29 ottobre 2015

Prova un sacchetto anche tu

Prendi un sacchetto per stomia, riempilo di liquido colorato, tiepido, e attaccalo alla tua pancia per 24h.
Non si tratta di solidarietà, empatia o commiserazione ma di vera presa di coscienza.
E' l'iniziativa "try to understand" (prova per capire) promossa dall'enterostomista Fanni Guidolin dell'Ulss 8, nei confronti dei familiari e amici del paziente che subisce un intervento così demolitivo da costringerlo a portare un sacchetto sulla pancia per mesi o per sempre.
Cosa significa un adesivo costrittore sulla tua pelle? Cosa si prova a mantenere un sacchetto di feci o urina, sospeso tra il jeans di tendenza che sei riuscito ad indossare di nuovo e la tua pancia scombussolata da tagli, graffette e cicatrici? .
Prova un sacchetto anche tu, che non sei stomizzato. Attaccalo alla tua pancia.
Ora,  immagina che dentro al sacchetto ci siano feci, magari liquide, o urina. Prova a muoverti, sederti, camminare, dimmi cosa provi e cosa senti, e come ti senti, come ti poni.  Tu non hai un corpo ingrato. Sei fortunato. Non regalarmi un maldestro sorriso di riconoscenza, non voglio pietà. So bene cosa pensi. Ti senti fortunato a non possederlo veramente.
Ora pensa. Pensa a chi lo possiede davvero.
Fa parte di lui, respira con lui, si lava con lui. Sente, vede e parla. Dorme. Qualcuno gli assegna un'aurea mitica (gli ha salvato la vita), altri provano una frustrazione retrospettiva che disorienta.
La maggior parte delle persone non lo accetta subito, evita di guardarlo e soffre. Soffre dentro, ogni giorno e ogni ora da stomizzato, fino alla scoperta di una nuova dimensione, poche settimane dopo. Fino alla consapevolezza che quel sacchetto non rappresenta il cancro ma la sua sconfitta.
Piano piano, quel pezzo di nylon e gomma, entra a far parte del proprio corpo. Non come un oggetto appoggiato in una credenza, ma come parte del corpo stesso, come un vestito cucito addosso su misura, una collana preziosa che illumina il decoltè, un'acconciatura in piega, una gamba che cammina o una mano che sventola un "ciao".
Ora, con il sacchetto sulla pancia, voi non stomizzati, provate a immedesimarvi in tutto questo se ci riuscite.  Sarà impossibile. Perchè la malattia rende più forti, più consapevoli, più amanti della vita. Ti fa toccare il fondo per poi insegnarti a risalire più forte, ti toglie il fiato e il respiro per poi farti guarire. Con un sacchetto? . Si, con un sacchetto.
Prova allora, ad amare ogni centimetro del tuo spirito attraverso ogni centimetro del tuo corpo. E potrai accettare tutto.



27 ottobre 2015

No al pipì-stop

Si sarà sicuramente sentito parlare di questa modalità di lavoro sul perineo: consiste nell'iniziare e poi cercare di interrompere la minzione tramite la contrazione dei muscoli vaginali o perineali in genere. E' un mezzo molto semplice per valutare i progressi di un trattamento riabilitativo di rinforzo, tuttavia questa pratica NON DEVE assolutamente essere proposta come esercizio regolare .
Per prima cosa la vescica non si svuoterà più completamente, l'urina ristagnerà e sarete più soggette a infezioni urinarie. Secondo motivo: non è fisiologico arrestare la minzione. Andrete ad inceppare il computer centrale , scardinando il perfetto funzionamento vescicale e alterando quindi tutta la fase di riempimento e svuotamento.

25 ottobre 2015

Una falsa amica: la ciambella

Dopo un intervento all'ano, al retto o alla vagina, o dopo il parto, sedersi procura dolore e spesso viene consigliata una ciambella gonfiabile.
Quando ci si siede in una sedia, con un appoggio posteriore, sul sacro, il dolore aumenta, che si tratti di emorroidi, suture, edemi, lussazioni di coccoge eccetera, ma questa non è una buona ragione per stare seduti solo su un lato, tutti storti.
La ciambella è un falso aiuto perchè sedendosi sopra, ci si trova nel buco e non nel vuoto. A questo punto la congestione aumenta, il sacco emorroidario si riempie ancora di più, non è possibile un'azione di drenaggio tramite la respirazione perchè il diaframma non ha una buona escursione e di conseguenza un buon effetto pompa. Bisognerebbe inventarsi una mezza ciambella come la tazza del wc che permette di essere in appoggio alla radice delle cosce, busto in avanti e perineo nel vuoto.
In attesa di uno strumento simile (magari qualcuno potrebbe brevettarlo), occorre sedersi sulla punta di una sedia, busto in avanti, gomiti appoggiati sul tavolo o su due cuscini posti sopra le ginocchia, oppure sedersi all'indiana, con le gambe incrociate e il busto proiettato in avanti.

Guaine e pancere post parto?

Quando le donne chiedono se devono usare una guaina o una pancera post parto, per sostenere il ventre e impedire ai visceri di spostarsi in avanti, molte ostetriche oppongono loro un rifiuto categorico, motivato dalla frase ripetuta senza ragionarci: "assolutamente niente guaine, queste impediscono ai vostri addominali di lavorare!".
Ma nello stesso momento, le stesse ostetriche, consigliano le donne di non far lavorare i muscoli addominali prima delle sei settimane post parto, tempo per rinforzare i perineo, altrimenti la loro contrazione spingerà sul perineo, verso il basso, favorendo il prolasso. E quindi avete capito la contraddizione?
Secondo le ultime indicazioni sulla riabilitazione pelvica per sei settimane post parto è utile utilizzare una ventriera di contenzione fintanto che si lavora sul rinforzo del perineo, e rimuoverla dopo quaranta giorni per far lavorare i muscoli addominali, in trazione interna, mai in spinta, mi raccomando.

