27 aprile 2016

Le assurdità del mondo (26 Aprile 1986-2016)

26 Aprile 2016 ricorrono i 30 anni del disastro di Chernobil (26 aprile 1986)

Ha i pantaloni del pigiama arrotolati alle caviglie il piccolo paziente, tre bottoni aperti a V sul colletto, una centrale nucleare al braccio. Mi fissa con occhi tondi e sofferenti incastrati in una pelle di cera e sottomessi ad un petto di pelle ed ossa, ancora acerbo. Ha solo dodici anni ma sulle spalle, l'ingiusta sofferenza di chi è nato in Bielorussia.
La donna, "mamma in affitto", che lo ospita in Italia tutti gli anni per due mesi da quando aveva cinque anni, mi si avvicina con un lieve sorriso che le increspa le labbra.
Trema. Si abbraccia il busto cercando di arginare il tremito e guarda il suo bambino in affido tornare nella stanza. E' qui da noi per le cure chemioterapiche. "I suoi genitori sono morti entrambi, di cancro", mi racconta tristemente. Le chiedo dove riesca a trovare questa forza. Mi risponde con un tono di voce asciutto, senza sbavature: "E' amore. Puro amore per un figlio che non ho mai avuto e che considero ora un po' mio".
I ricordi adesso sono un fiume nella sua mente, la travolgono. Mi racconta del suo incontro con il suo bambino adottivo, la prima volta sette anni fa. E mi racconta dell'anno scorso, quando è arrivato in Italia in fin di vita. "Stava per morire di leucemia. Qui ha trovato le cure e il male ora sembra arrendersi alle terapie". I veleni di quella nube tossica mietono ogni anno ancora migliaia di vittime. E sono passati trent'anni. Che assurdità in questo mondo.
Volgo il capo a destra, mi cattura l'ampio finestrone del corridoio; in fondo c'è la stanza di Igor . La luce stanca del tramonto filtra tra le nubi che si stanno ormai sfilacciando. E' come una metafora.
Entro nella stanza del piccolo campione. Si passa una mano sulla testa lucida, come se temesse che il mio sguardo cadesse là. Tiene gli occhi spalancati che presto diventano sospettosi. Non immagina perchè io sia qui da lui. Lui vede solo un camice bianco e cerca di socchiudere gli occhi facendoli sparire dietro alle guance gonfie di cortisone. Appoggia la testa indietro, sul muro, poi abbraccia le ginocchia, nervosamente. Ha paura e si aggrappa al braccio della sua mamma.
Dalla finestra della stanza lo spettacolo è magnifico e lo invito a guardare; è un modo per tranquillizzarlo; il sole si è trasformato in oro liquido e lingue di fuoco sembrano arroventare quel cielo che è stato azzurro fino a qualche istante prima. Igor accenna ad un sorriso, mi tende la mano, ruba la penna dal mio taschino, gli regalo una mollettina che tengo sul bottone. E mi siedo accanto a lui, che si sposta in là, sistemando il lembo delle lenzuola fin sotto al metto.
"Posso farti una domanda?", gli chiedo timida. "A cosa stai pensando Igor?".
Comprende perfettamente l'italiano. Dinnanzi ad una domanda semplice e piena, mi aspetto quella stessa incantata incoscienza dei bambini che ho sempre conosciuto.
E rimango invece pietrificata dalle parole pronunciate dalle labbra di un piccolo uomo cresciuto troppo in fretta.
"Per adesso non penso doctoressa. Mi limito a mettere un ixtante davanti all'altro".
Bellissima, unica, meravigliosa frase che porto sempre con me e in me. E fintanto che il mondo continua a vorticare e noi infermieri a sostenere piccole e grandi vittime delle ingiustizie, loro ci insegnano come prendere la vita. Galleggiando, dice Igor, perdendo completamente peso e togliendo lo stesso a tutte le cose, immergendosi in un'altra dimensione.
Allora sarà come tuffarsi nel mare, quando la schiuma bianca ti accarezza ogni volta che risali, e ti solletica la pelle, ti vezzeggia, mentre tu, nuotando, accarezzi le onde, gli ostacoli della vita. Ma lui lo può solo immaginare. Il mare non l'ha mai visto.









