26 dicembre 2015

Una vagina "tirata", consigli per non strafare




Sono molte le donne che utilizzano il perizoma (foto in alto, a sinistra). Qualche uomo lo definisce filo interdentale, ma non ho mai capito se lo dice davvero o perchè gli assomigli. 
Fatto sta che lo sfregamento del filo avanti e indietro, trascina batteri dall'ano alla vagina molto più facilmente del classico slip  brasiliano (foto a lato) , o del tanga (foto in alto a destra) , che ha maggiore copertura vaginale, pertanto l'attenzione all'igiene intima è essenziale. Il rischio di infezione è proporzionale al tessuto del perizoma, se sintetico, aumentano le probabilità di contrarla. 
L'attività fisica con il perizoma o il tanga è sempre sconsigliata così come l'utilizzo degli assorbenti anatomicamente studiati e tagliati per non dover indossare antiestetiche mutandone. Al bando quindi, ogni salvaslip. Meglio sostituire più volte al giorno il tanga in cotone al 100%.
Sconsigliato è anche l'effetto dei pantaloni "Camel Toe" sulla vagina (foto a destra) . Un nome buffo, per parlare della fessura, non proprio elegante da vedere, che disegnano gli indumenti troppo stretti a livello dell'inguine e delle grandi labbra. Gli sfregamenti risultano aggressivi per le parti intime e creano un ambiente ideale per micosi e batteri. 
Se poi mi consentite un'opinione personale... sono indice di volgarità e cattivo gusto.

Permettimi di brillare di nuovo

Racconto tratto dalla storia vera di Elvira. Grazie per avermi consentito di scriverla.

Ha la bocca meravigliosamente espressiva e due occhi così blu che neanche guardando il mare più volte al giorno trovo una similitudine. I suoi sono profondi e fuggitivi, ridenti, come diceva il grande Leopardi, sfumati, intensi, luminosi e brillanti, come lo zaffiro che porto al dito. 
Cammina disinvolto ed ordinato, mantenendo le spalle allineate, il mento verso il petto chiude un'espressione troppo affascinante e mai volgare. Lui è bellissimo anche con un sacco di iuta. 
Lo amo, punto.
Si avvicina a me con un sorriso dolce, glassato, e la testa inclinata, come un tenero bambino.
Con un gesto protettivo mi sposta una ciocca di capelli dietro l'orecchio perchè copre i miei occhi e lui vuole osservarli attentamente. Abbasso lo sguardo, fisso il pavimento, incerta e seria, come il mio passo in quei pochi metri quadrati, che solca il pavimento in legno lasciando terribili segni. 
"Perdonami", mi sussurra.
È' tanto ricca quanto pesante questa parola.
La pronuncia con un piccolo e capriccioso pezzetto di bocca mentre butta le sue braccia sulle mie esili spalle, sciogliendo emozioni impetuose che non aspettano altro di uscire.
Eppure esito a farglielo capire, tengo dentro,  e so di essere una ribelle irrazionale e sgangherata a volte, oltre che una gelosa possessiva. Ma oggi non voglio essere io a sentirmi in colpa.
Mi hai fatto sentire "diversa, disabile e sporca", vorrei dirgli, ma non ho il coraggio perchè diversa mi sento davvero. Questo sacchetto sulla pancia ha cambiato la mia vita, modificato la mia persona, diminuito la mia autostima, creato dubbi sul tuo amore per me, che non mi cerchi più.
Quel mondo chiuso e interessante che sei, è sempre stato motivo di attrattiva per me. Forza calda e compatta, che cura e guarisce. E in questo momento difficile in cui ti chiedo quella forza, tu me la neghi, la tieni per te.
"Perdonami", mi sussurri di nuovo tenendo il mio viso tra le tue mani.
Sei sicuro di conoscere il significato di questa parola?
Perchè quando arriva la malattia, che trasforma il viso e il corpo e le emozioni, e ti fa sentire brutta, limitata in un corpo che non è altro che involucro di carne e ossa, bloccata in un labirinto senza uscita, schiacciata da una barra di acciaio, ecco quando arriva, tu vorresti aggrapparti al tuo unico amore, e sperare di non cadere giù. Non vuoi sentirti dire "perdonami". Non vuoi essere tu il suo appiglio. 
Allora guardi il mondo intorno a te, ti confidi con le amiche e ti colpisce la loro frenesia di ricerca del bello, che è sempre un concetto soggettivo che vorresti rubare loro.
Per farti sentire "normale", ti raccontano che è la curiosità erotica degli uomini che li spinge ad interessarsi alle donne, e che molti sono assuefatti a possederle nel modo più spudorato possibile. 
Ti dicono che il tuo uomo non è diverso dagli altri. Mettiti il cuore in pace.
Ti insegnano che gli uomini vedono solo l'involucro e mai il contenuto. Quello pesa troppo e non ne hanno bisogno. 
Le amiche insomma, ribaltano il concetto di complicità della coppia e purezza dei sentimenti in cui credi. Lo fanno apposta, non lo pensano davvero, per non farti sentire una povera sfigata.
Finchè un giorno decidi di brillare di nuovo. Di essere la Donna con la D maiuscola, malattia o no, riscatti la tua vita, ti appropri del desiderio di essere femminile ed attraente, e perché no... anche sexy, anche con un sacchetto di feci sulla pancia, anche da Stomizzata. Con lui o senza di lui. Perchè tu vali già abbastanza .

