28 novembre 2015

Datemi ancora una speranza

Racconto tratto da una storia "scandalosamente" vera. Spero che queste parole arrivino al quella dottoressa.

Ha gli occhi tondi Loredana, color nocciola, grandi. L'immancabile trucco, leggero e sobrio, fa risaltare un incarnato roseo, sano. I ricci ribelli dei capelli sempre curati, le accarezzano il viso. Un viso terribilmente giovane. Troppo giovane per dover subire un calvario simile.
E oggi c'è qualcosa che non va più del solito.
Dietro di lei, il marito sempre presente, mi fa spallucce. Fissa il pavimento, solleva appena lo sguardo lucido. Ha gli occhi acquosi, distratti.  Non gli nascondo la mia perplessità ma vorrei sostituire quel volto triste con una maschera più consona alla felicità, e mi rendo conto che oggi non è proprio possibile.
Loredana ha ricevuto l'ennesima batosta. Una diagnosi infausta che nessun medico dovrebbe comunicare con tanta ferocia e accanimento. Mi chiedo perchè si debba spegnere così, ogni piccola illusione di guarigione. Che differenza avrebbe fatto tacere?.
"Che succede Loredana?", le chiedo a voce bassa, appoggiandole una mano sulla spalla e due dita tra i capelli.
Non avrei mai immaginato che mi raccontasse una storia simile.


"Ieri siamo stati da uno specialista oncologo. Volevamo un altro parere, in un altro ospedale. I noduletti al fegato non regrediscono e il polmone presenta qualche macchiolina. La vescica è infiltrata dal male , l'intestino funziona grazie alla stomia ma le ossa mi fanno male. Sono prese anche loro".
Parla così Loredana. Si esprime in un linguaggio protettivo  e infantile. Sembra non capire la realtà. Quella fa davvero paura. Metastasi, cancro, infiltrazione. Si rifiutano di essere pronunciate dalle sue labbra, per non farla sprofondare nel non ritorno.

"La sala d'attesa di questo ospedale è fredda solo per me. L'atmosfera è pressurizzata. Ho i brividi. Il colore dei muri attenua l'ansia e illumina i volti. E' un azzurro cielo. Agli angoli, orchidee bianche giacciono eleganti insieme a riviste passatempo. Accanto a me, una ragazzina con il foulard sul capo, incartata dentro un pelouche di lana merinos, si specchia sui vetri della finestra. C'è anche un uomo anziano, insaccato in una sedia a rotelle. Vicino a lui una donna giovane, forse la figlia, gli tiene la mano. Hanno sguardi esausti.
Siamo tutti qua per lo stesso motivo. Abbiamo bisogno di una conferma, della speranza che la cura prescritta dai nostri medici nei nostri ospedali sia quella giusta, quella che i pazienti sfortunati come noi, seguirebbero anche in questo ospedale. Abbiamo bisogno di poter sperare ancora per non dare sfogo a neanche un atomo di odio.
Abbiamo bisogno di sentirci ancora esseri umani, di esserlo e di restare tali, anche nelle circostanze più estreme. Perchè questa è una forma di resistenza di fronte alla quale ogni oppressore è impotente.

E' il mio turno.

Sono stata dentro diciannove minuti. Non mi ha visitata, non ha letto il plico cartaceo che le ho portato. Solo un foglio . Uno solo era oggetto del suo interesse. Mi fissava con lampi subitanei negli occhi.
"Mi stupisco signora... che nel suo ospedale stiano ancora spendendo denaro per la sua inutile cura".
Non ricordo se sono svenuta o se il mio cervello sia andato in black out. Non ricordo quanto tempo sia trascorso prima di risvegliare la mia coscienza dallo shock di quella frase. E' come se in soli diciannove minuti, con una violenza inaudita, quella dottoressa avesse calpestato la mia vita intera. Il respiro mancava. Il respiro tornava. Lei, altissima, imperante, imponente, stupida.
IO, piccola, sottomessa, povera, lucida.
Ho pagato ottanta euro questa umiliazione lacerante. Un masso inamovibile aveva sostituito il sangue, la linfa, il battito cardiaco. Avrei preferito assistere alla recita di una donna speciale, anche bugiarda, che non elargisse sentenze granitiche e che non frullasse ogni speranza. Ma che mi regalasse solo un briciolo di speranza, non celata in un racconto disilluso ma nascosta in una sola parola , pronunciata con un sorriso anche leggermente sbieco, impertinente se volete:
Speranza.

26 novembre 2015

Vi racconto perchè, sono diventata un'infermiera

Dedicata a te, cara collega, che mi hai fatto emozionare.


L'ho sempre conservato in un cassetto del comò il portamonete in pelle rosso scarlatto. Era di mamma. Sgualcito e spellato mi ricorda quanti morsi gli ho dato il giorno in cui mamma era in sala operatoria ed io fuori ad aspettarla con papà. Avevo solo cinque anni. E l'Australia non mi sembrava così lontana come mi appare oggi. 
Mamma nascondeva di tutto in quel portamonete. Gli scontrini della parrucchiera e quelli dei fiori che acquistava settimanalmente, quelli del pane e della macelleria del sabato pomeriggio. Li teneva tutti. Aveva le nostre foto divise negli scomparti, la mia e quella di papà, quella dei nonni dietro alle nostre, le monetine di ferro, lire, un biglietto del cinema, la medaglietta della Madonnina della salute nella taschina laterale, una carta argentata di una caramellina alla menta.
Sapeva che il mio passatempo era curiosare quell'oggetto misterioso, trafugare, cercare, guardarci dentro, contare le monete, e, prima di entrare in sala operatoria me lo consegnò. 
Fu l'inizio di un calvario durato cinque anni.
Papà era alto. Ma anche curvo, arcigno, con delle folte sopracciglia bianche da sotto le quali scoccava occhiate cariche d'amore per me e per la mamma. Aveva i capelli grigi, tanti capelli, spartiti in mezzo, il mento sfuggente. Era il mio super papà. Pura bellezza cristallina.
Ne avevo dieci di anni quando assistevamo la sagoma esile della mamma in oncologia, mentre faceva la chemioterapia. Io le toglievo uno ad uno i capelli persi sul cuscino e lei mi rassicurava che saremmo andate presto a comperare una parrucca. Anzi due, una per me e una per lei. Ero felice ed emozionata quel giorno. Saremmo diventate "altre", un'emozione indescrivibile nella mia esistenza trasformata. 
Ogni sabato si andava nel salone di bellezza di Mary Style, a Sidney, il Jean Louis David dei tempi nostri, a sistemare l'acconciatura alle parrucche. Ricordo come fosse ieri, l'ingresso odoroso di cera alla lavanda e di lacca alla rosa. La mia parrucca era bionda, la mettevo in casa per giocare con le amiche. Ma quella di mamma conteneva il peso che faceva la differenza.  Lei aveva scelto i capelli neri, lunghi, sulle spalle, con la scriminatura nel mezzo. 
Quando vomitava chiamava sempre me. Voleva che le portassi un semplice bicchiere d'acqua. Aveva una voce roca, trascinata su una gola secca in un corpo secco. Io mi sentivo impotente. Avrei voluto aiutarla a stare bene ma non ci riuscivo mai. E cresceva in me la sofferenza di quella impotenza. Aveva le caviglie ispessite e i fianchi gonfi come nuvole estive. Papà appariva sempre più ammaccato e arrugginito come un'armatura antica. Quando i medici hanno deciso che la mamma non l'avrebbero più ricoverata in ospedale, li ho odiati. Non capivo che papà aveva deciso di portarmela via, a morire in Italia, per non farmi soffrire. Li avrei visti partire per un viaggio, con i sorrisi stampati e mano nella mano. Sotto la luce gialla del marciapiede che non rischiarava altro che il loro stesso corpo unito, unico. Quello sarebbe stato il mio ultimo ricordo. Un ricordo di entrambi, perchè non vidi più nemmeno papà. Il destino ha voluto che morisse tre mesi dopo la morte di mamma. 

Oggi vivo in Italia e sono diventata un'infermiera. Non l'ho scelto per un disegno del destino, nè perchè sia stata vittima delle circostanze. E non l'ho imparato da bambina. 
Questo lavoro l'ho scelto io, da grande, per imparare ad assistere me stessa. Per insegnarmi a farcela. Per aiutarmi a sopravvivere. A prendermi cura di me. E come il rumore di un'onda gigante spazza il labirinto delle incertezze, io ho trovato l'uscita, la luce.
L'ho imparato dalle altre infermiere, dai medici e dai sanitari tutti, solo guardandoli, stando con loro, studiando con loro,
                                                            (Opera di Andrea Feo, figlio di quell'infermiera meravigliosa)

ed ora, lo insegno ai miei pazienti, magari alle madri con figlie piccole, di dieci anni, che mangiucchiano portafogli in pelle rossa e non possono sognare un futuro come tutti i bambini della loro età, spensierato e ricco, fatto di mamma e papà, ma solo un futuro in cui donarsi agli altri, che è, ve lo assicuro, la cosa più bella del mondo. 