È stato sperimentalmente accertato che soggiornare per almeno 40 giorni in luoghi non contaminati e soprattutto alimentarsi con cibi privi di radionuclidi, permette ai bambini di perdere dal 40 al 60% della radioattività assorbita, riducendo così il rischio di essere colpiti da tumori alla tiroide, leucemia, e altre patologie derivanti dalla contaminazione con la nube radioattiva della centrale nucleare di Chernobil, esplosa nel _______. A titolo di esempio, del Cesio Ce137 assorbito nel corpo umano il 10% viene espulso in 3 giorni mentre il 90% viene espulso in 110 giorni.

24 aprile 2016

A piedi nudi

Il contatto con la natura è stato da molti studiosi dimostrato essere curativo di molte patologie come l'ansia, la depressione, gli effetti collaterali della chemioterapia, i cali delle difese immunitarie.
E' per questo che ho pensato di proporlo a tutti i partecipanti alla nostra camminata contro il cancro, sul Sentiero degli Ezzelini, domenica scorsa. Ed è fantastico quello che è successo.


Uno dei tanti miei pazienti, se ne stava in disparte, attento. Si tolse la giacca, gettandola di lato, per terra, sull'erba verdissima. Non avrebbe mai immaginato quello che stavo per proporre eppure da subito era attirato da ogni mio gesto. Ogni volta che lo fissavo, vedevo l'ombra di un sorriso in un viso pieno di rughe di espressione. Era curvo sulle spalle. La chemioterapia dava i suoi segnali anche qua, lontano dal male. La stanchezza era diventata una cappa pesante sulle sue spalle. Un peso insopportabile.
All'improvviso chiesi a tutti e duecento i partecipanti di togliersi le scarpe e i calzini. Volevo che prendessero il contatto con il terreno, con l'erba umida, primaverile e fresca, sana, ancora tenera e non infestata dalla gramigna. Qua e là, margherite e tarasacco o soffioni pomposi avrebbero attutito i passi incerti creando piccole vibrazioni corporee.
Guardavo sempre lui, uno dei tanti miei pazienti presenti.
Si stava concentrando su quella vibrazione e lentamente il lieve contatto con il terreno copriva ogni preoccupazione. Monotono ma rilassante, il passo in lungo e in largo sul prato diventava complice di serenità assoluta. Stava bene. Si avvicinò a me discreto e rispettoso e mi disse grazie. Era la prima volta che camminava a piedi nudi in un prato.
Con le braccia allargate e nessun pensiero in testa ci si faceva baciare dai deboli raggi di sole. Qualcuno aveva una camminata rapida e brusca. Qualcun altro dilatava le narici come per respirare meglio. C'erano duecento persone con quattrocento piedi immersi nella vita, un filo di eccitazione e palmi protesi verso il cielo. Ci bastava così, per essere felici. Momentaneamente felici. Ma era il nostro obiettivo. Alleggerire il nostro mondo con una giornata diversa. E il nostro mondo sembrava cominciare e finire in quella camminata sul prato, sotto il sole ora oro e fuoco, ora viola e rosa, come il cielo che gli stava intorno, e ora grigio e blu, quando i colori si acquietavano e la giornata finìva.




Dal diario di una terapista del perineo: rinforziamolo in auto !

