29 febbraio 2016

Libertà: sulla tavoletta del w.c.


Qualcuno l'ha definito la "grotta" del pensiero. Qualcun altro la nicchia del relax. Per altri  è da preferire al cinema: puoi guardare la tv mentre stai seduto sopra comodamente.  Fatto sta che il wc di casa propria è diventato il protagonista delle nostre giornate super stressanti. 
Ecco che donna o uomo che tu sia, al rientro da una giornata di lavoro, potresti sentire l'esigenza di farti regalare dal tuo "gabinetto", momenti molto particolari. 
Ti spogli, adagi le tue natiche su di esso e stai lì, a spingere magari, o lì, a leggere, a controllare le mail dall'Ipad, i messaggi del cellulare o a sfogliare la rivista del mese. Hai la testa beatamente vuota, libera, seduto in quella tazza. Sono finiti i tempi in cui leggevi tutte le etichette degli shampoo o delle saponette. Perfino lo slogan sul tubetto del dentifricio non ti interessa più. Adesso ti basta stare seduto lì, a fare dell'altro, tipo tagliarti le unghie, stenderti lo smalto, schiacciarti i punti neri, mentre il tuo perineo scende, i tuoi organi pelvici prolassano, i muscoli alla base del tuo bacino si stirano. C'è perfino chi è diventato stitico per poter leggere in pace al gabinetto. 
Amico delle giornate scialbe e sciroccate, il w.c. ti invita ad adagiarti con occhi sornioni e mani che sorreggono il viso stanco. Appoggi i gomiti alle ginocchia e chini la testa in avanti.  Lui ti può rilassare, anche se non ha un sorriso ruffiano o mani tremule che ti fanno mille grattini. Lui, il w.c., ha la capacità di sollevarti da terra pur rimanendo tu, legato alla realtà. 
L'etimologia della parola gabinetto deriva dalle antiche sale di lettura adibite anche a colloqui privati o attività private. Ecco perchè non abbiamo ancora perso l'abitudine. Tuttavia, vi invito a riflettere sui danni che tale libertà vi mette in conto. 
Se vi sentite sospesi nel vuoto e leggeri da problemi e preoccupazioni, sappiate che non sarà sempre così. Il prolasso di una vescica o del retto, nella posizione seduta sul wc, aumentano. E più tempo si trascorre là seduti, più sarà difficile scaricare completamente un'ampolla rettale o svuotare una vescica. Ve lo insegna chi ha scoperto la gravità. Tutto cade verso il basso e ingombra lo stretto passaggio. Ma se la cacca trova la giusta via senza indugio, non lo è per altri organi del vostro corpo (utero, vescica, retto, mucosa rettale), che mai dovrebbero scendere dal loro sito, e vi sfido a trattenerli e mantenerli al loro posto a lungo in un a "sedia con foro" in cui ogni giorno vi esercitate al prolasso per almeno mezz'ora. Vincere la forza di gravità è impossibile su questa terra.   

leggi anche: 

Fanni Guidolin 







28 febbraio 2016

Appunti dal diario di una terapista del perineo. Postura & company

Nella pratica clinica mi capita di osservare, nei soggetti incontinenti, o con altre disfunzioni del pavimento pelvico, presenza di scoliosi, cifosi, iperlordosi della colonna vertebrale. Difetti strutturali della colonna o da atteggiamento scorretto perseverato negli anni, posture forzate sulla sedia della scrivania dell'ufficio, lombalgie da movimentazione di carichi impossibili. Ma mi capita anche di osservare schiene dritte, donne sedute con le gambe accavallate perfettamente in asse,  colli allungati e non "appiccicati" al decoltè, addomi piatti e glutei sospesi contro ogni gravità.
Postura e disfunzioni perineali rappresentano un binomio inscindibile ed è per questo che ho deciso di interessarmi particolarmente a questo ambito, ampliando la mia formazione in posturologia.
Nel mio quadernetto sgualcito, scritto perennemente a matita, appuntato in un angolino, leggo : "paziente seduta sul sedere". E' come se, anche camminando, la colonna vertebrale non avesse consistenza e si adagiasse sui glutei che risultano cadenti, con l'effetto ottico di fianchi più prosperosi, natiche flaccide e testa "insaccata" nelle spalle.
Basta una semplice camminata con un libro in testa, in avanti o indietro come i gamberi, a far cadere ogni certezza. La postura corretta è tanto più difficile da mantenere quanto più sono trascorsi anni di scorrettezza. Anche i muscoli ovviamente, erettori della colonna, circostanziali o direttamente connessi al bacino, possono risultare accorciati, "schiacciati", "induriti", rigidi, contratti, ed il lavoro di recupero è molto più arduo, ma non impossibile.
Leggo a tergo di una pagina: "la paziente parla al telefono abbassando il capo. Avvicina il mento al petto, è stretta nelle spalle che cadono in avanti, inclina il capo verso sinistra obbligando solo una parte dei muscoli del collo, a stiramento per tutta la telefonata".
Il perineo sostiene tutto il tronco e i visceri addominali secondo forze che devono essere ben distribuite. Una schiena iperlordotica cambia la statica e la dinamica pelvica, concentrando tutte le forze sul perineo anteriore (vescica, vagina, uretra), e aumentando il rischio di prolassi e incontinenza urinaria.
Questo è il punto di partenza. Le abitudini scorrette, spesso acquisite fin dall'infanzia. Per riabilitare il pavimento pelvico si parte dall'alto, dalla testa, fino ai piedi. Poichè esso non è un'entità isolata. Non è un solo muscolo. Ma una splendida e complessa interconnessione con tutte le ossa e tutti i muscoli del corpo.

Fanni Guidolin

La vita che vorrei vivere adesso, che è troppo tardi

Sofia lotta contra un male inestirpabile.
Ormai sono due anni che la sua auto compie lo stesso tragitto ogni quindici giorni. Si reca al day hospital oncologico per la chemioterapia.

Oggi non ho nessuna voglia di andare. Zoppico nel mio salotto grazie ad una gamba claudicante, il cancro ha raggiunto le ossa. Davanti a me, il vuoto. Anche il pianoforte a coda mi appare logoro e impolverato. Non lo suono da mesi. Quanto vorrei che la mia vita fosse un tutto resistente e limpido, e pieno.
Avevo quindici anni quando ho iniziato a fumare. Nicotina prima, mariuana poi, alcol, fino alla ricerca di quel di più che mi avrebbe distrutto. Era come vivere in un mondo a sè, con una sua propria atmosfera. Era come appartenere ad una figura insondabile. La stessa che ora, riflessa nel vetro, mi appare goffa, con la testa di traverso, così riservata e imperscrutabile. La mia. La stessa, che mi guarda con le sopracciglia aggrottate come se mi facesse un'osservazione inopportuna. E' troppo tardi adesso rimproverarmi.
Mai la vita mi è apparsa così preziosa come in questo istante. Vorrei gridarlo ai giovani che stralciano possibilità e bellezza per il nulla. Vorrei dire loro di vivere appieno la loro vita, con il cuore gonfio di amore e passione per le cose. Vorrei convincerli ad amarsi, come non ho fatto io. Se solo potessero vedermi in queste condizioni...
Il muro di questa stanza è coperto in lungo e in largo da ritratti vecchio stile. Sono i miei nonni, i miei antenati, i miei genitori. Vittime di ogni mio capriccio. Testimoni dell'infallibilità umana. Dirigenti, capi, realizzati. Sorrisi tutti uguali, come se fossero pre stampati. Felici. Ma cos'è la felicità se non la consapevolezza di un corpo sano che dipende da noi ?
Io volevo scegliere di non vivere. Il non vivere quella vita preconfezionata, da sola. Ma non desideravo  morire. E invece mi stavo uccidendo con le mie stesse mani, piano e lentamente, con la droga che divorava ogni cellula del mio corpo.
Oggi vorrei mollare tutte le mie colpe e diventare felice. Con solenne comicità recarmi al day hospital e fare una risata sonora, vendicarmi del mio dolore contagiando gli altri di una gioia mai vista, scivolare sul terreno della vita con le labbra edulcorate dal miele, si, anche claudicante, ma in uno slancio nuovo, spontaneo, che lasciasse tutti a bocca aperta. Perchè questa è la vita che vorrei vivere adesso, che è troppo tardi.


