29 agosto 2017

CANOTTA, MAGLIONCINO E UN PANNOLINO TRA I JEANS

All'angolo della sala, una pila di riviste mi regalava una visione disordinata. Erano accatastate come carta straccia tra la cuccia del cane e il comò in wenge. Sopra al mobile, un pacco di assorbenti da donna, di quelli tipo per il ciclo mestruale, richiamava la mia attenzione. Più ancora del morbido acquerello che troneggiava sulla stessa parete. Paola era in menopausa e non c'erano altre donne in quella casa.
Era ancora davanti allo specchio la mia carissima amica. Si pennellava le ciglia con quintali di mascara e stava scegliendo il colore di un paio di orecchini elaborati e appariscenti. Ora vanno molto quelli a uncinetto, che sembrano quasi di pizzo. Quella sera, dopo molto tempo, saremmo uscite insieme.
Indossavamo entrambe un paio di jeans tagliati su misura,  scollature profonde e generose, una canotta bianca io, a costine beige lei, e un maglioncino rosa sulle spalle. Uguale. Lo abbiamo acquistato on line una sera.
Mi avvicinai a lei con aria inquisitoria. Con grande aplomb e diplomazia le chiesi se per caso le fosse tornato il ciclo calamitando la sua attenzione sul mio indice puntato sui pannolini. 
Non pensavo che la frase fosse farraginosa, confusa come la stanza in cui mi trovavo. Mi sembrava di aver posto una semplice domanda e non di aver aperto un varco al suo dramma. Ci fu un silenzio imbarazzante che si accampò tra noi.
Nel suo sguardo c'era una muta supplica. Sulla sua bocca comparve un tremolio, agli angoli, percettibile appena. Poi portò le nocche di una mano contro i denti di sopra e l'altra mano aperta là in mezzo alle gambe, coprendo come con una foglia di fico la zona di cui stavamo parlando. Sollevò le spalle e arricciò il naso. Abbassò gli occhi guardando a terra. 
I suoi gesti parlavano. Eccome.
Paola cercò di ricacciare indietro le lacrime che stavano arrivando, ma ci riuscì solo in parte.
Il suo volto non appariva più selvaggio e debordante ma misero e tristissimo. Il mascara colava sulle guance. Poi iniziò a provare delle vampate di calore e fummo costrette a spalancare le finestre.
Io sentii un senso ribollente di rabbia per la mia impotenza, un'ondata gelida di panico e una pena profonda. Non è possibile che a cinquant'anni una donna, nel pieno della sua maturità, saggezza ed esperienza, debba soffrire per uno stupido pannolino. Per una incontinenza urinaria che dovrebbe appartenere solo ai neonati.
In realtà c'era tutto uno squilibrio ormonale a travolgerla. E, nello stesso tempo, la paura tremenda, quella sensazione di decadimento che molte donne attraversano a quella età. Si va in corto circuito. Il corpo diventa anarchico, vuole fare ciò che vuole lui. Non vorresti invecchiare e desidereresti che il tuo ciclo mestruale non si arrestasse mai. "No, io non sono in menopausa", vorresti dire anche di fronte agli esami che hai fatto, dove gli asterischi ti catapultano nella vecchiaia in un lampo.
Mi lambiccai il cervello per cercare un qualcosa che la facesse nuovamente sorridere . Ma era un sorriso frammentato, come latte incagliato. 
Paola scosse la testa e si strinse, tra il pollice e l'indice, il dorso del naso. La scriminatura di lato dei capelli e il suo golfino rosa le davano un'aria giovanile, ma quel pannolino era una condanna. Le rimembrava di non essere più giovane, la obbligava ad accettare il normale invecchiamento della vita. Nossignore. Quella non era la normalità e quel pannolino si poteva buttare via. 
Si sedette sull'unica sedia di fronte alla scrivania. Si cinse la vita. 
Se qualcuno le avesse soffiato addosso in quel momento, sarebbe sicuramente volata via, fino al soffitto, come una piuma uscita da un cuscino. Avevo toccato un tasto dolente . Paola si sentiva vittima della sua menopausa che aveva inquinato la sua rinascita dopo la separazione dal marito.
Ci facemmo un tè e chiacchierammo fino a tardi. Le fece bene. Erano forse le due o le tre, non ricordo, quando suonò il campanello. Io stavo per andarmene.
Era l'ennesimo uomo, era l'ennesima storia, era l'ennesimo disastro. Era tornato a prendere le sue valigie. Se ne sarebbe andato senza salutare, come se ne sono andati tutti gli altri.
Paola non riusciva a portare avanti nessuna storia perchè per prima non accettava se stessa e non faceva nulla per migliorare la sua condizione.
Oggi, a distanza di qualche anno, è sempre più depressa, inquinata dalle sue convinzioni. Sola. 

La menopausa è un momento di transizione che risulta difficile per molte donne. Esiste un percorso specifico per la riabilitazione dell'incontinenza urinaria e di tutto il pavimento pelvico. Non abbiate pudore nel parlare con vostro medico di base o con uno specialista.