Corro a novanta all'ora e non un chilometro in più. Nella Statale del Santo bis non puoi sgarrare con la velocità. Pena una multa salatissima certificata da quegli autorevoli autovelox senza pietà. E' così che decido di investire il tempo di un'andatura costante e lineare, per esercitare il mio pavimento pelvico. Il sole mi acceca e porto languidamente la mano sul parasole, abbassandolo con aria melodrammatica. Tranquilli, sono solo animata da intenzioni scherzose.
Innanzitutto contraggo alternativamente un gluteo e poi l'altro. Prima il destro poi il sinistro e poi il destro e cosi via. Palleggio insomma.
Devo concentrarmi ma alzo il volume della radio affinchè la musica mi detti il tempo. Emetto un urlo sguaiato che dovrebbe assomigliare alla canzone che ascolto ma il risultato culmina in un suono stonato simile ad uno squittio. Riscaldamento effettuato in pochi minuti.
Poi, mi aggrappo al volante con due mani e stendo la schiena, la allungo, allontano le vertebre le une dalle altre, cerco di arrivare con la testa al tettuccio della mia auto, fino a toccarla. Spingo in basso le scapole, allungo il collo, stringo i muscoli anali e vaginali. Resisto per un minuto mentre mi concedo un pensiero sfrenato: voglio sorpassare il macinino che mi sta davanti seminando un po' di polvere. Fatto.
Ora, rilasso la schiena sprofondando sul sedile e lasciandomi inghiottire. Mi concentro sull'addome. Spingo la pancia in fuori e poi la introfletto velocemente mantenendola dentro appiattita per almeno due chilometri. Attenzione all'acceleratore. La contrazione prolungata non deve farmi perdere il controllo! Devo farlo respirando normalmente ma l'addome non si deve muovere.
Ecco sono incolonnata, rallento fino a fermarmi. Ingrano la prima, pronta per ripartire. Nel frattempo, mi giro con il busto verso destra, sino a vedere dietro con gli occhi e avvolgendo il mio sedile con il braccio destro. Poi verso sinistra. Il busto fa una specie di torsione come se fosse di gomma. Mi sento tutta imblusata in questa camicetta abbottonata e le corde del collo sono tirate. Il movimento assomiglia a quello in cui noi donne, parcheggiando la borsa nei sedili posteriori, compiamo un allungamento per recuperare qualcosa dentro di essa.  Metto così in atto i muscoli obliqui (fianchi) rimanendo perfettamente seduta sui due glutei.
Riparto, inspiro profondamente ed espiro a labbra socchiuse introflettendo nuovamente l'addome e strizzando i muscoli vaginali e/o anali velocemente per altri due chilometri.
Si cerca sempre una formula per riabilitare o rinforzare il proprio pavimento pelvico a costo zero. I Pelvicstom's exercises me l'hanno insegnato !

TECNICA IPOPRESSIVA NEI LAPAROCELI

La tecnica ipopressiva è stata ideata dal Dott. Marcel Caufriez dopo essersi accorto che alcune tecniche tradizionali di riabilitazione addomino pelvica, anzichè migliorare i sintomi di prolasso, incontinenza e laparoceli, ne peggioravano i risultati.
Tale tecnica, basata soprattutto sulla respirazione e pochi semplici atti muscolari, evidenzia i suoi successi in caso di prolasso degli organi pelvici (cistocele, isterocele, rettocele), addome lasso, ipotonico, a rischio di sviluppare delle ernie e dei laparoceli (=ernie in sede di cicatrice come nella foto a destra, in una paziente stomizzata), dolore lombare, eccessivo girovita.
Negli esercizi ipopressivi le vertebre vengono separate e decompresse, il diaframma si sblocca (utile negli stati ansiosi in cui il diaframma è bloccato), l'addome si appiattisce, gli organi pelvici risalgono per pressione negativa.
Nelle foto seguenti potrete vedere uno dei tanti esercizi:


Inspirare gonfiando l'addome come un pallone 

Espirare lentamente senza forzare la fuoriuscita dell'aria dalle labbra e far rientrare l'addome portando le braccia dietro la testa allungate



Bloccare il respiro in apnea, serrare le labbra, con una mano tappare il naso ed effettuare una falsa inspirazione toracica (è una inspirazione paradossa poichè l'aria non può entrare). contemporaneamente far rientrare l'addome al massimo allungando le vertebre e percependo uno stiramento dei muscoli intercostali e degli obliqui (fianchi) . Mantenere stiramento e apnea per sei secondi. 