Bernardette De Gasquet, Retrouver la forme après bébé. Paris: Marabout, 2009



Mi maltratti a colpi di indifferenza

Seduta a bordo del mio letto immenso, con le mani sulle ginocchia, gli occhi a terra, avviliti e spenti,  decido di volgergli lo sguardo. È' alla mia sinistra che lo specchio riflette tutta me stessa, l'intero mio corpo, qui, per la prima volta, io, sola con me. 
Ehi sto parlando a te caro corpo.
Ti ho voluto davvero bene. Ti ho fatto respirare quanto più ossigeno tenessero i tuoi polmoni. Ti ho spalmato le migliori creme idratanti, antiossidanti, emollienti, energizzanti, tutte. Ti ho tenuto in forma, tonico, scattoso, veloce. Ricordi quando ti portavo su sentieri zigzaganti e scoscesi a correre?  Non ti spaventavano i dirupi ne' i fossati. In mezzo alla natura stavi bene. Stavo bene.
Ti ho coperto quando faceva freddo e denudato quando faceva caldo. Non ti ho mai obbligato al fumo ne' all'alcol, ne' a droghe o caffè',  ne' al cibo. Anzi, la mia cucina l'hai sempre apprezzata, con espressioni di buona digestione. Mai un'abbuffata, mai uno sgarro, si all'acqua, alle fibre, alla regolarità intestinale. Frutta, verdura, non è mancato mai nulla. 
Ho trovato un lavoro che non ti sfruttasse, non ti facesse sollevare pesi, non ti facesse sentire inadeguato. 
Ricordi quando mi crogiolavo nelle mie abitudini caro corpo? 
Un computer, due brioche, un caffè ed un mazzo di rose nel vaso d' acqua fresca, sul piccolo tavolino in stile retrò'. Due penne, un block notes, un libro, e giu' a scrivere seduta in terrazzo di prima mattina, quando la natura rispondeva all'immobilita' del cielo animandosi di suoni. Stavo bene. 
Ora Ti guardo. Ti fisso, m non ti ammiro più allo specchio. Hai colori sgranati dagli occhi miei pigri. Guardati, eri il mio corpo perfetto, la salute, la gioia. Ora, sei il mio corpo sconclusionato, sconquassato, liquido. Ti sei plasmato con gli abiti della morte, dopo che la malattia si è' impossessata di me. Hai cambiato forma, colore, consistenza. Sei magro, pallido, flaccido. La tua  è un'elegante indifferenza nei miei confronti e con lei mi stai maltrattando. Insieme al male che si impossessa di te, tu reagisci così, corpo ingrato, con un un silenzio assordante che mi fa tanta paura. E' il cancro. 
Parlo a te mio corpo  inceppato, mi senti? . 
Ti saro' debitrice di emozioni, lo giuro, e ti prego, ti supplico, non abbandonarmi. Perché io le vedo quelle piccole nuvole addensate che formano una cortina variopinta sull'ultimo orizzonte, ma vorrei rinascere con il sole ancora mille e mille volte.

Non essere impotente di fronte alla malattia. Contrasta i segni sul tuo corpo vendicando i suoi maltrattamenti. Sii differente. Ammirati, non come qualche solitaria stella che contrasta scialba il potere del sole nascente sbiadendo con voluta lentezza, ma come fossi tu il cielo, ricoperto da un corteo di nuvole sfumate,meravigliosamente rosee o rossastre, indaco e violetto, come la più bella opera d'arte che esista.


24 ottobre 2015

A cosa servono le emulsioni riepitelizzanti?

Riepitelizzante è la capacità di una sostanza di indurre la formazione di nuovo tessuto epiteliale e/o la sua riparazione. L'epidermide è un tessuto epiteliale.
Una emulsione riepitelizzante garantisce l'apporto equilibrato di principi attivi in grado di determinare una intensa azione emolliente ed idratante, a neutralizzare i radicali liberi, a stimolare la sintesi endogena della componente mucopolisaccaridica (costituente del tessuto connettivo, dà elasticità e consistenza) , a ristabilire la normale capacità dell'epidermide di contrastare lo sviluppo e la penetrazione dei dermatofiti.
E' per questo che la consiglio sempre ai pazienti con ileostomia temporanea sottoposti a radioterapia del retto. E' un trattamento utilissimo, che prepara la mucosa del canale anale ad accogliere nuovamente le feci, una volta che la stomia verrà chiusa.
Va applicata alla sera, prima di coricarsi, o dopo un piccolo lavaggio riabilitativo perineale (questo praticato dall'enterostomista riabilitatrice), intra-anale e peri-anale oltre che intra-vaginale .

L'emulsione riepitelizzante, a facile assorbenza la consiglio anche ai pazienti con urostomia, da applicare al glande. Zona dimenticata da tutti dopo la derivazione urinaria per asportazione della vescica, a prevenzione di fastidiose micosi e balaniti.

Se, nella componente riepitelizzante vi sono anche delle sostanze antinfiammatorie, antibatteriche, antimicotiche naturali, avrete una regressione della dermatite (infiammazione della pelle da batteri, funghi, ustioni, contatto con urina o feci, esposizione a prodotti chimici, radiazioni).
Cercate questi ingredienti: soia, ippocastano, achillea, tè verde, liquirizia, pantenolo, aloe, fosfolipidi, ubicarenone, camomilla, vitamina E.




Aiuto! il Fecaloma: una grossa matassa di feci

Una grossa massa di feci che si accumula nell'ampolla rettale e molto dura, tende a non passare all'esterno. E' il fecaloma. Lo stimolo diminuisce o addirittura scompare quando il materiale fecale non arriva direttamente sullo sfintere (a circa 2 cm dal margine anale), pertanto, se avete una grossa matassa fecale, questa si adagerà sopra a quel canaletto stretto che si chiama canale anale. Il paziente non avvertirà l'esigenza di andare in bagno e così passeranno i giorni.
E' solo durante un'esplorazione rettale che si può reperire un grosso fecaloma. La digitoclasia è la prima mossa. Ovvero rompere il fecaloma con un dito esploratore e poi effettuare dei lavaggi emollienti con olio tiepido e dei clisteri di acqua calda. A volte è necessario utilizzare delle supposte di glicerina che aiutano ad ammorbidire il fecaloma prima di riuscire a romperlo o ad estrarlo a pezzi con grande dolore per il paziente. I fecalomi possono essere causa di occlusione intestinale, l'intestino si blocca e l'aria non esce gonfiando così la pancia. Il paziente può lamentare dolori addominali, nausea o vomito. Paradossalmente può esserci incontinenza fecale alle feci liquide, le uniche che passano per la distensione eccessiva del tratto finale, non più controllabile dai muscoli volontari. Raramente, ma succede, è necessaria una chirurgia d'urgenza.
Per evitare la formazione dei fecalomi è importante bere almeno 4 bicchieri d'acqua durante i pasti e, se feci dure o a palline, assumere integratori di fibra, che non sono altro che polveri solubili in acqua o preparati liquidi già pronti.
Evitate i lassativi irritanti a base di erbe. Non modificano la consistenza fecale, accentuano solamente i movimenti intestinali quando il transito è rallentato.

23 ottobre 2015

Una cena diversa: io , lei e l'altro. Pillole osservazionali.

(I fatti raccontati sono realmente accaduti)