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22 dicembre 2015

Il mondo può crollare davvero

Io sono ancora incredula...
Grazie Marina, per avermi consentito di scrivere la tua storia. Devi vincere.

Pensavo che la vita, piena fino all'orlo, avesse riservato per me abbastanza disavventure e talmente tante sfortune da lasciarmi un po' di respiro. Non chiedevo tanto. Qualche mese per riprendermi mi sarebbe bastato. Invece eccomi qua, con tre interventi andati male, un sacchetto sulla pancia e il catetere a dimora, a ripartire con l'ennesimo ciclo di chemioterapia, in questo posto, dove mi conoscono tutti e mi sento ormai una "di famiglia" come si dice.
Conosco a memoria questo reparto. Sembra un piccolo mondo affaccendato.  Ci sono sette finestre e dodici porte. Otto file di sedie blu e una sala con sei poltrone. Ventidue quadri, diciannove piante. Le infermiere regalano sorrisi gratuiti senza peso e senza fatica, sembrano pagate apposta per rendere le giornate antigravitazionali.
Sei anni fa ho perso mio marito in un incidente stradale. Era un inverno gelido, come mai era stato prima d'ora. Un camion ha falciato in due la sua auto, passando con il rosso. Mia figlia si è salvata, era seduta accanto ed ha visto l'ultimo respiro del papà. Oggi vive con l'amica depressione, tra il day hospital psichiatrico e la moltitudine di farmaci in cui si perde. Non è più uscita dal tunnel da quando il mondo le è crollato addosso. Lei e il papà erano un tutt'uno tra corpo e anima. Quei rapporti simbiotici in cui ti chiedi come possa un uomo essere così padre e sentirsi così padre, anche se non lo era davvero. 
Il vero padre di mia figlia mi ha lasciata dopo che ha saputo che ero incinta.
Due anni fa, sono stata accompagnatrice di mamma  in questo reparto dove assapori la morte sputandola nel piatto in cui mangi. Poi la morte ha deciso di mangiarsi anche la mamma. 
Mamma aveva toccato il fondo quattro volte con il suo cancro all'intestino, ma era risalita sempre con la bocca spalancata, gridando "sono viva". La quinta volta, non ce l'ha fatta a sopportare il verdetto : anche papà aveva un cancro. E' morta con la bocca spalancata, gridando dal dolore che le sue ossa frantumate le procuravano. Il mondo le era crollato addosso e l'aveva stritolata sotto le macerie. 
Un anno fa sono stata accompagnatrice di papà per pochi mesi, poi la morte si è succhiata via anche lui, senza nemmeno masticare, in un sol boccone. E' stata tremenda la fine di mio papà. E il mondo mi è caduto nuovamente addosso.
Oggi, la giornata si  costruisce via via come un edificio. E' ora di separare sogni e chimere dalla realtà.
Sono seduta accanto a persone silenziose e sofferenti. Fisso una ragazzina in un completino blu mare. Ha i capelli. Forse è ai primi cicli. Si morde il labbro inferiore ed io tengo lo sguardo fisso su quella smorfia. Altre persone tristissime entrano con la testa bassa, abbandonate alla paura, aggrappate al braccio sicuro della moglie, del marito o dei figli, alzano appena lo sguardo frammentato e gelido, riabbassano le palpebre pesanti, mantengono il respiro intrappolato nel petto e la mente distante, altrove, fuori da questo luogo. Poi c'è chi entra con il volto sereno, ancora rigato dalle pieghe del cuscino, perchè beatamente ha dormito. Sazio, per aver potuto gustare una buona colazione, inconsapevole, perchè al primo ciclo. 
Non so se loro comprenderanno mai il mio dolore. Una cosa è certa. Io comprendo il loro inestimabile valore. Sono ancora esseri umani che hanno voglia di lottare ed io lo so bene per quanto.
Il dolore ti tempra. Ti ispessisce e ti rinnova. Perchè anche se il mondo può crollare davvero, l'importante è non rimanerne schiacciati.
Tira fuori la testa dalle macerie, liberati dal polverone ed esci allo scoperto. 
C'è sempre chi sta peggio di te. Ricordalo. 

20 dicembre 2015

Pavimento Prezioso

Habemus Corpus. Tutti ce l'hanno, pochi lo conoscono. E' il  pavimento pelvico, il cui compito è assolutamente fondamentale. Perché la sua presenza, se tonica e rinforzata, evita il rischio di prolasso degli organi pelvici (utero, vescica, retto) , l'incontinenza urinaria e anale e il benessere sessuale.
Tutti ce l’hanno. Pochi lo conoscono. Pochissimi lo allenano. Il pavimento pelvico, detto anche perineo, è quel gruppo di muscoli che, situato alla base del bacino, là in basso, insieme a corde di sostegno legamentose e tendinee, sorregge tutto quanto ciò che ci sta sopra: vescica, intestino, retto-ano, utero o prostata. 
Le stime dell’AIUG (Associazione italiana di urologia ginecologica e del pavimento pelvico) le donne che soffrono di incontinenza sono fra i 4 e i 5 milioni. La soluzione sarebbe prevenire, informare e far sapere che il perineo si può allenare, come qualsiasi altro muscolo. Invece il nostro sistema sanitario preferisce rimborsare 160 milioni di euro all’anno in pannoloni per l’incontinenza, un vero business che propone di tutto: assorbenti di ogni formato e taglia, traverse salvaletto, mutandine elasticizzate, comfort o pull up.
Chi pensa che un perineo rilassato sia un problema degli anziani e vetusti esseri umani si sbaglia. 
Capita anche a donne giovani di perdere qualche goccia di urina in concomitanza con sforzi o colpi di tosse, e capita anche a giovani uomini di avere il prolasso del retto e non riuscire quindi a scaricare bene.
Ci sono poi gli effetti del parto, un vero stress per i muscoli perineali anche a distanza di anni dal parto. 
In Francia lo Stato paga alle neomamme sei sedute di rémise en forme del pavimento pelvico. 
In Italia per ora è in crescita la libera e privata iniziativa, ma nell'ospedale in cui lavoro (Castelfranco Veneto e Montebelluna, TV) me ne occupo personalmente.