Voglio liberarmi dei tuoi ricordi

Molti familiari, alla morte del loro caro, desiderano liberarsi velocemente dei tristi ricordi che li hanno accompagnati nell'ultimo periodo di vita. Non è mancanza d'amore. E' proteggersi. Dal grande dolore.

Il materasso anti decubito, quattro pacchi di sacchetti per stomia, garze, siringhe e farmaci. Voglio restituire tutto e cancellare da questa casa ciò che è stato in questo ultimo anno.
Si sedeva sul quel cuscino in gel, mia madre.
Un cuscino freddo, nero, che odio. Mi ricorda più che mai le piaghe sul sedere che con difficoltà si potevano curare. Buttalo via, ti prego.
Percorreva il salotto con il girello fino all'ultimo giorno di vita. Curva e pesante sulla schiena, mia madre trascinava un volto increspato, come le onde di un mare agitato. Lei lo aveva sempre saputo che le nuvole sarebbero arrivate anche nella sua monotona esistenza e avrebbero disordinato le sue emozioni. Ma non così presto.
Mia madre era una donna precisa, metodica e statica anche nelle emozioni. Ma ora, erano disarmanti per me la sua aria infantile, le sue bizzarre imprecisioni e il dinamismo di un corpo che non seguiva più la razionalità . La demenza e il cancro le avevano rubato, negli ultimi giorni, anche i neuroni del dolore oltre che la vita stessa. Mia madre il dolore non lo provava più. E così io, non ho potuto ricucire gli inevitabili strappi di un rapporto altalenante.  Non ho potuto chiederle scusa per aver desiderato che la morte se la portasse via nè per averla odiata dopo che ha lasciato mio padre nel mezzo della mia adolescenza sconclusionata.
Aveva una voce flautata negli ultimi tempi. Era come se un angelo, nascosto in lei in una dimensione iperborea, la accompagnasse piano alla fine. Ed io lo accettavo, con tanto di tappeto rosso.
Eccola la sua tazza in ceramica. Avvicino il mio naso su di essa. La voglio buttare. Non esistono ingredienti che fanno perdere il sapore.
Il plaid verde scuro è ancora piegato sul lato del divano in cui appoggiava i piedi, e lacrime si riversano copiose sulle mie guance. La coprivo dolcemente mentre si adagiava a riposare. Senti, la coperta odora di lei. Via. Ho il cuore stretto in una incudine.
Poi, prendo un sacco nero, quello della spazzatura, grande, inconfondibile. Lo riempio di lei. Svuoto il suo armadio, i cassetti, i mobiletti. La sua spazzola, la saponetta consunta, il talco e la crema mani e corpo. Non poteva stare senza la sua crema agli agrumi e miele. Voleva che gliela spalmassi tutte le sere ed io avevo sempre una gran fretta. Frizionavo rabbiosa un corpo che nemmeno le apparteneva più.
Il ghiaccio aveva cristallizzato le mie emozioni e non riuscivo a mostrare nemmeno un maldestro sorriso riconoscente, alla morte che se la stava portando via anche dal mio dolore. Lei non soffriva.
Via tutto. Voglio liberarmi dei tuoi ricordi cara madre,  perchè il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è starci vicino e sentire che non lo potrai avere mai.

23 novembre 2015

Disfunzioni sessuali e riabilitatore specialista

La presenza di disfunzioni sessuali in persone sottoposte a chirurgia demolitiva pelvica, includendo in questa categoria interventi di isterectomia radicale, cistectomia radicale, prostatectomia radicale e resezione intestinale, non viene sempre rilevata. Tutti gli infermieri dovrebbero effettuare l'accertamento del modello della sessualità nella loro pratica infermieristica.
Il fine è aiutare il paziente a trovare delle risposte concrete in ambito sessuale, qualora questa sfera risultasse compromessa dagli interventi stessi. Si ricorda, dall’ articolo 6 del codice deontologico, che “l'infermiere riconosce la salute come bene fondamentale della persona e interesse della collettività e si impegna a tutelarla con attività di prevenzione, cura, riabilitazione e palliazione”.
Tuttavia la formazione post lauream, consente l'acquisizione di competenze specialistiche in questo ambito molto particolare e difficile.
Nell'ambulatorio in cui lavoro, sono stati presi in carico quest'anno, 30 pazienti per l'accertamento  della sfera sessuale ed è stato confermato quanto rilevato dalla letteratura.
Nell’ uomo lesioni del plesso ipogastrico inferiore o del fascio neurovascolare possono determinare disfunzione erettile. Nella donna interventi di isterectomia radicale possono provocare nel 5-85% dei casi dispareunia, ridotta lubrificazione vaginale e insoddisfazione durante il rapporto.
Nel caso di isterectomia, dopo l’ intervento, le pazienti presentavano diminuito desiderio sessuale (88%), disfunzione nell’ orgasmo (72%) e diminuito interesse al sesso (51%).
In caso di asportazione della prostata il 46,9% presentava disfunzione erettile moderata, il 4% disfunzione erettile completa, il 33,7% diminuzione di libido, il 13,5% assenza di libido, il 17,8% era insoddisfatto della propria vita sessuale, il 98% incontinenza urinaria.
Esiste la possibilità di far intraprendere al paziente, un percorso riabilitativo che può essere realizzato dallo stomaterapista esperto in riabilitazione perineale, su indicazione del medico urologo, ginecologo o colo proctologo.
Gli interventi prevedono: 

  1. il counseling sessuale
  2. tecniche di rilassamento
  3. vacuum device (uomo)
  4. coni vaginali (donna)
  5. elettrostimolazione
  6. esercizi attivi
  7. spiegazione del ruolo farmacologico




22 novembre 2015

L'infermiera che vorrei

Dedicato a lei... quell'Infermiera con la I maiuscola.

La lista degli interventi chirurgici di domani, sventola sulla bacheca della guardiola, ed è' fermata da una puntina di metallo in bilico. Mi avvicino non tanto per curiosità, quanto per sistemarla, e i miei occhi non possono fare a meno di leggere. Domani, i chirurghi, taglieranno un pezzo di intestino a due donne, rimuoveranno la vescica ad un uomo, lo stomaco ad una anziana del '29 e diverse colecisti . Com'è difficile sottrarsi alle ineluttabili regole dell'esistenza.
In fondo alla lista, evidenziata in giallo, c'è Maddalena, del '74, operanda di mastectomia radicale.
Mi colpisce il nome, così dolce e così "storico", importante, così semplice e così "fortunato" , ma lei no, non lo è in questo momento. Una evidenziatura in giallo nella lista nera, e' sempre segno di cattivo presagio, intervento complicato, attenzione allo spessore e alla "densità".
Sollevo il sopracciglio.
Quando leggi e vuoi dare importanza alle frasi, le evidenzi con il pennarello giallo. Dai loro valore, potenza. Anche se scrivi al computer puoi usare il tasto <evidenzia>,  per dare spicco e rilievo ad una parola, ricchezza, attenzioni, come nella lista operatoria.
Mi colpisce l'anno di nascita, il mio, lo stesso, i quarant'anni, traguardo desiderato e temuto, festeggiato, si fa per dire, con la parrucca e la pelle di luna, gli occhi lucidi e i voli pindarici dei veleni nel corpo. Emozioni dilatate e dilaniate.
Se non avessi vissuto l'amputazione della mia femminilità non potrei capire così , come in questo istante, quella donna, in un'isola sospesa. Ci vogliono azioni da compiere nei tempi sospesi. Azioni che non si devono fare attendere.
Essere infermiera non è come fare L'infermiera.
Ed essere un'infermiera che ha lottato contro il cancro, non è come essere un'infermiera che insegna a lottare contro il cancro. Ti devi immergere in questo lavoro per capirlo, cancellare ogni resistenza al dolore, trasmettere tutta la corrente vitale che puoi. Tutto cambia a seconda della finestra da cui si osserva la realtà .
Mi avvicino alla stanza 9 con il mio blocco degli appunti sottobraccio. "Permesso " , accenno ad alta voce entrando nella sua stanza. La mia esclamazione vaga a mezz'aria. Qui, c'è un silenzio assordante.
I vetri delle finestre riflettono il mio volto ancora scarno, i capelli corti, ma la divisa bianca, le penne sul taschino, il fonendoscopio al collo, sono un'infermiera e c'e' solo un corpo mollemente sdraiato sul suo letto, le ossa stanche, il sorriso assente. Quello di Maddalena. Nell'altro letto, una donna piena di flebo e drenaggi dorme beatamente.
Maddalena deve essere proprio quella, nel letto accanto alla finestra. Lo avrei scelto anch'io al suo posto, per mantenere un contatto anche solo visivo con il mondo esterno, magari con le nuvole o con i rami più alti dell'abete che si scorgono irti tra i raggi di un sole ancora inoffensivo. Nel momento in cui pensi che tutto ti sfugga via di mano, ti puoi sempre aggrappare alla natura, che è vita, tutt'altro che immobile.
Lei mi guarda preoccupata, inamovibile, senza battito,  forse cerca con occhi inquieti, tra le mie mani,  una siringa, una flebo, degli aghi.
No, cara amica. L'infermiera non è solo quella della flebo, degli aghi e delle siringhe. L'infermiera sa anche tranquillizzarti, prima di un intervento che ti demolirà il corpo e il pensiero. L'infermiera sa quello che provi e quello che proverai  e  appoggerà una mano sulla tua, per rassicurarti che andrà tutto bene, anche se lo conosce perfettamente quel mostro e i suoi disastri. Tutte le mattine, sotto la doccia, la cicatrice ricorda a quell'infermiera quello che stai provando tu.
L'infermiera ti dirà poche parole, tre o quattro basteranno. Ma tu, avrai letto nei suoi occhi il coraggio, la vittoria, la forza. Farai tue proprie quelle virtù ed entrerai in sala operatoria con il sorriso e il pollice alzato. Magari ti scatterai un selfie, con quella infermiera che è già tua amica, e ti ha donato ciò che a lei il cancro voleva rubare . La forza per lottare, capire la malattia, rispettarla senza odiarla, affinché sia buona con te,  anche dopo tutto, quando riuscirai a stamparti addosso uno sguardo che vivra' di vita propria e rimbalzerà  sul mondo circostante, senza farsi prendere.