27 agosto 2017

TOGLIETEMI QUEL SACCHETTO


Non l'ho mai guardata la mia pancia. Il sacchetto lo cambia mio marito mentre giro la testa dall'altra parte e il silenzio tra noi si dilata. Lo costringo ad inalazioni malsane e, per me, insopportabili. Lo costringo ad indossare i guanti in lattice che gli procurano tremendi eczemi tra le nocchie e lo costringo a pulirmi questo ano artificiale come se fossi una neonata sulla culla in balia di una crisi di pianto perchè senza succhiotto.
Ogni giorno, da otto mesi, il rito si ripete quotidianamente e non ne posso più. Odio la sacca e la mia vita. Anche se questo pezzo di nylon me l'ha salvata, resta sempre un pezzo di nylon pieno di feci, appiccicato alla mia pancia e con un adesivo che non sopporto.
Che il cancro si insinuasse nel mio ano, non lo avrei mai potuto immaginare.
Pensi a circoli di cellule impazzite in un polmone di un fumatore, o in un esofago devastato dall'alcol; pensi al cancro al seno, in quanto donna, o all'utero, di cui tanto si parla. Ma in quel posto, là, nascosto e coperto, non ti immagineresti mai che un'elica di dna impazzita perdesse i pezzi. Nell'ano no.
Quando andavo in bagno a scaricare con spinte forsennate e mi pulivo lasciando tracce di sangue, pensavo che fosse una cosa normale. Emorroidi, piccole ulcerette, cose così. Non certo un cancro.
Mio marito usava sempre un tono scherzoso ma offensivo con cui camuffava i suoi insulti. Aveva ragione. Testarda.
Lui aveva un'attenzione scientifica in tutte le cose e cercava di convincermi ad andare dal medico. Io pensavo che "il brutto male" non mi avrebbe mai colpito. Mia madre stava bene, mio padre anche. Nessun familiare aveva avuto storie di cancro. La mia era una famiglia fortunata. Il tumore mi sembrava qualcosa che potesse capitare solo agli altri.
E' trascorso un anno prima che mio marito mi caricasse in auto per portarmi dal dottore con la forza. Ormai ero diventata dipendente dai lassativi e dai clisteri e trascorrevo il mio tempo sul wc. La faccia era bianca come il lenzuolo cangiato. Lui, mio marito, era sempre più insopportabile con quella faccia istrionica o da bambino calvo.
Mi diceva che avevo la voce da fata urlatrice e la capacità di far diventare l'aria solida di nervosismo. Io, non ne volevo sapere di interventi, sacchetti e chemioterapie. Nossignore.
Ma non ho vinto io.
E adesso toglietemi questo sacchetto vi prego.
"Non è possibile signora".
Finchè non termino le chemioterapie dovrò essere condannata a questo supplizio che cerco di nascondere tra i vestiti vaporosi e ampi, che schiaccio con una guaina sempre più strizzata in vita e che riempio di prodotto deodorante. Mi caverei la pelle se potessi.
La nostra casa è un tutt'uno con il bagno ormai, perchè vivo con il terrore che questo sacchetto si stacchi, che il contenuto scivoli lungo le gambe e che io ci finisca seduta sopra per una scivolata a terra. Ma non è mai successo. Sono solo fobie.

Stasera seguo il consiglio della mia stomaterapista e butto giù due righe.
Scrivo la mia storia su un quaderno dove l'umidità della sera sta mollando i fogli. La penna scivola a malapena, quasi che anch'essa esitasse  a lasciare un ricordo di questa esperienza.
 Ma i miei pensieri interni non perdono la scansione usuale e mi costringono ad indossare un camicione . E' un ampio sari, sdrucito, come il mio umore. Mi dà sicurezza. Copre il sacchetto e il suo contenuto. E mentre, tra una frase e l'altra, sbriciolo un pezzo di torta per scartare l'uvetta che non posso mangiare, osservo mio figlio che attira la mia attenzione: tiene le braccia stranamente conserte.
Ha un modo di camminare un po' sbadato e mi fissa con quei due occhi color argilla intensi e cangianti. Poi, si nasconde le mani nelle tasche e prende un biglietto che si porta al naso, come se odorasse di profumo. Si avvicina a me. Ho un sorriso gommoso. Mi porge il biglietto.
Lo apro.
"Come farei senza di te mamma...".
In un secondo comprendo tutto il motivo della mia esistenza e mi appallottolo come uno straccio sulla sedia, con due lacrimoni che mi rigano il volto.
Lui, sorregge lo straccio di mamma e mi abbraccia fortissimo.
Come farei io senza poter più vedere quegli occhi color malva? Mi chiedo.
Da questo momento il sacchetto me lo cambierò da sola. Sento che è arrivato il momento di accettare e combattere. Non subire.


Per accettare una stomia ci vuole tempo. Giorni o settimane per alcuni. Mesi o anni per altri. Ma quel giorno prima o poi arriva. E se c'è una famiglia, arriva. Eccome se arriva.

(racconto elaborato da Fanni Guidolin, stomaterapista)