Secondo la mia metodologia, la ginnastica per il pavimento pelvico inizia partendo dal riassetto posturale, respiratorio e di controllo delle pressioni intraddominali. Solo in un secondo momento si inizierà ad insegnare la contrazione dei muscoli perineali, anali, vaginali. Non si può prescindere dalla presa di coscienza che tutto ciò che spinge verso il basso, porterà ancora più giù il perineo e tutti gli organi pelvici.
Via via, le sedute saranno sempre più intensive fino a risoluzione completa del problema. E quando il problema si dimostra irrisolvibile, là interviene la chirurgia.
Per essere efficaci, gli esercizi vanno ripetuti anche a casa propria regolarmente ogni giorno,  mentre si cucina, si legge, si guarda la tivù, si lavano i piatti o si aspetta il tram .
Con tutto questo stringi e rilassa la pancia si appiattisce, i glutei si alzano e la schiena diventa più diritta.
Joseph Pilates definì l’area del bacino, fondamentale perché dà il baricentro.
Power House è definita l'area che dà il core stability, la stabilità centrale, a partire dallo sterno. A sua volta, questa casa del potere diventa più forte se poggia su un buon pavimento pelvico. Una vera rivoluzione, se se ne è consapevoli. Altro che pannoloni.



Lettera di un infermiere al buon Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
quest'anno non ti chiederò di farmi trovare sotto l'albero, un aggiornamento del mio contratto di lavoro, ne' un qualsivoglia piccolo aumento. Anche se sembra davvero il momento giusto, dopo sei anni di blocco dello stipendio, posso ancora permettermi di portare pazienza. Sono giovane e amo il mio lavoro.
Caro Babbo, non ti chiederò di lasciarmi a casa nei giorni festivi che verranno, anche se ormai sono dodici domeniche di fila che garantisco la mia presenza in ospedale e un week end per stare con i miei figli non mi dispiacerebbe. E non ti chiederò di poter festeggiare l'ultimo dell'anno con gli amici, fuori dall'ospedale per la prima volta dopo otto anni di lavoro. Se ne ho lavorati otto, che differenza fanno nove ? Ah, Non preoccuparti nemmeno di togliermi dalla paga le ore di lavoro straordinario, l'ho fatto volentieri , non mi servono quei soldi in più. Millequattrocento euro al mese mi bastano per mangiare in cinque. Per le bollette e tutto il resto ci penseremo più avanti, magari con equitalia.
Se poi decidi che vorrai demansionarmi,  non occorre che mi regali l'avviso preventivo. Sono abituato alle tristi sorprese.
Insomma caro Babbo, quest'anno vorrei proprio dei regali speciali, non da scartare, non materiali.
Ecco cosa ti chiedo:
Vorrei poter conoscere a memoria tutti i pazienti ricoverati nel mio reparto chiamandoli per nome, dopo averli letti sulla lavagna una sola volta. Perchè non c'è mai tempo per i nomi. Si fa prima ad imparare un numero.
Vorrei avere per loro il tempo di offrire una camomilla calda tutte le sere e il tempo per rimboccare ad ognuno le coperte, augurando una buonanotte ovattata e profonda.
Vorrei avere il tempo di chiedere loro come va, senza necessariamente mostrarmi in fuga con i secondi contati.
Vorrei potermi sedere in una poltrona accanto al loro letto per conoscerli meglio. Ma non con il tempo calcolato.

Caro Babbo Natale, quest'anno vorrei anche chiederti di dare la possibilità ai malati che assisto, di poter sorridere almeno per un'ora durante la mia assistenza, dandomi il tempo per qualche battuta, tra minuti che sembrano incastrati in una clessidra.
Vorrei avere sempre "il ritmo giusto". So che il ritmo richiede ripartizione e soste ma mai fermate. Mi sorprendo di avere voglia di questa musica ritmica vitale. Ma la vitalità è una qualità puramente psichica, e al giorno d'oggi, è difficile trovarla in chi lavora a ritmo serrato e a testa solo bassa.
Vorrei che le depressioni pessimistiche di chi mi circonda fossero considerate come pause creative, nelle quali si ritemprano le forze. E che invidie e malumori lasciassero lo spazio a collaborazione e sostegno.
Vorrei insomma, disintegrare quell'aria impiegatizia di quanti, con la faccia arguta da operai e la bramosia del "fare", vivono l'incedere delle loro giornate tutte uguali, tra una timbratura del cartellino e l'altra.
Si , ti chiedo solo attimi di felicità tra vuoti tremendi in cui le azioni veramente importanti vengono risucchiate da doveri asettici e formali.
Babbo...So che la felicità è cara ai giorni nostri ma, si sa, un infermiere felice è un infermiere che saprà dare molto di più ai suoi pazienti.
E se poi concordi con me, un infermiere che sa dare molto ai suoi pazienti, merita di essere riconosciuto, anche e soprattutto, con "del tempo", con "un'ecologia della mente" e perchè no, anche
economicamente.
Poi vedi tu.
Grazie .
La scrivo per te e Concordo.

