30 aprile 2017

Una passeggiata ricca di sorrisi


Abbiamo contato più di duecento partecipanti all'evento "Walk with AISCAM" 2017, la camminata contro il cancro indetta dall'associazione incontinenti e stomizzati di Castelfranco e Montebelluna.
E' stato il Sentiero degli Ezzelini protagonista indiscusso di tanta meraviglia, percorso dai miei bravissimi e amatissimi pazienti, e dai loro amici.



Il progetto turistico sul sentiero, mirava a valorizzare gli aspetti ambientali e naturalistici di un'area trasformata in vero "percorso benessere". Quale migliore terapia per i pazienti oncologici respirare i profumi penetranti del verde naturale ?
Molti pazienti, nonostante siano tutt'ora  in chemioterapia, ci hanno onorato della loro presenza.


Siamo partiti da Villarazzo, frazione di Castelfranco Veneto,  con il saluto del vice sindaco Gianfranco Giovine, e con la costante compagnia del vice sindaco di Castello di Godego, Barbara Gardiman. Per 2,5 chilometri abbiamo passeggiato con calma e serenità all'insegna del sorriso e del divertimento. I colori degli alberi e delle piante, variavano dal verde intenso, per le piogge abbondanti dei giorni scorsi, al verde pastello, come se si fossero messi d'accordo di non dare troppo nell'occhio. Il fiume Muson scorreva placido accanto a noi, lasciandoci i suoni gradevoli dell'acqua.


E' stata una camminata esilarante che in poche associazioni si riscontra, anche a detta di chi è giunto sin da Padova, da Venezia, da Treviso per stare con noi.
Camminata che anche quest'anno ho condotto, insieme al direttivo, con gioia e onore.
Abbiamo studiato il percorso nei dettagli: qualche canzoncina durante la passeggiata, il ponte umano, le mani intrecciate, animazione da "scout" che con ilarità e un megafono in mano, mi ha fatto sentire protagonista del benessere psicologico di tutti i miei pazienti.



E ancora attività con gli esercizi pelvici di Pelvicstom sul prato di San Piero, presso Castello di Godego, il lancio dei palloncini colorati in cielo, segno di speranza, e la camminata sull'erba a piedi nudi, il tiro alla fune e i giochi con le uova sode (ma nessuno lo sapeva che fossero sode!).
Anche la "risata forzata" è stata terapeutica e soprattutto contagiosa.


Abbiamo concluso la giornata in Villa Caprera, gioiello dei fratelli Santi catering, con un pranzo meraviglioso e l'allestimento delle foto dei partecipanti al concorso "Luci e ombre sul cancro".
Ha vinto la foto "i girasoli", di Luciano Bonato. Il suo mondo lo vorrebbe così, giallo, luminoso, ricco di girasoli che colorano la vita e seguono solo la luce. Un messaggio di positività nonostante la malattia che Luciano ha affrontato molti anni fa e la stomia che ancora lo accompagna.
E' arrivata seconda la foto dal titolo " l'arcobaleno ", di Franca Bergamin, che squarciava il cielo temporalesco con un messaggio di speranza e positività. Il vincitore veniva infatti premiato per la profondità d'espressione più che per la tecnica fotografica, e Franca ha saputo infondere il messaggio che ognuno vorrebbe per la sua condizione. Dopo un temporale, viene sempre il sereno.

La giornata è stata spettacolare e il sole ha baciato tutti in fronte. Perchè è così che deve sentirsi un gruppo: amato, considerato, unico.

Ringraziamo anche il sindaco di Castello di Godego Pierantonio Nicoletti, per la sensibilità dimostrataci, presente in villa con la madre Iva, paziente, seguace AISCAM, e partecipante alle nostre iniziative. E ancora un ringraziamento a Barbara Gardiman, vice sindaco, che ha reso possibile l'evento ed ha animato la premiazione della foto vincitrice.

Non posso infine non nominare i membri del direttivo e grandi collaboratori : Franco e Gloria, Raffaella, Luciano, Franca e Annamaria, Attilio, Barbara, Mario, Lia, la sottoscritta e il presidente Dott. Pesce Giuseppe. Siamo una forza!!!!
Arrivederci al prossimo evento AISCAM !