21 novembre 2015

Benessere perineale e benessere posturale, come?

La posizione seduta viene assunta senza la consapevolezza e l'ascolto dei muscoli che appoggiano sul piano in cui adagiamo le nostre natiche.
Pensate che iniziate al mattino con la colazione a sedervi. Poi uscite per andare a lavoro e vi sedete in macchina, quindi in ufficio o in una cattedra o in una platea o in uno studio. A pranzo vi sedete nuovamente, a cena anche, e se guardate la tv sul divano, adagiate curva la schiena piegando il collo in avanti.
Quanta pressione costante viene trasmessa nella zona lombare, addominale e pelvica senza consapevolezza? Sprofondiamo ore infinite su una sedia senza capire e percepire le sofferenze del nostro corpo e degli organi interni. Nasce l’esigenza di capire come prevenire problematiche posturali e pelvi–perineali, ma anche trovare delle strategie per rendere dinamica e funzionale questa postura che fa ormai parte della nostra cultura, scrive una collega uroriabilitatrice Dott.ssa La Torre. 
Il paziente che arriva per un trattamento pelvi-perineale, viene attentamente valutato dal punto di vista urogenitale, anale e posturale. In questa prima fase di osservazione e valutazione, gli verrà chiesta la professione, le posizioni e i movimenti da lui adottati nel quotidiano. Verrà impostato un piano terapeutico idoneo, che sarà sempre integrato con un’educazione all’ascolto sensoriale. “L’ascolto verso l’interno”, “la consapevolezza interiore”, “la consapevolezza respiratoria”, “la consapevolezza dei propri movimenti”, “la consapevolezza e l’utilizzo dei muscoli perineali”. Un passaggio obbligato di educazione all’ascolto è quello in posizione seduta. 

La prima informazione riguarderà la distribuzione del peso corporeo. Per fare ciò, si valuterà la struttura e l’altezza della sedia, questo è un dettaglio importante per permettere a testa e tronco di pesare in modo omogeneo sugli ischi e sui piedi. Affinché ciò sia possibile, il bacino dovrà essere più alto delle ginocchia, permettendo cosi il mantenimento delle curve fisiologiche della colonna vertebrale. Sterno aperto, spalle armoniche, gabbia toracica con una fisiologica distanza dalle creste iliache, la bolla addominale perfettamente distribuita nello spazio addomino - pelvico, tutte queste accortezze, eviteranno il carico alterato sugli organi del piccolo bacino, sui loro sfinteri e sui muscoli perineali. Una volta acquisita una posizione funzionale, si attiveranno frequentemente i muscoli perineali sia in statica che in dinamica . Nei momenti di iper-pressione (tosse, starnuto, raccolta di un peso..) il pavimento pelvico sarà sollecitato con un lavoro ascendente-rimontante insieme ai muscoli addominali ed ai muscoli lombari, rinforzando sempre di più “il centro”. Verranno insegnati gli esercizi di decompressione viscerale da attuare in posizione seduta affinché il paziente si abitui a “sgravare” il pavimento pelvico dal peso dei visceri nelle varie ore della giornata. Rinforzeremo i muscoli perineali, lavoreremo sulla decompressione degli organi, tutto questo senza spostarci dalla nostra sedia, che considereremo la nostra “palestra".

16 novembre 2015

Quando tradire è un po' uccidere

(Ringrazio la mia paziente stomizzata per avermi consentito di raccontare la sua triste storia. Sicuramente comune a molte donne, ciò che paralizza non è il tradimento in sè, ma il come e il quando esso avviene. Se in un contesto di malattia, assume la connotazione di un vero e proprio "omicidio".
A tutela della privacy i nomi sono stati modificati)

Apro il frigo affamata e l'unica cosa che trovo, dietro ad un pacchetto di sottilette scadute, una crosta di formaggio indurita e il contenitore del latte vuoto, è un limone ammuffito.
Ne taglio metà, quella sana la spremo in un tè caldo e zuccherato. Mai un tè mi è sembrato così buono. E' una dolce coccola in questa fredda casa. Sono tornata a casa con Claudia Piumetta da poche ore e Gianni non ha provveduto a farmi trovare nemmeno un misero pacchetto di grissini nella credenza. Forse non ha mai fatto la spesa, ma ha spazzolato anche i fondi di caffè, si fa per dire.
Mi sembra di essere mancata da qui un tempo indefinito ed eterno, invece sono passati solo undici giorni. Credo di essere stata miracolata, il cancro era circoscritto. Mi sento come un individuo che assapora la morte facendosi, da un destino infame, appena sfiorare, e riuscendo a scappare solo perchè ha accanto chi lo ama, chi lo trascina via dal male. L'amore ha un potere incredibile di guarigione. Lo sento l'amore che Gianni ha per me. Quante volte mi sono fermata a quel "sentire" per non lasciarmi andare alla paura.
Sento anche il cancello,  aprirsi. E' lui. E' il mio Gianni.
Non so se entri prima il mazzo di rose dalla porta o il suo piede infangato mosso da un passo storto e pesante. Gianni è completamente ricoperto da un immenso indescrivibile mucchio di rose arancioni, mai viste così belle.
"Alla donna più bella della mia vita. Ti amo." .Un istante può essere breve o capiente e un attimo brevissimo o infinito. Tutto dipende da come lo vivi. Ed io mi sento risucchiare da un vortice di pura elettricità. Capiente, infinito.
Il cuore è improvvisamente una bussola impazzita. Fisso il mazzo e il piccolo bigliettino con le mani intrecciate nelle mani, emozionate, ardenti.
Il mio viso sembra quello di un panda e con gli occhi anneriti dal mascara colato dalle troppe emozioni mi avvinghio a Gianni,  noncurante della mia nuova condizione da stomizzata. Ci stringiamo in un abbraccio potente. Mai le sue braccia mi sono sembrate così forti, avvolgenti come un plaid in puro cachemire. Ma il sacchetto mi tradisce e il liquido caldo che percepisco scorrere lungo i pantaloni non lascia dubbi. Gianni mi guarda sbieco e un po' schifato e tenta di rassicurarmi. Lo vedo che maschera conati di vomito. Finge tranquilla serenità e mi accompagna in bagno. Condisce qualche parola con la dolcezza. Mi sorregge il gomito spostando indietro i miei capelli e annaspa tra le tasche alla ricerca di un fazzoletto da naso. Mi bacia la fronte. E' un dolore dentro, diffuso, sottile, imprendibile quello che sento in questo momento. Si trova di la', nell'altra pagina, nell'altra me.
E' in quel preciso istante che il telefono di Gianni scivola giù per terra, sbucando dalla tasca colpevole solo di essere piccola, e cade sul tappettino del bidet illuminandosi. Il display parla chiaro: sms di Claudia Piumetta. Piumetta perchè porta da sempre una collana dorata con una piccola piuma trovata in Africa, in un safari nella giungla, quella volta che è stata morsa dal serpente. Dice di essersi salvata grazie a quel portafortuna, la piuma di un Marabù. Claudia è una nostra cara amica eccentrica e "alternativa". Lei si definisce figlia del mondo. Perennemente in viaggio ci lascia a bocca aperta con i suoi racconti. Di selvaggio non ha solo il look. Selvaggi e ingovernabili sono anche i suoi pensieri.
"Claudia?" Gli chiedo incuriosita. "Mi ha accompagnato prima a casa!"
"Si tesoro, mi ha chiesto ogni giorno di te e vuole sapere come è stato il rientro"
"E come mai non lo ha chiesto direttamente a me prima?"
"Non lo so amore, che ne so, mah, boh, forse non voleva disturbarti. Dai ti aspetto di là". Mi risponde Gianni fuggitivo con gli occhi distratti.
Non so perchè provo una strana malsana gelosia. E' la prima volta. E di Claudia poi, che è come una sorella per me. Forse è la mia condizione di "malata" insaccata che mi tormenta. L'autostima finisce nei bassifondi della mia realtà. Lo specchio appannato mi restituisce una "me" deforme, patita, scarna, brutta. La mia fronte non mi è mai sembrata così alta. Dov'è finita l'attaccatura dei capelli? E guarda questa scriminatura nel mezzo, che ricrescita inguardabile!
Dai che domani andrà meglio, mi dico per convincermi.
Ma è nello stesso istante in cui la mia mano si allunga sul latte detergente che scorgo dietro al mio profumo di Dior, in un angolo dimenticato, la collana piumata di Claudia.