19 dicembre 2015

L'apparenza inganna

Si avvicina con passo elegante al tavolo. Lunga e scalciante la gamba, si muove fluida nello spazio. Pochi sono i metri che deve percorrere ma esibisce una grazia inconsueta. Pura femminilità. Un tintinnio di bracciali dorati richiamano occhi indiscreti, fissati come chiodi al muro. Attira.
È così graziosa che anche la più lieve concessione alla civetteria nel vestire indica il desiderio di farsi guardare.
Indossa dei pantaloni a palazzo, vita alta, ampi, svolazzano senza peso. La camicetta, con casta accollatura, è incastrata in vita, secondo la moda imperante. Un ciuffetto ribelle di capelli, le scende sul volto sorridente. Appena ambrate le guance ringiovaniscono un viso non più adolescente.
Porta i capelli corti, spazzolati a istrice. No, non sta affatto male. Il taglio aggressivo contrasta con la francese dolcezza del look. Parigine sono anche le scarpe. In pelle doc.
La mia attenzione per i particolari non è dettata da insana gelosia o perfida invidia. Io cerco di estrapolare segni distintivi del carattere da ogni dettaglio e dalla postura. È diventato per me un gioco ormai, una sfida, per poter poi dare forma ai miei geometrici personaggi e ai loro impetuosi sentimenti e per poter dar vita a qualche racconto realistico che alla fine è vero vero.
Ma ella sopraggiunge al tavolo di fronte al mio con il vassoio in mano e la noto dapprima di lato e poi di spalle. E cambia la prospettiva.
È strano come tutto cambi a seconda della foto che scatti. Il personaggio prende vita dall'angolazione in cui lo osservi, e nello stesso angolo lo puoi nascondere. Dipende dallo spessore che gli dai, dal lato che ti mostra.
Puoi rubare un attimo fuggente o mettere in posa il tuo protagonista e cogliere la staticità di un sorriso.
La guardo da qui adesso.
La bocca appare pesante e molto pronunciata inferiormente. Il volto è affilato, angoloso e da dietro, le spalle sono allargate, adombrano i lineamenti. Ma ciò che più mi colpisce è una tremenda scoliosi che le crea un gibbo pronunciato e anti estetico.
Trasalisco.
Nonostante braccia plasticamente flessuose, si siede rigida sulla sedia bassa. Il mento aguzzo sporge in avanti e la figura gentile lascia lo spazio a quella di una donna vetusta dall'aria aristocratica e dal portamento fiero e nobile, solo se là si guarda da davanti. Diversamente, da dietro appare una comune sciattona. "Shalla" direbbero gli adolescenti di oggi. Ha addirittura una piazzatura da cuscino sulla nuca. Unico punto in cui la capigliatura si appiattisce.
I glutei inguainati non lasciano scorgere forme sinuose. La lusingata estatica ammirazione che suscitava ora è  pallida, sbiadita dai segni del tempo, della presunta inattività fisica, e da un insignificante fisicità.
La postura sulla sedia evidenzia una profonda insicurezza e la timidezza si cela dietro ad un tovagliolo portato sulle labbra. Dolcemente, per non turbare, lentamente, per non distrarre, sensibilmente, per nascondere le insidie del suo animo più intimo.