29 aprile 2017

Un corpo senz'anima

Ieri quelle mani pelavano melanzane e zucchine, preparavano il ragù della domenica e le lasagne per il pranzo in famiglia. Erano mani che tiravano fuori il pane bollente dal forno, giravano il mestolo nel pentolone della polenta e accarezzavano Menta, la cagnolina pelosa col ciuffetto sugli occhietti. Erano mani lisce, come il velluto, curate e semplici, come colei alla quale appartenevano.
Da oggi quelle mani non faranno più nulla. Sono immobili, riscaldate da un cuore che batte grazie ad una macchina che insuffla aria vitale nei polmoni. Ma quella non è vita.
Oggi quelle mani sono adagiate su lenzuola fredde, in un letto blu e bianco, pieno di pulsanti, in rianimazione.
Le accarezzo, con un tremito delle dita. Le avvolgo. Incrocio le mie dita alle sue. Mi appartengono. Sono così uguali a quelle del mio babbo del quale conservo i ricordi cristallizzati. Quelle macchioline sembrano una spruzzatina di pepe e sono un segno distintivo di tutti noi Guidolin. Anche nonno aveva le efelidi.
Zia non è morta. Il suo cervello si. Se ne è andato dalla coscienza poche ore fa ed io non mi do pace in questa penombra che ammanta ogni cosa e rende la scena surreale.
La fisso. Voglio pensare che dorma. Ha il capo rasato, avvolto da un telo verde che lascia intravvedere l'enorme cicatrice fin sulla fronte. E garze e fasce, cerotti, punti e graffette. Ha le palpebre chiuse e una lacrima, riflesso incontrollato, che rimane impigliata sulle ciglia. Lunghe, come quelle di papà, sembrano quelle di una bambola.
Le mie dita scivolano a lisciare la fronte, le sopracciglia, il naso, e i pensieri si fanno liquidi.
Zia è sempre stata una donna semplice. Non si truccava ma ci teneva ai capelli in ordine. Si faceva la messa in piega e si dava il colore castano. Stava bene.
Con lo zio era uno spasso. I loro bisticci erano segnali di un amore inossidabile e mi facevano sempre sorridere.
Ma cos'è ?. Un refolo d'aria condizionata mi colpisce da dietro e mi obbliga a sedermi dall'altra parte. "Solo un attimo zia". Le parlo come se fosse davvero qui la sua anima.
"Vorrei acciambellarmi come un gattino o abbracciare le mie ginocchia o stendermi con te zia".
Sposto la sedia accanto al letto, più vicina che posso, accanto. Ha le spalle fredde. Allungo il lenzuolo, la copro piano e l'aria si fa fitta di sofferenza mentre il respiro mi graffia la gola.
Piango.
Controllo il monitor. Mi viene spontaneo guardare tutte quelle linee curve e appuntite, dai colori diversi, con numeri che cambiano minuto dopo minuto. Controllo che le linee siano in movimento, che la frequenza cardiaca sia valida, che la pressione non salga troppo. E fisso quel tubo che trapassa la bocca di lato chiedendomi se avrà male.
E per districarmi da quel filo d'ansia che non so spezzare, conto quante siringhe a pompa ci sono. Sono sei. Dopa, Nora, Prop, Manni... sembrano nomignoli di persone, come quelli che usava lei per i suoi nipoti. Con tenerezza li chiamava.
Stanno rotolando i minuti ed io sono sempre più irrequieta. Quello che è successo a zia è come un fulmine che squarcia la notte con prepotenza. Disintegra. Perchè un'emorragia cerebrale di questa entità non lascia speranze. E piango sempre più forte e le lacrime sono irrefrenabili come con papà, esattamente due anni fa. Con lo stesso amaro sapore di morte.
Tutto questo è assurdo.
Il coma vegetativo è assurdo.
Mantenere in vita un corpo senz'anima è assurdo.




25 aprile 2017

MI RIEMPIO DI RICORDI

La mia paziente ha seguito il mio consiglio e la ringrazio. La sua città nasconde i suoi segreti e i suoi ricordi. Provare a visitarla come se dovesse ricercarli può essere davvero terapeutico.

Quel campanile laggiù appartiene alla chiesa sul cui piazzale, da bambina, mi trovavo con gli amici.
L'ospedale dipinto con i colori del cielo, che si intravvede da qui, era solo un bussolotto di cemento, iniziato quando sono nata, negli anni settanta, e terminato poco più di dieci anni fa.
Quello in fondo è il Borgo Vicenza. C'era la bottega di alimentari dove i miei facevano la spesa il sabato. Oggi c'è un supermercato molto frequentato e ci vado ancora.
Dalla finestra si vede la torre dell'orologio e se ti sporgi, quaggiù c'è la Via Riccati con la casupola di mia nonna di fronte alla chiesa di San Giacomo.
Non è cambiato molto da allora. La stessa via, lo stesso borgo, le stesse persone...
Sono cambiata io.
Sono guarita dopo un intervento chirurgico, sei mesi di chemioterapia e trentatrè sedute di radioterapia. Guarita. Marcatori ko. Esami perfetti. Zero malattia.
Ma da quando sono guarita dal cancro non esco più di casa. Temo il traffico, i colpi d'aria, la luce intensa, temo la mia piccola città. Castelfranco Veneto, il suo centro, il castello, il Duomo imponente, tutto mi sembra estraneo, troppo frenetico per la mia convalescenza.
E oggi, guardandomi allo specchio, sento sfiorire anche le mie origini, come se il mio passato andasse in oblio. Sono talmente concentrata sul presente che dimentico chi sono e da dove vengo. Non voglio.
Così cerco quella forza di un tempo dentro di me. Quella forza dirompente di protesta e consolazione al tempo stesso che mi spinga negli angoli della mia infanzia, a rubarne i colori, le voci, le immagini.
Mi carico dell'eccitazione infantile di una piccola gita fuori casa e decido di godermi lo spettacolo a piedi. Esco.
E respiro vita.
Mi fermo qui, sul marciapiede del Borgo Treviso, per poi svoltare a destra, in Via Bastia Vecchia. Un luogo cerniera della mia infanzia dove il caseggiato scalcinato proteggeva le urla echeggianti di noi bambini.
Aleggia un ricordo che si fa vivo. Rimpiango con amarezza di non averlo baciato a lungo quel ragazzino dagli occhi di ghiaccio, là, sul pilastro di mattoni sbrecciati. Mi fissava con sguardo luciferino ed io seppi resistergli.
Guardo i passeggiatori castellani, privi di traguardi concreti, che camminano con la testa girata verso le vetrine.  Non capiscono che il bello è esattamente dalla parte opposta?. Quel possente quadrato di mattoni rossi circondato da un ampio fossato fu eretto alla fine del 1100. Quante estati trascorse sul muretto a chiaccherare con gli amici e a mangiare il gelato del Bar Borsa, una loggia del 1400 edificata per la copertura e la contrattazione delle biade, detta Paveion.
Anche se cammino come se avessi una tartaruga al guinzaglio, mi spingo dentro al castello.
Un'infilata di piccole case antiche si apre dietro al Teatro Accademico, prezioso gioiello del 1700, dentro le mura. E là, una stradina colorata sepolta da un palazzo austero che cancella uno dei ricordi più belli, mi immobilizza.
Ci si sedeva su tre gradini scomparsi, a leggere libri e a parlare dei progetti futuri.
Ora, il passato si intreccia così strettamente al presente da non risultare assolutamente un peso. Perchè è così la vita. Anarchica, fa come vuole lei. Rimbombante quando deve ricordarti di esistere, petulante, se non la tratti bene. Ed e' anarchica anche la morte, che ti toglie il futuro, quando vuole lei. Ma tu, di quei ricordi ti prego, non liberarti mai, sono la tua forza. Ed io oggi, mi voglio riempire di essi.

scritto da Fanni Guidolin


Cerca anche tu ricordi e segreti nella tua città. 
E' un modo per dimenticare la malattia.