24 agosto 2017

IL MONDO DI PELVICSTOM, UNA SERA, IN VILLA EMO








SONO ENTRATO A PIEDI PARI E USCITO SU UNA GAMBA SOLA

E' proprio così. Sono arrivato in ospedale a piedi pari e sono uscito come se mi avessero tolto una gamba. La perdita è indescrivibile.
Quando ho saputo di avere un tumore della prostata, mi sono chiesto cosa avessi fatto di male per meritarmelo. Semplicemente la malattia aveva scelto me e non potevo fuggire.
Ho provato a piangere. A piangere a squarciagola, fino a sentire l'ugola scoppiare. Ho affondato la faccia sul cuscino e soffocato il mio lamento. A cinquantotto anni, trovarmi dimezzato è stato come se avessi perso una gamba. Non me ne vogliano coloro i quali sono costretti in una sedia a rotelle o a camminare su una gamba bionica. Io vi racconto il mio dramma.
Sono uscito dall'ospedale due settimane fa speronato da un anfiteatro di mostri primordiali. La mia disperazione mi faceva vedere pterodattili e titani ghignanti in ogni angolo. Speravo che almeno il cielo fosse penetrato dal pulviscolo incandescente del sole, invece pioveva a dirotto, manco farlo apposta. Mi sentivo di essere una specie di cicatrice in un buco dell'esistenza. Anche gli occhi erano un po' congestionati.
Mia moglie mi reggeva il gomito, come per sostenere un vecchio idiota che inciampa sul primo gradino che incontra. Mi dava fastidio la sua allegria. Mi sfarfallava addosso. Lei cercava semplicemente di tirarmi su il morale, io stavo di merda. A casa cercava di addolcire il mio sguardo con un acidulo e smielato effluvio che evaporava dal suo corpo sano. Lei stava bene, io malissimo. Lei sorrideva, io piangevo.
Mi sono guardato allo specchio. Non avevo mai visto narici e labbra così felicemente incise. avevo perso sette chili. Lei invece mi appariva così bella da provare una sorta di invidia. Non lo nego.
Il disegno del suo corpo è stampato nei miei engrammi. Lei, così perfetta, ed io, così imperfetto, senza una gamba. Milena si lasciava ammirare mentre il dolore erodeva il mio cuore. Non avrei più potuto soddisfarla. Non avremmo più fatto l'amore. Non saremmo mai più stati felici.
Lei allora si è avvicinata a me. Forse la felicità è un attimo fuggente, ma vi assicuro che l'ho assaporata. Anche se mi appariva impossibile prenderla, io l'ho rincorsa. La felicità si chiamava Milena. Ho intessuto sul suo corpo un ghirigoro incantato e lei si è abbandonata ai miei occhi estatici.
La osservavo rincorrere il mio piacere e donarsi a me così, come un'adolescente alla prima esperienza. C'era molto da scoprire ed era tutto così naturale da farmi sentire leggero come lo zucchero filato. Come la panna sul gelato. Come un'onda che rotola sulla spiaggia. .
Dopo l'intervento l'impotenza ci ha impedito di avere rapporti sessuali completi, ma abbiamo fatto l'amore mille e mille volte ancora in questo modo.
Il corpo di Milena, che conosco in ogni minima inflessione, mi è balzato incontro da cento prospettive diverse. E' stata la sua parola la mia prima cura. Irradiazione felice. E anche stasera, che indossa un lievissimo vestito di colore bianco sul quale si stacca la sua pelle abbronzata, e mi fissa con quelle due perle blu incastonate negli occhi, mi faccio cullare dai suoi silenzi, che altro non sono che una meravigliosa coperta avvolgente di felicità.

(Ringrazio il mio paziente per avermi consentito di scrivere la sua storia)

Dopo un intervento alla prostata, riscopritevi adolescenti e tornerete a provare emozioni dimenticate. 
Il 95% dei pazienti prostatectomizzati impotenti, abbandona l'idea di fare nuovamente l'amore, spesso, per disinteresse della moglie. 

  

15 agosto 2017

UN BEBE' ED UN SACCHETTO

Ha la voce sottile Loriana. E' fine, pacata come lei.
Si muove adagio e regge l'addome appena prominente con una mano. C'è una bambina là dentro.
La camicetta bianca in sangallo è legata sotto al seno da un nastrino blu. Svolazza sui fianchi e cade morbida abbarbicandosi appena sulla pancia. E' al quinto mese di gravidanza la mia paziente stomizzata. Entra in ambulatorio fondendosi con la luce.
Se vi state chiedendo come sia possibile vi rispondo che questo è un miracolo.
Loriana ha trentacinque anni ed è stomizzata da quindici a causa di una rettocolite ulcerosa che le ha rovinato la vita, causato una serie a cascata di problemi infiniti, chiusa in un mondo inesplorabile. E' portatrice di un sacchetto sulla pancia per raccogliere le feci.
Diventare mamma è un sogno per molte donne. Un sogno che fluttua nell'aria come una cometa sorretta dal vento che non cade mai. Per alcune rimarrà solo un sogno, altre riusciranno a coronarlo, qualcuna starà ancora provando con le cure e i tentativi in labirinti inespugnabili.
La mia paziente le conosce bene le sofferenze di ogni tentativo andato male.
Per lei era impossibile sperare in una gravidanza, dicevano alcuni medici. Altri, più ottimisti, indirizzandola a cure mirate, esprimevano parere favorevole a cure ormonali massive, ma il destino non è stato favorevole per anni. Non immaginate la tortura alla quale sono sottoposte le donne che non riescono a rimanere incinta. Punture quotidiane, compresse e capsule, fiale. Iniezioni sottocute, iniezioni intra muscolari, revisioni uterine, interventi alle tube, interventi esplorativi... Deliri apocalittici, sbalzi umorali, pianti incontrollati, gonfiori, ritenzioni idriche, rischio di sviluppare il cancro. Per amore fanno questo.
Si sottopongono a sottomissioni bellicose solo per amore. L'amore per la vita da dare a qualcun altro.
Si perchè adesso la pancia crescerà e la stomia si dovrà adattare. Loriana affronterà i problemi del sacchetto, delle aderenze e i rischi legati alla compressione del suo intestino già martoriato.
Dovreste conoscere Loriana e suo marito: una coppia eccezionale. Splendidi in tutti i punti cardinali. Lui indossa un paio di occhi verdi incastonati in un volto ammorbidito da un sorriso onnipresente. Lei, che gli gira intorno come fosse un satellite, ad ogni sua mossa, indossa tratti come dipinti con l'aerografo. Le pagliuzze azzurre dei suoi occhi nocciola brillano e vibrano insieme alle due farfalle di vetro appese alle orecchie; ondeggiano nella felicità. Entrambi sembrano aver messo in pausa il mondo. Nemmeno dopo una sfacchinata tra i corridoi dell'ospedale, cambiano espressione. Ognuno sente la felicità e il dolore dell'altro, nella propria carne, nella propria persona, come scrive Saviano, questa è empatia.
Perchè incinta non è solo Loriana. In grembo la bambina la porta anche suo marito.