23 aprile 2016

E' un tocco terapeutico

Si liscia i capelli con la mano aperta, spostandone un po' dietro l'orecchio. E' tenero il suo gesto, umile. Allenta, con mano tremante, l'elastico della maschera dell'ossigeno che le segna il volto. Allunga un po' il collo all'indietro, quasi come se avesse fame d'aria, mi guarda con gli occhi sbarrati. Ha paura. Una tremenda paura.
L'aria in questa stanza si potrebbe tagliare con un coltello. E' pesante stare qui, una sofferenza. La mia paziente è terminale, ma lei vuole vivere ancora, eccome se lo vuole. 
Non riesce a parlare. Trasalisce. Le parlo io, vorrei soffiarle aria leggera tra i pensieri pesanti, le spiego chi sono, mi siedo accanto. Fingo. Indosso una maschera. Mento. Ci sarà un domani e ci saranno ancora molti soli da vedere. Un sacco di stelle ancora brilleranno per lei. Accenno ad un sorriso forzato. E' plastico il mio volto, innaturale e solido. Devo. 
Poi, all'improvviso, lei allunga la mano sulla mia, la afferra, non ha una forte presa e scivola tra le dita. Cerca conforto stropicciando le lenzuola, cerca una carezza aprendo le cinque dita, cerca la vita che sta fuggendo via. 
Armeggio nervosamente con l'altra mano, toccando il bottone del mio camice. Lascio vagare lo sguardo. A tratti guardo verso il cielo azzurro della finestra. Il riverbero del sole è accecante. Poi abbasso gli occhi e li rialzo solo per fissare le flebo gocciolanti, lente e ininterrotte. 
Mi alzo in piedi. Controllo le sue gambe scivolando con le mani dalle cosce alle caviglie. E' una carezza delicata che amorevolmente cura e rilassa. Tocco i suoi piedi, separo le dita, stendo un velo di crema idratante. Avvolgo il suo collo con le mie mani, come per scaldarlo, sentire ancora il battito del cuore. Aumento il flusso dell'ossigeno, sistemo i suoi capelli sul cuscino, stiro le pieghe della federa con le mani. E poi le riprendo la mano, come un tocco terapeutico la sfioro, incrociamo i nostri pollici in silenzio e li stringiamo a dismisura, con un sorriso stampato, ma ve l'assicuro, non era confezionato. Quello era vero. Ed è stato l'ultimo.



13 aprile 2016

Oggi non sto bene

Cara amica,
mi hai scritto proprio così: "Oggi non sto bene". Le tue parole rivelano sfumature dolorose e provo molta tristezza "con" te, credimi.
Il tuo messaggio giunge dritto come un puntale, dentro di me. La tua sofferenza però non mi sorprende, la conosco purtroppo. La chemioterapia ti annienta, la stanchezza ti blocca, i farmaci ti avvelenano. Lo sai bene che quella sinfonia ti verrà suonata per molte settimane ancora. Una coreografia rende ancora più visibile l'assurdità del cancro. Per distruggerlo ti devi avvelenare senza cedere. Come è possibile accettarlo?. Ma tu sei bravissima. Hai deciso che questa è solo una parentesi che chiuderai prima o dopo.
"Oggi non sto bene..."
Amica, le tue parole echeggiano impetuose, non in un coro catastrofista, ma nella volontà di vincere. Mi piaci così combattiva. Carichi anche me. Pensa, sei tu che mi aiuti.
Ma hai paura. Lo sento e lo capisco. Ti capisco amica mia. E' una paura mai ostentata e mitigata da un coraggio sottile ma tenace, quello che ti contraddistingue. E' una paura leggera, presente già di prima mattina, quando apri gli occhi e guardi il cielo dalla finestra. Le nubi ti appaiono meno bianche e il cielo meno cielo e più soffitto. Ma è una paura fugace, se ne va con un colpo di vento se vuoi.
Pensi alla vita, come ad un film. Srotolata in una pellicola. Una vita lunga, indecifrabile teoria di eventi, equivoci, sorprese, colpi e contraccolpi. Ti vedi nel ruolo di una semplice comparsa ma vorresti essere il regista, decidere.
E allora decidi adesso che la tua giornata sia bella.
Preparati, esci, vai a comprare dei fiori freschi, colorati, da mettere sul tavolo della tua cucina. Puoi scegliere anche il bianco, che riflette bene la luce anche quando non splende il sole e vedi anche nell'ombra.
In quei fiori noterai un meraviglioso riserbo. Ti rappresenteranno. Non ti deluderanno e ti sapranno confortare. Avranno una influenza sottile sulla tua mente. Fotografali, posta la foto sui social e sposta le tue attenzioni su di loro. Sentirai un respiro discreto, diverso da quello in cui gli altri ti invitano a stare. I tuoi fiori si fonderanno con te, nel tuo pomeriggio inquieto, impazziti di luce, in posa per te.
E ti faranno stare bene.