Quello fu l'inizio di un lento morire.

14 novembre 2015

Non c'è peggior malato di chi non si vuol curare


Che la realtà rasenti la follia confondendosi con essa, ce ne siamo accorti tutti. Oggi, a neanche ventiquattr'ore dal disastro, siamo tutti sgomenti, ammutoliti, pietrificati di fronte a tanto orrore.
Noi malati in cura, abbiamo visto tante volte il nostro cielo macchiarsi di sangue. Ma questo è un cielo senza stelle, con una luna sottile e arrugginita. Sembrano piangere anche le nuvole, così basse, così piene, così tristi. So che non mi posso sottrarre alle ineluttabili regole dell'esistenza. So che ho il cancro.
C'è una strana analogia tra il cancro e l'Isis . Sembrano così uguali questi mali incurabili, delineati e precisi. Sanno quale organo colpire, come colpirlo, quando e quanto tempo lasciarti per vivere. Arrivano indisturbati, muti. Non avvisano. Decidono, prendono e distruggono. Uccidono. Non ti lasciano scelta nè spazi. Non puoi neanche scegliere come morire. L'uno, il cancro, e' Lento e inesorabile, rapido e doloroso. L'altro, l'Isis, lento e inesorabile, rapido e doloroso. Un silenzio assordante.
E tu, povera anima, hai solo avuto la sfortuna di essere in quel posto al momento sbagliato. Tu, accanto al malato, nell'insignificante vuoto siderale della lotta di religione. IO, nell'insignificante vacuo abissale della lotta alla mia malattia. No, non c'è peggior malato di chi non si vuol curare.
Ma io continuerò a sperare che l'arma più potente contro gli oppressori, si riveli essere la mente degli oppressi.

11 novembre 2015

Cicca, latte caldo, tg e una carezza. Voglio morire così.

(Tratto da una storia tristissima. Ringrazio il figlio di Gigi per avermi consentito di raccontarla)

Ha il naso aquilino e le spalle ricurve il mio paziente sgangherato. Non c'è verso di fargli capire che fumare gli fa male e che il latte gli crea turbolenze intestinali eccessive.
Mi guarda con un sorriso sbilenco e gli occhi traballanti. Non ascolta ma sente. Ha il cancro, una stomia, una ferita addominale ancora un po' aperta e infetta, tre by pass coronarici e chi più ne ha più ne metta. Aspira nicotina e catrame e mi lancia un occhiolino scardinato. Forse non vede bene con l'occhio sinistro, tende allo strabismo.
"De qualcossa se deve pure morire" esclama in uno stridulo dialetto veneto. Sembra così sicuro di sè che quasi non ci credo sia nato nel 1930. Dice sia stata la guerra a temperarlo. "Quando il perchè (vivere) è forte", continua Gigi, "il come si trova sempre".
Ha la barba curata, e il sopracciglio folto che appena si intravede sotto alla coppola a quadretti.
Si crogiola nelle sue abitudini Gigi. Cicca senza filtro, latte caldo e tg e poi nanna, alle nove e mezza, da sempre, dopo una tenera carezza che fa al suo amato cane, il giretto intorno casa e una telefonata al figlio del piano di sopra. E' lui che lo chiama in realtà. Gigi non vuole rinunciare a nulla. Tutto deve scorrere come prima dell'intervento. Non ha rinunciato ai suoi salami caserecci, le scorpacciate di cioccolato e i funghi dei suoi boschi. Non ha rinunciato alla macchina, al traffico e al caffè del mattino, nè a quello del pomeriggio, macchiato caldo.
Ma chissà quali pensieri ingovernabili e selvaggi gli passano ora per la testa. Ora che ha percepito che la morte è imminente, ora che guardandosi la pancia che non guarisce prova anche il dolore fisico, ora che il fumo non gli lascia più tanto respiro.
Oggi Gigi ha l'aria contrita. Sono trascorsi venti giorni dalla dimissione e ventisette da quando gli ho disegnato la stomia sull'addome. Il suo è stato un ricovero lampo, incredibile la sua ripresa. Gli lancio un'occhiata obliqua, per centrare i miei occhi con i suoi. Sembra aggrovigliato nei suoi pensieri, come assente.
E' rigido nei movimenti, stanco, pesante come una sbarra di acciaio. Con fatica si adagia sul lettino. Respira come attraverso una maschera, con le guance che si muovono in dentro e in fuori, ritmiche. Ha la fronte diversa, piena di grinze e increspature, le occhiaie annerite, due solchi vicino al naso, gli occhi gialli, la pelle gialla.
Ed io, sento un dolore pesante e solido, che preme al centro del petto. No, non sto morendo, sto soffrendo per lui, per la consapevolezza che mi dimostra nel non aver scelto di finire così. Forse avrebbe preferito il cancro ai polmoni, una diarrea fulminante o un infarto massivo, un ictus o un incidente stradale, allo sconquasso del fegato. Quello non lo aveva calcolato.
Mi parla scoordinato ma tra una frase e l'altra comprendo un senso che mi lascia basita, sconcertata.
"Ogni volta che ho l'impressione di aver riacciuffato il ricordo di com'ero, esso scivola via, si dilegua nell'ombra, fuori dalla mia portata. Io cerco di pigliarlo, lo voglio, rivoglio la mia vita, quella di prima, con i miei vizi, le mie fatiche, i sacrifici"
Certo, Gigi non ha usato queste parole, ma vi assicuro che il senso era quello, e come una pioggia gelida e sferzante, nonostante mi sentissi sigillata come in una scatola di metallo, mi sono, per un attimo, lasciata inghiottire dalla sua deriva.

Gigi è scomparso due settimane fa, non per il cancro del retto, non per la vescica ceduta e infiltrata dal male, nè per i polmoni consunti o per il cuore imbizzarito. E' morto per colpa di un fegato che ha detto stop. L'unico organo che non aveva mai parlato. L'unico, che Gigi non aveva mai maltrattato.



Beanza vulvare e rumori vaginali...tabù ?

All'esame la vagina appare socchiusa lateralmente, le labbra sono distanziate. Quando poi la donna si trova nella posizione con il bacino sotto al diaframma, come nella posizione della preghiera maomettana, o in una posizione tipo quella a candela, l'aria entra nella vagina. Quando si ritorna nella posizione eretta, l'aria che è' entrata esce producendo rumore. La posizione capovolta sposta i visceri verso la testa creando una sorta di aspirazione in una cassa di risonanza.
Senza sapere nulla del perineo, quello che viene da fare è provare a chiudere, a bloccare il muscolo. Tanto più si cerca di chiudere la vulva e tanto più questo rumore aumenta ( come quando si sgonfia un palloncino tenendone semichiusa l'apertura). Ma la vagina non è' mantenuta chiusa da uno sfintere. Molte donne dopo il parto vedranno il peggiorare di questa apertura.
Alcune donne hanno una vagina molto profonda, può quindi accadere che, il semplice gesto di alzarsi da una sedia, se fatto velocemente sollevando il diaframma o inclinando il tronco in avanti, sia sufficiente a produrre un'introduzione di aria.
In tutti i casi la beanza vulvare e i rumori vaginali non sono dovuti a d'un deficit della muscolatura e la riabilitazione di rinforzo è' poco efficace. Conviene quindi puntare sulla morfologia del bacino, senza pensare alla chirurgia estetica vulvare per ridurre l'apertura delle grandi labbra, e accettare la condizione comune a moltissime donne!