24 aprile 2017

Storie di straordinaria corsia

E' il titolo del libro che presto uscirà nelle librerie. Il mio primo libro.
Non vi nascondo una forte emozione. E se scrivo emozione, intendo quella sensazione che ti sale da dentro, fino alla testa, facendoti sentire le orecchie bollenti e il cuore che ti martella nel petto.
L'altro ieri, con il fotografo in ambulatorio, che altri non poteva essere se non un mio carissimo paziente, ho cercato di dare vita alla copertina, con alcuni scatti rubati alla corsia e alle mie mani.
Una divisa, due ferri chirurgici e una penna, quella non poteva mancare nella copertina. Perchè tante storie ha scritto quella penna in malacopia, su fogli sgualciti e poi lisciati, perchè cambiavo idea ma poi la riprendevo ampia, come se mi rimbalzasse dentro.
Il mio "quasi libro" è stato scritto in due anni, raccogliendo circa centosessanta storie vissute all'interno del mio ambiente ospedaliero. In corsia, nei reparti, nelle stanze, in un ambulatorio, lungo la strada verso casa, nella corsia di destra, dopo lavoro a trenta all'ora per la stanchezza, o lungo la strada verso l'ospedale, anche nella corsia di sorpasso, andando a lavoro.
Sono racconti che rispettano la privacy, narrano le inquietudini difficili da spiegare, descrivono la vita, quella vera, fuori da pagine patinate o da schemi pre confezionati. Alcune storie sono davvero particolari e altre rappresentano ciò che ognuno di noi già conosce ma che non sa sempre apprezzare. Pallori e paure impressi nei volti dei pazienti mi spingono ad entrare nel loro corpo e nella loro mente, quasi magicamente. E ne nasce una storia piena.
Credo che se potessero essere lette da chiunque, queste storie regalerebbero un pezzetto di spazio, all'interno di sè, per vedere la vita con occhi diversi.
Ho usato a tratti un timbro elegante, seducente, che lascia svolazzare i paragoni con sè di chi la legge per la prima volta. Altre volte toni più decisi o semplici e sobri, affettando i pregiudizi e i confronti; fino ad indurre il lettore ad imbattersi nei sentimentalismi amorosi di alcune storie che danno, con la dolcezza, un vero slancio emozionale per chi legge.


22 aprile 2017

La chemioterapia, un pigiama con l'orsetto e una mamma unica

Ringrazio Martina, conosciuta per caso grazie al mio blog, per avermi consentito di scrivere la sua storia...

Se facessero gli armadi solo con due ante stagionali, non avremmo noi donne, l'imbarazzo della scelta su cosa indossare per uscire. Dieci grucce per ogni anta sarebbero sufficienti, due paia di scarpe, un cappottino pass partout, l'inamidata camicia bianca all seasons (tutte le stagioni) e il gioco sarebbe fatto, sconti permettendo.
Oggi rimescolo gli appendini estraendone uno alla volta. Mi appoggio quella maglia sbiadita sotto al collo e stride con il mio colorito. La camicetta con le rouges tinta sabbia mi dà un'aria malsana. La lancio sul letto così com'è. Il vestito a righe? Ma perchè mai mi sono inventata di prendere le righe verticali che mi smagriscono ancora di più?. Lancio.
Oggi è il mio primo giorno di chemioterapia e non so come vestirmi. A dire il vero non sapevo nemmeno cosa fosse la chemioterapia prima di oggi.
La Rina, vicina di casa, faceva la chemio e ha perso tutti i capelli. Forse non ha più nemmeno il seno. Giorgio, lo zio di Marco, quello che non stava nemmeno seduto su una sedia di plastica da quanto cicciotto era, diceva di aver fatto le terapie ed è dimagrito ventinove chili. Nonna parlava delle chemio al plurale. Da giovane aveva avuto un tumore all'utero e dopo le chemio è guarita. Io dovrò fare sei cicli di citarabina e mitoxantrone, chemioterapia hanno detto. Potente. Ho la leucemia.
Vi starete chiedendo perchè tanti tentennamenti di fronte ad un armadio. Ci sono cose più importanti dei derelitti cassetti inzaccherati di pizzi e merletti. In realtà non lo so nemmeno io. Da quando sono malata di cancro ho una tremenda paura di morire e mi aggrappo ad ogni cosa che indosso investendola di un potere terapeutico guaritore. Le ballerine di finta pelle sono ancora nella scatola. Mai indossate, ma mi ricordano la zia Ketty. Erano le sue durante la gravidanza. Ora non ci entra nemmeno con le dita. Le hanno portato fortuna e la porteranno anche a me.
La mia tuta blu non ne può più del "togli e metti", "togli e metti", nè di girare in lavatrice. E' la mia prediletta. La strattono per il cappuccio e me la infilo sopra al pigiama con l'orsetto. Scelgo lei, tutta intera, e lascio sotto, il mio pigiama a fiori con l'orsetto sul petto. C'è una piccola tasca e lui sembra fare capolino curioso. Chiudo la cerniera. Non vorrei che mamma pensasse che sono ancora una bambina.
Oggi mi accompagnerà lei in ospedale.
Salgo in auto. E' un desiderio di coccole quello che mi assale e l'orsetto si specchia con me sullo specchietto retrovisore. Avvolgo le braccia intorno alla vita e mi accarezzo le guance guardandomi di sbieco. Il blu mi dona. Qualcosa di carino sta capitando alla mia faccia.
Mentre guida al rallentatore, mamma appoggia la sua mano sulla mia coscia.
"Andrà bene tesoro", mi rassicura.
E' così morbido il suo tocco. Mi regala anche un rapido bacino con lo schiocco, al semaforo, finchè aspettiamo il verde. Io mi lascio travolgere dalle sue attenzioni affettuose come se fossero un grande abbraccio in cui sciogliermi dentro. Scivolo sul sedile e abbasso lo schienale. Mi lascio inghiottire dal velluto.
Eccolo il parcheggio del day hospital, laggiù, davanti alla parete di mattoni sbrecciati. Mamma si mette a spina di pesce, chissà se riuscirò a prendere anch'io la patente quest'estate. Così non dovrò più disturbarla per il servizio taxi.
Camminiamo a braccetto, mi accarezza la testa, vorrei affondare il mio naso sul suo collo e sentire il suo profumo, come facevo da bambina. Lo faccio. Sfioro le mie ciglia sulla sua pelle morbida. Ondeggio con lei.
"Bello il pigiama che indossi", mi dice con un sorriso ruffiano mentre io mi rigiro una ciocca di capelli intorno al dito.
Accidenti se ne è accorta.
La mia mamma è unica.
"Essere positivi è un'attività molto potente e tu sei bravissima". Piango.
Con quel maglione ingombrante in materiale acrilico e rafia e un accento un pò strascicato mia mamma mi avvolge di coccole in un abbraccio lunghissimo.
"Non piangere Marty, io sarò sempre accanto a te".
E il sole mi appare più luminoso che mai.

