31 maggio 2015

Radioterapia, altro che musica.

È' imponente e maestosa tanto quanto un solenne monumento, e se penso agli effetti distruttivi di questa macchina, mi verrebbe da assegnarle un'aura mitica, giunonica.
Sono stesa qua sotto da pochi secondi, prima che il bombardamento abbia inizio. Un tecnico dal viso cereo e spigoloso come il mio, mi ha fatto accomodare sul lettino marmoreo, sotto a due fasci di luce incrociati secondo una esattezza bizantina. Soffoco continui sospiri. È ansia.
Un altro radio terapista si avvicina imperturbabile. Odora di fumo. Accendino e sigarette sono ormai articoli sovversivi nella mia visione del mondo, ah come si cambia.
Se il medico dalla zazzera piena di capelli rossi, non mi avesse detto che la cosa sarà veloce e indolore, conterei questi secondi come eterni e pesanti come una sbarra di acciaio. Sento i miei occhi inquieti, ispezionano intorno a me, in questo luogo ad alta tecnologia, dove medici radiologi, radioterapisti e infermieri sono tutti qua per me, o meglio per il mio cancro. È come in una battaglia, l'esercito è pronto, io in prima linea.
In questo ultimo periodo, la mia vita è stata uno slalom tra ospedali. Ricoveri, chemioterapia, ora qua, lontano da casa, perché nel mio piccolo paese di provincia, non esiste un solenne massiccio distruttore di cancri.
Ho paura.
Non quella paura che ti fa scappare, non la paura del dolore, non la paura di una pagina di referto istologico che ciondola inerte fra le dita,  bensì la paura di ciò che sarà domani del mio corpo bombardato, per questa gente "ennesimo corpo", vittima di uno sparo indolore, in un unico punto.
Mi sento come ridotta alla adimensionalita' di un punto geometrico di pura angoscia.
 Ho firmato, non posso fare marcia indietro, eppure dentro di me, risuona quel numerino di carta, che all'ingresso ti danno prima di chiamare il tuo nome, con un suono acerbo di un "glin" computerizzato. Quel suono mi fa deragliare. È' il numero del tuo turno. Sei la settantaquattresima persona oggi. Chi pensavi di essere ? Sabrina Mendacci non la conosce nessuno. Il settantaquattro invece si. È singolare, fuori da comune, essere un numero. Si perché spesso mi sono immaginata di essere un insetto, una farfalla, un animale, un gatto, un albero, un melograno, ma un numero mai.
Che strano, c'è una musica in sottofondo, è' una radio non so che, ma la canzone è davvero bella. Chiudo gli occhi nello stesso istante in cui il medico mi dice "ferma così, cinque minuti ed è tutto finito" . Chissà se la canzone finirà in tempo o se finirà prima questa macchina possente.
Volo via, nel verde del mio giardino di rose, sento il loro profumo, mi tuffo con il naso tra i petali, guardo le spine, insidie in cotanta bellezza. È quasi divino il mio distacco.
" Finito signora!". E ritorno alla realtà, tra le pagine della mia vita, sparpagliate a ventaglio, dove la paura ha lasciato il posto alla serenità e alla convinzione che quanto sto affrontando, prolungherà la mia vita in eterno.
La canzone non è finita, continua nella mia testa, non c'era nessuna radio accesa.
Quanto può la mente umana.
E me ne torno a casa, con me, solo il piacevole ronzio del traffico sotto la pioggia.


Ogni donna è una persona speciale, che deve essere accompagnata passo passo lungo tutto il percorso terapeutico e deve trovare nei medici e nel personale a cui si affida delle persone attente, che prendono a cuore anche e soprattutto le ansie e i timori di chi affronta questa malattia.

29 maggio 2015

I miei occhi non sono i tuoi

Ringrazio la mia paziente Stomizzata  per avermi consentito di scrivere la sua storia.