14 agosto 2017

TROPPO AVVENENTE. QUANDO E' TROPPO E' TROPPO?

La chiamerò Serenella, nome di fantasia, l'infermiera bionda che ho avuto modo di incontrare su Facebook scartabellando tra le pagine di infermieristica.
Con i capelli biondissimi strozzati in una coda, la bocca grande con il rossetto rosso laccato, piegata in un sorriso magnifico, gli occhi truccati abbondantemente e in modo da colpire in lontananza, un corpo da favola, Serenella non è passata inosservata. Lo dimostrano i cinquecento "mi piace" e gli altrettanti commenti spregiudicati sotto alla foto.  Il motivo dello stupore collettivo però, è che i selfie, dei quali è l'artefice,  sono stati scattati in reparto, in guardiola, negli ambulatori, durante il lavoro. L'oggetto della foto è sempre e solo lei. Lei tutta intera, in divisa bianca con lo zoom sugli occhi. Due perle turchesi incastonate in un viso da bambola con gli zigomi alti. Lei con le labbra accartocciate e lo sguardo ammaliante. Lei con le labbra socchiuse, sensuali, a forma di "O", il rossetto fucsia lucido e due bottoni della divisa aperti sul decolté . Lei con le labbra color ruggine, amaranto, viola scuro, o con lo smalto arancione sulle unghie applicate. Lei con le ciglia finte e un neo disegnato sul bordo del naso. Lei provocante e messaggera di sogni reconditi.
Se per ricostruirsi, ogni essere umano ha bisogno di trovare la propria oasi personale, Serenella non può cercarla in ospedale. Lo dicono i pazienti. Lo dicono i colleghi. Nemmeno se fosse la più brava infermiera del mondo.
Il codice comportamentale e deontologico di tutti i sanitari parla chiaro. Il buon costume prima di tutto, il ritegno, la buona condotta, un abbigliamento consono.
Ma i suoi occhi grandi, che rivestono per tre quarti la sua faccia, nascondono la malizia della poco brava ragazza, e una falsa identità probabilmente celata dietro una divisa da infermiera. O almeno si spera che sia falsa.
Qualcuno non crede che Serenella sia una poco di buono. Chi la conosce dice che con i pazienti è eccezionale, sa fare bene il suo lavoro, rispetta i colleghi e le consegne. E' pronta e intuitiva. Perspicace. E' attenta ai bisogni del malato. E' ordinata. Non fa mai battute fuori luogo e non parla a vanvera.
"Se sei infermiera devi rispettare la malattia", commenta un paziente. "E la malattia scolora, smonta le sicurezze, fa dimagrire, imbruttisce in alcuni casi. Il paziente entra in reparto con le valigie piene e intatte e ne esce devastato a volte. Con le valigie rivoluzionate e un'altra faccia. Ti guardi allo specchio e l'immagine che ti viene restituita è solo bruttezza. Una bella infermiera è un piacere per gli occhi" (maschili aggiunge).

"Fa piacere trovare una bella infermiera", sostiene qualcun altro. "Non una infermiera provocante che sprigioni desideri sessuali nell'immaginario collettivo però", aggiunge.

Ci sono tante versioni di ciascuna persona quanti sono quelli che la guardano è vero. Alcune volte però il dubbio tra l'apparire e l'essere non è così amletico.
E se provassimo ad andare tutti oltre le apparenze?.
Rigore e osservanza del bon ton non significa che l'infermiera debba essere la guardiana dell'appropriato o la schiava della regola. Ma ricordiamoci che i pazienti sono i primi "lettori di persone" e non possiamo deluderli o trarli in inganno.
Inconsapevolmente Serenella ha deluso il mondo infermieristico che si discosta da quei canoni estetici e molti vorrebbero ricordarglielo domani, quando arriverà in turno al mattino con le labbra ripassate da tre grammi di cera d'api per renderle turgide e gonfie e un non so che di tempera fucsia effetto mat. Prima che si scatti l'ennesimo selfie. Arriverà con i pantaloni impegnati a delimitare due glutei perfetti e con una scia di profumo stomachevole perchè eccessivo. Eppure, con il suo sorriso e l'euforia generale di chi sembra muoversi sempre in time-lapse saprà conquistare altri pazienti che la conosceranno nell'altra versione, quella che è nell'essenza della sua professione di aiuto. Per fortuna.

13 agosto 2017

FERVONO I PREPARATIVI...

Sarà una serata articolata quella che presenterà Giancarlo Saran venerdì 1 settembre 2017 alle 20.30 a Villa Emo, a Fanzolo di Vedelago in provincia di Treviso. Non perchè l'intervistata sia la sottoscritta iperattiva stacanovista dalla testa d'uovo, precisa sul dettaglio e un po' "rompi", ma perchè il Dott. Saran, ora nuovo presidente in carica del Comitato Borse di Studio in ambito oncologico, ha in mente di trasformare la presentazione del mio libro "Storie di straordinaria corsia" (Panda Edizioni), in un vero e proprio evento di divulgazione, promozione della salute, sensibilizzazione contro il cancro, e, se volete, descrizione del mio percorso da Cenerentola della revisione di conti e bilanci a Serenissima della salute in ambito oncologico, ispirata solo da spiazzanti curiosità. Un percorso che non è scevro da compromessi con la vita dura di una famiglia, una casa, un ambito lavorativo in cui ancora il riconoscimento infermieristico specialistico richiede sforzi sovrumani. Ma la mia realtà ospedaliera è stata fin'ora un'isola felice.