Attraversa il corridoio il cameriere spericolato con un fumante arrosto nel carrello.
Mi freno sui tacchi vertiginosi per non scontrarmi con l'ormai ex pollastro ruspante del vassoio e la proprietaria del ristorante si scusa affranta.
Si respira un'aria frenetica, tutt'altro che pacata. Sono tutti di corsa. Nemmeno il velluto verde bosco delle poltroncine, nè le abat jour dalla luce soffusa alle colonne mi mette tranquilla.
"Siete in due?" mi chiede la signora guardando alle mie spalle in cerca di un ipotetico uomo che non c'è. "Solo io", rispondo decisa, con un sorriso mordace e ampio.
Mi siedo in un posticino niente male, nell'angolo della sala. Da là, riesco a controllare tutto. Fingo un'aria aristocratica.
La mia fissa per il pavimento pelvico mi accompagna in ogni dove. Stasera, reduce da un corso di sessuologia, non riesco a godermi la cenetta senza pensare ai muscoli che stanno alla base del mio bacino, e a quelli degli altri, appoggiati su questa morbidissima sedia di velluto verde. Non si lamenteranno i genitali inquieti.
Raddrizzo la schiena e sposto i gomiti dal tavolo. E' interessante notare quanti non lo fanno. Sembrano tutti "ingobbiti". Lo schienale alto, certamente, ti regala un bel relax ma questo non significa che devi "accartocciarti" su te stesso.
Accanto a me un giovane uomo ed una donna sulla trentina, tengono le mani intrecciate, emozionate, avvinte, ardenti. Mi immagino lui, dopo cena, con la fronte imperlata di sudore, di fronte a lei, avido, passionale. E poi lei, travolgente, gli occhi eccitati, un silenzio eloquente.
Ma questa emozione dilatata dura poco. Lui, molto affascinante, afferra con la mano destra il suo cellulare e scrive un messaggio. La donna e' seduta sul bordo della sedia, come se fosse in partenza, con la schiena inarcata, l'espressione estatica, innamorata. Si alza e volteggia leggiadra verso la toilette. Cammina dritta, con l'addome introflesso, le spalle allineate, i glutei tonici. Lui, scivola sulla sedia, scomposto, non appena lei sparisce dalla sua vista. Incurva le spalle, rilassa l'addome, continua a scrivere sul cellulare. Eccola lei tornare. Raffinata nel passo sostenuto, il collo teso, allungato, le mani nelle mani, un piede avanti l'altro, come in una passerella ma senza stereotipi.
Ci sono due calici di prosecco sul tavolino amaranto. I due giovani non hanno ancora brindato. Non hanno ancora parlato. Non hanno ancora riso. Lei si siede, sciolta e cerca lo sguardo di lui, un complimento, una frase di approvazione. Ma l'iphone6s è il solo protagonista di quel tavolo per due. Ad un certo punto, lei si china e raccoglie la borsa da terra; estrae il suo cellulare dorato. Digita, scivola il dito, scorre, passa, scrive, legge. Gli occhi bassi, sullo screen. Lui solleva appena il sopracciglio. Ha un viso affilato, angoloso. La guarda con espressione provocatoria e le chiede di dare un'occhiata al suo cellulare. Ecco si rivolgono la parola. Sono trascorsi venticinque minuti di silenzio prima di inquinare l'atmosfera con questa loquacità. Poi la conversazione diventa fitta. No, non tra loro. Bensì tra loro e i loro interlocutori "messaggiatori"al di là del cavo, chissà dove, chissà con chi.
Così, in questa splendida location francese, romantica a dismisura, su poltroncine verde bosco in velluto medioevale, due esseri umani, personificano il crollo della coppia e della seducente magia di un dialogo mano nella mano, con un calice di vino protagonista assoluto e preambolo di scintille febbrili di desiderio puro.
Sospiro. Rivedo mentalmente le slides del corso sulla sessualità, il calo della libido delle donne in menopausa, l'impotenza post prostatectomia, il counseling sessuale, il viagra, la complicità.
E il dialogo di coppia. Conciliabile, sereno, ricco, onesto, limpido, romantico, erotico....
Come è inguaribile questa insostenibile nostalgia...



19 ottobre 2015

Una seduta di riabilitazione pelvica: Note di una paziente impaziente

Note di una paziente impaziente, incontinente.

"Si sfili la gonna, le calze, il giubbino, il maglione, la maglia, la maglietta, tolga ovviamente le scarpe e il reggiseno", mi dice la terapista , segnando la poltroncina dove avrei dovuto appoggiare le cose.
Non faceva prima a dirmi di tenere slip e canotta e stendermi sul lettino ?
Mi sento come imbalsamata. Ho un lato B inguainato dalla longuette in stretch.
Mentre mi piego per slacciare le stringhe delle mie Nike, la terapista mi prende per un braccio e mi corregge immediatamente. "Non si pieghi così bruscamente, si segga per slacciare la scarpa, eviterà pressioni notevoli intraddominali che andranno a comprimere la sua vescica".
Il mio volto si tinge di rosso peperonata mentre la dottoressa mi lancia un'occhiolino compiaciuto. Giustappunto per non demoralizzarmi subito.
"Ora si stenda che analizzeremo il suo pavimento pelvico".
Porto un piccolo pannolino di protezione che sento bagnato per la corsa che ho fatto per arrivare in orario all'appuntamento e un senso di pudore mi pervade. La terapista capisce immediatamente il mio imbarazzo e mi mette a mio agio, spiegandomi il pavimento pelvico attraverso un modellino plastico. Mi sento rassicurata e sfilo lo slip con coraggio mentre le mie labbra segnano un sorriso sbieco. Mi faccio leggermente schifo, sprizzo rotoli di grasso da tutte le angolazioni del mio corpo.
Dopo attenta osservazione, esame obiettivo lo chiamava, la terapista mi effettua una esplorazione vaginale chiedendomi di stringere, solo con i muscoli vaginali, le sue dita. Mi avrebbe così dato un punteggio di forza, che chiamava PC-test , da 0 a 5.
"Stringa forte signora "
"Sto stringendo" , le dico con espressione estatica e gli occhi sbarrati.
"Sta stringendo?" Mi chiede incredula.
Oddio che succede? Io ho la sensazione di stringere!
"Signora stringa come se dovesse trattenere la cacca", mi chiede la terapista.
Ma in vagina non trattengo la cacca! "Sposti l'attenzione mentalmente all'ano"
E' là che mi scappa una risatina a tutto tondo che mi fa perdere una goccia di pipì . "Ecco signora, mantenga sempre la pancia in dentro durante la risata, bloccata, non la faccia sobbalzare altrimenti perde". Eh lo sento che perdo mannaggia a me.
"Anche quando tossisce deve bloccare la sua pancia e se stringe anche il sedere, il "bloccaggio" è più completo". In questi casi, il reclutamento di muscoli che chiameremo accessori, sarà indispensabile per effettuare un totale "bloccaggio" del perineo.
La terapista aveva spostato la mia attenzione sui muscoli posteriori ma stava comunque valutando tutta la fascia muscolare che attraversa il pavimento pelvico come un'amaca, l'avevo studiato la sera prima, sui libri, a casa mia. Prosopopea da prima della classe insomma!
"Signora lei non ha la percezione di quei muscoli pertanto dovremo lavorare a lungo. Dovrà sentire elettricità , energia, tensione e  scioglimento proprio là".
Riprovo imperterrita a stringere con i lampi subitanei negli occhi. Stringo i glutei, le cosce, sento la forza nel collo, la pancia indurirsi, il volto paonazzo e.... perdo una goccia di pipì.
"No, no, no, signora ferma, deve rilassare tutti gli altri muscoli! Vede che sta spingendo?"
Stringi, spingi, apri, lasci, molli, tenga, forza, dai.
Stringi, spingi, apri, lasci, molli, tenga, forza, dai.
Sembrava una canzoncina onomatopeica! Che ridere!
Scherzi a parte, era davvero difficile eseguire gli esercizi di Kegel, perché è così che si chiamano, grazie a lui, un ginecologo che ha inventato lo "stringi-stringi". Il respiro mancava. Il respiro tornava ma la percezione tardava . E che fatica !.
"Focalizzando l'attenzione sui muscoli elevatori dell'ano, e' molto più facile stringere la vagina. Provi da seduta. Rilassi i glutei sulla sedia e anche la pancia". Ci sto provando !
"Ora, immagini che il suo ano, risalga dal basso verso l'alto, come un ascensore. La sente la vagina chiudersi ? Chieda al suo partner di aiutarla. È' come una danza virtuale, compiuta un milione di volte. Due dita in vagina, morbide, adagiate la' senza frugare ne' annaspare. E mentre  lei sta comodamente stesa con le gambe piegate, provi a stringere più forte che può . No, non deve usare i glutei per stringere, e nemmeno i muscoli della coscia. Questa è una contrazione che chiamiamo isolata. Il suo partner le dirà se lo fa correttamente. Ricordi , solo ano e vagina. Continui per un centinaio di volte almeno con la durata di un secondo per stringere e un secondo per rilasciare. Oppure  bastano 15 volte, con la durata di 6 secondi per stringere e 10-12 secondi per rilasciare.
"Non sento dottoressa. Mi sembra di non stringere. E quanto impiegherà il mio muscolo per rinforzarsi? " .
Lei stringe poco signora, 2 su 5 è il punteggio nella forza, deve allenarsi con costanza e ci vorrà almeno un mese di allenamento quotidiano, per buttare via il pannolino.
Un mese ??? Ed io che pensavo bastasse una seduta !
E voi avete provato ?
Fatemi sapere...