Ai piedi della scalinata verso la piccola chiesetta la tua timidezza infantile rende questo luogo magico. Non avevo mai osservato il tuo volto armonico con la luce del tramonto. Sembri l'unica presenza qui, accanto a me. Le cinquanta persone intorno non esistono affatto. Dove stai guardando?
La tua mente sembra proiettata verso il cielo. È vero, la' c'è ancora tanto da scoprire. Dai girati da questa parte, non vedi che ti sto fissando ? 
Lo so che sei un campione di introversione, ma potresti almeno volgermi lo sguardo. 
Tieni una mano fissa sulla pancia, proprio come me, ogni volta che sono seduta, ho come la sensazione che il sacchetto perda la sua aderenza se mi piego. È' una paura che ho sin dall'inizio. È una vergogna che mi allontana dal mondo. Ma tu ? È vero, la brezza di primavera trapassa le nostre T-shirt di cotone, fa freddo ed è umida l'aria. Ma la tua mano ?
La tua mano ti scalda. La mia mi rassicura. La vorrei tanto la tua mano sul mio ventre, per nascondere il mio sacchetto, lo odio. 
Ora si, proprio ora, che ti osservo da un'altra prospettiva. 
Gonfia il vento la mia maglietta bianca, spettina i tuoi capelli lunghi e porta a me il tuo profumo. Ma non spazza il sentimento che provo per te.
Provo una gelosia nucleare. Parli con una giovane ragazzina carina, arrossisci, è timido il tuo tono e lenti sono i tuoi gesti. Mi irritano. Soprattutto quando avvolgi le sue spalle con il tuo maglione candido. 
Il cielo sembra come grattato con la paglietta, tanto simile è' il mio cuore oggi. In un turbinio di illusioni mi sono perduta, è solo colpa di questa turbolenza interna o per il tuo evitamento? Sono pieni di polvere i tuoi ricordi con me ? Ma non lo sai tesoro che la polvere è la metafora del nostro rimosso ? E il nostro rimosso non scompare mai.
Mi stai colpendo adesso. La stai abbracciando, non ti sopporto. Risparmiami questa sofferenza. Guarda che glielo dico che sei Stomizzato anche tu. Ora glielo dico. 
Mi stringo nelle spalle congelata e metto le mani in tasca. Lo cerco. Eccolo il tuo bigliettino.
Lo rileggo per la centesima volta. E forse ora, che è scesa la sera, ne comprendo il significato.
Scrivi così....
"Grazie Carla, per avermi insegnato la differenza tra indossare un dono e portare un sacchetto.
Grazie per avermi insegnato la differenza tra l'essere egocentrici e mettere al centro l'altro.
Grazie per avermi presentato la diversità tra chi mette la testa sotto la sabbia per non saper prendere una decisione e chi scappa dal pericolo per paura, dopo aver deciso che quella è la soluzione migliore.
Grazie per avermi dimostrato l'importanza di una amicizia fatta solo di me e di te, la tua, e di una fatta di me, te e altri Stomizzati, la mia.
Grazie per esserti vergognata di me, quando i tuoi sono venuti a sapere che ero Stomizzato. Ti senti così diversa da me ? Si ? 
Lo vedi ? È la tua diversità quella disarmante. È la tua diversità che ti ha reso ciò che non sei. Quella che ha chiuso tutte le mie porte e barrato le tue finestre. 
La stomia era il dono che ci univa, era la nostra forza,  l'unica cosa che davvero ci rendeva uguali. 
Ma...i miei occhi non sono i tuoi". (Matteo)


Il cambiamento corporeo dettato dal confezionamento di una stomia e' affrontato con drammatica disperazione da alcuni e con semplice ottimismo da altri. Con imbarazzo e sofferenza o con tranquillità e coraggio. Con depressione e vergogna o con grinta e serenità. È' importante parlare del proprio dolore, del non sentirsi apprezzati, amati, integri. Ma anche della forza, del desiderio di riscatto del proprio io e dell'amore che tanto si può dare. Nel nostro gruppo di aiuto (aperto agli stomizzati ) si parla di tutto questo. 

16 maggio 2015

I migliori gesti si raccontano in un mare di lacrime.

Tratto da una storia vera. Grazie mamma. 