Dopo l'articolo apparso sul Gazzettino nella sezione Cultura e Società di Venerdì 12 agosto, le mail e i messaggi che mi sono arrivati bombardando letteralmente la casella di posta anche del cellulare, mi hanno completamente "bloccata". Si testualmente impallinata in un'emozione indescrivibile che non credevo si potesse provare. Il mio lavoro piace alla gente,  interessa ai colleghi conoscerne i risvolti, ed è compreso soprattutto da moltissimi pazienti che vivono la condizione da stomizzati o incontinenti, anche oltreoceano. 
"Quando ze che te fermi cea ? (= quando ti fermi ragazzina?, in dialetto veneto) mi chiede mia madre continuamente. Ancor oggi al telefono mi esprimo in quell'idioma con lei , per entrare meglio nel suo intimo e cercare di convincerla che è molto difficile uscire da questa dipendenza.
Gli amici mi chiedono quali siano gli ingredienti per realizzare i sogni, le doti per scrivere un libro, e come faccia a trovare il tempo per andare all'estero a studiare grazie ad una borsa di studio. Vogliono sapere come si possa vincere un premio letterario (Premio Prunola 2017) con studi tecnici ed economici di base e non certo classici. Infine vogliono sapere come faccia a donare un pezzetto di serenità a chi ne ha bisogno senza sentirmi mai svuotata dalle energie, con tutte le difficoltà di una vita domestica personale e con il tempo sempre misurato. E poi il blog, "come fai a scrivere tutti i giorni? Dove lo trovi il tempo Fanni?". Infine mi chiedono se io abbia mai conosciuto la vera sofferenza. Perchè se hai così tanto successo, è difficile che tu abbia avuto il tempo per piangere. Forse sono diventata una maestra nell'arte della scaltrezza certo, ma anche della dissimulazione?. Lo direte voi conoscendomi di persona venerdì sera.
Ne parleremo insieme il 1 settembre in Villa Emo, dove proietterò anche qualche immagine del mio splendido mondo e magari vi svelerò il mio segreto... Vi aspetto in tanti !!!!

Presenti anche l'editore Andrea Tralli (nonchè organizzatore del Premio Prunola) e il co organizzatore del premio letterario Prunola Alessandro Coppo (scrittore, presentatore, psicologo, barista detto il bottegaro !!!)

Foto sotto: con gli organizzatori del premio Prunola Alessandro Coppo a Andrea Tralli 

 foto sotto: con l'editore Andrea Tralli 


Ingresso gratuito ma prenotazione obbligatoria con la possibilità per tutti di visitare la splendida villa con una guida prima dell'evento. 
Prenotazione telefonando allo 0423/476334 (ci sono al massimo 100 posti)
La Villa si trova in Via della stazione 5 a Fanzolo di Vedelago 
L'evento si svolgerà nella sala nobile al primo piano (foto sotto). Al termine è previsto un rinfresco per tutti gli ospiti. Tra pochi giorni sarà pronta la locandina con il titolo a sorpresa... Seguitemi sulla pagina Facebook Pelvicstom , su Istagram @fanni_gui o sul mio profilo Facebook Fanni Guidolin 