Le sedute successive vertiranno  su esercizi di rinforzo di tutti gli altri muscoli accessori del pavimento pelvico e limitrofi, che partecipano alla continenza quando il paziente effettua  normali azioni.
La contrazione vaginale e anale isolata, in fase di allenamento puro e semplice, va effettuata senza attivare nessun altro muscolo accessorio (contrazione di Kegel). 
Nei casi invece, di aumento improvviso della pressione addominale come starnuto, tosse, risata, soffiarsi il naso, o durante la camminata o azioni "di pancia", come i piegamenti, il solevamento di pesi ecc , il muscolo anale e vaginale va stretto insieme a tutti gli altri muscoli accessori, che garantiranno un ottimo bloccaggio e nessuna perdita.
Ricordate però sempre che la pancia si introflette sempre, morbida, in dentro, si appiattisce e non si indurisce mai.

18 ottobre 2015

Era l'anno 1868: povere donne

Articolo scritto dal Dott. Thomas Addis Emmett, ginecologo americano, nel 1868

Le condizioni della pelle in costante contatto con urina o feci, sono uno dei problemi più fastidiosi della paziente con fistola ostetrica. (= galleria, cunicolo tra la vescica e il retto o tra il retto e la vagina in seguito ad una lesione da parto).

L'irritazione provocata dall'urina determina in breve tempo escoriazione ed edema (gonfiore) degli organi genitali esterni, fino alle natiche e alle cosce. Le grandi labbra sono frequentemente sede di ascessi e ulcerazioni profonde.
La mucosa della vagina è in parte perduta, e la superficie abrasa viene ricoperta da fosfati derivanti dall'urina (come una malta che cementa la vagina) . La paziente non è quindi più in grado di camminare nè di stare in posizione eretta senza avvertire enorme dolore.
Le incrostazioni devono essere allontanate con una spugna morbida e le ulcerazioni sanguinanti trattate con nitrato d'argento. Se le incrostazioni non possono essere facilmente rimosse, la donna deve insistere. Semicupi caldi alleviano il disagio provocato dalla paziente. La vagina deve essere lavata più volte al giorno con acqua tiepida. Dopo il bagni, la donna dovrebbe proteggere la vagina con un unguento qualsiasi. Alla paziente deve essere detto di lavare a fondo la biancheria intima quando questa sia satura di urina e non semplicemente di stenderla ad asciugare. Queste indicazioni andranno seguite per molte settimane o mesi. Quando la situazione corretta è stata realizzata, il chirurgo potrà essere in grado di decidere quale procedura scegliere per la riparazione della fistola.
Oggi il confezionamento di una stomia è spesso la soluzione immediata.

Aspettando quella busta: la risposta dell'esame istologico

Dedicata a te, che stai aspettando quella busta 

Sono passati ventidue giorni e quattordici ore dal giorno dell'intervento e sto aspettando quella fatidica lettera, sulla busta gialla, quella con la temibile risposta del mio esame istologico, quella che stabilirà quanto mi resta da vivere.
E' un bivio in cui l'essere umano si trova di spalle, sospeso tra il tutto e il nulla. Se non hai provato la forza di un uragano, non puoi capire.
Rimbombano nella mia testa le fragorose parole del medico: "Una ventina di giorni e saprà l'esito dell'esame istologico". Come attorciglia la lingua questa parola.
Il vialetto di casa mia che porta alla piccola cassetta della posta mostra i solchi dei miei ripetuti passi quotidiani. La controllo con un'ansia nevrotica che si è impossessata di me come un demone inferocito. A tratti lascia spazio ai dubbi: e se la spedissero tramite raccomandata? E se il postino non avesse suonato due volte e non avesse lasciato la busta? E se invece di spedirmela mi chiamassero in ospedale per il verdetto vis a vis con il primario? E se mi avessero telefonato e non mi fossi accorto? Magari ero fuori, non ho sentito il telefono, era scarico, era rotto.
Controllo tutte le telefonate in entrata dell'ultima settimana, quelle perse e quelle senza risposta, la lista in uscita e la lista in entrata. Nessuna chiamata dall'ospedale, niente.  Ri-conto i giorni sul calendario e sulle dita delle mani, come un bambino, alla ricerca dell'errore che non trovo. L'attesa è snervante e caustica. Mi sento come in un campo di calcio, dove tutti giocano tranne io. Nessuno mi passa il pallone, i giocatori mi schivano, sono invisibile, in centro campo, in uno stato di completa e tormentata confusione dove i pensieri sfuggono alla realtà.
Mi sono chiesto molte volte cosa farei se mi dicessero che mi resta poco da vivere. Non ho molti dubbi.
Non farei nulla. Assolutamente nulla. Nessuna cura, nessuna chemioterapia sperimentale, nessun intervento palliativo, nessun desiderio da realizzare o viaggio da fare. Non spenderei tutto il mio patrimonio e non sfiderei la fortuna. Che senso avrebbe? La morte sarebbe l'unica solida e tangibile realtà che mi apparterrebbe. La strada che mi porterebbe solamente sotto terra, se vuoi con il cielo cristallino e con il vento leggero che dondola i ciuffi d'erba, ma chi se ne frega, io sarei lì, con le mani in mano, a far salire il calore dal terreno, mentre l'orizzonte si illumina di bagliori sgargianti arancioni e gialli che non vedrei mai più. Mentre tutto scorre tranne io.

Squilla il telefono. E' l'ospedale. Rispondo a monosillabi. Devo recarmi oggi pomeriggio dal primario, che mi comunicherà il verdetto. Ecco lo sapevo. Morirò presto. Altrimenti forse me l'avrebbero spedita quella maledetta lettera.
Arrivo in ospedale in anticipo. Mai la strada verso la città mi è sembrata così lunga, umiliante questa pena.
La busta giace aperta sulla scrivania. La legge lui.
"E un brutto cancro" mi dice. Sprofondo. Gelo. Piango. Mi manca la terra sotto ai piedi e l'aria per respirare. Mi sembra di soffocare e i conati di vomito si susseguono senza pietà facendomi provare l'amaro accenno della chemioterapia. Stringo la mano della mia compagna così forte da farle male.
Non avrei vissuto a lungo. Tutto qua. Quarantotto anni, fine. Quarantotto scriveranno nella mia epigrafe perchè non arriverò ai quarantanove.
"Ci sarebbero delle terapie da fare, radio, chemio monitorando la malattia..., ci pensi..., potrebbe farcela".
Po-treb-be? E chi crederebbe ad uno stupido condizionale ? Ai se e ai ma, al non so se domani...