16 dicembre 2015

Io, urologo paziente

E poi arriva quella lettera non inaspettata ma mai voluta . E ti coglie come una vaga scontentezza mentre ti aggrappi esitante alle parole. È quella lettera in cui leggi "Ulss numero..." ....e si....  è proprio la tua. Caspita ti hanno richiamato. Hai consegnato quella provetta di sangue per lo screening del cancro alla prostata giorni fa, e anche se facevi finta di essertene dimenticato, ogni giorno controllavi la posta facendo scivolare la mano sul fondo della cassetta. No, niente. Meno male sospiravi. Tutto a posto. Nessun viso cupo ne' plumbeo.
E invece no. Eccola oggi. Quella lettera sbuca tra tante. Collisione improvvisa tra il tuo positivismo vitale e il negativismo cosmico. Non aspetti nemmeno di prendere il tagliacarte. Stracci via la linguetta ed estrai il verdetto mentre un brivido elettrico ti corre lungo la schiena. E poi senti caldo, freddo, e ancora caldo. Sbarri gli occhi increduli: P-O-S-I-T-I-V-O , PSA alle stelle.  La parola rimbalza sulla faccia dubbiosa mentre tieni lo sguardo fisso su ogni lettera. Hai la nausea e vuoi rifugiarti in casa a leggere meglio. Forse ti sei sbagliato. Forse si sono sbagliati. Sarà solo colpa dell'ipertrofia prostatica. Sarà solo colpa dell'età. Sarà solo colpa del fatto che sei un urologo e la fantasia corre più velocemente della realtà.
È strano sentirsi paziente quando i pazienti sei tu a doverli curare solitamente. Per te è la prima volta. Ora la biopsia tocca a te. Un esame che hai fatto agli altri migliaia di volte ma che ora ti pare di non conoscere affatto, e mai come in questo momento vorresti essere nato Donna. La tua  mente rifiuta ciò che potrebbe essere e ciò che il risultato potrebbe svelare ma il tuo corpo manifesta chiari segni. Da questo momento L'ansia ti pervade  come un liquido denso e appiccicoso. Non ti abbandona  un istante e i pensieri si fanno neri.
Slacci le scarpe mentre la testa fluttua in un luogo insondabile. La sbatti contro uno scalino della scala in legno, sopra di te, sempre esistito. Vedi già il tuo volto sbiancato sul lettino con l'ago al braccio. Il tuo primo ago al braccio. Un oggetto acuminato che nessuno vorrebbe.
Ti stendi sul divano e senti un vuoto tremendo. Quello nel quale ogni cosa è risucchiata. L'ombra della luna cammina sulla coperta e nessun rumore incrina la superficie di questa notte prima dell'esame. 
Hai paura. Ma lei ti è accanto. E, mai come ora, scopri quanto importante possa essere per te la sua presenza. 
Domani ti assisterà come sa fare con i suoi pazienti. Anche lei è medico come te.  E mentre le voci zampilleranno intorno, e tu sarai la' paziente, ad aspettare che l'ombra ingoi il tuo corpo, lei ti terrà  la mano, e ti bacerà la fronte, piano, per non disturbare la tua quiete.
E quando il sonno verrà a prenderti e ti porterà nel paese in cui ogni cosa futura  è già accaduta, baluginerà nell'oscurità quel medico ritrovato: te stesso. Quel fantastico uomo che non è altro che un essere umano, che conoscerà la paura e la saprà far affrontare meglio, domani, ai suoi pazienti.


12 dicembre 2015

In una stretta di mano

Dedicato a te, che oggi mi hai emozionato.

Mi porge timida e leggera, la mano tesa. La afferro con grinta. Ti sorreggo e non ti mollo. Dall'alto dei miei tacchi mi sento completamente inadeguata al tuo sguardo penetrante. Seduto nella sedia a rotelle sei così piccolo e indifeso...
Mi chino. Di fronte a te il mondo circostante perde consistenza e  tutto sembra gigantesco, sproporzionato. E' strano come appaiano le cose e le persone da questa prospettiva. Ciclopici e smisurati i centimetri accanto a noi.
Sono tutti in piedi tranne te. Come pedine, in una strana posizione, statiche, le persone stanno in equilibrio sulle loro convinzioni, mentre tu sembri volteggiare sicuro e tranquillo in questa grande sala. Piroetti perfino con la sedia a rotelle, esegui volteggi con le braccia galoppanti, bramose di abbracci. Io, chinata al tuo fianco noto persone che ci circondano, regalandoci parole di conforto, sorrisi elargiti senza debito, espressioni solidali, mani tese o appoggiate alle tue spalle. Qualcuno china il capo rispettoso. Qualcun altro sta in silenzio. Altri non ti negano messaggi dal cuore. Le parole rimbalzano sulla tua faccia incredula. Non pensavi che il mondo fosse capace di tanto amore vero?.
E' il giorno della festa degli stomizzati e oggi è anche il tuo compleanno,  ma qui puoi sentirti al sicuro. Abbiamo abbattuto le barriere della disabilità. Sfondato le porte del pregiudizio. Non troverai espressioni studiate. Tutto sarà improvvisato e dettato dal cuore grande che ognuno ha. La sofferenza accomuna chi l'accoglie e divide chi la rifiuta.
Fai una smorfia. E' un'espressione incontrollata del tuo volto e qualcuno tiene lo sguardo fisso su di te. Il tuo viso sembra ora scomposto e i tuoi pensieri cambiano colore. Lo vedo. Ma le tue preoccupazioni diventano inconsistenti come le nuvole quando tutti vengono a porti la loro mano.
C'è quella sudata, emozionata. Scivola veloce un sentimento di pudore e rispetto per la tua, ossuta e fragile, dalla pelle morbida.
E c'è quella tenace, che affonda fino al polso, sicura, passa a te un messaggio di forza. Resisti.
C'è la mano secca, che lavora, che aspetta la sera per una carezza che non arriverà mai e quella che ti prende anche l'altra, avvolgendola come in uno scrigno.
Devi scuotere la testa per disfarti dall'incredulità di quei gesti. In una stretta di mano trovi anche te stesso, a confronto. Puoi trascinare l'altra mano verso di te o spingerla via. Puoi prendere la stessa, o quella opposta alla tua, il risultato può cambiare. Una stretta di mano parla silenziosamente il linguaggio di un dialogo che ti farà abbandonare ogni paura. Oggi quella paura non si addice a chi è amato.