Fanni Guidolin

11 aprile 2016

Vorrei quell'abbraccio...

(Dedico quell'abbraccio a tutti coloro che soffrono per un amore, per una malattia, per le ingiustizie subite).

Vorrei un abbraccio possente e lento, che aprisse ogni poro della mia pelle, riempiendolo di affetto, quello vero.
Vorrei un abbraccio ininterrotto, che colmasse il vuoto che mi sta lasciando la malattia e che mi desse la certezza di potermi ancora svegliare e vedere la luce del sole.
Vorrei che fosse un abbraccio di velluto e geometrico, ampio, simmetrico con il mio corpo, candido e sincero, dove acciambellarmi dentro come un gattino. Un abbraccio da contraccambiare con una stretta ancora più stretta e con una dimensione ancora più ampia.
Vorrei un abbraccio spontaneo e vero, che mi rimbalzasse dentro. Donato e mai ceduto.
E vorrei un abbraccio che facesse evaporare le mie paure, celate sotto alla mia pelle, con le tue braccia voluminose e sicure, trascinanti.
Lo vorrei così. Curativo e saziante, profumato. Perchè un abbraccio può medicare e guarire, arricchire.
Ma un abbraccio può essere anche malato, falso e vuoto di affetto, pieno di bugie. Può allontanare o contaminare e farti ammalare. Può grondare tristezza, essere ligneo e marmoreo, sudato e stanco.
E poi, può essere indifferente e tortuoso, o eccessivo e interrotto. Un abbraccio che non ho mai conosciuto.
Io vorrei quell'abbraccio là, quello che ho conosciuto allora. E lo vorrei ancora, e poi ancora, e ancora...

Fanni Guidolin


10 aprile 2016

Corso di Posturologia: la valutazione posturale integrata

 Il mantenimento di una corretta postura è considerato parte del progetto riabilitativo delle forme di
incontinenza, sia urinaria sia fecale, dei prolassi e del dolore pelvico. Da studi di letteratura e da una recente revisione bibliografica in tema, divenuta tesi di master ad opera di un mio studente universitario, si evince che il rapporto tra postura e pavimento pelvico sia un binomio inscindibile e non un concetto dicotomico. Ogni disfunzione perineale non deve essere perciò trattata a prescindere dalla postura dell'individuo.  L’analisi posturale e la riabilitazione posturale rientrano nel processo riabilitativo del paziente con disfunzioni pelvi perineali. Ecco perchè ho deciso di seguire questo corso di alta formazione, in quattro giornate, appena conclusosi a Milano, in tema di posturologia.

La valutazione posturale integrata è stata la tecnica acquisita per poter inquadrare con precisione da dove origina una disfunzione. Si sono appresi tutti i test di valutazione e indagine dei singoli recettori posturali. Attraverso l'analisi di tre aree sintomatologiche, possiamo  riconoscere la sindrome da deficit posturale. E' l'osservazione fatta in modo biomeccanico o neurosensoriale che orienta a finalità e ad approcci differenti, seguendo una roadmap, cartella clinica sequenziale. 




Il perineo è sempre il mio campo di interesse !


