vivere. Ho ancora un sacco di cose da fare.


M. è una mia paziente stomizzata. La ringrazio per avermi dato la possibilità di raccontare di lei. 
Sta benissimo, ed è rimasta la donna con tutte le caratteristiche che avete conosciuto.

Dice sia questo il segreto della sua longevità.

5 febbraio 2015

Una nuvola in una carezza

Da una storia vera... dedico il racconto a coloro che sanno assaporare il dolore facendolo a brandelli


È' calda la tua mano sul mio viso arido. Morbido, velluto impalpabile, ti stringo.
Mi piaci in accappatoio blu. Sei tremendamente sexy.
Piego con fatica il collo sul tuo braccio che circonda le mie spalle avvolgendomi come una soffice coperta. 
Sei grande, imponente, forte, mi sento al sicuro, mi sento una donna intera anche se mi manca un pezzo. Un pezzo che era anche tuo, e che la malattia ci ha portato via. Un pezzo di me, di vita e di cuore. Un pezzo di noi.
Cerchi, frughi, annaspi tra le grandi tasche in cerca di un pugno di nuvole. Le hai rubate stamattina mi dici. Me lo porgi, apri tutta la mano dinnanzi a me e ci soffi sopra, finché il tuo fiato caldo raggiunge i miei occhi. Il tepore di una nuvola e' rassicurante come l'acqua calda sulla pancia.
"Ho rubato un po' di nuvola per te amore mio". 
Sei talmente originale e romantico che non riesco a frenare le lacrime di gioia. 
Mi assisti con devozione da quasi tre mesi. Ed io? Sto benissimo nonostante la chemioterapia demolisca il mio corpo a poco a poco.
Nel tuo "affettuoso cuscino" mi immergo, ci nuoto, navigo. È' un luogo indulgente che induce leggerezza. Ormai mi appartiene. Lo chiamo così il tuo petto maestoso che custodisce  il segreto della mia sofferenza e il profumo del mio dolore. 
Che profumo ha il dolore? Me lo chiedi spesso quando adagi il tuo orecchio sul mio cuore. Senti il battito accelerato e tu, preoccupato, appoggi la mano aperta sul mio seno. Assapori le mie labbra dolcemente e ti inventi una storia con le nuvole. Mi annusi, chiudi gli occhi, che profumo ha il dolore?  
Non lo comprendi se non lo provi ti dico.
Ma tu non sei convinto e allora cerchi le mie braccia, per farti avvolgere, accarezzi le mie cosce, delicato, fissi il mio viso con ardore, cerchi il dolore e non lo trovi. Allora avvicini il tuo corpo al mio, sinuoso ondeggi e mi accarezzi. Mi sento in una soffice candida nuvola. L'hai rubata per me ? Nuda io e nudo tu ci separa solo un sottilissimo strato di pelle bianchissima.
Non lo troverai il dolore amore mio.
 Quando sono con te lo faccio a brandelli il mio dolore, lo inganno, lo strappo, lo disintegro, con l'amore penetrante che solo tu mi dai. 

Dell'ansia del fare cerchiamo il silenzio. Non abbiate paura del vuoto e riempitelo con l'amore vero.

4 febbraio 2015

Dietro le sbarre



(Racconto tratto da una storia terribilmente vera.)