10 novembre 2015

IL PROLASSO MUCOSO DEL RETTO

Se la manica di una giacca da uomo è il retto, e la fodera della manica è  la mucosa del retto, il prolasso mucoso del retto non è altro che lo scivolamento della fodera (mucosa) nella manica, verso l'orifizio (ano) della manica stessa, ingombrando il passaggio della mano (feci).
Durante la spinta per defecare, tale ingombro (prolasso mucoso), impedisce di sentirsi completamente svuotati dalle feci o addirittura, di non riuscire a defecare (sindrome da ostruita defecazione). L'errore è continuare a rimanere seduti nel wc con la speranza che qualcosa accada, spingendo all'inverosimile. Non tutti sanno che così facendo, peggiorano il loro prolasso.
I sintomi più frequenti sono la defecazione ostruita, il prurito anale, la dermatite perianale, un senso di incompleta evacuazione che scompare spesso assumendo la posizione sdraiata o a bacino declive ed arti inferiori sollevati (a risucchio).
L'ingombro (fodera ammucchiata)  del canale anale (manica della giacca) da parte della mucosa (fodera) dà un senso di "mi scappa la popò" che viene definito tenesmo rettale. La persona si recherà quindi in bagno più volte peggiorando il problema e creando un circolo vizioso. Il perineo tenderà ad abbassarsi, avverrà quindi un eccessivo stiramento dei nervi pudendi (nervi del pavimento pelvico) e una cascata di altri problemi come il rettocele, l'incontinenza fecale o urinaria, una ischemia (mancanza di irrorazione sanguigna) della zona compromessa fino alla formazione di un'ulcera del retto . La diagnosi di Prolasso Mucoso del Retto viene effettuata dal chirurgo proctologo attraverso anoscopia o perineografia. Anche una esperta enterostomista potrà aiutarvi a capire meglio. La terapia deve essere conservativa, se possibile, per  risolvere la defecazione ostruita, e consiste nella riabilitazione del pavimento pelvico (esercizi, terapia comportamentale, biofeedback ). La chirurgia del prolasso mucoso deve essere l'ultima scelta, ben valutata, quando la riabilitazione non ha portato i risultati sperati.
Si evidenziano le seguenti possibili complicanze della chirurgia del prolasso mucoso che i pazienti DEVONO conoscere: 1) Urgenza defecatoria fino a due anni dopo l'intervento 11% (necessità di corrrere in bagno velocemente per defecare con il rischio di incontinenza) . 2) Peggioramento della ostruita defecazione 3.7% . 3) Incontinenza fecale 3.6% 4) stenosi 0.43% (restringimento del canale) 5) dolore pelvico cronico 6) fistola retto vaginale . 
Se le percentuali vi sembrano basse, cadere comunque in quel 3-11% di complicanze, significa stare peggio (molto peggio) di prima dell'intervento. Quindi pensateci bene e parlatene con una terapista del pavimento pelvico !

  












9 novembre 2015

La puerpera asiatica e la riabilitazione perineale post parto

Nella nostra occidentale concezione moderna del parto, ci si corica solo per partorire e
immediatamente ci si rimette in piedi, prima possibile, come se nulla fosse successo. Si rimane in piedi tutta la giornata, e, spesso, durante la notte, con il bimbo in braccio.
Nei sistemi tradizionali asiatici si partorisce in piedi e poi ci si corica. Le donne si alzano molto poco nei primi mesi, non fanno sforzi, vengono massaggiate, bendate, si fanno bere loro degli infusi e si favorisce il drenaggio dei liquidi corporei con frizioni, per ritornare alla normalità nel migliore dei modi. Si segue un ordine progressivo nell'affrontare gli sforzi: 7, 21, 40 giorni. E' quello che corrisponde al tempo di "aggiustamento" di una distorsione. Il corpo della donna ha effettivamente subito delle distorsioni con il parto, degli stiramenti di alcuni legamenti.
In Asia inoltre, la donna non può sollevare più di 700gr, neppure una teiera, le si porta il bimbo. La mamma lo nutre, lo coccola, lo abbraccia, ma non lo solleva.
Accovacciarsi e sollevarsi con un peso tra le braccia, la schiena dritta, semplicemente flettendo le ginocchia e le anche, non sarà certamente facile il giorno dopo il parto.
La loro riabilitazione partirà infatti dal rinforzo dei muscoli delle gambe e non del pavimento pelvico. A loro verrà insegnato di alzarsi senza inclinare il busto in avanti ed evitando la spinta sugli addominali. Per mantenere la colonna vertebrale dritta durante l'allattamento, verrà loro insegnata la posizione stesa sul fianco. Il rinforzo perineale diventa conseguenza della corretta attivazione della postura e dell'addome.

Quanto sai stare seduto a gambe incrociate e schiena dritta?

Gli abitanti di quei paesi che non conoscono le nostre false comodità e che si siedono sempre per terra oppure su sedie basse senza schienale, o che portano dei pesi sulla testa, fanno tutt'altro lavoro a livello muscolare. Devono per forza avere una schiena forte, dei muscoli addominali e delle gambe tonici per potersi alzare, flettersi in avanti, accovacciarsi. Sono rari gli occidentali, anche giovani o molto sportivi, che riescono a rimanere seduti "a gambe incrociate" senza rilassare la schiena o stancarsi, e accovacciarsi mantenendo la pianta dei piedi appoggiata a terra o alzarsi mantenendo la schiena dritta. Esercitarsi a fare tutto questo fa parte della chinesiterapia del pavimento pelvico, ed è una metodologia che seguo.
A questa posizione, accompagno l'insegnamento della SEIZA, ovvero della corretta seduta Giapponese. Si tratta di sedersi sui talloni, a gambe flesse, per terra. Moltissimi pazienti non riescono per l'eccessivo accorciamento dei muscoli quadricipiti (anteriori della coscia) oltre che per dolore alle articolazioni del piede. 
I piedi sostengono tutto il nostro corpo, esprimono la nostra postura alterata e difetti della colonna vertebrale. Le articolazioni del piede dovrebbero essere mobili, flessibili, elastiche a qualsiasi età. Ma troppo spesso ci si dimentica di loro, lavorando più sulla schiena, le spalle o l'addome, senza considerare che spesso, la riabilitazione dei piedi può aiutare alla riabilitazione della colonna.
Quando si riabilita il perineo, il corpo umano viene sempre considerato nella sua interezza.


11 consigli per chi affronta quel mostro

Il cancro si presenta senza bussare alla porta o suonare il campanello. Entra adagio, silenzioso, nel nostro corpo sano e lo trasforma in una scatola di latta consunta. Spesso mi sono chiesta se il cancro non sia altro che la manifestazione del disequilibrio immunitario, interiore, psichico. E' grazie agli psicologi che ho imparato ed elaborato questi 11 punti per un re-equilibrio completo e che mi sento di consigliarvi vivamente. Chi li ha messi in pratica ha superato brillantemente le terapie, le cure e spesso la malattia, distruggendo il mostro.