Ci ho pensato una notte intera mentre quella pagina ciondolava inerte tra le mie dita e le parole facevano deragliare le mie certezze. Avrei voluto sparpagliare i dubbi altrove. Mi sono guardato allo specchio con gli occhi inquieti mentre capivo cosa volevo dalla vita. Vivere ancora. Lo specchio non mi restituiva l'immagine di un corpo sconclusionato in un imballaggio ridicolo. Tutt'altro.
Ho deciso di cambiare forma, plasmando il mio io alla circostanza. Ora dovevo lottare, contro un mostro che stava in un corpo sbagliato. Godermi ogni istante di ogni giorno con la mia famiglia e cercare altri in viaggio come me. Avere anche delle ambizioni frivole. Ve l'assicuro, insieme si può vincere.

Dedicata a te, che stai lottando con tutte le tue forze, e che la forza la regali incredibilmente a tua moglie, ai tuoi figli, ai tuoi amici e a chi ti cura. Contro ogni aspettativa.

16 ottobre 2015

Tutta colpa della gravità. Lettera ad un marito svaporato.

Caro marito mio,
Non era la gravità che mi teneva attaccata al pianeta, eri tu.
Ti avvicinavi annusando il mio collo, appoggiavi piano la punta del tuo naso freddo scivolando sotto al lobo  dell'orecchio mentre avvolgevi l'aria del tuo profumo, cingendo le tue  braccia sulla vita mia.
Eri morbido, tenero, innamorato. Avevi l'incanto nello sguardo.
Mi sussurravi dolcissime frasi. Mi ripetevi quanto bella fossi. Mi ricordavi quanto mi amavi. Ogni sera, di ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno.
Piano,  infilavi le tue dita tra i miei capelli spostando i ciuffi ribelli dal mio volto. Mi facevi venire i brividi. Non mi baciavi mai con la lingua. Non subito. Prima appoggiavi le labbra lievi e vellutate, sulle mie, come se avessi dovuto assaporare la panna montata, per poi cercare la mia lingua in un secondo momento. Sollevavi le mie braccia per sfilarmi la camicetta già aperta sul collo, slacciavi il reggiseno con una mano, mi accarezzavi il viso. Non ci sono più gli uomini che ti accarezzano il viso.
Il mio respiro si faceva lungo e profondo e fluido e intenso e vorace.
E tu, ti eccitavi, mi prendevi per mano e mi accompagnavi sul nostro letto, per sprofondare poi nella passione e nella foga, nella vita.
Ma oggi non sei più tu. Hai settant'anni e hai dimenticato chi eri.

Ti avventi contro di me alla ricerca spasmodica della mia intimità, senza spazio, senza tempo, senza affetto, senza amore. Dai. Dai. Dai. Sai ripetere solo questo o poche altre refrigerate parole insignificanti o frivole. Non so più che profumo abbia la tua pelle. Non ricordo la morbidezza delle tue carezze ne' il sapore di un bacio con la lingua. Roba da giovani, dici.
Da quando sono in menopausa ti sei convinto che le donne della mia età non abbiano più desideri. Pensi che vivano di razionali pratiche casalinghe, di pragmatismo, di abitudinarie e noiose azioni e che non provino emozioni. Pensi che le donne della mia età possano soprassedere alle coccole, alle parole sussurrate, al naso sul collo. Hai cancellato anche i preliminari, i giochi di coppia, la complicità di uno sguardo incrociato, il dialogo. Che cosa diventate sono la seria incoscienza e l' entusiasmo infantile?.
E ti stai chiedendo ancora perché ti dico NO.
Caro marito,
e' solo la gravità che mi tiene attaccata al pianeta. In questo odore del nulla.

Al di là che la menopausa, per il crollo ormonale, generi un calo della libido femminile, l'uomo dimentica che la donna non cambia la sua essenza .
Così,  proporzionalmente alla  ricerca di mascolinità, l'uomo diventa esigente e cambia la sua di essenza. 
Troverà solo il nulla.

15 ottobre 2015

Diario di una caffeinomane incontinente

"Un caffè, grazie". E' il quinto della giornata.
Non trovo lo zucchero di canna, dov'è lo zucchero di canna! "Scusi avrebbe una bustina di zucchero di canna?". Eccolo lo zucchero di canna. Meglio due, canna. Oggi voglio addolcire la mia nevrosi bucolica spalmandola di minuscoli granellini sul fondo della tazzina da caffè. Ti disintegro. Aggiungo una bustina e agito il cucchiaino con la speranza di ottenere magicamente una cremina delicata, al caffè, effetto spasmolitico assicurato.
Mentre mi specchio sull'ampia vetrata del bar, le mie occhiaie chiedono pietà. Basta dormire così poco!. Se non fosse per il gatto che miagola tutte le notti sul davanzale della mia finestra, il cane che abbaia incazzato col vicino insolente e con il gatto sul davanzale, le duecento mail da leggere sotto le coperte come un rito, il libro da finire, i racconti da scrivere e i sette caffè al giorno, forse riuscirei a chiudere occhio ad un'ora decente.
Cerco uno sgabello.
Sono costretta a sedermi a mezzo gluteo, mantenendo mezzo piede sul paletto trasversale di appoggio e l'altro per terra, in bilico. E' una strategia in realtà, per evitare fastidiose perdite di urina che incedono automaticamente al primo sorso di caffè bollente. E' come se si accendesse un interruttore e che io non riuscissi a spegnerlo.
Quella è Deborah!
"Scusi potrebbe farmi un altro caffè?" chiedo scalpitante. Non posso non fare compagnia alla mia amica. Ho la sensazione di avere le spine sotto al gluteo fracassato nello sgabello e il cuore batte a mille all'ora. L'incessante tachicardia mi rammenta quanto io sia un'idiota. E sono già a sei.
Esco compiendo pochi semplici passi e non posso fare a meno di sentire un "caldino" tepore scivolare là in mezzo, appoggiarsi sul materassino dello slip (ho acquistato quelli dell'ultima pubblicità) facendomi catapultare nella vecchiaia.
Ho appena cinquantanni e mi ritrovo già da rottamare.
Salgo in macchina con un passo infedele che tradisce il tentativo di frenare ancora due goccette di pipì. Bruciano.
Sento l'impellenza farsi padrona e cerco disperatamente un altro bagno, nonostante prima di partire sia già andata due volte. Stavolta mi trovo in una toilette di un altro autogrill dove la pipì è solo a pagamento oppure bisogna ordinare qualcosa per poter mingere gratis.
"Un caffè", sentenzio al bancone. E' il settimo.
Un uomo vestito di tutto punto mi si avvicina curioso. Ha gli occhi piccoli ma le sopracciglia ben disegnate a carboncino nero su una tela di un viso pacato.  Il mio volto si fa paonazzo. Mi sento sporca, umida, bagnata, irritata, escoriata e incontinente e provo un incredibile senso di vergogna. Questa condizione penosa quanto invalidante mi tormenta.
"Lei è davvero una tipa interessante" mi sussurra l'uomo in tailleur con voce nervosa che sapeva di gentile caffeina.
Il suo sguardo ammaliante mi cattura.
"Posso offrirle un caffè?", mi chiede galvanizzato.

Non so se la natura umana faccia mai dei calcoli matematici nell'incedere flemmatico delle cose. Fatto sta che risposi di ....
no.
E corsi nuovamente in bagno. A rotta di collo.