Foto sotto: La copertina del libro 

10 agosto 2017

NOTTE DI SAN LORENZO: I DESIDERI DEI PAZIENTI

"Ho come la vaga sensazione di dover morire", accenna con voce flemmatica il signore del letto quattro. Tiene il lenzuolo bianco sopra al volto, l'aria condizionata gli dà un gran fastidio e il desiderio più grande sarebbe spegnerla. 
La forza generatrice del desiderio va sempre oltre gli orizzonti. E stanotte, che si prepara ad essere tempestata di meteore infuocate, vedrà il cielo riempirsi di milioni di desideri. 
"Vorrei sentire ancora l'odore del ragù in cottura, indossare quella giacca chiara che tu giudicavi troppo molle e che mancava di carattere e arraffare due volumi dalla mia vecchia libreria. Significherebbe sentirmi di nuovo vivo, e sano, e a casa". 
Se vi sembrano banali, per il paziente del letto sei, con la barba ingrigita e gli occhi infossati sotto ad una fila di rughe, non lo sono affatto. Lui in ospedale ci entra e ci esce ogni due tre mesi. Il suo cancro non gli dà tregua. La moglie gli tiene la mano, seduta accanto da ore senza muoversi. E' a lei che si rivolge, quasi per farglielo sapere che quella giacca la metterà ancora.
"Vorrei un letto pieno di gelato. Gelato e panna montata. E toping, noccioline e biscottini". Mi è tutto proibito qui in ospedale. E' il desiderio del giovane ragazzino in stanza due. La malattia gli ha rubato l'adolescenza ma ora sta bene. 
"Io vorrei guarire. Non chiedo altro". Fa fatica a parlare la signora in vestaglia blu notte. Fissa la luna ancora alta alla finestra, che è piena e sfumata da nuvole ancora grigie. Di fronte ad un sole che ha perso i raggi, la luna sembra malinconica. Il temporale di oggi però ha lasciato qualche squarcio e la signora in blu si metterà là in angolo stasera, sulla poltrona in pelle nera. 
Quando esco dalla stanza la luna paffuta è così ambrata che stravolge i miei sensi.
"Se potessi dormire con il mio cane sarei l'uomo più felice del mondo. Sarebbe come rendere un po' più lussuosa la mia solitudine". E' avvolto da una stoffa rugosa, quella del pigiama smilzo a righe bianche e blu, il signore magro con la nutrizione parenterale. Io intanto scrivo con frenesia su un quadernetto, appunti furtivi, senza mai mettere un freno allo straripamento della mia anima. Sentire la semplicità dei desideri è come trovarmi in uno scrigno di meraviglie. 
"Io vorrei riabbracciare mio figlio e mio marito, stasera". Sembra un desiderio impossibile quello della signora nella stanza dozzinanti. Mi stringe il cuore sentire che suo figlio è scomparso pochi anni fa, all'età di quarantanove anni per lo stesso cancro del padre, morto due mesi fa. Il cancro alla prostata se li è succhiati via in un baleno. Ma ora, che la signora ha smesso di combattere contro il cancro al seno, il desiderio si fa quasi realizzabile. "Non ce la faccio più e da sola non resisto in questa vita assurda".
Con le trecce raccolte a crocchia la signora giovane della stanza dodici ci racconta le virtù antalgiche dell'amore. "Ne vorrei a valanghe. Ettolitri d'amore. Tonnellate d'amore per guarire". La definisce "scialba" la sua quotidianità senza un uomo e causa della sua malattia. Poi fissa il mio ciondolo giallo topazio. Non sapevo che un giallo potesse far palpitare tanto. Le ricorda un gioiello, che ha nascosto a casa in un cofanetto di madreperla. Era un regalo dell'uomo più importante della sua vita. Suo padre. 
Ed è così che sognano i miei pazienti. Vogliono una vita resistente e piena, e limpida, con il vuoto aperto davanti a loro, per costruire il pieno con le storie sul futuro. La malattia disintegra quel futuro. Non vogliono mattoni sbrecciati nella loro casa, nè derelitte fioriere inzaccherate . Non perchè preferiscano una villa a quattro piani, ma per raccogliersi in un unico piano davanti ad un focolare d'inverno e ad un barbecue d'estate. Vogliono l'amore. E vogliono sconfiggere la pervicace indifferenza delle istituzioni ai problemi che affliggono la nostra sanità, sciogliere ogni incognita, dirimere la protervia con cui si continuano ad ignorare i segnali di una malattia. I più anziani, vogliono fissare il loro passato in una sequenza di laccate cartoline da elzeviro, i più giovani, ispirarsi solo a spiazzanti curiosità.
Stanotte il cielo brillerà richiamando gli sguardi alle grandi finestre. Perchè nessuno vorrà più scalpicciare nel pantano di questa esistenza da malati. 

IO, INFERMIERA CON CAMICE E FONENDO

Ieri mattina andavo di fretta. Avevo sistemato il cartellino sul taschino insieme alle penne. Le forbici sulla tasca destra. Sulla sinistra avevo intascato il fonendoscopio. Un gioiellino ricevuto alla festa di laurea dai miei. Si, non un aggeggio da pochi euro. Un vero fonendoscopio con la testina doppia e la campana. Ah se Laennec potesse vederlo!. Quello inventato da lui nel 1816 era un misero tubo di legno! Geniale però.
Avevo abbottonato la divisa, era di un bianco candido che neanche mia madre riuscirebbe con gli ettolitri di ipoclorito di sodio che utilizza, ad ottenere lo stesso risultato sulle tovaglie.
Portavo il profumo di candeggio addosso, avevo arrotolato i pantaloni in vita perchè l'elastico era allentato e fatto un risvoltino alle maniche. Per colpa dell'afa imponente non si trovava pace neanche coperti di puro cotone in taglia comoda, che lasciava passare qualche spiffero d'aria.
Trascinavo gli zoccoli sul corridoio lucidato ed ero inebriata dall'odore di cera. Un misto di lavanda e miele. Mi piace il mio lavoro. Lo amo.
Nella sala d'attesa degli ambulatori, i pazienti scalpitavano in attesa del medico dell'ambulatorio n.9. Era in ritardo. Qualcuno, vedendomi arrivare, si alzava di scatto chiedendomi spiegazioni su questo o quell'appuntamento, "signora, devo pagare adesso o dopo il ticket?".
Signora ???.
Mi chiedevano in quale stanza attendere, se l'impegnativa era corretta e se potevo aprire le finestre per loro. Mi chiedevano l'orario di apertura delle casse, come mai lo sciacquone del bagno non funzionava o dove fosse l'ascensore.
"Ciao bella sai dirmi quando arriva il dottore?. Mi chiese una uomo appoggiandosi con una forza caduca al mio gomito.
Ciao bella ???
"E' già un'ora che aspettiamo quando ci chiamano?". E tante altre domande condite da ira e lamenti riottosi. Qualcuno con protervia si permetteva il lusso di alzare la voce e lanciare fiotti di parolacce per la coda d'attesa. Ma si regala sempre un sorriso anche al volto più selvaggio, debordante e distruttivo che ci sia.
Nel frattempo le colleghe infermiere degli ambulatori cominciavano a chiamare i pazienti e i medici entravano tutti nelle stanze a testa bassa.