10 dicembre 2015

Vi prego, fatemi la chemioterapia

"Sono tre settimane che aspetto questa data con impeto e ardore. Sapere che quel doloroso veleno distrugge ogni mia maledetta cellula tumorale mi fa stare bene. Sono orgogliosa di me stessa. Attendo il giorno della chemio come se fosse un giorno di festa. A casa mi preparo, mi vesto bene e indosso la parrucca. Mi trucco. Un velo di fard, certo, niente di eccessivo. Preparo il tè  in una bottiglietta da bere durante l'infusione del farmaco. Compero qualche rivista di gossip, metto in borsa anche il libro della Dandini (Dai diamanti non nasce nulla, bellissimo) e carico il cellulare, inseparabile compagno. Oggi finalmente, è l'ultimo giorno di chemioterapia poi, forse, i chirurghi mi toglieranno questo sacchetto di feci puzzolenti dalla mia pancia."

Intravedo la sua ombra da lontano, laggiù, lungo il corridoio appena incerato. Si regge incerta al braccio saldo della figlia, ma non sembra più lei. Si avvicina barcollante. La chemioterapia le ha ingrigito il volto, rubato la splendida chioma color nocciola, tolto il fiato, l'equilibrio, le forze. Le ha spento gli occhi, curvato le spalle e accentuato ogni singola ruga del volto. Nonostante una bocca subordinata a parole silenziose, le labbra, appena segnate da una matita rosa, mi regalano un sorriso. Quello non posso dimenticarlo. Lo tengo impresso qua, dentro di me. Si fa spazio tra la pena e la compassione e una tristezza insolita. Perchè non ci si abitua mai al lento sopraggiungere della fine.
Oggi la mia paziente avrebbe dovuto sottoporsi al quinto e ultimo ciclo di chemioterapia ma le piastrine hanno detto basta. O niente terapia, o muori di emorragia. Decidi. Lei ha deciso di rischiare la morte per la vita, nell'inconsapevolezza che il veleno uccide anche il buono, le cellule sane, i guerrieri, gli anticorpi, il sangue, la linfa vitale. Scegliere.
Ma ha scelto il medico per fortuna, di aspettare il prossimo ciclo e la risalita piastrinica. Sempre se ci sarà un prossimo ciclo.
Ed è iniziato il dramma. Questa attesa, esitante e incerta, è il vero dramma per la mia paziente. La sensazione che la morte si faccia largo nel suo corpo piano piano se non viene fermata dai veleni chemioterapici. La certezza che quelle fiale rosse acuminate siano le uniche speranze per il suo male. La convinzione che più ne fai e meglio è. E che prima finisci e prima ti toglieranno quell'impiccio che si chiama sacchetto. Chi glielo dice che l'attesa le ridarà un po' di vita, quando le hanno sempre detto che doveva iniziare la chemioterapia prima possibile? Chi glielo dice che una pausa la tirerà su, quando le avevano prospettato addirittura otto cicli consecutivi? Chi glielo dice che la chemioterapia la sta distruggendo poco a poco, quando fino a oggi ha arrestato il suo male?
No, non glielo dirò io. Perchè ho capito che l'odio e il ripudio per quel sacchetto di feci è il motore della sua forza per sopportare la chemioterapia e il vigore per lottare contro il mostro che sa annebbiare la sua razionalità. E' il rumore assordante contro il tetro e minaccioso silenzio del dolore. E anche se lo penso,  non le dirò che quel sacchetto alla sua destra è la garanzia che il suo intestino non si bloccherà. E non le farò capire che quel sacchetto è un simbolo di vita e non di morte o certezza che puoi vivere senza limiti.  Lascerò a lei , la scintilla febbrile, della libertà di pensare il contrario.
C'è uno spazio e c'è un tempo per accettare la malattia. Un giorno che prima o poi arriverà. Ma la verità rende sempre fiacchi nella lotta, e spesso, è meglio non sapere.

Oggi ho rivisto la mia paziente. Sta incredibilmente bene. Ha terminato la chemioterapia e ha deciso che terrà la stomia per sempre. Perchè, ve l'ho detto, ci sono tempi e spazi per accettare la malattia. Basta imparare ad accompagnarla, sostenerla, ascoltarla, e aspettare...e mai forzare. Così si impara a guarire.

8 dicembre 2015

Anche lo sci per il pavimento pelvico? Mah, storia di ordinaria follia

“Riusciremo a partire?”.
Da più di mezz’ora io ed Ebe ci stiamo facendo in quattro per caricare la mia auto di valigie. Abbiamo deciso di trascorrere insieme qualche giorno sul Sestriere, e siccome facciamo finta di saper sciare, siamo state a noleggiare tutta l’attrezzatura compreso il portasci sul tettuccio della mia auto.
Ci hanno detto che il 3, ci sarà una sessione straordinaria di sci di gruppo femminile per il rinforzo del pavimento pelvico. Molto strano penso io, questo connubbio non si addice. Non è che questa moda del pavimento pelvico si sta allargando un po' troppo? Fatto sta che voglio unire l'utile a dilettevole e mi cimento in questa esperienza insolita.
Qualche giorno prima della partenza, abbiamo trascorso più di quattro ore allo sky rent, il negozio più conosciuto della città.
“Principiante o esperta, signora?”, mi chiede il bel tipo al noleggio.
“Chi io?... Espertissima!”, gli dico con fiera sicurezza. Se penso che l’ultima volta che ho messo gli sci è stato circa trentacinque anni fa…, al massimo torno con il gesso ad una gamba e la pelvi congelata!, Penso tra me e me.
“E lei signorina?”, il tipo si rivolge alla mia amica con quel "signorina" che mi ingelosisce non poco, dandole probabilmente qualche anno di meno, e non notando i dieci anni di differenza al contrario, con la sottoscritta, accidenti alle mie rughe premature.
“Io… principiante”, risponde Ebe timidamente. Modestissima. Non so perché gli abbia risposto così dato che scende dalle piste nere, almeno mi racconta, con la velocità di Kristian Ghedina.
“Fanni, se tu gli avessi detto la verità, cioè che sei una autentica principiante, avresti pagato molto meno il noleggio degli sci!”, mi sussurra all’orecchio la mia furba amica, mentre digito il codice segreto della mia carta di credito. Ottanta euro io, cinquantasette lei. E non poteva dirmelo prima?.