Sofia non si è mai più recata al day hospital oncologico, ma quanto ho scritto in prima persona, sono, le sue confidenze. Spero raggiungano il cuore di tanti giovani sulla strada di un'autodistruzione per la droga.


25 febbraio 2016

Io, lui e quell'aspira"coso"

"Prendere la vita con ... filosofia... Ringrazio il mio paziente per avercelo raccontato"
Racconto scritto da Fanni Guidolin sulla base delle descrizioni oggettive ed emozionali del paziente.

Dunque... a prescindere che non so da che parte prenderlo, la cosa certa è che un uso precoce del vacuum device dopo la prostatectomia radicale, facilita la ripresa sessuale e la continenza urinaria.
Lo ha detto un certo Raina, insieme ad un certo Zippe con un altro collega chiamato Agarwal, in uno studio pubblicato nel 2005 su 109 pazienti.
Ed eccomi qua, a considerare anche questa possibilità, per sentirmi un po' meno menomato e un po' più uomo, non condizionato dagli effetti collaterali delle terapie farmacologiche in compresse e non terrorizzato da pungermi ogni volta il pene con un aghetto, che, per quanto piccolo sia, sempre di ago conficcato sulla mia pelle si tratta.
"L'oggetto" in questione assomiglia ad un mungitore di mammelle. Sapete, di quelli che si usano per le mucche in stalla. Solo che questo è dotato di una pompetta manuale.
Allora prendi il tubo, lo appoggi alla base del pene, lo premi sul pube con una mano e con la mano opposta premi la pompetta di sgonfiaggio. E' già, lo devi mettere sotto vuoto il tuo "coso", e pompando, l'aria esce dal cilindro. E' la pressione negativa che attira sangue nei corpi cavernosi trasformando il tuo "membro" da misero, flaccido e insignificante, a turgido, semi-rigido e ben irrorato. Quando la misura ti soddisfa, puoi far entrare nuovamente l'aria nell"aggeggio" e rimuovere lo stesso. Il tuo pene, costretto da un anello di silicone alla base, rimarrà là, turgido, ad aspettare lei, se ne disponi, o la tua mano franca e fedele.
Me lo vedo l'inventore di questo oggetto così sconsideratamente semplicistico e nello stesso tempo ingegnoso, testarlo su di sè. Me lo immagino il piacevole rodaggio "scientifico".
Non provo alcun imbarazzo in questo momento, anche perchè sono solo con me stesso e la mia immagine riflessa, aleatoria. Sono come anestetizzato da possibili emozioni. E' la paura delle delusioni che mi assale. Il dolore l'ho già provato. Quello annebbia anche la vista. Il dolore psichico poi, ancora di più, mi rapisce ogni sera, appena appoggio la testa sul cuscino e guardo mia moglie, stesa accanto e girata di spalle. Non mi cerca più.
Dubbioso ed esitante ritento per la seconda volta. Non è facile entrare in contatto con la propria disabilità, soprattutto quando mette a dura prova la virilità. Ma cos'è la virilità se non una mera convinzione che deriva dall'infanzia?. E' il confronto con gli altri che scatena il mio disagio. E l'idea che io non valga più abbastanza. Mi sento anomalo perchè il cancro ha colpito me e lui. Il mio pene. Amico di sempre, mi ricorda la gioventù delle "cazzate" mai dimenticate. Simbolo inequivocabile di piacere e fecondità, emblema di una sessualità fatta si, lo ammetto, di penetrazione e desiderio. E quasi mai di affetto, carinerie e dolcezza. Forse è solo questo il problema.
Ma intanto mi alleno. Si sa mai che mia moglie decida stasera di girarsi dalla mia parte, e in tal caso...non vorrei che mi trovasse impreparato.


leggi anche : http://pelvicstom.blogspot.it/2013/12/riservato-agli-uomini-il-vacuum-device.html











23 febbraio 2016

Un corso "ad hoc" per ostetriche

Quando mi è stato chiesto di realizzare il programma del corso di formazione per ostetriche ho pensato che si fossero sbagliate. Io i bambini li ho solo partoriti (tre per la precisione) ma mai fatti nascere. "Abbiamo bisogno di capire come riabilitare dalle disfunzioni del pavimento pelvico post partum", mi è stato chiesto dalla coordinatrice delle ostetriche dell'Ulss 8. "E sappiamo, cara Fanni, che la tua formazione è ricchissima. Tu sei la persona che fa per noi". 
Entusiasta e lusingata, ho detto immediatamente si, e dopo il consenso del mio primario, mi sono messa al lavoro. Ho pensato ad un corso teorico-pratico in quattro ore "ad hoc" per le ostetriche, giusto per gettare le basi, le regole da spiegare alle donne anche prima del parto. Il programma lo potete leggere nella locandina oppure sotto a questa foto. Verranno realizzate due edizioni, per consentire a tutte le ostetriche del comparto di ostetricia e ginecologia, di parteciparvi.



Corso di formazione teorico-pratico per ostetriche: La riabilitazione delle disfunzioni pelvi perineali
Terapista riabilitatrice Enterostomista Dott.ssa Fanni Guidolin

v Perineo e dintorni: riferimenti anatomici e basi di partenza
1.     Perineo anteriore o superficiale
2.     Muscolo puborettale
3.     Muscoli trasversi e riposo perineale
4.     Perineo profondo
5.     Posizione seduta
6.     Differenze tra perineo e glutei
7.     Autocontrollo del reclutamento
8.     Posizione quadrupedica
9.     Posizione da "preghiera maomettana"
10.  Coricati sul dorso
11.  Coccige, mobilità e lussazione post partum
12.  I muscoli del perineo non si muovono, che fare?
v Perineo nel quotidiano: stipsi e incontinenza
1.     Stipsi terminale, da rallentato transito, defecazione ostruita da prolasso
2.     Cosa consigliare
3.     Tipi di incontinenze e corrette posture minzionali e defecatorie
4.     Beanza vulvare e rumori vaginali
5.     Dolore pelvico post partum 

v Muscoli addominali: il ruolo delle iperpressioni
1.     Le tre scatole della pressione
2.     Diaframma, chiave di volta della disfunzione perineale
3.     Perchè si ha la pancia?
4.     Respiro diaframmatico
5.     Posture corrette e scorrette
6.     Rivedere il basculamento del bacino post partum 
7.     Falsa inspirazione toracica : tecnica ipopressiva di Caufriez
8.     Rinforzo addominale: proteggere dorso e perineo
v Dopo parto: In soccorso al perineo, esercizi per le disfunzioni
1.     Errori sottesi all'attuale approccio
2.     programma di corretta ripresa fisica dopo il parto
3.     guaine e sessualità, quante scuole di pensiero

v Training domiciliare: esercizi a costo zero, coni vaginali, SEF
1.     Azioni domestiche che diventano esercizi
2.     "Inventare" gli esercizi, come?
3.     SEF

4.     Coni vaginali


Nella foto: da destra Fanni Guidolin con Kari Bo, fisioterapista norvegese (Oslo), professoressa e ricercatrice universitaria, esperta mondiale nella riabilitazione pelvica

22 febbraio 2016

La noia che fa tradire

(Ringrazio Daniele, per avermi consentito di scrivere la sua storia) 