Stamattina invece, sono arrivata in ambulatorio in anticipo. L'aria era più fresca, lieve come il cotone. Ho buttato a lavare la divisa di ieri, alonata sul collo da macchie di sudore ed ho indossato il camice bianco stavolta. Ho agganciato il cartellino al taschino, infilato la penna, sistemato le immancabili forbici e inserito il fonendoscopio nella tasca sinistra. I pantaloni, di un verde chirurgico, erano di una taglia più consona alla mia. Ho percorso il corridoio di ieri con una cartella in pelle nera appesa alla spalla che pareva da una tonnellata. Il battito del cuore mi stamburava in fondo al petto per la fatica.
Oggi la  corsia era più affollata del solito. Sembrava di stare in un atelier asfittico e sovraffollato,  e mi accorsi che al mio passaggio le persone non mi sorridevano come ieri. Si aprivano a libro, per lasciarmi passare e abbassavano lo sguardo. No, non c'era alcun giudizio tranciante. Io ero sempre io, con la faccia da pesce lesso del mattino e il sorriso stampato e loro erano sempre loro, pazienti-pazienti e pazienti-impazienti. Quelli che non sanno gestire la spinosa agitazione, quelli con subdola tranquillità, quelli che sanno buggerarti con la loro parlantina o con i loro piagnistei. Quelli educati e quelli rispettosi, la cui cortesia è una regola intangibile. Quelli buoni, o silenziosi, con un sorriso per tutti.
Oggi, nella sala d'attesa degli ambulatori, nessuno mi ha chiesto informazioni.
Poi, con timidezza, mi si è avvicinato un uomo sulla settantina. "Scusi dottoressa, il suo collega ieri mi ha detto di portare questi documenti".
"Dott-to-res-sa ?" sillabavo dentro di me.
Oggi non ero più l'infermiera sfigata alla quale dare del tu e chiedere dello sciacquone del cesso.
Oggi non ero la signora, la ciao-bella o l'infermiera col fonendo in tasca. Oggi indossavo un camice, ero una dottoressa. Uno stupido camice faceva la differenza tra il rispetto e l'inettitudine.
E al dottore si dà del lei, punto. E' un professionista. Me lo hanno insegnano i pazienti oggi.
Il dottore non si disturba con richieste che puoi fare alla segretaria di turno. Casomai chiedi all'infermiere, che vale meno. E dagli pure del tu. Non ti rammenterà mai che è un infermiere-dottore professionista laureato con due master e un dottorato di ricerca. Perchè tu paziente, penserai che saprà fare solo due punture, infonderti una flebo, cambiare tre garze, sistemare la luce sul tavolo del medico, prendergli le cartelle cliniche e seguire i suoi ordini.
Al dottore non esprimere lamentele, fallo con l'infermiera in divisa bianca candeggiata. Lei saprà sempre donarti un sorriso anche quando ti lamenterai del ritardo dei medici come se fosse colpa sua.
Allora, caro paziente, impara a considerare i professionisti della salute con la stessa dignità e rispetto del dottore in camice bianco.
L'infermiera con la divisa candeggiata e il fonendo in tasca è una dottoressa che scalpiccia nella tua stessa esistenza e in quella del medico che ti visiterà dopo. E' una professionista che potrà anche indossare un volto stanco e gesti affettati, come il medico che ti farà la medicazione alle otto di sera. E se guarderà attraverso di te come se fossi trasparente, non è perchè vale meno di un medico che ti farà una diagnosi, ma perchè è un essere umano come te, il medico che ti cura oggi e quello che ti curerà domani. Solo che lei saprà guardarti dentro, attraverso, nel profondo.
Sarà lei a "prendersi veramente cura" di te. Si quell'infermiera. Anche infilata in una semplice divisa dal sapore di cloro.

4 agosto 2017

TALMENTE PRECISO DA LASCIARCI LE PENNE

Mario è un uomo preciso e scrupoloso. E' quello laggiù, curvo sotto il sole spietato che secca le spighe. Ha il volto abbrustolito ma non dirgli arrugginito, si offenderebbe a morte.
Se il medico gli prescrive un farmaco, stai sicuro che dopo due ore ha già letto tutto il bugiardino, navigato in internet alla ricerca del significato delle parole difficili e sfogliato almeno mille pagine dell'enciclopedia del sapere medico, quella che ha i volumi con la copertina in pelle intarsiata marrone, costata una cifra anni che furono.
Se lo vedi ancheggiare a passo lento, non è per l'età che avanza né per l'evidente sovrappeso o per inganno prospettico. Mario è convinto che così facendo ci si stressi meno. "Slow life" la descrive la sua vita.
Tiene rigorosamente i referti dei suoi esami in una cartellina con cento pagine plastificate. Tiene le ricevute dei pagamenti e i fogli prenotazioni, le impegnative scadute e le buste vuotate. Tiene tutto. Si sa mai che non ci sia qualche informazione necessaria a capire meglio. E anche se lo vedi leggere col cappello di feltro caricato sulla fronte fino a coprirgli gli occhi, lui ci vede benissimo.
Si sottopone ai controlli di screening, alle visite cardiologiche prefissate (è cardiopatico) e se in un referto degli esami ematici comparisse un asterisco solitario, beh, devi sapere che va letteralmente in panico. Non immaginavo che un asterisco potesse far palpitare tanto. Lancia sospiri insistiti e comincia con delle circonvoluzioni della casa. Non importa se il valore è appena appena sotto o appena sopra ai limiti, né se il medico gli dice di non preoccuparsi; lui deve capire il perché e come fare per "sistemarlo". Forse deve mangiare meno grassi o meno carne, meno zuccheri o bere di più, assumere più verdura e più frutta, meno vino. Ah no, quando si tratta di dieta Mario diventa inspiegabilmente sordo. Non può essere che le tre fette di tiramisù della sera prima abbiano causato un rialzo della glicemia. Dipende dal cortisone, scrivono in internet. Si ma lui il cortisone non l'ha mica preso!. E se l'emoglobina è tanta e i globuli rossi gonfi come palloni, non ammette di aver esagerato con la carne. Neanche per sogno. Figuratevi poi se il colesterolo è over the top, fuori dei limiti. Sostiene di avere quello buono alto e che un infarto non gli verrà mai.
E così fa il medico di se stesso, si cambia la terapia, si misura parametri che non contano. Finisce in ospedale con la tachicardia parossistica sopra ventricolare.
Colpa del medico che non si è aggiornato dice. "Col-pa del me-di-co?" Gli chiedo sillabando sconvolta.
Intanto però Mario quasi ci ha lasciato le penne. Lo hanno agganciato a cavi e cavetti, gli hanno scaricato la corrente elettrica e infilato una maschera di ossigeno con la morfina in pompa. E poi nuovi farmaci, nuove disposizioni, nuovi esami. E riabilitazione cardiologica subito.
Lo hanno dimesso dopo una settimana ed ha voluto dare una super festa per la sua resurrezione.
Sul tavolo però, troneggiava un tiramisù a quattro strati. Lo ha fatto lui, mi dice con infimo sorriso. Garantito. E con dodici uova di prima qualità.