19 aprile 2017

Tutto d'un fiato

Quando mi ha raccontato la sua storia, il figlio della mia paziente, tutta d'un fiato, non ho potuto fare a meno di pensare alla precarietà della vita e a quanto l'amore da solo, possa aiutare a non pensare, a non indugiare su piccoli dettagli futili e a non concentrare le forze in un unico punto. 

Uova di cioccolato, ulivi benedetti, colombe farcite e, per chi crede, un Cristo risorto. O puoi scompigliare l'ordine e scegliere a cosa pensi per prima quando dici "Pasqua".
Io l'ho sempre associata al mio calvario. Si, come la via Crucis, con lo stesso dolore, lo stesso sangue, ma la stessa resurrezione.
Otto anni fa, nel giorno di Pasqua, correvo in macchina sulla statale del Santo, quella vecchia strada del graticolato romano che porta a Padova.
La musica accompagnava sempre le mie corse. Pompava a mille sulle casse dell'abitacolo.
Piovigginava come stasera, e faceva freddo, umido penetrava nelle ossa.
L'asfalto liscio, il cellulare in mano, un sorpasso azzardato, uscii di strada. Mi schiantai dritto sul guardrail e, del poi, non ricordo più nulla. Galleggiavo nel buio e sono vivo per miracolo.
Andavo a trovare la mia fidanzata. Avrei pranzato con i suoi genitori, aperto le uova di Pasqua per scoprire chissà quale sorpresa (come era solita farmi trovare), io le avrei dato il mio uovo con la mia sorpresa, avrei addentato la colomba farcita cucinata da mia suocera e l'avrei portata a fare un giro in centro. A Prato Della Valle puoi annusare l'aria alla ricerca di qualcosa che ti meravigli. Anch'essa può guidarti.
Le avrei così chiesto di sposarmi e aprendo l'uovo, avrebbe trovato l'anello che le avevo fatto fare.

Sono rimasto incastrato nell'auto talmente tanto tempo da perdere entrambe le gambe e da allora vivo costretto in una sedia a rotelle. Mi pianto un catetere quattro volte al giorno per urinare e vado di corpo con un clistere a giorni alterni. Se non riesco, vengo aiutato con delle manovre digitali. Guardando mia mamma e la sua stomia, quel sacchetto sulla pancia che raccoglie le feci, desidererei anch'io averla. E' così comoda!.
Mi aiuta ininterrottamente colei che è diventata mia moglie lo stesso anno del mio incidente. Angelo biondo dai capelli che profumano di cocco, non mi ha mai abbandonato in questo percorso indiavolato.
Finchè il cuore abita da solo non puoi capire.
Ma lei, lei mi guardò negli occhi, come se gli occhi potessero dove le parole non avevano consistenza. E nel silenzio più dilatato mi disse che non mi avrebbe mai lasciato.
Oggi sono l'uomo più felice al mondo, vivo giornate grandi come pianure illuminate dal sole e passo il tempo a consigliare in mille modi a tutti, di fare della loro irrequietezza una forza creativa.

17 aprile 2017

Guerriero fino alla fine

Con l'esordio della malattia incominciai a capire che avrei dovuto combattere. Il male, ora, mi ha invaso quasi completamente, ma non saranno uno nè due nè cento sacchetti sulla pancia a farmi perdere la speranza. 
Sono un guerriero.