Da quando la mia casa è diventata una prigione, passo le mie giornate in soffitta, ad uccidere le mie vecchie bambole. Le spoglio, le vesto, le spoglio, le vesto, le spoglio e le rivesto, poi... Le uccido. Prendo un filo di ferro e le appendo ai rami di fico del mio giardino.
Tutti pensano che sia pazza, nessuno vede la sofferenza per la mia malattia. Neanche attraverso le mie bambole. Nemmeno mia madre.
Quando sale le scale per raggiungermi in soffitta, riconosco il suo passo appesantito dai chili di troppo che deve portarsi dietro. Quello di mia madre è un passo sofferto e patito ma io non le ho mai chiesto perché non vuole bene a se stessa. Non è' questo che voglio imparare. E invece ho imparato solo questo. A volermi male. Per questo la malattia sta vincendo.
Tutt'altro che sobrio, il suo passo intemperante è' una esagerazione come tutti i suoi lamenti.
Il rituale è' sempre lo stesso. Arriva affannata con il battito tachicardico nel sottotetto e passa a malapena oltre la piccola porta che divide la soffitta in due parti. È' grassa, ma non lo ammette. Controlla in silenzio il cesto di bambole, le prende in mano una ad una, hanno tutte il collo mozzato, le conta, mi chiede perché lo faccio, io non le rispondo, lei gira le spalle, abbassa lo sguardo e torna giù. Tutti i santi giorni. Un rituale che si ripete come l'assassinio delle mie bambole, da sei lunghissimi eterni mesi.
Dico che è' lei la pazza. Non parla. Non parlo.
Tutti i santi giorni le mie bambole ricevono più attenzioni di me. Da mia madre.E' per questo che le uccido.
Ieri sono stata ai controlli. 
In oncologia sono tutti molto gentili ma la misantropia che mi distingue allontana le persone più della mia malattia. Il mio corpo è l'involucro cerato della sofferenza, che viene confusa per pazzia.
Merito di mia madre, mi ha insegnato solo questo. 
Stai dentro, non uscire, vestiti, prendi le medicine, vai dal dottore. Curati. Magari mi dicesse questo.
Silenzi interminabili e rituali amari nella follia. O tragici lamenti. Questo fa mia madre.
Mai come oggi mi sento come dietro le sbarre, in prigione. Aiutatemi ad uscire. Vi prego.
La mancanza di comunicazione tra i pazienti e i loro cari porta alla disperazione, alla depressione.
Il gruppo di mutuo-aiuto serve anche a questo. Ad aiutare tutta la famiglia a comprendere la malattia, a far fronte alle difficoltà, a supportare e sopportare i familiari malati.
Quando in una famiglia sopraggiunge la malattia, non bisogna chiedersi cosa non si è fatto per stare così male,ma cosa si può fare per stare meglio. E non aver paura di chiedere aiuto.
Nel momento in cui si chiede aiuto... dal tunnel si è quasi fuori.

La parte più difficile ma magnifica del mio lavoro,
è entrare nella mente delle persone.
Pazienti o parenti che siano
tutti hanno bisogno di aiuto
Nella malattia più che mai.


3 febbraio 2015

Entusiasmo

Ringrazio Franca, per questa lezione di vita.

L'entusiasmo è' l'ardente passione che invade le mie giornate anche da malata.
È' come un fuoco che mi brucia dentro accendendo ogni spinta propulsiva al "fare".
La totale dedizione a tutti gli interessi della mia vita è' come un motore sempre acceso. Il mio motore.
Certo, occorre determinazione per stare al mio passo. Tutto è' amplificato. Le cose semplici diventano ricche, l'essenziale appare sofisticato, ciò che è lineare e sobrio si arricchisce di stile, a volte barocco.
Sono i miei occhi che vedono il mondo diverso. E la mente. La mia mente corre più veloce del pensiero, nell'irrazionale a volte, percorso, che mi catapulta indietro... Nell'errore e nell'attesa. Ma non demordo.
Ed ecco che arriva lei, leggiadra e silenziosa, forte come l'acciaio, determinata più di me, a fermare la mia corsa: la malattia.
È come ti potrei considerare se non un'intrusa maledetta erbaccia infestante dal sapore amaro?
Arrivi indesiderata senza bussare. Ti accosti a me con l'eleganza di una libellula e decidi di non andartene finché non  ti sarai fermata abbastanza. Non ti pare di esagerare?
Sarebbe conveniente diventare tua amica?
Cara tremenda malattia...
Quando i medici mi dissero che ti eri impossessata di me non volevo chiamarti "cancro" ma   "occasione". Proprio così, ho visto in te una splendida somiglianza con qualcosa che si chiama "opportunità'". Beh.. Non l'opportunità dai capelli turchini e la bacchetta a stella,
l'opportunita' di buttarmi a capofitto nella vita che mi resta da vivere, a tuo dispetto. Con un entusiasmo che non ti contraddistingue affatto. Tu, meravigliosa opportunita', non mi imporrai di aspettare, perché io agiro'. Tu, grande occasione, non mi obbligherai a pensare, perché io partiro' convinta.
Voglio conoscerti per confrontarmi. Ti ascolterò, ma vincerò io.
Ora scansati che voglio sorridere.
Cara malattia... Sei una grande opportunità. Ora mi hai chiesto una sosta, più in la' mi chiederai una fermata. Mi costringerai a stendermi e a respirare piano, mi toglierai la fame per farmi lottare.
Sfrutterai il mio corpo, mi inginocchierai e mi terrai sveglia la notte. Ma te lo giuro... Vincero' io.
Tu, l'entusiasmo per la vita nemmeno lo conosci.
E....Grazie per avermi insegnato a lottare ad armi pari.


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