1) Ama te stesso e sii gentile con il tuo io. Non parlare mai male di te.
2) Apprezza ciò che hai: un tetto, del cibo, l'acqua per lavarti. Non è così scontato possederli.
3) Creati la tua piccola felicità. Abbandona le cose e gli oggetti superflui, quelle che non ti rendono più felice di ciò che sei. Cerca di fare qualsiasi cosa ti generi piacere, come guardare un film, leggere un libro, comprare dei fiori, guardare la TV, andare al mercato, acquistare una maglietta, camminare tra la natura, fotografare, cucinare, fare colazione al bar... E mille piccole altre. Fanne almeno tre al giorno.
4) Pensa ai tuoi errori , medita ad occhi chiusi, rifletti sulle conseguenze di tali errori e imponiti di non sbagliare più
5) Non vivere nel passato . Esso esiste nello scrigno dei ricordi ed è incancellabile. Vivi il presente e fai progetti per il futuro. Dimentica i rimorsi.
6) concentrati su ciò che puoi controllare e mettiti in azione . Ad esempio il controllo del peso, dello stress, dell'ansia, delle paure, degli amici pesanti e problematici, delle spese... Programma come fare per intraprenderne il controllo
7) dedicati del tempo per la mente (lettura , scrittura, musei, biblioteche, mostre, fotografia, cinema, teatro), il corpo (palestra, centro massaggi, centro benessere, estetista, parrucchiere , look, camminate all'aria aperta) , gli amici (uscite semplici,  caffè o te' e biscottini in casa, o più movimentate tra la musica e il ballo..)
8) fai l'esercizio del sorriso. Sorridi a tutti quelli che incontri ogni giorno, anche forzatamente, anche a chi non conosci. Ti caricherà di energia positiva.
9) fai del bene. C'è sempre tanto da fare nel volontariato. Aiutare chi ha bisogno alleggerirà i tuoi problemi o ti farà sentire meno solo.
10) scrivi ciò che pensi in un diario, in un quaderno o in un foglio, per ogni giorno del tuo viaggio con la malattia.
11)  realizza i tuoi desideri perché non devi avere rimpianti. Fai una lista e cerca di raggiungerli. Il mostro potrebbe lasciarti poco tempo o abbandonarti a salute e prosperità . Non lo puoi sapere. Vivi intensamente ogni giorno come se fosse l'ultimo.


Spesso il paziente si lascia trasportare dagli effetti della chemioterapia, dalla stanchezza di un intervento chirurgico, dai pensieri negativi della malattia e perde tempo e opportunità. Non considera che la guarigione non dipende dal riposo e dall'isolamento, da una mente tabula rasa e dall'attesa di un domani. Quel domani potrebbe non esserci.
Sono il "qui" ed "ora" che bisogna considerare.


Fanni Guidolin

8 novembre 2015

Tu non mi tradirai mai

(Tratto da una storia di vita vera. Auspichiamo di poterne raccontare altre migliaia di queste storie)

Sei calda. Appoggiata sul mio collo sento il tuo respiro affettivo. Ti copro con un leggero plaid che profuma di rosa. Stai vicino a me, mi scalda il tuo tepore e mi rende sereno.
Ti accarezzo e mi fissi con gli occhi lucidi. Sono trascorsi sei anni da quando ci siamo conosciuti. Mi sei sempre stata accanto e anche ora, che sono malato, la tua presenza mi guarisce, mi cura.
Sai ascoltarmi estatica, imperterrita e immobile, ma non sei mai altrove con la mente. Come se una connessione si fosse stabilita quando ci siamo conosciuti e non si fosse mai persa nè spenta.
Come se tu fossi in me ed io in te, una cosa sola, una vita sola.
Ricordo quel giorno al canile di Via Mattiò. Mi sembravi così indifesa nell'angolino più buio della cuccia. Il tuo lamento era quello di un gattino bagnato chiuso fuori dalla porta e infreddolito. Ti presi in braccio e mi leccasti il volto per ringraziarmi di averti liberata, ridato la vita.
Oggi, cara Lilly, sono io che devo ringraziarti per avermi ridato non solo la vita ma la speranza che si può guarire dal cancro con l'aiuto di un animale, di una cagnolina come te. E anche se non si dovesse guarire, tu mi hai reso sempre tutto più facile e accettabile. Sei una instancabile compagna di questo viaggio in andirivieni tra ospedale e casa, la nostra casa, dentro la quale svolazza il nostro universo.
Quante volte avrei voluto portarti con me al day hospital oncologico e tenerti in braccio, accarezzarti mentre le terapia distruggeva il mostro. Tu lo avresti combattuto con me, abbaiandogli come sai fare la sera, quando un estraneo passa davanti casa nostra. Ma nella nostra società si sta facendo strada troppo piano questa realtà. La chiamano Pet Therapy questa miracolosa medicina del corpo e dell'anima, per ora solo tra i bambini oncologici. Un pò però lo siamo anche noi anziani dei bambini indifesi vero Lilly?. Guardati, gli angoli della tua bocca sono curvati costantemente all'insù, come se mi sorridessi in continuazione, per sgrovigliarmi da questa umana debolezza, insopportabile e ispessita, a te lontana, non perchè non la comprenda ma perchè forse l'hai già vissuta...
Mi lecchi. E' il tuo modo per dimostrarmi l'affetto che hai per me. Lo fai sempre al momento giusto, con la giusta consistenza, il giusto tepore, la giusta tenerezza.
Ti guardo, mi vedo sfumato nei tuoi occhi. Forse ti stai emozionando Lilly mia?
Ti voglio abbracciare forte.
Quanto bene ti voglio.
Tu non mi giudichi, non ti imponi, non mi critichi, non mi condizioni, non mi obblighi nè costringi.
Tu, non mi tradirai mai.
Grazie di esistere.

Il ministero con decreto 18/6/2009 ha attivato presso la sede territoriale di Verona e Vicenza dell'Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, il Centro di Referenza Nazionale per gli interventi assistiti dagli animali (Pet Therapy)



Bulking Agents: Effetto Pomp Up

L'incontinenza urinaria o fecale possono manifestarsi anche per una debolezza dei muscoli sfinterici e non sempre gli esercizi di rinforzo danno risultati sperati. Spesso ci si orienta verso la terapia farmacologica o chirurgica invasiva. Le iniezioni periuretrali (cioè prossime, vicine all'uretra) o sullo sfintere anale interno, rappresentano una buona alternativa alla chirurgia invasiva.
Si tratta di iniettare uno dei seguenti materiali voluminizzanti per avere l'effetto (pomp Up, pompaggio, come le labbra siliconate)  . Tale effetto andrebbe a limitare le perdite urinarie e o fecali con un effetto "strozzatura", "restringimento"  sugli sfinteri.
- collagene bovino con glutaraldeide
- teflon
- micropalloncini di silicone
- acido ialuronico
- idrossiapatite di calcio
- alcol vinilico di etilene
- idrogel e silicone macromolecolare
- Durasphere
La percentuale di successo oscilla tra il 40 e il 90% ma il trattamento non è' mai definitivo , poiché va ripetuto nel tempo.

Spesso si tratta di una valida soluzione per pazienti molto anziani, oncologici, o a grande rischio chirurgico che manifestano grave alterazione della qualità di vita per le perdite urinarie o fecali.

7 novembre 2015

Non mi lasciare

Ti avvicini a testa bassa mentre un'onda del tuo profumo preannunciava il tuo arrivo già sull'uscio.
Sono stesa sul divano, la coperta di lana sulle gambe, il cuscino in lattice del mio letto, la tazza bollente di tè appena preparato e una rosa gialla nel vaso retrò sul vassoio, come se fossi malata. Sono malata d'amore per te, che mi manchi come l'aria. Oggi più di ieri.
E' altalenante la vita. Oggi ridi a crepapelle e domani piangi come un coccodrillo del Bengala. Chissà se i coccodrilli del Nilo hanno lacrime diverse. Magari meno amare. Ecco, voglio quelle, voglio le lacrime di un coccodrillo del Nilo.
Sono quasi due mesi che non ci vediamo e riesci a farmi provare un brivido inarrestabile lungo la schiena quando ti siedi sulla poltrona bianca accanto a me. Divino. Hai un ciuffetto ribelle che ti scende sulla fronte. Sei ancora più desiderabile, buffo il tuo sguardo graffiante, ti adoro.
Ma... è timido il tuo bacio, laconico, stringato. Sa di insicurezza. Dai, allarga le tue braccia e avvolgimi stretta come vorrei, ti prego. No, non lo fai. Squilla il tuo cellulare ed esci a rispondere. Il mio è spento, volutamente. E' l'unica possibile difesa contro il bisogno compulsivo di controllare messaggi e social networks ogni cinque minuti.
Entri dopo un eterno quarto d'ora raffreddato, con le labbra serrate, lo sguardo sintetico, mi dai un'occhiata telegrafica e mi rubi la coperta posandola sulle tue spalle mentre il tuo cellulare richiama nuovamente la tua attenzione con nuovi bip e note scialbe di suoni mai sentiti. Stavolta forse sono messaggi. Hai il cipiglio severo di chi va di fretta. Rilassati accanto a me e spegni quel telefono ti prego. No, non lo fai. Ti incollo l'aggettivo "sghembo" e sorridi sardonico allentando la cravatta e rotolando le maniche della camicia fino ai gomiti. Potevi venire in tuta, mi avresti dimostrato la volontà di stare rilassato con me, su questo divano enorme. Invece, sembri pronto per una conferenza e spegni piano il fuoco delle mie speranze. Guardo fuori dalla finestra le nubi a forma di cavolfiore. Ti ricordi quando ci abbracciavamo sulla sdraio al mare, stretti stretti a guardare il cielo? . Solo i tuoi baci interrompevano quegli istanti di estasi. Ma mi sembra di tirare fuori ogni ricordo da un mucchio di ragnatele. No, non ricordi più. Ed ora che fai? Ti adombri, non parli, mi fissi. Come è lontana la tua vicinanza. Quanto inaccessibile è il tuo mondo interiore. Dimmi che sto solo sognando, non mi stai lasciando vero?.
Ecco ti alzi in piedi. Decidi. Questo è il momento giusto. Ora che hai capito che sono pronta. Ora che hai capito che ho capito.
Ma sai amore, sono nostri quegli istanti che abbiamo condiviso. Non importa quanto sia cambiato, nè che lo sia. Ovunque saremo, quando vorremo, ci basterà ricordare e saremo insieme. Io voglio pensare questo.
Ora vai. Per facilitarti le cose, addio te lo dirò io.