Piccoli studi clinici rivelano che la diminuzione del consumo di caffeina migliori la continenza.
Tomlinson B et al. Dietary caffeine, fluid intake and urinary incontinence in older rural women. Int Urogynecol J Pelvic Floor Dysfunction, 1999

13 ottobre 2015

Mi sono innamorata...del dottore che mi cura

Mi sento attraente come una sedia impagliata, qua, cementata in questo letto, il mio fondoschiena ha fatto le piaghe, i capelli sono un tutt'uno con il cuscino e le unghie chiedono pietà. Dov'è finito lo smalto verde salvia?
So che inizierai il turno tra meno di mezz'ora ed io non ho la forza per alzarmi a darmi una sistemata. Non vedo l'ora di vederti. Sei il mio desiderio della lampada.
La mia vicina di letto è attorcigliata da canne e cannette, flebo, bip bip di macchinette e pompe siringhe. Mi guarda di sottecchi, girata di lato, per i dolori addominali che stanotte le hanno fatto compagnia. Se potesse incenerirmi lo farebbe, con i suoi due occhi che sembrano appena estratti da un braciere ardente. Poverina. Anche lei lo aspetta con ansia il mio dottore.
Provo a sedermi a bordo letto, incartata dentro un pelouche di lana merinos, mentre il mondo soffre il caldo. La mia termoregolazione è andata in tilt da qualche giorno.
Mi giro di spalle lanciando un'occhiata sgangherata e allegra alla mia amica. Le strizzo l'occhiolino mentre lei respira una boccata di ossigeno attraverso la mascherina verde mela. L'atmosfera sembra pressurizzata in questa stanza.
Ecco...Sento i suoi passi.
Odo la sua voce mentre cerco di surgelare ogni emozione superflua, voglio lasciare spazio solamente alla gioia. Quella di vederlo.
"Arriverà il dottore tra poco?", mi chiede la mia dirimpettaia.
Un piccolo granello di gelosia si appoggia sul mio cuore. Abbasso lo sguardo e non rispondo. Fingo un dolore diffuso e soffoco l'entusiasmo infantile che mi caratterizza oggi.
Quanto ti desidero.
Poi, il mio dolore furbo svagheggia altrove, lasciando spazio ad una sgangherata allegria. Non si intona con il dolore della mia amica, ma poco mi importa. La vita scorre così velocemente che vorresti fermarti su ogni attimo per coglierlo. Da sola.
Ma quando arrivi ?
Getto lo sguardo oltre la porta, i miei occhi si fanno acquosi e distratti, lui non arriva più, sono già le due.
Eccolo, il terribile formicolio al volto che mi infastidisce. Mi capita ogni volta che sono in ansia.
La mia "amica" sembra insaccata sotto alle lenzuola e mi lancia parole affilate: "non verrà".
Lo ha capito anche lei che mi sono innamorata del dottore il primo giorno che si è seduto accanto a me, per spiegarmi tutto l'intervento che ho subito. Lei ci fissava come se captasse i segnali del dolce incedere delle cose e dell'accadere del sentimento. Era lo stesso che provava anche lei, e forse questo mi brucia come un terribile ricordo infetto. Mi sembra ieri quando il mio ex mi ha lasciato per la mia migliore amica .
Eccolo!
L'aria si frantuma al suo arrivo.
Ha la voce grave, forte. "Buongiorno! Come va?" ci chiede delicato ma deciso. Non l'ho mai visto così serio.
Lui, L'uomo dei miei sogni più colorati è qui accanto a me mentre i miei occhioni timidi puntano improvvisamente a terra. Lo amo.
"La vedo pallida signora, tutto bene?". La-vedo-palli-da-signora. La-ve-do-pal-li-da-si-gno-ra. Risuonano fredde e insensibili le sue parole nella mia testa. Gelo. Vuoto siderale. Sento l'odore del nulla.
"Come si sfiorisce in fretta dottore. Ti alzi la mattina e sei diventata un'altra!", sillabo.
"La malattia ci cambia profondamente", aggiungo rassegnata.
Il dottore sembra non ascoltare le mie parole che gli scivolano giù dalle spalle come cera fusa. Sembra annaspi alla ricerca di una penna nella tasca del camice, invece estrae rapido il suo cellulare che squilla vibrante silenzioso. Ha gli occhi di un blu intenso, che possono competere solo con il mare. La stanza profuma di lui.
"Si... si... ti chiamo dopo amore".
Amore.
Gli scappa fuggente questa parola dalle labbra e sprofondo nel materasso ghiacciato. Come pezzettini di carta al vento, il mio sogno va in frantumi. E mi immagino la sua donna fortunata, stretta in un classico tailleur color malva sbiadita, i capelli scarmigliati, le scarpe eleganti, il volto sano, la pelle lucida, gli occhi profondi e innamorati quanto i miei.
Mi mancherai dottore.
Perchè il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è starci vicino e capire che non lo potrai mai avere.
E mentre la mia amica mi lancia un'occhiata soddisfatta, con il volto inebetito mi stendo sul letto di sassi e chiodi, e lascio che una lacrima righi il mio volto pallido.


Io, Fanni Guidolin, la donna in tailleur color malva sbiadita.

8 ottobre 2015

VOLEVO UN UOMO PERFETTO

Volevo che il nostro amore fiorisse sulla perfezione.
Volevo un uomo da amare per quello che era e per ciò che faceva e non per ciò che avrei voluto che diventasse. Un uomo che fosse in grado di gustare i bei momenti insieme anziché precipitarsi subito nei cattivi pensieri della sua malattia; che ridesse di se stesso e della vita, anche da malato. Che non perdesse consistenza giorno dopo giorno.
Volevo un uomo abbastanza folle da poter pensare di cambiare il mondo, e non cambiato dal mondo.
Volevo imbattermi con lui in meravigliose persone, sane, godendomi il viaggio della vita e non della malattia.
Volevo un uomo che osservasse la realtà dalla mia stessa finestra, non da quella di un ospedale per malati di cancro.
Volevo un uomo che mi regalasse una casa stucchevole e leziosa, non un appartamento per disabili. Un giardino fiorito, non piante plastificate. Un'auto sportiva, non una sedia a rotelle.
Volevo un uomo con un sorriso vero, non stupidamente allegro; che pensasse alla nostra vita come ad una corsa a cento all'ora, non come ad una corda fluttuante, marcescente, spezzata. Volevo un protagonista vivace e ironico, non un antagonista triste e patetico. Un uomo senza cicatrici, con il volto rosato e non tormentato, che non inquinasse l'atmosfera squisitamente femminile delle nostre amicizie, con la sua irriverenza maschile. Un uomo dalle idee chiare e non intorcinate in una testa confusa. Un uomo che non si lasciasse andare alla paura come se avesse sempre la canna di una pistola alla tempia. Volevo un uomo orientato, lavoratore, infaticabile, marito, amante, sano.

Finché rimasi sola.

Oggi, Giorgio vive una vita stupenda con un'altra donna che ama tutto di lui. È' ancora malato ma non ci pensa mai. Lavora, instancabilmente. Osserva la realtà dalla finestra della sua casa stucchevole e leziosa, guida un'auto sportiva, cura le piante del suo giardino. È' protagonista nelle serate ad atmosfera squisitamente femminile, grazie alla sua magnifica sensibilità. Cura il suo giardino fiorito, ride di se stesso, manda a quel paese la sua malattia. Non ha paura. Vuole cambiare il mondo.


Durante la malattia, chi ti sta accanto, fa la differenza. 