In quella casa era tutto quadrato, dritto e razionale, come la sua mente, il suo pensiero, lei.
Rigorosa e pragmatica, nulla era fuori posto, come se ogni cosa avesse un peso e occupasse uno spazio solo in quei pochi metri quadrati di stanza. Il quadro sopra al letto, il vaso nell'angolo, l'appendiabiti vicino alla porta, ma anche la chiave sul comò, un libro sempre aperto, la tenda raccolta da un nastro infiocchettato, la cannuccia nel bicchiere e l'asciugamano a bordo letto. Tutto così statico e nello stesso tempo così frenetico nei suoi occhi dalle pupille velocissime.
Lei, non usciva più di casa da tantissimo tempo e i miei pensieri si facevano sempre più pesanti. Anelavo di lasciarla. Non ne potevo più nè della sua malattia, nè di quello che era diventata per colpa della malattia.
Ma soffrivo di paralisi delle mie facoltà ed un senso di compassione per lei mi frenava.
Ero come murato vivo dentro me stesso, così come lo era lei, dentro quelle quattro mura.
La noia ci caratterizzava entrambi.
Era come stare sotto ad una coperta troppo corta. Per quanto la tiri per coprirti dal freddo, non ti soddisfa mai, e mai ti scalda.
Il mio stato d'animo vasto ed oscuro era per lei impenetrabile. Notava solo il mio volto fosco e scuro e non il mio impegno per risolverle i problemi di peso, di dolori, di gonfiore alla pancia, di ansie e di paure. Io c'ero ma per lei ero invisibile. Anche se la portavo dai migliori medici, da luminari specialisti della sua malattia, primari inestimabili, e anche se ero sempre pronto a caricarla in macchina e a volare in pronto soccorso, io non contavo nulla.

La noia piano piano, mi chiedeva di essere alleviata da sensazioni nuove e rare. Cominciai a guardarmi intorno, ad ammirare le altre donne, ad assentarmi sempre di più. No, non uscivo di casa, lo facevo tramite i social networks, i siti per singles, le chat. Ero sempre più insopportabile perchè sempre più nel mio mondo e meno nel suo. Non mi spiego nemmeno la mia sgarberia. Lei, così fragile e malata, aveva bisogno solo d'amore. Un amore opprimente e pesantemente angoscioso che io non le potevo più dare.
Cercava di compiacermi indossando vestiti molto attillati che rendevano ancor più smilza, rigida e burattinesca la sua persona piccola e rachitica. Mi appariva così a confronto delle donne delle hot chat. Aveva la passione per gli anelli massicci e barocchi che ballavano intorno a dita troppo magre. Il suo tono di rimprovero era davvero gracchiante a volte. Vibrava persino il collo nervoso mentre parlava. Non mi piaceva più. Anche il viso era tagliuzzato da rughe sottili e profonde.
Mi sono chiesto più volte come uscire da una storia simile senza sensi di colpa e non trovavo risposta.

Oggi, a distanza di un anno dall'inizio del suo calvario, posso solo indossare le mie scuse nei suoi confronti.
Mi guardo allo specchio e vedo un volto prosciugato e legnoso, gli occhi vitrei e un uomo indegno di starle accanto. L'ho tradita, una, due, trenta volte. E il mio volto si è fatto sempre più duro e immobile. Ho sconfitto la noia ma il senso di colpa non mi ha mai abbandonato.
Ho provato allora a guardarla con altri occhi. A coccolarla, a prendermi cura di lei. Ho pensato ai momenti belli e pieni, vissuti insieme. Alle lunghe chiaccherate notturne, alle carezze che cacciavano la paura, all'inizio della malattia. Alle promesse di non lasciarci mai.
 Ho capito che l'amavo. Ho soffiato un'aria leggera tra i suoi pensieri pesanti, ho sporcato il suo volto di baci, diversi, migliori, profondi, più veri. Lei, tenera e dolce, così esile e insicura. Lei, fragile e delicata.
Aveva bisogno di me. Avevo bisogno di lei.



DIETRO AI SOGNI CI SONO SACRIFICI CHE LA GENTE NON VEDE

Ogni mattina mi reco a lavoro mezz'ora prima. 
Mi piace l'idea di percorrere il tragitto casa-ospedale con calma, senza la frenesia e l'ansia dei minuti che scorrono a meno dieci alle otto o del timbratore incallito che aspetta il mio cartellino. Voglio gustarmi la strada trafficata, condividere con altri automobilisti il dovere di recarsi al lavoro, girare la testa a destra e a sinistra per guardare, osservare il colore del cielo e ascoltare le news alla radio, fermarmi per un caffè prima di indossare il camice.  

Lavorare deve essere una passione. Non riesco ad immaginarmi "costretta" in una divisa autorevole a fare ciò che non mi piace. La passione è un desiderio sfrenato per ogni cosa ti possa capitare, bella o brutta che sia, lavoro incluso. E quando lavori con la malattia, dare speranza di guarigione con l'energia che ti viene da dentro, far stare bene o semplicemente assistere, con il bagaglio di conoscenze che ti porti appresso, significa fornire un servizio che non solo ti viene riconosciuto economicamente dall'azienda (ancora ai minimi termini rispetto alle prestazioni fornite, ma portiamo pazienza), ma soprattutto dal paziente felice, che parlerà di te e del tuo ospedale come di un "bel posto". E ai giorni nostri, che un ospedale sia un "bel posto" è un premio per poche elette strutture.  

Se studi con impegno puoi ottenere il ruolo che desideri. Un ruolo non necessariamente spiazza l'ordine gerarchico. E non intenderlo come un posto fisso. Un ruolo è il significato della nostra professione. Significa un ruolo nella società odierna, annientata dall'egoismo e dall'opportunismo. Devi volerlo intensamente però, ed essere disposto a pagare il prezzo di questa rincorsa, in termini di limiti alla stanchezza, ore di sonno e annullamento temporaneo della vita sociale. Anche la famiglia paga le spese della tua impresa a volte. Basta solo spiegarglielo ai tuoi che non sei impazzito. Stai solo inseguendo i tuoi sogni, cercando il tuo ruolo nella società. Si tratta di un supplizio temporaneo, finchè non otterrai quella felicità che ti consentirà di tornare a casa stanco ma soddisfatto, e potrai dimostrare ai tuoi cari che lavorare simboleggiando "un ruolo" e non indossando lo status di un camice o di una divisa, è appagante e bellissimo. 
Ma soprattutto sarà un ruolo che renderà felice anche chi, col timbratore combatte ogni mattina all'ultimo secondo. Che sbuffa se la lista dei pazienti è infinita e se i campanelli non smettono di suonare. Che si lamenta se deve rientrare dal riposo per coprire il turno di un collega ammalato. 
Lo dico a chi si lamenta per un'ora di lavoro in più che non gli viene pagata, o per la stanchezza del dover sorridere falsamente ai familiari di un paziente per compiacerli, quando si vorrebbe mandarli a quel paese.
Ehi, lo dico anche  a chi da anni si lamenta del suo reparto e non hai mai avuto il coraggio di cambiare. E pure a chi vorrebbe vedere riconosciuti tutti i pezzi di carta acquisiti all'università e pagati migliaia di euro. Master e corsi di specializzazione nel cassetto e un ruolo che ancora non gli viene riconosciuto. 
E infine, lo dico a te che mi chiedi come sia possibile vestire i panni della felicità e indossare un sorriso sghembo tutte le mattine, emanare il buon umore e indossare la maschera della serenità che tanto i problemi sono solo altrui.
Non è ora di dare il vero senso al master che stai frequentando ?
E se proprio non ci riuscirai, perchè solo capi muti, sordi e ciechi hai, d'accordo, resta dove sei, ma coltivati "un ruolo" con i pazienti. Sii nome e cognome e non semplicemente l'infermiera in camice bianco con i capelli lunghi e le penne sul taschino. Presentati quando li incontri, anche se lavori in un ambulatorio, e rassicurali ogni volta che entri nella loro stanza. Inventa una frase di circostanza, osserva i loro comodini. Fai loro domande e chiedi come stanno sedendoti trenta secondi sulla sedia accanto al suo letto. Trenta secondi.  Metti le mani sugli addomi e visitali con il fonendoscopio. Controlla i loro piedi, toccali (non lo fa nessuno), senti i muscoli contratti della schiena. Insegna ai familiari a mettere le creme idratanti ai loro malati. In tutto ciò, tu farai esperienza clinica e loro si sentiranno curati, assistiti e al sicuro. 