Ho conosciuto uomini che non sanno affrontare le difficoltà.
Girano l'angolo, fuggono, scappano.
Sono uomini che non sanno amare.

6 novembre 2015

Riabilitazione sessuale maschile

Affrontare l'argomento delle disfunzioni sessuali maschili con il paziente operato alla prostata, significa , per noi terapisti, assumere la consapevolezza dell'identità maschile di fronte alla frustrazione , alla  depressione, a sentimenti di inutilità , o fallimento.
Il rapporto sessuale per l'uomo, rappresenta una modalità inconsapevole di riaffermare la vita, e, un fallimento, attiva vissuti di perdita.
Il counseling sessuale è uno step successivo alla chinesiterapia (esercizi) ma indispensabile.
Oltre a sottoporre il paziente ad un questionario sul come vive la propria sessualità, spiegare la varietà delle terapie farmacologiche che l'urologo potrà prescrivere, insegnare esercizi finalizzati alla riattivazione del circolo dei muscoli ischio cavernosi, spieghiamo al paziente impotente, l'utilità e il funzionamento del Vacuum Device.
Si viene così a creare una sinergia tra la terapia farmacologica in compresse, quella iniettiva, quella fisioterapica, la psicologica e quella "meccanica".
Il vacuum è in grado di contrastare i processi di tipo fibrotico e involutivo del pene, agendo sul sistema vascolare dei corpi erettili (cavernosi, micro e macro circolo sanguigno)
È un cilindro in plastica e gomma dotato di una pompetta manuale che permette di controllare la pressione negativa (il vuoto) all'interno del cilindro. Il pene viene introdotto nel cilindro mantenuto alla base del pene stesso con un anello costrittore. L'erezione si raggiunge con la pompetta manuale che "aspirerà" e "allungherà" attirando sangue. Il Vacuum s
i può utilizzare in doccia, in vasca, riempito d'acqua a scopo riabilitativo o a secco, prima di un rapporto, per raggiungere l'erezione e mantenere la potenza. È altresì utile per la riabilitazione dell'incontinenza urinaria post prostatectomia, poichè con la suzione e il rigonfiamento dei corpi cavernosi,  tutti i muscoli deputati alla continenza vengono irrorati e quindi saranno più facilmente attivabili in contrazione.

3 novembre 2015

A te, dagli occhi azzurro fiordaliso

Dedicato alle donne il cui corpo ha smesso di funzionare alla perfezione. Con la speranza che qualcuna scriva davvero queste parole, anche in un foglietto sgualcito e friabile, stasera, nascondendolo sotto al cuscino del suo uomo innamorato, a lei devoto. Non abbiate paura di ringraziare per l'amore che ricevete durante la malattia e le difficoltà. Non è solo compassione. 

A te, che vesti un pull di un impalpabile azzurro polvere nelle serate romantiche.
A te, che vesti un dinamico blu, nelle tue giornate da relatore ai congressi preparati con il sudore delle notti scure.
A te, che vesti un morbido pigiama bluette e dormi tra lenzuola azzurre, colore delle emozioni serene, della calma della profondità.
A te, che lavori in divisa color celeste, tra un blu di persia e il pervinca, in quella sala asettica senza raggi di sole.
A te..
dedico tutto il mio amore, per ringraziarti di quanto la tua grazia sappia fluttuare tra le mie brusche e rabbiose inquietudini color cobalto. Per ringraziarti di quanto il tuo amore curi la mia malattia e quella di chi mi sta accanto, e di quella degli amici di chi mi sta accanto e degli amici degli amici, incondizionatamente, indiscriminatamente, inevitabilmente parte della vita.
A te, che sai dilatare le mie emozioni con i tuoi abbracci ingovernabili dedico il mio orizzonte. Appena pennellato di speranze e scarabocchi a inchiostro viola e indaco. La speranza di guarire, vivere, invecchiare con te. Vedere ancora e ancora e poi ancora i tuoi occhi azzurri color fiordaliso.


La musica mi ha salvato la vita

Grazie Gianluca, per l'esempio che mi hai consentito di raccontare

Lo chiamavano il male di vivere, per me era invece, la paura di morire. Morire di cancro a trentacinque anni. No, ve lo assicuro, non era depressione, nè apatia, nè anedonia. Quello che caratterizzava le mie giornate amare era un dolore atroce che cementava il mio corpo allontanandolo dalla mia vita, la musica. La scoperta della malattia era una lenta e inesorabile triste melodia, appena edulcorata da qualche "Re maggiore", vinta da troppi "Do minore" e toni gravi, susseguosi, spenti.
Mi sembrava che un soffitto di cemento fosse improvvisamente caduto frantumando ogni tasto del mio piano, sbrandellando ogni foglio dello spartito dimenticato sul leggio, cancellando soavi melodie dai miei timpani. Ogni nota stonava stentorea nella mia testa come il liquido della chemioterapia nelle mie vene, quando entrava. La musica si era allontanata da me, non mi amava più. 
Le mie dita magre e affusolate mi apparivano ora scarne e ossute, anch'esse spolpate dal male incurabile, specchio della mia condizione. 
Oggi, come una ennesima fredda e ruvida sinfonia, picchietto ogni polpastrello sul bracciolo della poltrona del day hospital oncologico, a ritmo.
Sento un vuoto pneumatico nel mio pentagramma. Il ticchettio della goccia dopo goccia sul deflussore della flebo è intenso, grave, lo fisso, chiudo gli occhi, ascolto la melodia tic...tic..tic.. di un liquido troppo potente per i miei timpani. E' strano quanto assomigli una nota, nella sua forma, ad una goccia che cade. Note e melodia sono divise da un filo sottilissimo.
Oggi mi sento come un grande pianista. Beethoven, che nello scrivere la sinfonia n.5 scelse una tonalità caratterizzata da un timbro cupo e grave. Io, Gianluca, cupo e grave. 
Ma mia madre mi ha spinto a diventare la migliore versione possibile di me stesso. Un Gianluca allegro, limpido e sicuro. Fuso nella mia musica classica.
Le tonalità musicali sembrano essere collegate ad una particolare sensazione che ne descrive l'impatto sull'uomo. E' proprio solo questa deformata melodia che ascoltano ora le mie orecchie malate. Ed io non voglio. Datemi il concerto per orchestra in re maggiore, vi prego, dalle tonalità allegre, limpide e sicure, come vorrei essere.

Torno a casa stanco, ma rinnovato dal desiderio di musica. Fisso il mio piano impolverato. E' uno sguardo che vive di vita propria e rimbalza sul mondo circostante, dove non c'è solo malattia. Il piano sembra in un'isola sospesa della mia eclettica abitazione. Lui, è in puro legno. Unisce la poesia nordica al rigore orientale. Crea il mio mondo ovattato, tattile, profumato.
Apro lo spartito, "Concerto per orchestra in re maggiore" ed un sorriso soave, quasi ultraterreno si impossessa di me. Onirico ed esplosivo il brano mi cattura. E dimentico la stanchezza, la nausea e il dolore, il sacchetto, i sondini e le flebo velenose.
Non importa se la luna sarà arrugginita stasera, nè se la notte sarà apparecchiata con poche stelle. Io mi fonderò con lei, la mia musica, in un volo pindarico di vita. E' così, per magia che la musica comunica. Un modo prezioso per ri-connettersi con la gioia di vivere. Sono queste le azioni da compiere nei tempi sospesi.
Gianluca si è sottoposto a sei cicli di chemioterapia. Ora sta bene.
 Sostiene sia stata la musica a salvarlo.
Vuole dare questo consiglio a chi non è musicista nè pianista: Ascoltate la musica classica se non lo avete mai fatto, vivaci melodie, allegre sinfonie, durante la malattia. 