Sfiori le mie guance rigate di lacrime, non importa se ti bagni. Me le asciughi una ad una. 
Rimango a tratti stupita e a tratti piacevolmente rapita dal tuo umile gesto. Non esiste il paradiso, ne sono convinta, ma nelle tue mani c'è qualcosa di celestiale ed io assegno loro un'aurea mitica. 
In silenzio prendi le mie braccia magre e le sollevi come se fossero ramoscelli secchi.
Mi stai aiutando a spogliarmi con la dolcezza di chi scarta un pacchetto di cristallo. 
Sfiorano le mie labbra con armonica poesia le tue braccia, mentre mi sfili la camicia mezza sbottonata. La tua pelle profuma di buono, come un tempo. Ritorno bambina. 
Tu, la mia mamma di sempre, mi accudisci ora come non facevi da tantissimo tempo. Ora, che la malattia si fa strada tra le mie paure, tu sei parte di me.
Sei stata una maestra inflessibile nelle giornate di pioggia. Una maestra dalla voce stentorea, reboante. Come le gocce oggi, che picchiano incessanti e potenti sui vetri puliti. 
Tanto era il tempo che mi dedicavi. Ricco il tuo vocabolario emotivo. Belli i tuoi racconti inventati. 
Sei sempre stata una mamma simpatica, ordinata e meticolosa. 
Ricordo ancora quando lanciavo in aria pantaloni e camicette, appesi per una gamba o una manica su tutte le maniglie di porte e finestre. Tu passavi a piegare minuziosamente ogni capo, senza fiatare.
Aiuto.
La testa gira impazzita e tu mi reggi le spalle sollevandomi il mento con due dita. "Guarda su, respira a fondo, stai tranquilla", mi dici per scongiurare ogni possibile svenimento. 
Nausea. 
Leghi i miei capelli con un elastico nero. Ne tenevi sempre uno al polso anche quando ero bambina. Mi spostavi la folta chioma di capelli scivolando a mani aperte sulla fronte mentre vomitavo. Come ora, mi sorreggi. 
Apri veloce la flebo. Non vuoi vedermi soffrire. Speri che tutto questo passi in fretta ma la conosci bene la verità e il mio tono querulo fa di te una madre taciturna. Compensi il mio dolore con le tue amorevoli cure. Come farei senza di te. 
Mi porgi il bicchiere, c'è dell'acqua con il ghiaccio che hai portato da casa. Vuoi raffreddare i miei lamenti, vorresti sbloccare gli ingorghi del mio passato, fare spazio al perdono. Non sentirti in colpa mammina cara. Non saresti capace di essere ciò che sei ora se non avessimo vissuto istanti di vero amore insieme.
Ti perdono mamma bellissima, per tutto quello che non mi hai detto e per tutto quello che non hai saputo dirmi. Perché i migliori gesti si raccontano in un mare di lacrime. Essi valgono più di cento parole.

14 maggio 2015

Esercizi addominali prima di un intervento chirurgico: prevenzione dell'ernia

La nostra pancia ha dei punti deboli che variano nell'uomo rispetto alla donna.
L'ernia è una "protuberanza in un buco virtuale", perchè normalmente chiuso dalla parete addominale ma che si crea proprio sulla pancia. La causa è la debolezza dei muscoli stessi, o perchè sono stati sezionati (per un intervento chirurgico) o per natura stessa o per altre cause come l'obesità..
Quando un tessuto o del grasso, o il peritoneo, o un'ansa intestinale, si infila in questo buco che chiameremo "porta erniaria" , si potrà notare l'aumento di volume a mò di "bozzo" o di "Pallone" sulla pancia o vicino all'inguine (ernia crurale).
Se, stesi in posizione supina (pancia in su) , l'ernia è riducibile, è utile utilizzare una ventriera di contenzione ben stretta, durante le normali attività quotidiane. Ma se l'ernia è dolorosa e non riducibile è necessario a volte un intervento chirurgico. L'intervento consiste nel posizionare "una pezza"  che faccia da "tappo al buco".
I pazienti che subiscono grossi interventi addominali, o magari coloro che si ritrovano poi con una stomia (apertura in addome di un foro vedi foto a destra paziente con stomia ed ernia parastomale), possono prevenire le ernie addominali (che se in corrispondenza delle cicatrici si chiameranno laparoceli) con adeguati esercizi di rinforzo muscolare  PRIMA DELL'INTERVENTO. Almeno due-tre mesi prima dell'intervento (se possibile) , la frequentazione di una palestra attrezzata per l'esecuzione di esercizi di tonificazione, è una scelta utile.
Poichè nella maggior parte dei casi, però, non è possibile "tonificare" prima dell'intervento, soprattutto se non c'è il tempo materiale, il mio consiglio è di iniziare oggi stesso, intervento o non, a tenere la vostra pancia in dentro, con forza, in tutte le vostre azioni quotidiane. Anche mentre parlate.  Misurate la circonferenza della vostra pancia in centimetri. Dopo una settimana di "Pancia In Dentro" ne avrete persi almeno 3 !!!!

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