E, i tuoi titoli e la tua esperienza, ti saranno serviti per fare meglio ciò che fin'ora non ti ha soddisfatto. E credimi, tornerai a casa vestendo i panni della felicità e indossando un sorriso sghembo tutti i giorni. Emanerai il buon umore e imparerai ad indossare la maschera della serenità. Tu, dipendente felice. Si, anche con un master nel cassetto, nascosto, e mai ostentato.






Noi donne incontinenti: in ospedale.

Che tu sia un medico donna o una infermiera, un'operatrice o una donna delle pulizie, una dirigente infermieristica o una direttrice sanitaria, la perdita di gocce di pipì può interessare e colpire anche te, dipendente ospedaliera, come tutto il mondo femminile. Sono il 25% le donne che lamentano tale disfunzione. Le altre, il 75%, magari non lo ha mai riferito ad una terapista e continua a portare salvaslip o pannoloni.
Non c'è differenza tra il lavoro sedentario di una dirigente o quello iperattivo dell'infermiera in corsia. Le pressioni sul pavimento pelvico sono pressochè sovrapponibili.
La differenza la fa l'addome. Un addome appesantito e prominente disturba maggiormente i muscoli prossimi all'uretra. O muscoli addominali che spingono sulla vescica in seguito ad uno sforzo come il sollevamento di un paziente, di una pila di cartelle , di un secchio d'acqua o in seguito a ore ed ore di sedentarietà, mettono a dura prova sfinteri indeboliti dall'età, dai parti o dalla menopausa.
E' importante capire come stare sedute, come camminare, come alzarsi da una sedia, come pulire un pavimento o effettuare dei sollevamenti di carichi. Preventivare una contrazione dei muscoli anali/vaginali e una introflessione addominale sempre, sembra essere la strategia vincente. Abbandonare l'idea che il salvaslip protegga, è il primo passo. E' l'incontinenza che ti chiede di essere alleviata da sensazioni nuove e rare.
Un assorbente impedisce il corretto reclutamento muscolare preventivo. Si sta al sicuro con il panno no? Ma non averlo, impone alla tua testa di pensare, che è l'esercizio più difficile.
Puoi cercare di stringere anche i glutei se sei in piedi ma, attenta a non spingere con l'addome.
E se per caso ti guardi allo specchio di profilo, e ti accorgi di averli dimenticati quei glutei meravigliosi e sodi dell'età adolescenziale, allenati a "stringerli" al massimo, a "strizzarli" come un limone, a contrarli e a rilasciarli insieme alla contrazione dell'ano o dei muscoli vaginali. Butta lo sguardo anche sulla tua pancia che di profilo ti sembrerà ancora più "ampia". Allenati ad appiattirla pensando che l'ombelico debba raggiungere la tua spina dorsale, dall'interno. Fallo cinquanta volte al giorno e vedrai che le tue disfunzioni urinarie ti diranno addio. Parola di uroriabilitatrice.

Fanni Guidolin



16 febbraio 2016

Rinforzare il pavimento pelvico, al bar


(Racconto semiserio di una terapista del perineo)

Ripulisco il maglione dallo zucchero a velo caduto dalla frittella alla crema. L'ho divorata in un secondo senza respirare, mentre il mio diaframma chiedeva pietà. Gnam. Come un leone che non mangia da una settimana. E' in quel momento che mi accorgo che da seduta, il mio pavimento pelvico (cioè i muscoli che stanno alla base del mio bacino, quelli che appoggio sulla sedia per capirci) , non sono contratti bensì "in spinta". Accavallo le gambe per una migliore percezione del mio perineo e un tale laggiù, col pizzetto fuori moda, si accorge del gesto "alla Kidman": fascinoso esercizio posturale che consiglio vivamente (dotate di slip ovviamente).
Provvedo immediatamente ad una ostinata forte contrazione a risucchio, del muscolo elevatore dell'ano e mi sento soddisfatta. Quale occasione migliore del ghigliottinare una frittella alla crema al bar davanti un cappuccino schiumoso per fare qualche esercizio di rinforzo?. Stringo, lascio, stringo, lascio. Glutei rilassati, disinvolta, per non sembrare in attività poco consone ad una colazione in un bar.
"Chi mi chiama?". Il telefono squilla in vibrazione. Rispondo a voce bassa e scandisco bene le frasi. Mi ricordo di avere una fonazione addominale, si insomma, parlo con la pancia e così, ogni volta che dico qualcosa, praticamente spingo sui muscoli pelvici.
Appoggio una mano sopra l'ombelico, all'altezza dello stomaco, mentre parlo con Alessia. E' un'amica che mi chiede una seduta di riabilitazione. Se alzo la voce, percepisco i muscoli addominali contrarsi. Non va bene. Rallenta, mi dico. Sottovoce è meglio. Respira, mi ripeto. Scandire frase dopo frase con una pausa tra una e l'altra è un esercizio di fonazione corretto. Facile no?. Improvvisamente il mio sguardo viene catturato da un vassoio appena posto in bella vista dal barista indaffarato. Che meraviglia il contenuto, tutto da sboconcellare!.
Sollevo il braccio per chiamare il cameriere, animata da intenzioni scherzose. Sono una imperfetta terapista "insalutista" mangiatrice di frittelle oggi. Ne vorrei disperatamente un'altra con un caffè, anzi con due caffè. E pagherò lo scotto dell'eccesso di caffeina con una vescica iperattiva per tutto il pomeriggio che mi porterà in bagno quindici volte! Ah se Dante mi vedesse, finirei nel girone degli ingordi! Ed è mentre sollevo il braccio che mi accorgo, di stringere automaticamente i muscoli perineali. E ' proprio come ho letto dagli studi di Hodges. Se sollevi le braccia in alto, vi è una attivazione automatica dei muscoli del pavimento pelvico. E' come se prendessero l'ascensore.
Il cameriere arriva trafelato. C'è molta gente oggi in questa caffetteria. Mi porge i due caffè e il piattino con la maxy frittella , mentre lo zucchero a velo si sparpaglia appena nell'aria, quanto basta per farmi starnutire senza preavviso. Riesco però a precedere lo starnuto di un millesimo di secondo, contraendo preventivamente i muscoli perineali, portando la mia pancia in dentro e stringendo forte i glutei, che ancora mi fanno male per lo stretching di ieri. Cerco un fazzoletto di carta nella mia borsa a fondo perduto. Annaspo, apro tasche, cerniere, strappo un bottone, eccolo. Mi preparo a soffiare. Inspiro, porto il fazzoletto al naso e mentre soffio, imprimo tutta la forza del soffio per introflettere il mio addome. Ecco fatto, contrazione preventiva e meccanismo automatico acquisito. E il perineo risale magicamente. Ottima strategia per non perdere gocce di pipì se soffri di incontinenza da sforzo. Ottima strategia anche per chi soffre di prolassi.
Terminata la colazione mi alzo in piedi e mi avvicino alla cassa per pagare. Lo sciarpone di lana mi cade per terra e devo chinarmi per raccoglierlo. Il mio volto attraversa la vetrina delle frittelle e non so resistere. Ne prendo un'altra. So bene che il sovrappeso è un nemico feroce per i muscoli del pavimento pelvico ma giuro che verrò a patti con il mio capriccio. Oggi, camminata di quaranta minuti a gluteo contratto. Prometto.
Mi attivo per raccogliere lo sciarpone che ancora giace a terra. Attenzione alla pressione endoaddominale che aumenta con i piegamenti in avanti, mi rimprovero. Bene, mi piego sulle ginocchia, quasi accucciata, mantengo la schiena dritta e voilà, pancia in dentro, raccolgo la sciarpa compiendo l'ennesimo esercizio della mattinata e concedendomi un pensiero sfrenato:
"Interessante come si possa dire di aver fatto un sacco di allenamento, regalandosi una semplice colazione, leggendo il quotidiano del giorno, parlando al telefono con un'amica, bevendo un cappuccino schiumato e due caffè a seguito e, divorando frittelle comodamente seduti .
Pelvicstom ma quanto mi insegni ?!?!"

