20 luglio 2016

In un battere di ciglia

Ringrazio la mia paziente per avermi consentito di scrivere la sua storia.


Mi sono allacciata il cardigan tutto storto. Anche lo specchio sembra beffarsi di me. Oggi mi sento più vecchia. Saranno questi occhiali squadrati sul naso pallido, o la voce rauca, come se non la usassi da giorni, a farmi sentire così brutta. O forse sarà la malattia, che con il senso di colpa che mi sale in gola sposta tutto il mio equilibrio.
Fino a ieri, ero come l'angolo retto di una riga a T, o la bolla d'aria di una livella, costantemente al centro. La mia vita era equilibrata, perfetta. Avevo una casa, un marito e dei figli. Avevo tutta me stessa, intera. Ero sana. Progettavo le vacanze al mare, con i bambini e gli amici. Comperavo verdura e frutta fresca, per prevenire il cancro. Andavo in bicicletta, e a fare lunghe camminate mano nella mano con mio marito, e con Doky, il nostro cane.
Ma oggi, nonostante la casa e il marito e i figli, Linda non c'è più. Oggi ho difficoltà a capire dove terminano le altre persone e dove inizio io. Non ho confini, nè forma. Nessuno può obbligarti a stare nella vita di qualcuno ed io tantomeno nella mia. E come in questa straduccia solitaria affiancata da case tristi e severe, una finestruola stretta come una ferritoia cerca il mare tenero e fresco laggiù, io cerco la vita, la speranza. E la cerco avidamente, con gli occhi cerchiati di nero, mentre il mascara mi cola sulle guance, fissando questa flebo gialla entrare goccia a goccia nelle mie vene e bruciare tutto.
E anche quando i miei capelli saranno tutti sul cuscino, io penserò a quel mare, piatto e limpido. A quella pace, fragile, elusiva ed eterea. Alla vita e alla mia salvezza. Allora i miei pensieri saranno leggeri e le parole cancro e malattia scritte con una minuta calligrafia, sbiadite fino a scomparire dalla mia mente. In un battere di ciglia, lo so.


Scritta da Fanni Guidolin 

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