7 ottobre 2015

Quella maledetta puzza che mi porto addosso

Quello che è emerso nell'ultimo gruppo di auto mutuo aiuto tra stomizzati è davvero drammatico..
(I nomi, a tutela della privacy, sono stati modificati)

Cristiana indossa una camicetta in chiffon bianco latte, i pantaloni blu, le ballerine abbinate e appoggia un piccolo golfino in cachemire azzurro sulle spalle.
Timis è strizzato nel suo giubbino in ecopelle , avvolto nei jeans strappati stretti in vita da una cintura pitonata, in una posa inedita del suo repertorio.
Vittoria sfila in un vestito avorio, aderente, in pizzo, elegantissima, con le maniche arrotolate ai gomiti, per sdrammatizzare un'eleganza cerimoniale.
E poi ci sono gli altri: Andrea, viso spigoloso, a braccetto dell'inseparabile moglie, Tony, provato da sei cicli di chemioterapia, Maurizio, che porta due Stomie, una urinaria e una fecale, Elsa, silenziosa, con la figlia immancabile ad ogni appuntamento, Giuseppe, in sedia a rotelle, spinta da braccia possenti, quelle di suo fratello, che si asciuga la fronte con la manica,  e così via...
Apparentemente sono tutte persone normalissime o forse oggi più eleganti della media, in occasione dell'incontro mensile di auto aiuto tra Stomizzati, composte, educate, coraggiose. C'è' Chi danza ancora negli under cinquanta, chi invece si accomoda ai sessanta e chi apre le porte ai settanta e poi agli ottanta, come Nives, ottantaseienne dall'incarnato splendente, colta e saggia, in prima fila.
Confrontarsi non è mai facile. Non si tratta di sfilare in una passerella, ma di chiudere un cerchio, quello dell'amicizia. Guardarsi negli occhi, capirsi, nuotare nello stesso mare, aggrapparsi alla barca della vita, senza zavorra, anche se qualcuno sostiene che la zavorra serve per mantenersi lontani dalle  nuvole, con i piedi per terra, viste le condizioni. Altri invece , pensano che avere la testa tra le nuvole sia stupendo, perché permette di incontrare solo gente che sa volare.
Un sacchetto di feci o di urina, la voglia di vincere, la forza di reagire e' quanto li accomuna.
E fin qua cosa c'è di male? Direte voi.
Cosa c'è che non va Cristiana, Timis, Vittoria e tutti gli altri? Siete belli, organizzati, quasi sorridenti, voi non state male !
Ma e' il cattivo odore onnipresente il loro problema più sentito, lamentano in coro.  La paura che il sacchetto si stacchi, scoppi, si apra, li innonda. Quell'odore che impregna le loro narici, i loro vestiti, quel compagno odiato e insolente, condizionante ogni momento, nonostante bustine neutralizzanti, deodoranti coprenti o gocce profumanti nel sacchetto. La paura e' imperante. Certo, non lo è per tutti, ma condiziona le giornate, le uscite, la scelta degli amici, il gusto del cinema, il piAcere di una pizzeria.
Ma oggi, in questa stanza, in questo cerchio, dove tutti si sentono più leggeri, il problema passa in secondo piano, al di là di ogni sentita disabilità o imbarazzo.
L'unione rafforza la convinzione che forse Quell'odore è solo nell'immaginario collettivo, e' un luogo comune, una diceria, una insicurezza. Non ci sono cattivi odori in questa sala, non ci sono sguardi striscianti sui corpi, sono solo cattivi pensieri, che insegneremo a cacciare, molto prima che le nubi passino sui loro volti, adombrandone i lineamenti.

Si ringraziano la dott.ssa Bertelli e il dott. Melloni , psicologi, per il grande aiuto che danno.


6 ottobre 2015

Toglietemi tutto, ma non i miei libri


" D' accordo. Ho accettato la chemioterapia, le testa pelata, la pelle scrostata, la tosse continua, la dieta imperante . Ho accettato le notti insonni, le lacrime sparse, le vostre bocche cucite, gli esami sballati, la testa pesante, e bugie. Perchè la verità l'ho scoperta da sola, grazie ai miei libri.
Mi avvolge il profumo delle pagine nuove, patinate, di un libro acquistato poche settimane fa e non ancora iniziato. Lo tengo sul comodino solo per infilarci il naso dentro ogni tanto e desiderare di divorarlo in poche ore. Poi mi addormento rilassata, magari con la copertina sgualcita tra le lenzuola, secondo un preciso rituale. La lettura serale è ormai un appuntamento prefissato. E nell'ora più silenziosa della notte, penso a quello che sono e a quello che voglio diventare.
Me li mangio i libri, ingorda di sapere, curiosa di vita. La lettura  mi catapulta in un mondo parallelo dove la conoscenza sembra una medicina per la mia malattia e allegerisce il mio animo triste.
Li consiglio a tutti, li regalo, li presto. Li acquisto a prezzo pieno o approffitto delle offerte, ne prendo anche di usati. Amo i romanzi ma non disdico i racconti di avventura e nemmeno i gialli. Qualche manuale di psicologia fa capolino nella grande libreria dietro al divano. Non è mai impolverato. Tutti sono necessari e indispensabili. Li amo, li ammiro, li ordino e, a volte, li rileggo.
La lettura mi dà vita. E quando mi trovo nella grigia foschia del dubbio, spolvero le idee, animate da un balletto senza soste nella mia testa; cerco le soluzioni, tento di uscire dal labirinto senza schiacciare un tasto a caso, ma secondo mosse ragionate. Io voglio fare scacco matto."

Mentre il tramonto accende echi nostalgici, con la bandana in testa, la testa dritta, il viso fiero, Maya si addentra tra le bancarelle della fiera del libro. Si trascina con il fiatone, la macchinetta dell'ossigeno in spalla, una cannetta sul naso. Ha le idee tutt'altro che confuse e intorcinate. Maya ha le idee chiare. Eccola, si ferma davanti una pila interminabile di vecchi libri ingialliti mordendosi perplessa un lato interno della bocca. Ogni tanto deve umettarsi le labbra perennemente secche, con la lingua. Osserva una fitta conversazione tra i due venditori adiacenti alla pila di libri. Chiude gli occhi e viaggia dentro a quelle pagine impaccate. Le vuole sbriciolare, farle sue e imparare. Maya vuole imparare a guarire.
Perchè leggere un libro è come bere un'essenza delicata. E quando un'essenza è davvero pregevole, il gusto non si esaurisce mai semplicemente nel berla.


3 ottobre 2015

CHEMIOTERAPIA. NON VEDO L'ORA.

Racconto tratto da una storia vera. Andrea, ha voluto che la scrivessi, per aiutare chi la deve affrontare, a liberarsi di molte paure e ad essere sempre positivi. 

Si avvicina con passo sicuro Andrea. Ha gli occhi grandi, lucidi ed espressivi. Il volto roseo, il sorriso enigmatico. Non sembra affatto malato.
Inclina la testa da una parte quando mi vede allargare le braccia come se volessi dargli un abbraccio a distanza, ancora prima di essergli accanto, e come se lui volesse proprio entrarci in quell'abbraccio geometrico. E' circoscritto in uno spazio brillante come il sole di oggi, alto e rassicurante.
Un abbraccio può essere ardente, o passionale, vorace o tenero. Il nostro è paternamente placido, quieto. Le sue braccia plasticamente flessuose volteggiano con mani grandi. Sono braccia che appartengono ad  un'anima sensibile. La sensibilità è l'abito più elegante e prezioso di cui l'intelligenza possa vestirsi. E oggi lui, la indossa benissimo.