15 febbraio 2016

Bambini senza colpe

(Scritto da Fanni Guidolin respirando ansie, timori ed emozioni della mamma)

E' uno scricciolino di quattro anni la mia bambina. I riccioli sospesi nel volto le coprono due occhi a mandorla color cioccolato, come suo padre. Veste tutte le sue bambole con pezzi di stoffe colorate, inventandosi degli abiti come se fosse una stilista affermata. Trascorre ore a giocare fingendosi prima un'organizzatrice di sfilate d'alta moda, poi un medico affermato e infine una ballerina del Bolshoi, impiastricciandosi gli occhi di trucco.

Martina e' nata con ano imperforato. I medici si sono accorti subito ovviamente, e l'hanno sottoposta ad un intervento chirurgico urgente, delicatissimo. Le hanno ricostruito tutto il canale anale ma, per lasciare guarire quel tratto, hanno dovuto deviare la strada delle feci, con una stomia sulla pancia. Così, nostra figlia, e' uscita dalla sala operatoria con un sacchettino accanto all'ombelico che era più grande di lei. Lì, si sarebbe raccolta la cacca. Avremmo dovuto imparare a svuotarlo e a cambiarlo, facendo attenzione a prevenire le dermatiti da macerazione della pelle, il prolasso della stomia, o la retrazione, le infezioni e altre complicanze.
Abbiamo avuto l'appoggio di due enterostomisti davvero bravi, che ci hanno istruito ed educato in ogni passaggio, con molta pazienza. Fin qua, tutto bene. I giorni in ospedale sono volati e l'allegria delle infermiere era per noi contagiosa. Regalavano sorrisi e abbracci, qualche battuta ironica sulle puzzette, e qualche barzelletta sulla cacca. Sdrammatizzavano così, con velata leggerezza, ciò che per noi sembrava una montagna insormontabile. Abbiamo conosciuto anche un infermiere vestito da pagliaccio che dispensava la comicoterapia. Un'altra invenzione magicamente guaritrice dei bambini. Il ricovero di un bambino in ospedale è sempre traumatico anche per i genitori ma vi assicuro, che ci hanno levato il peso di un'ansia che voleva farsi strada tra preoccupazioni prevedibili.
Il rientro a casa è stato traumatico.
Io e mio marito ci siamo sentiti naufraghi in un mare troppo grande e troppo profondo. Martina piangeva spesso e non capivamo se il motivo fossero le coliche o il bruciore della placca adesiva sulla pancia, dove le feci si infiltravano e staccavano sempre tutto. Io, con lo sguardo sempre nudo e nereggiante, non riuscivo più a dormire la notte e mio marito, terminato il periodo di ferie, dovette ritornare a lavorare. Un lavoro a turni che non gli consentiva quasi mai di seguire Martina. Tutto gravava sulle mie spalle fino a farmi piombare in un buco nero.
Ho cominciato a prendere psicofarmaci e a farmi aiutare da una psicologa, da altri genitori con bambini problematici, dalle insegnanti del nido, dalle suore della parrocchia e dai miei genitori. Mi recavo tutte le settimane dall'enterostomista con Martina,  e poi dal medico di famiglia e venivo tranquillizzata puntualmente. La solidarietà era tangibile, gratuita, ricca di affetti. Andava tutto bene, tranne me. Al rientro in casa, il mio corpo nervoso cadeva nell'abisso. Io una figlia cosi' non potevo accettarla.  Chissà come sarebbe stata considerata da adulta. Chissà se avrebbe mai trovato un fidanzato. Forse non avrebbe mai conosciuto la gioia di essere madre. Non avrebbe potuto viaggiare nè andare in un cinema o in una discoteca. Chi si sarebbe avvicinato mai a lei con quegli odori?
Mi irritava sentirla piangere e mugolare. Spesso la lasciavo per ore imbrattata di feci perchè la mia mente si rinfocolava e non trovava soluzioni. Avrei semplicemente dovuto staccare un adesivo e metterne un altro, ma il black out in cui si trovavano le mie sinapsi, me lo impedivano.
Sono trascorsi quasi quattro anni in cui il senso di colpa mi attanagliava senza tregua e mio marito faceva del suo meglio, con una faccia inopinatamente allegra, per alleggerirmi. Spendeva poche parole, evasive ma morbide. Indossava una maschera silenziosa.
Un giorno, sono tornata a casa dopo una lunga giornata di lavoro. Avevo la faccia pesante e seria. I miei occhi emanavano una luce neonica, fredda. Martina giocava di sopra, nella sua cameretta rosa. La baby sitter mi aveva riferito che tutto era andato per il meglio.
Sono salita piano, silenziosamente, perchè la sentivo parlare. Probabilmente stava giocando con le sue bambole. Infatti. Aveva attaccato un sacchetto per stomia ad ognuna di esse. Le coccolava, le abbracciava, diceva di voler loro tanto bene, che si sarebbe presa cura di loro come le infermiere dell'ospedale. E' stato in quell'istante che ho capito che Martina aveva solo bisogno della mia accettazione, del mio amore, della mia serenità. Io ero lei e lei le sue bambole. Era vertiginosa la certezza di ciò che dovevo fare. Subito.
E da quel giorno ho buttato pasticche e goccette, ipnotici e miorilassanti. Da quel giorno ho ricominciato a fare la mamma. Grazie a mia figlia. Dolce bambina senza colpe.




14 febbraio 2016

Fumavo

(Tratto dal racconto di una storia di vita,  purtroppo vera. Quella del mio paziente, che mi ha consentito di scriverla)

Il rantolo si fa sempre più sonoro. Cerco di inspirare quanta più aria possibile ma il mio diaframma sembra cementato tra le coste, immobile.
Chiudo gli occhi un istante, pietrificato dal terrore che si impossessa di me, come quando un uragano arriva improvviso, travolgendo tutto. Al muro, il gorgoglio dell'acqua sul deflussore dell'ossigeno mi dà la tremenda e limpida illusione di trovarmi accanto ad un ruscello, in una foresta verdissima, dove le piante dalle foglie larghe come il mio letto, emettono ossigeno, vita. E clorofilla, vita. E umidità, vita.
E' un'illusione che mi catapulta velocemente alla realtà. Nessun ruscello, e nessuna foresta. Qui tutto bianco e grigio, asfissiante e solido.
Cerco di sedermi sollevando lo schienale del letto, così mi sembra di catturare qualche molecola in più. Baratterei un po' d'aria con una gamba, anzi con due, o con un braccio, un rene. Regalerei perfino gli occhi, una vescica, un pezzo di intestino per un polmone sano.
Non avrei mai pensato che morire di cancro ai polmoni fosse come trovarsi a venti metri sul fondo del mare senza bombole, o come un'ape in un vaso ermetico dal tappo sigillato. Mi sento come se avessi la testa chiusa in un sacco di plastica. Il torace è in un involucro di cellophane.
Allungo le braccia sulle spondine del letto annaspando alla ricerca del cordino. Annodato a bordo letto, mi aiuta a sollevarmi, come il triangolo che ho sopra la testa, per aggrapparmi inarcando la schiena all'indietro. Stirando questi o quei muscoli forse di aria ne entra di più. Provo. Niente da fare.
Non provo incredibilmente nessun dolore. Ma, ve l'assicuro, non c'è sofferenza più grande di questa. Se avessi lavorato all'Ilva, o tra l'amianto, in miniera tra il quarzo e il cromo, con l'arsenico o in mezzo allo smog del traffico, lo avrei accettato. Avrei avuto la possibilità di dare la colpa a qualcuno, scagliare una pietra contro una finestra, rompere un vetro, e il mio lamento avrebbe trovato voce, ed eco. Invece, ora, il senso di colpa mi sta divorando come un'aquila sulla preda morta. Il rimorso mi attanaglia.  La mia spregevole scelta mi pugnala.
Che il fumo mi riducesse ad una pianta rinsecchita e ingiallita, boccheggiante e agonizzante, lo potevo solo immaginare, allontanando la foto nello stesso istante in cui mi catturava.
Quando prendevo quella "cicca" dal pacchetto, l'unico pensiero era accenderla in fretta e fumarla in poche aspirazioni, lunghe, decise, profonde, rilassarmi qualche minuto, dimenticare lo stress delle ore tutte uguali e tutte pesanti. Scialacquare il fumo, disperderlo nell'aria pulita, gustarlo. Sbattere la cenere sull'asfalto e schiacciare il mozzicone con la punta della scarpa. Finito.
Un rituale che srotolavo come un gomitolo dalla prima all'ultima sigaretta, e poi ancora, con il secondo pacchetto . Pochi gesti monotoni, dalla capacità di rendermi nello stesso tempo libero di scegliere e prigioniero dipendente e immobile. Sicuramente lontano dalla consapevolezza di un cancro terribile, dove non c'è sempre cura. Sicuramente lontano dal credere che sarebbe stata una morte senza dolore ma con la paura unica protagonista.
La tosse stizzosa mi fa sussultare. Piego la testa di lato, forse entra più aria nella mia bocca. Sono il panico e l'apprensione i miei nemici oggi. Biascico con voce impastata. Posso solo assumere del bromuro, per placarla e riuscire a chiudere le palpebre. Non ci sono sciroppi o unguenti magici, non c'è medicina. Dormire non so più cosa sia. Il mio corpo molle rimane sospeso nel tempo, perennemente seduto ad ogni ora del giorno e della notte. Da due mesi il raffreddore non mi lascia tregua e la febbricola mi rende debolissimo. Ho perso quasi dieci chili. Mi specchio nei tuoi occhiali da sole.  Il collo oggi mi appare più gonfio di ieri e continua sul volto, facendomi sembrare grasso e lasciando trapelare la mia agitazione. E ad ogni accenno di respiro, le mie narici si aprono dilatandosi  nella maschera d'ossigeno pompato a sei litri al minuto. E' la lenta e atroce distruzione di un uomo.
Non fumate, vi prego.