“Allora Fanni…, riesci o no ad incastrare il mio trolley?. Ma ti sei portata tutto l’armadio? Staremo quattro giorni Fannuzza, mica un mese!”. Come al solito Ebe non si risparmia le sottolineature sulla opulenta ricchezza dei miei bagagli.
“Manca il beauty case! Ebe, come faccio senza Beauty!”.
“Devi sfilare anche sulle piste da sci?”, mi chiede sardonica. “Ma con il tacco a spillo come farai?”. Se non fosse la mia migliore amica, l’avrei già mandata a quel paese. Figurati se carico lo stiletto tacco dodici, casomai i Moon Boots bianco latte in vernice!. Nuovi.
Il bagagliaio è colmo. Tre “valigioni” miei e uno di Ebe, che quasi non si vede. Partiamo.
Abbiamo scelto un hotel direttamente sulle piste, arredato modernamente e dotato di Spa e palestra. Non sia mai che si salti un giorno di rinforzo perineale. Io ed Ebe siamo ormai instancabili seguaci della pelvic floor therapy ! (mi perdoni il mio amore, è lui la vera palestra)
La Via Lattea è il maggiore comprensorio sciistico dell’Italia Nord Occidentale, e noi non potevamo fare scelta migliore. Sicuramente abbiamo optato per una struttura che fosse anche “benessere” e la clausola “NON a misura di bambino” era nelle nostre priorità.
Arriviamo molto presto sulle piste. Abbiamo deciso di comune accordo, di prenderci un maestro per qualche ora, giusto per rinfrescarci le idee, o almeno le mie, nel vero senso della parola.
Anche se Ebe è una vera professionista sugli sci, ha preferito farmi compagnia. La sua umiltà a volte mi commuove. Spero non abbia un secondo fine come al solito.
Ci hanno detto che il nostro coach si chiama Andrea, e che il nome è scritto sul dorso del giubbotto color verde acido, a chiare lettere. Tutti i maestri di sci hanno la stessa splendida divisa verde mela, con i pantaloni turchesi. Il casco turchese, la maschera bordata di verde, in tinta con il giubbotto. Guanti turchesi. Sci verde mela. Bastoncini turchesi. Scarponi verdi. Si insomma, delle bomboniere alla moda dai colori ultra tecnici. In una sola parola: splendidi.
“Guarda Fanni quello là in fondo, dai girati che ti leggo il nome!”. La mia amica non perde occasione per adocchiare qualche bel personaggio ultra tecnico.
Si avvicina a noi un ragazzino giovanissimo dagli occhi in tinta con i pantaloni. “Sarà mica il tuo toy boy di turno eh Ebe?”, chiedo scherzando alla mia amica sorridente.
“Magari!”, risponde lei con la faccia da peperone affumicato al sole. In questa piazzetta al sole cocente i nostri volti prenderanno sicuramente lo stampino degli occhiali. Ho dimenticato la protezione solare viso.
“Thomas. Non è lui Fanni, che peccato”. Ebe fa cenno di no con la testa.
“A-a-a-andrea!, eccolo Fanni, è da quella parte! Andiamo dai!. Accidenti che spalle possenti!”.
Ebe scia verso di lui che rimane di spalle.
“Andreaaa!”, Ebe lo chiama con sfrontatezza,  tra una ventina di altri maestri, e con la speranza che ci noti. Il nome si legge chiaramente da lontano. Io dietro di lei, arranco impedita sulla piccola salitina prima della seggiovia. Senti come lavorano i glutei!. Almeno la nostra mattinata si preannuncia davvero interessante. Avremmo dovuto prendere due maestri però. Sicuramente Ebe farà la finta impedita per farsi correggere l’impostazione corpo a corpo ed io rimarrò indietro come la scarsa del trio!.
Andrea è ancora di spalle. Arriviamo a pochi metri da lui a spazzaneve. Quasi quasi rischio di investire un bambino sullo snowboard, appena caduto, e mi faccio la pipì addosso per lo spavento!
“Andrea siamo qui!”. Ebe coraggiosa lo richiama nuovamente e lui sembra sordo. E’ l’unico Andrea del gruppo maestri. Abbiamo letto tutti i nomi. Ha due spalle poderose, smisurate rispetto al bacino, ci sentiamo al sicuro.
Si gira.
“Ahhhhhh!!!. Cerco di trattenere una risata a crepapelle, mentre Ebe scoppia a ridere apertamente senza il minimo contegno!.
“Bu..Bu.. Buongiorno, Good Morning, Bonjour, Guten Morgen Andrea!”. Mi improvviso multilingue per sciogliere l’imbarazzo!.
“Guten Morgen Herr !”, risponde il gorilla.
Andrea non è un lui ma una lei!. La versione Matt Demon al femminile. Modello energumeno facinoroso sobillatore! E non bastasse, pure tedesca!. Aiutooo!!!. Ma chi ce l’ha fatto fare di spendere ottanta euro per due ore con un gorilla!.
Fulmino con gli occhi la mia amica abbattuta. Io non capisco una parola di tedesco e aspetto le traduzioni da Ebe, che ha vissuto a Monaco qualche mese prima di laurearsi.
“Sind sie bereit?”, Andrea ci chiede qualcosa che non capisco.
“Siete pronte?”, mi traduce Ebe. “Dai Fanni, la lascio tutta per te, miss gorilla. Vedrai che alla fine della pista saprai sciare come Ghedina ha ha ha !!!”.
Cerchiamo di capirci a gesti. Il mimo è una mia specialità, oltre alle brutte figuracce. La nostra maestra ci invita alla seggiovia ma Ebe decide di rimanere a terra e salire in funivia sulle piste nere. Bella amica. Mi abbandona per due ore alla tedesca specialista, a fin di bene, sostiene.
“Fatti sistemare l’impostazione di base Fanni, corpo a corpo mi raccomando, vedrai che non ti pentirai!. Magari diventi così brava che poi farai la maestra pure tu!”, Ebe mi strizza l’occhio ed io non posso fare a meno di lanciarle una palla di neve dritta in faccia, mentre il controllore della seggiovia, è costretto a fermare l’impianto per la mia caduta accidentale. Ma proprio a X dovevavo incastrarsi gli sci? Maledetta Ebe. Cominciamo bene, glielo sistemo io il pavimento pelvico stasera. A suon di sculacciate !!!
!.