Sono quasi due anni che Andrea combatte contro il cancro intestinale e con una stomia che , seppur accettata, lo fa arrabbiare parecchio, dato che si è quasi del tutto ritirata nella sua pancia, provocandogli infiltrazioni e distacchi del sacchetto, macerazioni e bruciori. Ma mai un giorno di sconforto per questo. Mai un attimo di crisi. Combattere è la sua parola d'ordine, come scrive sempre nei commenti ai miei post. Da due anni la chemioterapia si è appropriata del suo corpo, ma gli lascia costanti segni e lividi che si manifestano con strani giochi cromatici sul suo viso. Lo dipinge stranamente di bello. Non è riuscita a spegnergli quel sorriso impertinente e tutti notano in lui, scintille febbrili che gli incorniciano il volto. Con lei ha un rapporto di amore e odio, dipendenza e abbandono. Con lei sta bene, e paradossalmente gli dona vita.
Oggi il suo viso appare mielato dalla luce che entra dagli ampi finestroni. Sembra ancora più gentile la sua figura, rarefatta da questa atmosfera. Sembrano ancora più grandi i suoi occhi cordiali. Lo sguardo limpido mi incuriosisce e mi stupisce. Si avvicina composto, posato, nel suo giubbino blu con i jeans a vita bassa  e un maglioncino elegante.
C'è un legame profondo che ci lega. Non è fatto di corde né di nodi, eppure non si scioglie.
Ma... c'è una maschera, un tetro minaccioso silenzio cade in lui, improvviso, a pochi passi da me. Ed io, rimango pietrificata. Cerco di decifrare ogni messaggio non verbale, lo osservo, lo conosco, mi preoccupo. Cado nel pozzo dell'incertezza. Lui abbassa gli occhi e fissa il pavimento pestando con il piede, come per schiacciare questo sentimento tortuoso.
"Sono giorni che non dormo. Ho male. La pancia è gonfia, non mangio, non bevo. Piango", mi dice con voce assonnata e biascicata.
"Vedo da giorni solo lacrime che sgorgano sul cuscino, mio complice compagno, che mi fissa umido tutte le notti".
La sua espressione si fa triste, e la mia, ancor più.  Questo non è l'Andrea che conosco io.
"An-dre-a...", sillabo timidamente tenendogli le mani.
"Ma oggi .... sono davvero felice, e sono venuto a dirtelo". Solleva gli occhi ridenti, senza esagerazioni, senza eccessi, composto, educatamente pacato, fissando me che quasi svengo dalla paura che fosse caduto in un burrone.
"Stamattina ho ripreso la CHEMIOTERAPIA e sono rinato. Mi sento bene.
Trasalisco mentre il sangue gela nelle mie vene.
Stavo sognando? Come poteva un essere umano essere felice di sottoporsi alla chemioterapia?
"Sono scomparsi i dolori, i bruciori, la nausea. E' tornato l'appetito, il buon umore e la voglia di correre, la gioia di uscire, la passione di vivere come se fossi sempre sulle montagne russe. Adrenalina pura, energia vitale. Non vedevo l'ora.

Ci siamo lasciati cadere sulle poltroncine del corridoio abbandonandoci a due sorrisi invalicabili da chiunque, in perfetto equilibrio tra l'apparenza di due esseri sani e la consistenza del sentirlo davvero.
Che Gioia.

2 ottobre 2015

Esercizi per il dolore pelvico

Il dolore pelvico è un dolore localizzato a livello dei genitali, o della parte compresa tra l'ano e la vagina, o tra lo scroto e l'ano, o localizzato al sacro, o internamente
, non ben localizzato,  ma riguarda comunque l'area del pavimento pelvico (= insieme di muscoli, ossa, organi, strutture tendinee e ligamentose che si trovano alla base del bacino). La causa può essere chirurgica, irritativa (ad esempio la prostatite del ciclista), o da trauma (come la pubalgia del calciatore, o in seguito ad una rottura del coccige) o correlata a gravidanza, o può non esserci una causa precisa. Il dolore pelvico, compromette notevolmente la qualità di vita.
Il CCP (Chronic Pelvic Pain) è il dolore pelvico cronico, ovvero che dura da almeno 6 mesi.
La relazione fra uno stimolo doloroso e il modo in cui esso è percepito da un individuo, è drasticamente influenzata da circuiti nervosi all'interno del midollo spinale.

Esistono diverse opzioni non farmacologiche per la riabilitazione del dolore pelvico:

Esercizi per il pavimento pelvico (vedi sotto)
Stimolazione elettrica con placche di superficie ( clicca qui per stimolazione elettrica )
Tecniche di rilassamento come lo yoga ( clicca qui per yoga ) o la paradoxical relaxation ( clicca qui per paradoxical relaxation )

Sotto, potrete leggere e seguire 5 esercizi fondamentali ogni giorno (terminologia facilitata e semplice. Tempo di esecuzione 1/2 ora):

1) Sdraiatevi supini (pancia in su) e flettete le ginocchia allungando le braccia lungo il corpo. utilizzate un cuscino molto sottile sotto al capo. Inspirate (prendete l'aria attraverso il naso) gonfiando l'addome come un pallone, poi, espirate (fuori l'aria dalla bocca)  lentamente portando la pancia in dentro e il pube verso l'alto, senza sollevare la schiena. percepite il tratto lombare della vostra schiena allungarsi. Rilassate e ricominciate per una decina di volte.

2) Mettetevi a cavalcioni di una sedia, sedendovi al contrario. Appoggiate le mani sullo schienale della sedia. Cercate di inarcare al massimo la schiena inspirando per poi fare esattamente il contrario espirando (buttando fuori l'aria dalla bocca) e portando l'addome in dentro. percepite il pavimento pelvico che appoggia sulla sedia quando inspirate e inarcate la schiena e viceversa, percepitene il sollevamento durante la espirazione (in cui farete la "gobba") . Ripetete dieci volte.

3) Sedetevi sul vostro letto con le gambe piegate a farfalla (piede contro piede) e appoggiate le mani alle ginocchia cercando di farle oscillare verso il basso (le ginocchia dovrebbero arrivare a toccare il letto). Dovete percepire tensione a livello inguinale . Quindi, sempre in questa posizione, allungatevi in avanti quanto più potete, espirando. Percepite la schiena allungarsi a livello dell'articolazione lombo sacrale.

4) Accovacciatevi a terra come un uovo. Abbracciate le gambe a livello delle ginocchia, appoggiate bene i piedi a terra. Mantenete questa posizione per venti secondi. Non sedetevi per terra con i glutei.
Se i muscoli anteriori della coscia (quadricipiti) non vi consentono di accovacciarvi, provate allargando le gambe un po', divaricando i piedi di 50cm. Ritentate quindi "L'accovacciamento".
l'esercizio si effettua una sola volta.

5) In piedi, portate uno dei due piedi sul bordo di un tavolo, o di qualsiasi supporto dell'altezza di un tavolo standard. Flettete il ginocchio corrispondente al piede sul tavolo. La gamba di terra va mantenuta rigida. Percepite lo stretching del pavimento pelvico. Mantenete la posizione per dieci secondi, poi cambiate piede. Ripetete sei volte.


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