Dal diario di una terapista del perineo: rinforziamo il pavimento pelvico camminando correttamente

Oggi, la giornata di sole mi cattura. L'aria calda, dell'estate torrida che ci aspetta, quella densa come il brodo, non sembra appartenere a questo paesaggio.
Vado lungo l'argine del fiume Muson dei Sassi, in direzione Castelfranco Veneto, la mia bellissima città in provincia di Treviso. Abitando in periferia e in aperta campagna, lo spettacolo è sempre esilarante.
Naturalmente osservo chiunque mi passi accanto, sorpassandomi, precedendomi o affiancandomi. La scusa di uno scatto fotografico mi fa anche camminare all'indietro e posso scrutare chi sta dietro di me.
C'è una tizia con i pantaloncini rossi cortissimi che saltella a tempo di musica. Sembra me, quando d'estate, con le cuffiette alle orecchie, mi diverto ad adattare il passo al raegaton sparato a tutto volume. Non che non si possa saltellare, ma lo sappiamo bene che il pavimento pelvico non ama eccessive sollecitazioni. E' possibile farlo se non hai mai partorito, e mai in caso di prolasso degli organi pelvici. Oppure, adattando al salto una contrazione massima dei muscoli vaginali. Ma serve un allenamento preventivo.

Mi sorpassa una coppia di amiche. Una delle due ha una spalla più bassa dell'altra. L'amica inclina il collo verso destra, come se i muscoli fossero accorciati, e parla agitando le braccia, con gesti bruschi, come per tagliare l'aria a fette. Quella con le spalle asimmetriche tiene il mento sporgente in avanti, verso il torace e la sua colonna cervicale appare davvero cifotica. Sembra dotata di una gobba poco piacevole, ma si tratta solo un atteggiamento posturale scorretto. L'amica, fa poi oscillare le braccia lungo il corpo piuttosto che mantenerle piegate, con i gomiti vicini al busto. Dovrebbe aprire le scapole e le spalle chiuse sul petto, a riccio.  Una riabilitazione posturale integrata ci vorrebbe proprio. Il pavimento pelvico soffre sotto al busto accartocciato della prima e soffre compresso da una chiusura posturale delle spalle, nella seconda. Anche il respiro è compromesso perchè il diaframma è bloccato nella sua escursione.

Una signora sui settanta cammina con i piedi torti e le ginocchia valghe nella sua placida serenità. A tratti va zigzagando. Ma quando la linea rotula-tibia-collo del piede non è retta, il perineo è sempre in apertura. E un perineo in apertura significa maggiore rischio di prolasso e di incontinenza urinaria. Basterebbe una piccola attenzione al passo, uno sguardo ai propri piedi, la consapevolezza della giusta camminata, per migliorare.

Mi giro di centottanta gradi e cammino all'indietro come i gamberi. Tra l'altro questo tipo di camminata aiuta moltissimo il perineo a stabilizzarsi e a rinforzarsi poichè costringe a spostare il baricentro. I fili d'erba del ciglio mi solleticano i polpacci. Il sole mi scalda il volto raffreddato dalla brezza fredda che giunge da nord.
Mi accorgo di una donna sulla quarantina che cammina con passo andante. Tiene le braccia corrette, piegate sui gomiti, avvicinate al busto. Ha la schiena dritta. Sembra una camminata perfetta. Lascio che mi sorpassi. Ha il respiro rapido, l'espressione un po' tirata, il passo regolare, soldatesco quasi, mi attira. Indossa un paio di leggings neri, aderenti. Osservo i glutei. Ahimè, ci è seduta sopra. Non contrae il gluteo corrispondente ad ogni passo ed è come se le sue vertebre fossero schiacciate sul tratto lombare. Accelero il mio passo per osservarla meglio. Non mi sbaglio. Peccato. Pelvic floor training demolitore. Magari potesse leggere questo questo post...






Ho un sacchetto sulla pancia. E poi?

Sei stomizzato o stai per diventarlo?
Il percorso che ti aspetta sarà duro all'inizio ma poi ti accorgerai che la stomia non è un ostacolo. Bisogna solo capire come rimodulare la vita. Ed io, che sono un'enterostomista, so bene cosa provano i miei pazienti all'inizio. Rabbia, rifiuto, talvolta depressione.
Un sacchetto sulla pancia va svuotato tre o quattro volte al giorno (solitamente se ti verrà confezionato alla destra dell'addome) o sostituito in toto una o due volte al giorno (se te lo confezioneranno a sinistra dell'addome). Molte persone pensano che chi è portatore di un sacchetto (stomia) abbia le feci sulla pancia in ogni istante. Non è così. Ti potrai cambiare e pulire, e sentirti in ordine ogni volta che ti sembrerà di non esserlo. Ed esistono bustine addensanti, per le feci liquide, gocce profumanti, polveri e oli che attutiscono i rumori e gli odori.
Potrai fare la doccia, il bagno, andare al mare, in piscina, con o senza sacchettino, magari solo con un cerotto sulla stomia. Potrai fare sesso o praticare uno sport. Potrai lavorare, andare in bici, in moto, in aereo. E correre, potrai correre sull'argine di un fiume, senza problemi.
Può darsi che la stomia che porterai o che stai portando, sia temporanea.
In tal caso devi fare al chirurgo la seguente domanda: "caro dottore, tornerò come prima dopo l'intervento di ricanalizzazione?". La risposta è no. O Forse. Tra mesi, o anni. E su quel "forse" non puoi farti illusioni. Tu hai diritto a stare bene. Ed è quel "forse" che ti deve orientare a capire meglio la tua malattia, l'intervento subito e le domande che potrai fare agli esperti. Poi a te la scelta, il rischio, consapevole e pensato. A te le riflessioni e i confronti. Ma attento, ogni corpo umano risponde diversamente allo stress di un intervento chirurgico e ai tentativi di cicatrizzazione. Colpevolizzare il chirurgo può portarti solo malumore e rimpianti. E non ti farà bene.
L'intestino ha subito l'asportazione di un pezzo e l'anatomia è sconvolta. Le cicatrici interne, le anastomosi (congiunzioni tra una parte e l'altra dell'intestino) dovranno lasciar muovere bene il tuo intestino. Spesso però si formano molte aderenze, che impediscono la mobilità del colon oppure le anastomosi diventano stretti passaggi per le feci, ad effetto clessidra, con il rischio di occlusione, blocco. Altre volte, se la resezione intestinale ha compromesso gli sfinteri, potresti soffrire di incontinenza alle feci o ai gas. Infine, se gli sfinteri sono intatti ma ti manca una parte o tutto il retto, che funzionava da serbatoio, all'arrivo di pochissime feci, sentirai l'impellenza di correre in bagno anche dieci o quindici volte al giorno.
Di questo devi essere informato poichè esistono esami strumentali da fare prima dell'intervento che ti consentono di capire come sarà la tua vita dopo la chiusura della stomia. E' il chirurgo che deve indirizzarti allo specialista proctologo  o radiologo per le indagini, alla terapista del pavimento pelvico per la ginnastica di rinforzo e i consigli comportamentali, all'enterostomista per tutto questo.