2 agosto 2017

LA RAGAZZA CON LA CAMICIA DI SETA

Ho aperto le ante dell'armadio con entrambe le mani e respirato un'aria di vecchio, di fermo, di stantio. Lo so che è solo una mia brutta e sofisticata fissazione e che il mio armadio profuma di lavanda, ma io quell'odore ho cominciato a sentirlo salire dal nulla, in un bel giorno qualunque della settimana scorsa. E' arrivato il momento di insacchettare quello che non uso più, che non va più bene, che mi ricorda la malattia. Al diavolo i cicalecci di mamma e sorella: "non buttare Miriam, non buttare".
Ho recuperato otto miseri chili che hanno riempito solamente il giro vita e le cosce. Dei ventidue persi, il ricordo lo reggo in mano, in questi pantaloni di felpa brufolosi in taglia extra extra large. Allentavo la coulisse durante le chemioterapie che mi gonfiavano come una botte e la stringevo dopo l'intervento, col passare delle settimane. Come una vile copista, perseguivo lo stile di tutte le malate di cancro, scegliendo la comodità.
Eccola la camicetta delle visite!. E' una camicia avorio, in seta morbidissima. Quando la indossavo mi sentivo elegante e adeguata ad ogni situazione professionale. Alle visite mediche, con i vari specialisti, incorniciava il mio volto pallido con un pendant indescrivibile. Non si capiva dove iniziasse il colletto e dove il mio mento. Un tutt'uno. In una parola : orrenda. La ragazza con la camicia di seta... che indossava un sorriso disincantato.
Nel sacco blu infilo i leggings e i pantacollants elasticizzati ed elettricizzati che tanto mi facevano sentire ringalluzzita, le felpe con il cappuccio, che tiravo su per non mostrare i capelli scarmigliati quando ancora non portavo il turbante, l'accappatoio rosso bordeaux delle docce in ospedale. Sa di disinfettante. Via tutto, senza rimorsi. I brutti ricordi li voglio lavare via, sbiancare e dimenticare.
Nella scatola a quadretti rossi e verdi ho messo la biancheria intima e le fasce elastiche. Vibrazioni stordenti mi prendono nell'aprirla. Guaine, ventriere, cinture con velcro ne ho da vendere. Coprivano il sacchetto sulla pancia e limitavano gli odori nascondendoli.
E' incredibile come ci si senta liberi nel buttare ciò che ha rappresentato una fetta di vita sofferta. E' come ripartire da zero. Con nuova biancheria intima, un pantalone fresco e due t-shirt. Non occorre un guardaroba da fashion blogger, basta imprimersi un sorriso e scegliere i colori giusti.
Butto anche il trolley sconquassato che mi ha seguito nel tragitto parcheggio- primo piano. Le rotelline sono distrutte e il cigolio insopportabile.
E butto il gloss che mi stendevo sulle labbra quando le sentivo secche.
Avevo speso una cifra. Era di marca. Di quelle super firme fashion che ti fanno apparire bella quando neanche un restyling totale ti farebbe sentire tale. Chissenefrega. Odora di ferro, di acido e di cattivo.
Le infradito, che mi trascinavo dietro per le dita gonfie, le ho lavate in lavatrice con ammoniaca e candeggina. Volevo distruggere ogni batterio ospedaliero.
Nell'angolo dell'armadio ci sono i jeans. Quelli aderenti, quelli aderenti ma non troppo e quelli a vita alta, i Levis a vita bassa, gli elasticizzati, quelli corti alla caviglia e quelli a palazzo. Li butto tutti dopo averli aperti in fila sul letto, come in una vera passerella effimera che offre uno spettacolo nauseabondo. Ed io sono qui, a sprofondare nel tappeto di juta, colpita da quel tubino assassino che non ho più indossato e da quella canotta fascinosa che vola nel sacco giallo per il mercatopoli.
Ma tra un lancio e l'altro in questa cernita liberatoria spazzo via tutti i tristi ricordi, senza esporre alla compassione degli astanti il mio volto disfatto e la mia aria afflitta, e do un nuovo inizio, a questa nuova me che riconosco appena ma che tanto e dico tanto, ora mi piace.


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