Sarà un modo per ri-connettersi con la gioia di vivere!

2 novembre 2015

Cerca di perdere peso !

L'obesità rappresenta un fattore ben definito di causa di incontinenza urinaria o contribuisce ad aggravare una incontinenza lieve. Il motivo è dovuto al peso sui tessuti pelvici (quelli che stanno alla base del bacino, quelli che appoggiate sulla sella della bicicletta) che vengono stirati . I muscoli coinvolti si indeboliscono e i nervi si stirano anch'essi, causando sofferenza ai muscoli. Altre strutture tendinee o ligamentose vengono compromesse da chili e chili di peso costante su di esse.
Per sapere quanto misura il vostro indice di massa corporea (BMI) calcolatelo dividendo il vostro peso in chili per l'altezza in metri al quadrato. Ad esempio se pesate 80kg e siete alte 1,60m il vostro BMI sarà pari a 80: (1,60x1,60)= 31,25. Considerate che da 25 a 29 siete in sovrappeso. Oltre , siete obese. Cercate quindi di perdere peso altrimenti sarà vano ogni percorso o trattamento di riabilitazione Perineale.
In una ricerca si è fatto uso della chirurgia bariatrica (chirurgia dell'obesità) portando ad una risoluzione dell'incontinenza da sforzo (quella caratterizzata da perdita di pipì durante un colpo di tosse, uno starnuto, una corsa, uno sforzo insomma). Ma anche l'incontinenza da urgenza (quella che ti fa perdere la pipì quando ti scappa tanto e non riesci ad arrivare in tempo al bagno) è scomparsa con il raggiungimento del peso forma.

Vi riporto qua sotto due dei tanti studi scientifici:
Bump, R.C., Surgeman, H.J., Fantl, J.A.,McClish, D.K. : Obesity and lower urinary tract function in women, surgically induced weight loss. Am.J. Obstet Gynecol, 1992

Burgio ET al: Prevalence, incidence and correlates of urinary incontinence in healthy, middle aged women. J Urol, 1991

1 novembre 2015

Essere Incinta in Cina

Win Ji è una mia paziente originaria di Shanghai. E' in Italia per lavoro ma tornerà presto in Cina.
E' solo al secondo mese di gravidanza e già assume la tipica andatura delle gestanti al nono mese: piedi divaricati, ginocchia leggermente piegate e una mano sulla schiena a sostenere una colonna trainata in avanti da un pancione che ancora non c'è. E' loro abitudine. Credono favorisca la crescita del feto.
A discapito di un look alla moda, come sono solite essere le cinesi che conosciamo, Win si presenta con uno stile piatto e monacale. Ampi vestiti a tunica, molto spessi, dall'odore di lacca, o plastica proteggerebbero dalle radiazioni elettromagnetiche emesse dai cellulari.
I medici cinesi prescrivono alle gravide assoluto riposo e ben vengano venticinque chili di peso in più: il bambino sarà più forte e in salute, soprattutto se il pancione sarà abbondante. Alle mie indicazioni all'attività fisica, risponde schioccando la lingua con disapprovazione. Al massimo possono praticare lo yoga, utilissimo anche per il parto.
Secondo la sua tradizione, Win deve astenersi dai cibi freddi e da quelli piccanti, deve parlare a bassa voce per non turbare il feto. Ogni mese deve recarsi dal medico per la visita ginecologica. Spesso partecipano anche familiari o suoceri. Non può conoscere il sesso del nascituro, è una norma.
Il parto cesareo sarà programmato dal medico in base alla risultanza del pancione. Più il ventre sarà rigonfio e più difficile sarà farlo nascere per via naturale senza rischi, optando perciò per il taglio cesareo. Tale intervento si andrà ad aggiungere al 61,7% di donne che hanno fatto la stessa scelta, nonostante l'OMS (organizzazione mondiale della sanità) ritenga accettabile solamente il 15%.
Al parto, l'infermiera proporrà alla donna di conservare la placenta per poi cucinarla e consumarla a casa se vorrà. Si tratta di una pratica che preverrebbe la depressione post partum. Non nascondo uno sguardo allucinato che mi ruba ogni altra parola oltre che il respiro.
Nei primi quaranta giorni post partum una puericultrice esperta e "datata" si occuperà di mamma e bimbo in casa, così mi racconta Win. Dopodichè, la madre di Win potrà trasferirsi da lei.
In Cina, secondo la medicina tradizionale, alla puerpera serve un intero ciclo lunare per ristabilire l'equilibrio tra le componenti calde e fredde destabilizzatesi all'interno dell'organismo.
La neomamma dovrà evitare di lavarsi con acqua fredda e seguire una dieta particolare.
L'interesse per il pavimento pelvico è relativamente recente e incentrato perlopiù nell'utilizzo di strumentazione come la stimolazione elettrica, i coni vaginali o le palline della gheisha, quali fautori del rinforzo post parto. Meno considerata è la chinesiterapia (esercizi perineali) .
Trattandosi però, per la maggior parte, di cesarei programmati, anche le lesioni perineali che creano fastidiose incontinenze, hanno minor incidenza.

Lasciatemi autodistruggere. Le illusioni sono terrificanti streghe.

Racconto tratto da una vita vera. Quella della mia "fu" paziente. Lucide e incredibili dichiarazioni in punto di morte.

"Lasciatemi così, come una cosa posata in un angolo e dimenticata"
Scriveva così Ungaretti, nel 1916, e mi dice proprio la stessa frase la mia paziente sul letto della stanza numero sei, nel giorno che precede l'assurda festa dei morti.
Mi sorprende che a ottant'anni ci sia così tanta consapevolezza della fragilità della vita durante l'esperienza del cancro.
Osservo la paccottiglia del suo comodino che assomiglia più ad un altare laico di amuleti d'ogni genere che ad un appoggio per medicine e flebo. Gina è una donna eccentrica, che non ha mai recitato la parte di una donna speciale, lei è una donna speciale.
Mi siedo lieve a bordo letto prendendole la mano stanca. Sembra quella di un pupazzo di pezza, scarico. Ha gli occhi spenti Gina. Così opachi da non emanare più nessuna corrente vitale. Lo sguardo esausto mi rattrista. Il corpo è pallido, molle.
"Com'è silent questo killer", mi dice con un filo di voce che mi fa rabbrividire.
L'esclamazione vaga a mezz'aria, mentre lei, la mia paziente, si descrive immaginandosi come quando ci si immerge nell'acqua tiepida delle terme. E' come quell'immersione questa morte lenta, che cancella ogni resistenza.
"Le ineluttabili regole dell'esistenza mi imporrebbero di lottare cara Fanni, sottopormi a cure chemioterapiche forse guaritrici, forse devastanti, ed io non voglio morire per colpa di qualcosa o qualcuno. Io scelgo. Lasciatemi autodistruggere vi prego, qui, in questa stanza che sembra un sepolcro già imbiancato, pronto per me, così lontana dalla mia casa colorata e viva. Qui, lontana dalle illusioni che sono solo terrificanti streghe.
E' una sentenza granitica quella che mi spetta. Una sentenza che frulla il mio futuro in piccoli pezzi inafferrabili. Io non avrò più futuro. Un masso inamovibile ha sostituito il mio sangue, la mia linfa, il mio battito cardiaco. Io non voglio cure, non voglio più vivere, non voglio pesare a nessuno.
Ma lo dico solo a te Fanni. Io fingo di scegliere la terribile solitudine della morte. Perchè l'unico modo per sconfiggere la solitudine pare essere fingere di averla scelta".

Oggi la sto osservando Gina. Il respiro manca. Il respiro torna. Rallenta. E mentre il mio cuore è una bussola impazzita, provo un fine distillato di emozioni che da lei mi arrivano filtrate solo da una pallida luce. Quella del comodino. La statuetta del Buddha, due amuleti rossi, il libro di Baricco "Castelli di Rabbia" con il segnalibro a metà, un quaderno di poesie scritto da lei, un fazzoletto ricamato, il disegno dei nipotini, un profumo di talco e una piantina di ciclamini rossi. Questo fu Gina, nel giorno della sua morte.

Qui sotto una sua poesia, rubata da un foglietto sgualcito del suo quadernetto a quadretti. Il libro integrale (titolo : Ieri. Di quel giorno) me lo aveva dedicato ancora in vita.


Illusioni

Terrificanti streghe
le illusioni.
Mostri usciti
dalla faccia dell'oscurità
imbrunano la luce del giorno
e al tocco di mezzanotte sempre
seppelliscono qualcosa di noi.

A Fanni,
affinchè sia importante l'oggi
deve necesariamente esserci 
un grande ieri 
Un Abbraccio 
Gina Zanon 


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