Il Dott. Stefano Frediani (medico odontoiatra) alle prese con il test dei rotatori


Momenti del corso in posturologia  (grazie Marco Botteghi) 


8 aprile 2016

Dal diario di una terapista del perineo: pelvic training al supermercato

Non avresti mai pensato che anche al supermercato puoi allenare i muscoli del tuo pavimento pelvico vero? Eppure quei trenta minuti tra le corsie, spingendo il carrello e riempiendolo di cose, sono un ottimo training a costo zero. Il pavimento pelvico si rinforza e i prolassi non peggiorano.
Già quando scendo dall'auto mi ricordo di aprire bene la portiera, di girarmi sul sedile con entrambe le gambe verso l'uscita, come se avessi una corda che mi lega le ginocchia, e appoggio entrambi i piedi per sollevarmi eretta. Lo so che viene più facile far uscire la gamba sinistra ma se volete essere un pò "naif", provate così.
Prendo il carrello. Il profumo di pollo allo spiedo è trasportato dal vento fino al parcheggio. Inspiro profondamente gonfiando l'addome ed espiro introflettendolo. Mi sazio di questo odore.
Spingo il carrello appoggiando entrambe le mani al manico e penso alle mie spalle. Sono abbassate? Avvicino le scapole e allungo il collo, raddrizzando la schiena. A gomiti stretti sul busto e con le mani sul manico del carrello, è più facile. Cammino con l'addome introflesso. Appoggio la borsa nello scomparto dei bimbi. Entro nel supermercato salutando il direttore che si trova laggiù, e le cassiere, che ormai mi conoscono. Essere sorridenti è sempre positivo e ricordatevi che il buonumore è contagioso.
C'è la farina nell'ultimo ripiano e devo sollevarmi sulle punte dei piedi. Ottimo esercizio se utilizzo entrambe le braccia per prendere il pacchetto. Non devo inarcare la schiena nè spingere il sedere indietro. I glutei devono sempre contrarsi quando mi alzo sulle punte e anche se sono ferma, a leggere le etichette di qualche prodotto. Se avete capito cosa significa stringere i muscoli vaginali e anali, ricordatevi di farlo sempre, più che potete, ogni volta che contraete anche i glutei.
Nello slalom tra le corsie, approfitto della noncuranza dei clienti per fare delle "strizzatine di gluteo": hop, lascio, hop, lascio, hop, lascio.
La passata di pomodoro è in basso a destra. Devo chinarmi. Non mi piego a novanta gradi. Mi accuccio espirando, senza comprimere l'addome. Se posso, appoggio i glutei sui talloni. Non si deve spingere con l'addome come fa la tipa laggiù, quella con la coda di cavallo che ondeggia sulle spalle.
Di fronte al banco frigo, proteggo la mia "pancia" con una giacca o lego la maglia in vita, per tenerla al caldo. Lo sbalzo termico potrebbe scatenarmi una urgenza minzionale da dovermi far scappare a casa lasciando ogni cosa nel carrello.
Alle casse, divido la spesa in borse pari e dal peso egualmente distribuito. Sollevo le borse introflettendo l'addome e se lo sforzo è tanto, devo ricordami di espirare. Non devo soffiare l'aria dalla bocca. Essa esce impercettibilmente, dalle labbra socchiuse o dal naso, per evitare ogni spinta sui muscoli addominali.
Verso l'automobile, un soffio di vento freddo mi solletica. Scrollo le spalle, mi scappa la pipì. Metto in atto l'esercizio di resistenza all'urgenza: inspiro, espiro, introfletto l'addome, stringo i muscoli anali, attivo il pavimento pelvico. Passa lo stimolo. Sono salva.

5 aprile 2016

Avanti un altro

(Tratto da una storia vera. Grazie Francesca) 