15 aprile 2017

Dal diario di una terapista del perineo: quanti errori "perineali"

Nessuno sa che li sto osservando. Seduta nella sala d'attesa, sembro una paziente come gli altri e mi diletto in un gioco alquanto singolare: la ricerca degli errori perineali.
Sarà per deformazione professionale o semplicemente perchè la noia turbina sempre nelle sale d'attesa, ma vi assicuro che guardando le persone, scrutandole attentamente dalla testa ai piedi, si impara a ricordare gli errori di un perineo sotteso ad approcci abitudinari senza considerazioni.
E' quello che insegno sempre agli studenti universitari: quando il paziente entra nel vostro ambulatorio, osservate come si muove ma anche come "sta fermo".
Sicuramente non immagina cosa possa accadere al suo perineo la signora con gli occhiali rossi seduta in prima fila, durante uno starnuto. Se fosse stata in piedi, avrebbe potuto applicare la regola del "bloccaggio addomino pelvico". Si tratta di un semplice tentativo di chiusura di un rubinetto uretrale difettoso che si ottiene appiattendo l'addome senza sollevare le spalle, ruotando il pube in avanti e contraendo il muscolo elevatore dell'ano (come per trattenere la cacca). Si possono anche contrarre i glutei, ottima impalcatura per un perineo disceso. Il tutto nello stesso medesimo istante dello starnuto, o del colpo di tosse, tale da impedire a quelle gocce di urina impertinenti, di uscire e di adagiarsi in un pannolino già umido.
Non che io sia a conoscenza dell' incontinenza di quella signora, ma so per certo che dopo la menopausa, una donna su tre va incontro a questi problemi del pavimento pelvico.

La ragazza incinta, quella con i riccioli sospesi nel volto, seduta all'inizio della fila, tiene sulle ginocchia una bambina che avrà circa un anno e mezzo. Lei deve essere alla fine della gravidanza perchè il pancione sembra voler scoppiare. Quando viene chiamata ad accomodarsi all'ambulatorio numero sette, si alza di scatto e prende in braccio la bambina, adagiandola sulla pancia. Povero perineo, già sollecitato dalla postura scorretta per il peso dell'addome che porta la schiena ad inarcarsi dal verso sbagliato, si trova timido nella persona sbagliata, a colassare.

E' il turno della ragazza in tacco dodici. Gamba lunga, slanciata, jeans aderenti non lasciano dubbi. E' una modella da passerella. Sguardo eloquente, sopracciglio disegnato, labbra vermiglie, slancia la chiappa all'insù inarcando la schiena . Antiversione massima del bacino si direbbe tra terapiste. Convoglio delle forze vettoriali sul comparto anteriore e rischio di prolasso degli organi pelvici un domani non molto lontano. Non va bene affatto. Se contraesse quei muscoli i glutei salirebbero naturalmente senza doverli sottoporre ad obbligo di risalita inarcando la schiena. E il perineo la ringrazierebbe. Mi lancia un'occhiata gelida che mi inchioda allo schienale e giro lo sguardo.
Ma non posso non descrivervi l'ultima signora. E' in piedi. Lucenti occhi verdissimi ficcati tra le rughe mi catturano. La donna appare leggermente in sovrappeso e se la osservate da dietro scoprirete che  ha dimenticato di avere un paio di glutei. Li ha scambiati negli anni, per un cuscino d'appoggio e si sono dimenticati di esistere in quanto organi di sostegno e assetto posturale globale. Cadenti, scivolano sulla coscia posteriore come se fossero un optional.
La signora si siede e  tentenna nel movimento di accavallamento delle gambe. Pesano, e l'azione è compromessa. Mi sorprende la sua arrendevolezza. Anzichè ritentare il posizionamento la signora rimane a gambe pari. Costa meno energia.
E' il mio turno.
Mi alzo dalla sedia espirando, appiattisco l'addome e stringo il pavimento pelvico. Mi schiarisco la voce con una ottimale retroversione del bacino e cammino lenta verso l'ambulatorio. Lenta, se no non potrei pensare alle azioni. Stringo i glutei e me li sento cuciti come una calza. Certo la forza di gravità è una brutta bestia per una quarantenne ma la foto di Emily Ratajkowski è sempre là, impressa nella mia testa, a ricordarmi come sarei potuta essere, se avessi iniziato prima a rinforzare il mio perineo!.
Care donne, i glutei servono al pavimento pelvico. In sinergia con il muscolo elevatore dell'ano contribuiscono alla chiusura completa del perineo in caso di prolasso. E se il perineo è ben chiuso, gli organi pelvici non scendono !!!
So che vi state crogiolando in una risata giubilante adesso ma non perdete tempo. Ferme o in movimento che siate, il perineo è parte di voi. Contrarre, rilasciare, contrarre, rilasciare, sempre, dovunque e comunque con chiunque ! E poi Emily...è tutta finta.
O forse no...