A te, che guardi il nostro mondo solo con i tuoi occhi

Tu, che stai dietro a quella porta quasi aperta, guardi me, sporgendoti appena.
Mi ascolti da una serratura arrugginita. E' un suono senza eco quello della mia voce stanca. 
Quanto è difficile la vita ammalandosi insieme.
(Racconto tratto da una storia vera)

E' una mattina qualsiasi di una giornata qualsiasi. Fuori sento solo il rumore di camion ruggenti di operai che vanno a lavoro. Il tuo respiro è un fievole brandello di musica. Adoro guardarti dormire . Pensare a ciò che pensi. Parlare nel silenzio. Svegliarti dolcemente. 
Ti accarezzo lieve e penso a quanto siamo simili in quel letto d'ospedale, e a quanto diversi, in questo letto di casa nostra. Combattiamo entrambi contro una crudele e vergognosa assurdità, il cancro, che da mesi si è impadronito delle nostre vite, contemporaneamente, e nessuno di noi due è ancora riuscito a vincere.
Ogni mattina, apriamo gli occhi curiosi e ci guardiamo nel volto alla ricerca di una piega, una concavità, un cedimento espressivo, un abisso cocente. Osserviamo la pelle pallida, gli occhi anneriti, le palpebre infossate, se i capelli ricrescono. Io li cerco in te e tu in me, ogni giorno. Tu, con una forza bestiale e cieca io con una forza lirica e piena di turpitudini oscure, ma pur sempre simili.
Ci vestiamo per andare al day hospital oncologico in silenzio. Abbiamo dimenticato cosa sia il senso di libertà. E' un miraggio lontano.
La nostra sarebbe una triste storia da raccontare, diresti tu,  ma io non voglio compassioni nè protagonismo.  
Anche oggi siamo in ospedale entrambi. Com'è beffarda e ingrata la vita. Tu accanto a me, trafitto dagli stessi raggi dello stesso sole che punta dritto sulla finestra della saletta. Come prima, a casa, nel nostro letto. Così vicini e così distanti, solo io vorrei indossare i panni dell'altro. 
E' come guardarsi da una porta quasi aperta. Intravvedi tutto il mondo a metà, come se pesasse meno. Io intravvedo te, in penombra, seduto nel letto con la testa tra le spalle forse, a sorreggere le scuse che mi devi per il tuo egoismo. E tu, intravvedi me, curiosa e tenace, sofferente anche per te.
Ascolti i miei lamenti da una serratura arrugginita, perchè sono più importanti i tuoi.
Le mie parole sono mute lettere abbinate solo nella mia testa. Nessun eco nella tua.
I miei pensieri non sono più i tuoi, il mio dolore non è uguale al tuo, la mia malattia non è la stessa della tua, eppure siamo qua entrambi amore mio, con le flebo avvelenate e la stessa paura di morire. Io non voglio perderti.
Fissi il muro e non mi dici nulla.
E così comprendo, forse per la prima volta, che la battaglia la stiamo combattendo ognuno con la propria truppa. Ognuno con il proprio paio di occhi e con il proprio pensiero, aspro e dolente. Ognuno per conto proprio.
Il filo che ci lega sembra sempre più sottile, mi dici d'un tratto.
Il filo che ci lega deve essere una corda d'acciaio, dico io. E' così che dovrebbe essere la coppia. In salute e in malattia, finchè morte non ci separi.


12 febbraio 2016

Senza un braccio: quando la disabilità apre il cuore

(Tratto da una storia vera. Con il consenso del protagonista, ho pubblicato la sua foto.)

Metti un cuore fragile in un fisico possente, alto. Una capigliatura ribelle, ingrigita dal tempo, in un cervello acuto ed estremamente intelligente. Un braccio, uno solo, in un uomo semplice, accompagnato ed innamorato, ma sensibile.
Eccolo è lui, è il mio paziente nuovo, quello che non mi lascerà indenne da un turbine di emozioni che faranno trapelare un amore ancora più profondo per la mia professione.
Lui ritiene che il mio lavoro sia estremamente utile e particolare, per chi non riesce mai ad entrare in stretto contatto con ogni centimetro del proprio corpo, come lui. E' il tocco che diventa terapeutico, è lo sfioramento che fa prendere coscienza dei segnali offuscati dal tempo. Muscoli dimenticati, aneddoti svelati superando i confini di un pudore imperante.
L'ho capito subito quando l'ho incontrato che sarebbe stata un'altra lezione di vita la sua. Quella del mio paziente è la storia di un lutto indescrivibile.

"La perdita di un arto ti rende un uomo a metà e ti devi re-inventare, ripartire daccapo. E' come nascere due volte e scoprire solo dopo moltissimo tempo che i limiti fisici sono pochi, quelli psichici insormontabili. All'inizio vorresti morire. Se poi la vita ti riserva altri lutti ti chiedi come si possa riuscire ad abbandonare quel maledetto senso  di colpa. Quello che ti si appiccica ai capelli come un grumo di catrame. E più lo tasti e cerchi di liberartene, più ti avvolge, ti annienta, non viene via". 