Siede a schiena dritta nella sala d'attesa, nascosta dalla colonna e da un grande ficus Benjamino che riceve i raggi di un sole flebile.
La penombra ammanta ogni cosa e sembra accarezzare e custodire l'ansia e la preoccupazione di quella donna dai capelli rossi, lucidi, e dalla pelle di cera. E' la mia migliore amica.
Tiene le mani giunte tra le ginocchia strette e le spalle curve. La mandibola è serrata mentre giocherella ansiosa mordendosi la lingua e l'interno della guancia. Diventano così, le espressioni, cariche di significato e di paura. Appoggio la mia mano sulla sua.
"Avanti il numero 42". Il radiologo chiama la signora accanto a lei, è il suo turno. Si alza di scatto e quasi inciampa nel manico della borsa che ha appoggiato a terra. Tra qualche istante la sua vita potrebbe cambiare definitivamente e lei sarà la prima a saperlo. Come per la mia amica del resto.
Se non si fosse spalmata una crema idratante su quel seno, non si sarebbe mai accorta del nodulino sospetto. "Senti che pallina qua sotto. Si proprio qua, vicino al capezzolo".
E così, Francesca è finita qui, per una mammografia di accertamento.
Un refolo d'aria, dal corridoio, le crea un brivido lungo la schiena mentre inghiottisce a bocca aperta i profumi penetranti degli antisettici e dei disinfettanti. Li adora. Da quando è infermiera, tutto ciò che odora di alcol ed etere la inebria. Ma, insieme ai brividi, una paura tremenda si fa strada e non è facile districarsi.
"Avanti il numero 43". E'il turno della signora dell'ultima poltroncina, accanto al tavolino colmo di riviste sparpagliate. Ci sono donne seminude in copertina ed è tutt'altro che un surrogato di consolazione. La signora ha le labbra arricciate in un piccolo broncio e un'espressione afflitta. E' la seconda volta che il medico la chiama in ambulatorio. Essere positivi in questi casi, è un'attività molto potente.
E tocca alla mia amica.
Rotolano minuti che sembrano ore. Non esce più.
Mi alzo irrequieta, cammino in lungo e in largo, tengo il cellulare in mano. Mi soffio il naso. Odo qualche singhiozzo, ma forse mi sbaglio.
Esce.
Ha gli occhi rossi e due occhiaie violacee. Le palpebre sono gonfie di lacrime e corre da me abbracciandomi.
"Ho il cancro".
Come una doccia gelata nella mia testa avviene un black out. E corrono i miei pensieri. Rapidi e inafferrabili, più dei suoi. Vedo Francesca senza capelli e Francesca che vomita e poi chinata a terra piangente. Francesca che respira piano e poi gonfiarsi in volto, piena di cortisone. Corre la mia mente, corre troppo. E scoppio. Piango con lei, abbracciandola come se fosse una sorella. E mi dico pazza e scema a seguire quei pensieri. E' la paura di perderla.
Com'è ingrata la vita. Un attimo prima sei una giovane donna che salva l'anima e il cuore dei pazienti e un attimo dopo sei tu paziente, demolita nella tua integrità, vittima del male del secolo, puntino di sabbia nel deserto arido.
"Aspetta.." le dico. "Dovrai fare la biopsia, poi si vedrà Franci. Una cosa alla volta! Magari è benigno!".
Ma se c'è una cosa che un'infermiera sa prima degli altri, è come andranno le cose. E già ti vedi con il braccialetto identificativo al polso, mentre le tue colleghe di mettono l'ago al braccio e la maschera do protossido al volto, in quella sala operatoria dove tutti ti conoscono.
Ti toglieranno un seno. E sarai solo l'ennesima.
Avanti un altro. E' la vita purtroppo.