14 aprile 2017

La sedia a rotelle proprio no

Ha accettato tutto Daniela.
Una stomia intestinale, due reni che non funzionano, un cancro dell'ano, la chemioterapia, la radioterapia e la vescica bruciata, l'incontinenza ed ora due macchie sul polmone. Cateteri, sacchetti e drenaggi. Ma quella sedia laggiù, quella nera, col cuscino anti decubito azzurro cielo e due ruote gigantesche in acciaio cromato, proprio no. Si, quella sedia con il doppio freno e la manopola per avanzare senza sporcarsi, lo schienale imbottito e le tasche portatutto laterali.  Daniela non la vuole neanche vedere la sedia a rotelle. Lei, che instancabile faceva le pulizie anche col febbrone e il vomito, ha sempre combattuto il male affrontandolo di petto, smontandolo pezzo dopo pezzo. Nessuna lamentela, nessun cedimento, solo tanta voglia di farcela. Sempre alla ricerca di idee misteriose da contemplare prima di farle sue.
E' la gamba sinistra a non reggere più in piedi Daniela. Donna di tutto punto. Signora raffinata della Montebelluna bene, trevigiana innamorata del suo paese e di suo marito, tanto. Come lui di lei, che non si separa mai dalla sua vicinanza e le tiene ancora la mano incrociando le dita come un adolescente innamorato.
Da qualche mese Daniela non riesce più a camminare perchè il dolore è così lancinante che si insinua come un coltello affilato dall'inguine alla caviglia. Stando immobile passa. Sulla sedia a rotelle passa. Ma questa disabilità, la più visibile tra tutte, è la più difficile da accettare. E' come cadere in un abisso cocente mi dice. E' una disabilità che ti spacca in due e ti uccide prima della malattia.
Non un sacchetto di feci nè un pannolone di urina hanno fermato la determinazione di Daniela. Lei, che anche sul letto d'ospedale continua a truccarsi le labbra e gli occhi, a mettere lo smalto alle unghie e a pettinarsi bene mi ha insegnato che non siamo solo creature fatte di polvere.
Come stamattina, quando sono andata a trovarla nella sua camera poco prima che scendesse in sala operatoria.
Si preoccupava dei capelli la mia paziente, del colore pallido in un viso asciutto, di non essere presentabile. E' un appiglio alla vita, l'unico che le è rimasto mi ha detto, e che lei vorrebbe far vorticare nell'aria, trasmettendolo a tutte le donne  malate come lei.
Le ho promesso che lo avrei scritto.



9 aprile 2017

Non vedrò crescere mio figlio

Sta seduto sulle ginocchia della mia giovane paziente quel bambino dagli occhietti furbi. Laggiù, vicino alla scultura in marmo dall'apparenza liscia e serica che raffigura la Madonna.  
E' suo figlio, col nasino all'insù.
Questa mattina non ha avuto la possibilità di lasciarlo ai nonni nè al marito, che per lavoro si trova a mille chilometri di distanza e lo ha portato con sè. La chemioterapia inizierà dopo la risposta degli esami ematici e Clara e' in attesa del medico. Intanto ascolta il rumore secco della porta del suo studio, chiudersi e aprirsi all'entrata ed uscita di ogni paziente.
Ritto sulla schiena, il piccolo regge tra le manine un piccolo trattore. Ogni tanto fa rullare le ruote sui jeans della mamma, imitando il roar del motore a voce bassa. La gente intorno lo guarda con un accenno di sorriso. Fa tenerezza con i calzini antiscivolo e una tutona grigia col cappuccio.
Ha i capelli rasati, come la mamma, e si intravvede il cuoio capelluto, bianco e lucido.
Lei, irrequieta, picchietta i polpastrelli delle dita della mano sulla schiena del piccolo, baciandogli la nuca di tanto in tanto. Lui ride divertito e solleva le spalle per il solletico.
E' una scena che mi stringe il cuore. Lui osserva il mondo intorno a sè, in silenzio. Un mondo così grande da poterlo inghiottire e così piccolo di fronte alla magnificenza della sua vita. E' nato dopo anni di tentativi di inseminazione in vitro, dopo aver abbandonato ogni speranza, dopo aver iniziato il percorso dell'adozione. E' un miracolo capitato in quella linea sfuggente del destino dal quale Clara ha sempre avuto una diffidenza istintiva.
In un anno e mezzo di vita quel bambino ha sconvolto due famiglie, un intero paese di amici e due genitori al settimo cielo. Fino a due mesi fa.
Adenocarcinoma del grosso intestino, metastasi al fegato e alle ossa. Alla mamma, e' toccato il prezzo per questa immensa felicità.
La consapevolezza del destino la induce a portarsi Cristian dovunque. La conosce bene la tristezza. Le ha preso le misure da un sacco di tempo. E' come una colla che ti si attacca addosso.
Ma lei non vuole perdere neanche un attimo con il suo bambino. E così, il piccolino e' diventato parte di questo percorso, a detta di alcuni  "di madre incosciente ed egoista" e di altri "di madre dal cuore grande grande". Eppure lei vuole che suo figlio ricordi domani quelle scene e che rimanga impresso in lui anche solo il ricordo di chi potrà raccontarglielo, che la sua mamma gli voleva un bene dell'anima. Un bene che pochi sanno spiegare a parole. Un bene che traspare da quei centimetri di cellule ancora sane, dove cromosomi impazziti tentano di insinuarsi alla rinfusa, generando ancora cancro e metastasi e cancro e metastasi.