Si adagia piano sul lettino cigolante il mio paziente. Rimuove la protesi obsoleta. Un braccio bionico rattoppato con lo scotch che ancora non gli hanno sostituito. Non ci sono i fondi. Le cinghie sulla spalla sono così strette che lasciano i solchi sulla pelle. Ovviamente all'inizio non è capace di grandi agilità e tende a scomporsi nell'affrontare passaggi intricati. Ma poi, lo vedo partire e dribblare le difficoltà mentre soluzioni alternative gli lambiscono la mente. Lo osservo con ipnotica attenzione e capto la sua anima, divorata da un sottile, febbricitante nervosismo. Respira. Piano. Respira. Piano. Il fiato gli ritma un tempo tutto particolare, come un orologio svizzero chiuso nella cassa di una pendola, come in una bolla di suono che si proietta dritto in ogni muscolo. Su e giù. Contrai, rilassa. Su e Giù. Contrai, rilassa. Ritmico, in un suono liquido, un rumore morbido, nessuna stonatura.
Giorno dopo giorno, conquista dopo conquista, il mio paziente prende possesso del suo corpo dall'immagine sfumata nella sua mente,  e fa ricomparire il  suo arto fantasma.
Con tacito rimprovero, corruga spesso le sopracciglia arcuate. Nasconde due bellissimi occhi dietro a palpebre pesanti e timide. A stento mi regala un sorriso, liberato solo da un'accozzaglia di battute rubate dal mio repertorio. Lo faccio per lui, ironicamente, che sblocca il diaframma con una risata stempiata e imbolsita e slega la pellicola opalescente che per troppo tempo lo ha sotterrato. E' miracolosa la sua trasformazione, ve l'assicuro, emozionante.



Saranno state quelle pagliuzze blu notte dentro ad occhi color turchese, o quella mano, l'unica, calda e forte, a catturare la mia sensibilità. Saranno state le risate soffocate e silenziose durante gli esercizi di riabilitazione o l'impegno e la determinazione a farmi pensare che gli esseri umani sono capaci di autoguarirsi. Saranno stati i risultati raggiunti a farmi credere ai miracoli. O forse sarò stata io, a determinare il suo cambiamento, come dice sua moglie, e a farlo tornare a parlare, a dire "ce la posso fare", "sono bravo", semplicemente parlando il linguaggio del suo corpo, a lui stesso. Chiunque o qualunque cosa sia stata, oggi il mio paziente è un uomo migliore.
Lui, che della sua unica mano ne ha fatto il dono di un artista che usa pennelli, scalpellino e martello, ha realizzato opere d'arte sbaragliando la disabilità, imparato esercizi perineali che pochi si sognerebbero di riuscire a fare con un braccio solo, e realizzato se stesso. Scusate se è poco.

8 febbraio 2016

Grassa

Ha il piglio disinvolto di un'attrice la mia paziente. Un seno procace stretto in un bustino bianco panna, i fianchi morbidi ed esuberanti evidenziati dalla camicia da notte in raso rosa, le pantofole in leggero pelouche.
Mantiene una regolare e ordinata scriminatura nel mezzo della capigliatura. Tutte le mattine, prima del giro visita, trasforma l'abituale massa crespa (così la definisce lei) e disordinata, in una cascata di onde lucide e regolari. Cura le ciglia con un velo di mascara. Sembrano quelle di una bambola. Come le bambole che avevamo da bambine, che tenevano sempre gli occhi spalancati, anche quando le stendevi giù, per farle dormire.
Nel momento stesso in cui entro nella sua stanza, la trovo elegantemente abbarbicata a bordo del letto, composta e sicura, non lascia trapelare alcuna agitazione. Domani verrà operata e diventerà una paziente Stomizzata. IO sono venuta a farle il disegno pre operatorio. I medici si erano raccomandati che giungesse all'intervento con almeno quindici chili in meno, ma è stato impossibile.
"Sono grassa".
È' così che esordisce Flavia mentre inforca  gli occhiali attaccati ad una catenina di caucciù al collo.
"Sono una botticella di lardo traballante che non mi fa respirare se mi stendo", mi dice sarcastica. "Il grasso non mi fa camminare perchè imprigiona le mie ginocchia, non mi fa dormire perchè mi stritola, mi tortura". Ride sardonica e mi contagia della sua ironia pungente. Io tengo gli occhi sbarrati. Lei in quel corpo pesante, non ci vuole più stare.
Si alza in piedi e solleva piano la camicia da notte mostrandomi le cosce abbondanti: "Ho grasso da vendere", grida recitando, spostando le onde di capelli dalle spalle e lasciando intravvedere una parata di tatuaggi sulle braccia voluminose. Poi, si avvia verso la poltrona all'angolo della stanza. Una poltrona ampia e bassa, di fronte alla scrivania. L'unico modo per sedersi su quella poltrona è sprofondarci dentro ed esserne inghiottiti, e Flavia lo sa bene che il suo fondoschiena, tra pochi istanti, si incastrerà senza facile via d'uscita.
"Mi chiedo se la differenza tra il successo e il fallimento nella vita possa essere quantificata da una taglia di pantaloni", chiede rattristata.
"Probabilmente in alcuni casi è così", rispondo a malincuore. "Ma non è vero che quanto più si ambisce ad una meta misurabile, tanto più questa si allontana. Tutt'altro. Quanto più si ambisce a realizzare un sogno, rincorrendolo fino a perdere il fiato, tanto più esso appare vicino e realizzabile.
Lo sai che il tuo corpo non sarà mai una sequenza di spigoli, ma lasciati  concedere un pensiero sfrenato : c'è ancora tempo per farcela".
Arriccia le labbra in un piccolo broncio Flavia. La sua espressione sembra afflitta ora.
Le rispiego cosa significhi avere un sacchettino attaccato su una pancia debordante e ampia, incastrato tra le pieghe, schiacciato da forme che rendono difficile anche trovarne il sito.
Facciamo le prove, lo appiccichiamo alto, e basso, e più a destra e più a sinistra. Non troviamo posto in cui ci dia sicurezza di tenuta. E' così che Flavia scoppia in un pianto a dirotto e mi abbraccia forte. Lei, morbida e fragile, lascia cadere emblema e certezza che l'obesità non sia un limite. "Lo è Flavia", accenno mentre osservo la mera immersione del suo volto in pensieri tristi. "L'obesità è un limite Flavia. Non certo per il tuo aspetto, magnifica donna. L'obesità è un limite per la guarigione, per un intervento chirurgico, per il benessere in generale. E' un limite per ogni attività fisica, anche quella meno dispendiosa come il dormire".
Le sue labbra vermiglie sono ancora più serrate. Poi, fissandomi con il volto sbieco e pallido, come una bambola di cera, afferra le mie mani. Le porta tra le sue, avvolgendole con materna e amorevole cura e mi chiede finalmente aiuto. Ce la puoi fare. Penso tra me e me.


Flavia è stata operata di "bendaggio gastrico" e con l'aiuto di uno psicologo e di un percorso dietologico accetta ora la meravigliosa donna che è in lei. Ha perso 55 kg. E' stata una mia paziente stomizzata durante l'obesità e non vi dico le difficoltà con i sacchetti. E' sempre il paziente tuttavia, che sceglie il suo percorso di cura. Il terapista spiega, può spianare la strada, accomodare, può facilitare, sostenere e aiutare, ma la decisione per il cambiamento deve partire da una vera motivazione, sola e soltanto del paziente stesso.




7 febbraio 2016

Puoi esercitarti con me: ti posso insegnare a vivere

Troppo spesso ultimamente, la malattia rende cieco chi ti sta accanto.

Voglio un uomo che quando mi vede ridere,  pensi a quanto fortunato è. Soprattutto adesso che sono malata e che il cancro tenta di imprigionare i miei sorrisi nel dolore ad ogni istante. Voglio che rida con me, a crepapelle, che si diverta con me, che saltelli sul letto come un bambino e poi si giri a pancia all'insù rotolando come il nostro cagnolino. Voglio gioire con lui, salire sulle sue spalle o lanciargli i cuscini sulla chioma riccioluta.
Voglio un uomo che anticipi il mio cattivo umore con un abbraccio geometrico, di quelli da togliere il fiato, come dopo la seduta di chemioterapia, quando il bastone mi sostiene mentre cammino. Ma sempre. Ogni giorno. E' un abbraccio che mi avvolge come un caldo plaid quello che immagino. E' un abbraccio fasciante e lusinghiero quello che voglio. E' l'abbraccio che tutte le donne desiderano quando stanno male.
Voglio un uomo che si ricordi di augurarmi il buongiorno tutte le mattine di tutti i giorni della mia vita, sciogliendola dall'immobilità delle settimane tutte uguali. Come queste, che scorrono a rallentatore nello spazio chiuso di una clessidra, per altri otto cicli. Un buongiorno pronunciato con la voce roca e bassa, non chiedo molto, appena sveglio, dal valore potente e sincero. Un buongiorno senza tempi definiti. Non con la fretta e biascicato e non con gesti goffi o tracotanti. Ma con il fare di chi, affronta la mia immagine riflessa, nel tentativo di farla sembrare meno minacciosa.
E voglio un uomo che pianga per il mio dolore aggrappandosi al mio volto come se fossi la cosa più importante della sua vita . Voglio che regga il mio mento bagnato dalle lacrime con la mano decisa, mentre, asciugandomi gli occhi, stampa un bacio sulla fronte, delicato e acerbo come  un adolescente inesperto.
E infine, voglio un uomo forte, e positivo di fronte alla malattia. Perchè la vita non riserva sorprese ingrate solo a chi non lo merita. Oggi tocca a me, e magari domani a te.