1 aprile 2016

Lei è speciale

Regala una carezza al nonnino in sedia a rotelle e gli offre un pezzetto di pane la signora in camice bianco. Si muove silenziosa compiendo un balletto di azioni che valgono un tesoro. Sono azioni ordinate, calcolate, gioiose, da anni. Donano un pezzettino di vita e tante attenzioni ai nonni di questa casa di riposo.
La donna in camice tiene i capelli raccolti in un codino spiritoso e indossa un paio di zoccoli in gomma color turchese, come i suoi occhi. Ora, con discrezione e senza rimproveri, pulisce il pavimento dal disastro commesso da un signorino non troppo giovane. Si è rovesciato il minestrone addosso attirando i compagni curiosi e divertiti. L'odore acre e pungente della candeggina fa allontanare la folla, ma evapora subito, e lascia il posto al profumo intenso che emanano quei kalicantus giallo oro sul tavolo. Li ha portati lei, come ogni settimana, per i suoi vecchietti, rubandoli dal giardino di casa sua. Dice che pranzare con dei fiori sul tavolo rassereni e rallenti le malattie aggressive. Io credo abbia ragione. o forse è un sottile gioco della nostra mente, e male non fa.
I kalicantus hanno cristallizzato i ricordi di azioni che si ripetono da anni. E si sa, gli anziani sono come i bambini, hanno bisogno della ripetitività per sentirsi al sicuro.
La vecchietta claudicante chiama Maria da lontano. Vuole offrirle un cappuccino al bar. E' il suo modo di ringraziarla. Maria le ha insegnato a fare i disegni sulla schiuma con il cacao e oggi ha disegnato un cuore per lei. La nonnetta tiene saldamente lo sguardo sulla tovaglia. La punta del dito scivola sulla stoffa e disegna un cuoricino anche sullo zucchero rovesciato per sbaglio. Si ritorna bambini ad un certo punto della vita. Fragili, innocenti, ma dove il tempo sembra dilatarsi all'infinito e non farsi stretto e breve.
"Vieni a giocare con noi!!" gridano in coro un gruppo di anziani che giocano a carte nel tavolino all'angolo. Hanno uno strano modo di cadenzare le parole. E' stata Maria ad inventare gli accenti nelle frasi, per divertirli nelle lunghe giornate grigie invernali. Lei sa cacciare le loro paure quando si presentano. E le loro stanchezze. Non esiste la stanchezza secondo Maria. E' un termine inadeguato. Esiste il vuoto. Di questo dobbiamo avere paura, perciò non bisogna mai smettere di allenarsi.
Ci si allena anche all'amore, a qualsiasi età, cantando una canzone alla vecchietta dalla chioma ingrigita e crespa, o recitando una poesia al nonno curvo sul suo bastone. E ci si allena alle lacrime di un film che emoziona ancora, in quel maxi schermo sempre acceso.
Maria non è solo una infermiera. Gli anni di lavoro le hanno regalato l'esperienza di chi sa decifrare le sfumature dei sentimenti dimenticati nell'animo di ogni anziano, le competenze per far fronte alle cure infermieristiche, le conoscenze di pronto soccorso e pronto intervento, ma anche il significato del contatto umano e intimo durante il bagno settimanale dei suoi anziani ospiti, o l'importanza delle parole durante i pasti, quando si trova ad imboccare disabili silenziosi.
Maria sta ora spingendo l'anziana Tosca, in sedia a rotelle. La sta portando fuori, dove una serie di gatti gironzolano liberi nel prato e tengono compagnia. Vuole farsi una treccia ai capelli. Le ha insegnato Maria ad essere ordinata, non solo la domenica ma sempre.
Ai bordi del marciapiede, una nonna seduta a terra, cinge le ginocchia poggiandovi sopra il mento. Si liscia le pieghe dell'abito e fissa Maria con gli occhi curiosi.  Il ronzio di un'ape l'avvolge e la rilassa. Strappa una margherita. La porge a Maria. Ha contato tutti i petali. Se lo ricorda ancora l'esercizio del contare da zero a cento. Poi non sa, Maria le ha insegnato a contare fino a là, ma anche le tabelline a memoria, le moltiplicazioni a mente, le sottrazioni in colonna e le addizioni con le monetine. Con calma e pazienza si impara tutto dice Maria. La residenza per anziani non è un ospizio per dormienti o atassici o anedonici senza espressione.
In questo mondo non esiste la fretta, è vero. Ma questo mondo è come una cassettiera piena di oggetti. Puoi aprire un cassetto dopo l'altro e frugare alla rinfusa arricchendoti con gli occhi in una sola direzione, o aprire un cassetto alla volta e osservare ogni cosa da tutti i punti di vista. Allora anche l'odore dell'aria ti sembrerà diverso, e le parole, le persone, la vecchiaia, vera ricchezza. Avrai imparato a cogliere i particolari e a vivere il tempo che resta appieno.
Adoro quella donna in camice bianco dagli occhi turchesi.
E quando trovi chi per te è specchio della tua anima, non puoi che sorridere alla vita.
Perchè quella donna è... mia madre.




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