Clara verrà nuovamente operata la prossima settimana e presto riprenderà una chemioterapia palliativa. Ha deciso così di lottare per la vita fino alla fine, per rendere grazie a quanto la vita stessa gli ha donato. Si, anche schiacciata dagli effetti degli insuccessi della scienza, ma in un nido tutto suo, brulicante di vita. Con il suo piccolino.


Andrologia. Un congresso non solo al maschile.

Siamo soliti pensare che quando ci si addentra nell'andrologia, le donne restino chiuse fuori. In realtà, il 21 esimo congresso della sezione triveneta di andrologia, il 1° aprile 2017, ha coinvolto tutto il mondo femminile negli argomenti proposti. Già perchè senza le donne, il pene all'uomo serve molto poco. 
Il Primario di urologia dell'ospedale in cui lavoro Dott. De Zorzi Luca, insieme al suo primo aiuto Dott. Amodeo Antonio, hanno organizzato un congresso che ha visto un parterre de rois di ospiti eccezionali. 
"Pene, ma quante ne combini?" è stata l'ouverture del congresso, con i saluti del direttore sanitario dell'Ulss2 Marca Trevigiana Dott. Sforzi Maurizio e un discorso a "doppio senso". 
Da Trieste, Verona, Bassano del Grappa e Padova, urologi e andrologi hanno fatto un'overview su tutto il panorama andrologico. Dall'HPV all'ipertrofia prostatica, dalla vitamina D della nutraceutica utile alle ossa e all'infertilità,  alla obesità patologica, dalla sessualità libera e senza protezioni alla castrazione chimica fino all'impatto delle disfunzioni sessuali maschili sulla sessualità femminile presentate dalla Dott.ssa Alessandra Graziottin.
Ho avuto modo di re incontrare il Prof. Trombetta, primario della Unità operativa Urologia di Trieste, che mi aveva ospitato in sala operatoria per farmi assistere ad una conversione sessuale da uomo a donna. 
Magiche le sue mani e di tutta la sua equipe, dalla quale nasce anche il Dott. Amodeo, giunto nella nostra Ulss qualche anno fa. Urologo, andrologo, esperto nella chirurgia laparoscopica urologica collabora con il centro stomizzati e incontinenti e segue moltissimi miei pazienti. 
Importantissimo per la mia formazione professionale questo congresso ha costituito un altro importante tassello del mio curriculum. A settembre sarò presente al teatro Accademico di Castelfranco Veneto con il mio Primario di Urologia Dott. De Zorzi e con il Dott. Amodeo per parlare di prostata e riabilitazione dell'incontinenza urinaria e sessuale. 









7 aprile 2017

Quella maledetta prugna gialla

Storia incredibile sulla precarietà della vita. Ringrazio la figlia di Daniela per avermi consentito di scriverla.

Era liscia, fresca e vellutata. E grossa, come una palla da tennis. Dorata, con un profumo estivo carico di fragranza. Ne avevo comperato un chilo la settimana scorsa e ne era rimasta solo una.
Era una prugna gialla e giaceva sul tavolo, in bella vista, tra la frutta rinsecchita e le banane ancora verdi. La mamma era solita mangiarne una ogni giorno, per la sua regolarità intestinale. E questa abitudine se la portava addosso come un abito. Dopo sette interventi non poteva permettersi di saltare l'appuntamento con il bagno. Che il sacchetto si riempisse di feci tutti i santi giorni era diventata un'ossessione. Mia mamma era stomizzata a causa di un blocco intestinale che le aveva perforato il colon, dieci anni fa.  Da allora, defecare era diventato sinonimo di vita.
Avevamo cenato come al solito alle sei e mezza, come le galline dice il mio ragazzo, ma è per favorire la digestione che mia mamma ci ha sempre abituato così.
Era la vita autentica, fatta di ritmi lenti come quelli dettati dalla natura, che mamma ci insegnava. Preponderante era il suo desiderio di cenare sempre tutti insieme.
Quella sera, una minestrina di dado salata, un petto di pollo sottilissimo e qualche foglia di insalata era tutta la nostra cena, prugne comprese. Quell'abitudine non poteva mancare. La prugna era un elemento indispensabile.
Mamma la addentò con forza, asciugandosi con il fazzoletto il bordo del labbro inferiore dove colava il succo. Masticò il boccone e poi lo deglutì, o almeno ci provò.
Trenta secondi bastarono per farla diventare blu galleggiando nel vuoto. Il volto cianotico mi fece gelare il sangue nelle vene. "Mamma!, Mamma!, Mammaaaaaa!!!"
Immobile, giaceva senza sensi a terra con quel boccone di prugna a mezzavia, che non riuscivo a toglierle nemmeno infilandole tre dita in gola.
Mi mancava il fiato e urlavo per cercare il respiro. La scuotevo, l'adagiavo sul fianco, le premevo la pancia per farla vomitare. Piangevo forte, sempre più forte, mentre le urla si espandevano ai piani superiori e i vicini accorrevano impauriti.
Una smorfia le si allargò sul viso. Mamma serrava la mascella stritolando anche le mie dita. Aveva le pupille sbarrate. Mio fratello aveva chiamato l'ambulanza mentre io cercavo, schiaffeggiandola, di tenerla vigile. Mamma non c'era più.
Quel maledetto pezzo di prugna le aveva garantito la salute per anni, e la morte in un minuto.

Da allora, la vita mi obbliga a pensare solo al presente, non al domani o al dopodomani nè a più lontano. E' così che mi viene offerto un piacere sottile e profondo che consiglio a tutti di cogliere. Lo stesso piacere che dà un desiderio, quando si realizza. Allora prendete una penna e un foglio bianco e lasciate cadere un puntino. Siete voi.
Ora fate dipanare linee curve e casuali, scarabocchi e segni, linee banali e distinte o sinuose e interpretabili. Pensate. Agite. Voi siete vivi. Mamma non c'è più.



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