No, non ti auguro di perdere il sorriso che mi hai rubato mille volte, e nemmeno di riprenderti l'abbraccio che non mi hai mai dato. Non ti chiedo di restituirmi tutte le giornate in cui non mi hai detto "buongiorno" e nemmeno di liberare il tempo dalla clessidra che mi hai limitato.
Voglio solo che mi guardi e ti prepari.
Di fronte alla malattia, e al lento consumarsi delle ossa, nessuno dovrebbe trovarsi impreparato, debole o pessimista, troppo freddo o troppo duro, troppo triste e troppo lento.
Per questo ti dico che puoi esercitarti con me se lo vuoi, ti posso insegnare a vivere.


4 febbraio 2016

Le passioni si coltivano come le rose, e tu sei la mia.

Io e Chiara stiamo insieme da quasi cinque anni.
Non viviamo insieme, non ancora, ma non dipende da noi. Ci vorranno degli anni prima che i nostri figli, volando incontro al loro futuro, lascino le nostre case, le loro camere, i cassetti incasinati e i libri mai aperti, ancora immacolati.
Me la immagino spesso Chiara, a casa da sola. Mentre cala il cerchietto sugli occhi e lo rimette a posto dietro le orecchie, scostando una ciocca inesistente dalla fronte. E' così quando legge o scrive. Concentrata e fissa sulle parole, distratta solo dalle fusa del suo gatto.
Sono steso sul mio letto. Mi manca Chiara. Non la vedo da cinque giorni. Guardo il soffitto come se mi fossi accorto solo ora della sua esistenza. Come il soffitto, il tempo davanti a noi mi sembra così pesante, lungo e lento, quasi inafferrabile. Allungo la mano fino a raggiungere quel barattolo rosso dall'aria esotica. Mi ricorda le nostre risate sguaiate in Thailandia, anche se lo abbiamo acquistato nel Mar Rosso, durante uno dei nostri viaggi. Chiara è inarrestabile. Ha un'energia travolgente. Mi sono chiesto spesso cosa si provi a non doversi mai preoccupare di riempire il silenzio. A lei il silenzio appartiene solo nel rispetto del suo lavoro, in quel tempo, quando si rivolge a pazienti che hanno conosciuto solo lacrime. Il resto del tempo lo trascorre a parlare della gioia di vivere, della passione per le cose, dell'amore per lo studio e per me. Me lo dichiara, lo dice, me lo scrive, lo sussurra, lo registra, lo nasconde nei post-it in mezzo ai miei libri. Li tengo tutti i suoi bigliettini. In quel barattolo rosso dall'aria esotica.
Esco dalla camera e salgo furtivo sulle scale indugiando al terzo gradino. C'è una foto di Chiara sulla parete, mentre ride sguaiatamente a crepapelle. E' una foto in bianco e nero che adoro. L'abbiamo scattata mentre sbocconcellavamo un sandwich in riva al mare, sullo scoglio bagnato. Lei, sempre animata da intenzioni scherzose, piegava la testa di lato mentre il ketchup le colava da un lato della bocca come se fosse sangue di un vampiro. Non riuscivo a smettere di ridere.
Essere positivi è un'attività molto potente e Chiara ci riesce benissimo con la voce sempre briosa e festante. Ha perfino colorato di rosso e arancio e giallo, tutti i muri della mia casa. Li ha dipinti lei. L'ho trovata sulla scala col cappello di carta e una tuta da operaio extra large, sai come le scene dei film? Uguale. Dice che il bianco è troppo asettico, senza emozione. Dice che un muro bianco è come un albero plastico, finto, ligneo, che gronda tristezza. La guardavo pennellare quei muri, il naso imbrattato, sembrava un clown, con la coda di cavallo bionda, che ondeggiava sulle spalle, gli occhi da gatta, lo sguardo vago, ambiguo, sensuale. Chiara cattura i miei sogni segreti, quelli che non si possono raccontare.
Ma sarà forse quella differenza di età che ci separa, non troppi anni da divergere i nostri pensieri o da sconvolgere i tempi, non pochi anni da renderci troppo simili e noiosi, che ci unisce spaventosamente. O forse saranno i nostri sguardi sociologici, come li chiamiamo noi, sugli altri, così diversi da noi, a renderci simili. O semplicemente il fatto che io sia medico e lei infermiera, binomio inconfondibile nel lavoro, ma che a casa, si fonde nella dicotomia del nostro essere: Io-lei e lei-
me. Si, é lei. E' la donna che vorrei accanto 360 giorni all'anno. Una superdonna, mamma infaticabile, moglie sensuale, complice disponibile. E' la mia passione. Ma...
Magari.... non subito.
Non voglio che la convivenza cambi le cose, crogiolandoci nella routine della noia o in un fantomatico matrimonio di fatto. Perchè le passioni si coltivano come rose rare. Ci vuole calma, devozione, cura, attenzioni e tanto amore. Piano, cresceranno e svilupperanno radici profonde, inestirpabili, salde e ancorate. Fedeli al terreno e a chi le ha coltivate, non si affievoliranno mai e ti regaleranno fiori meravigliosamente profumati.



SALVASLIP CHE BUSINESS

Se un pezzettino di cotone imbottito e plastificato dovrebbe salvare il tuo slip in pizzo e merletto, acquistato da intimissimi in saldo, da fastidiose umidità e infiltrazioni, da goccette di pipì maleodorante o da perdite vaginali tipiche della metà del ciclo, non salverà certo la tua vagina. I batteri proliferano in modo migliore in ambienti umidi e caldi e, quindi, il salvaslip, indossato durante il giorno, (e qualche donna lo indossa anche durante la notte), è uno dei posti ideali per il loro moltiplicarsi. La donna svilupperà molto facilmente delle micosi (infezioni fungine come la candida), o delle infezioni batteriche o delle fastidiose vaginiti da gardnerella, con prurito e cattivi odori di pesce avariato !
I salvaslip decantati come traspiranti, profumanti, o i nuovi in lattice, sono trattati con sostanze chimiche. E sono sempre più costosi. E' quindi bene limitarne l'uso al solo ciclo mestruale e con attenta igiene intima. Un buon sapone naturale di marsiglia può aiutarvi ( clicca qua ). Prestate attenzione alla vostra biancheria intima. Il materiale ideale con il quale dovrebbero essere realizzate le vostre mutandine è il cotone, se non per il 100% almeno per il 95%. Questo materiale ha proprietà assorbenti naturali e riduce l’abrasione da strofinamento sulla pelle. E non necessariamente si perdono fascino o sensualità con uno slip in cotone. Un bel tanga o brasiliana in cotone puro e senza cuciture sono ancora meglio. E se proprio non riuscite a rinunciare all’uso del salvaslip ricordatevi di cambiarlo ogni 4, massimo 6 ore, per evitare ristagni di umido che favoriscono il proliferare dei batteri. O perlomeno, di cercare quelli più naturali possibili con poche sostanze sintetiche e molto cotone.
leggi anche: Beanza vulvare e rumori vaginali
Ed : Emulsioni riepitelizzanti

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