7 dicembre 2015

Solo, sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole

Dedicato a quei due amici nebulizzati. Vi prego, fatevi sentire.

Sono solo le quattro del mattino e la natura risponde all'immobilità del cielo animandosi di suoni velati dall'alba. Un corteo trionfale di nuvolette rosse lascia l'obiettivo sul sole pallido. Rosso di mattina, la pioggia...si avvicina. Spero lavi giù la mia malinconia.
L'ineluttabile entropia emotiva si è impossessata di me oggi. Almeno non solo solo. IO, con le mie emozioni mi faccio compagnia.
Ero in una cucina a Manhattan quando sentii quei dolori lancinanti all'addome. Lavoravo da poco come cuoco e capii che quel giorno sarebbe stato l'ultimo in una cucina d'acciaio. Non avevo molti amici laggiù. Non ne ho mai coltivati perchè io il mondo me lo sono mangiato a pezzetti, con zaino in spalla, quattro stracci e autostop. Non mi ha mai spaventato la solitudine. Ho sempre tracciato diagrammi di esistenze possibili, con me e me e i miei squarci aperti sul finestrone del mondo.
Appena giunto in Usa, ero come un esitante e giovanissimo stelo in un deserto di erbacce. Poi, trovata la retta via, ho conosciuto anche la brava gente. Come Mario e Sergio, in Italia. Hanno organizzato loro il mio intervento chirurgico.
 L'operazione doveva essere eseguita urgentemente. Il cancro aveva invaso tutto il mio addome, congelando il mio bacino. "Frozen pelvic" lo chiamano qua.
Ma dal giorno del mio ricovero in ospedale Mario e Sergio non si sono più fatti vedere.
L'assenza del suono delle loro parole mi tormenta. Il loro abbandono mi spaventa. L'incomunicabilità di questo mondo ovattato mi spaventa. Senza i profumi delle terre esplorate, i sapori conosciuti, le culture vissute sono comunque un uomo ricco dentro, ma senza gli amici non sono più nessuno. La malattia ti spiazza, ti annienta, ti mette nell'angolo, ti rende come un granello di sabbia in una distesa desertica. Gli amici ti ridanno la vita e la speranza. Dove siete amici miei?
Nell'ospedale in cui sono stato ricoverato, ho conosciuto le assistenti sociali, che non solo solo coloro che portano via i bambini alle madri. Donne di una umanità sconvolgente sono riuscite a entrare nel mio mondo taciturno e chiuso offrendomi tutto il loro aiuto. Hanno provveduto a trovarmi una sistemazione in una struttura protetta. Con la pensione pagherò la quota e aspetterò la morte in silenzio. Sono solo. In prigione.
E' uno smarrirmi lento e progressivo questo male. Dove l'anima viene estrapolata dal corpo e, guardandolo dall'alto come se non fosse il mio, riconosce la solitudine di quel numero primo.
Vorrei essere e restare un essere umano fragile e non abbandonato dallo stesso mondo che mi ha tenuto compagnia.
Vorrei sentirmi una solida, tangibile e concreta sostanza. Materia con una densità, un cuore, amore.
Vorrei poter vivere ancora qualche attimo, con l'unica compagnia dei miei pesi sull'anima e con impressi i volti dei miei rari amici. Quelli felici però, che ridevano con me quando un piatto faceva schifo e lo si guarniva al meglio per farlo sembrare buonissimo. E quelli simpatici, con la battuta pronta, che ironizzavano perfino sulla mia malattia. E anche quelli un po' stronzi, perchè si sa, il mondo è vario ed è bello per questo. Ed io, solo, mi accontenterei di quel raggio di sole, uno, uno solo,  che, sul cuor della terra, mi sappia trafiggere.

Antonio è un mio splendido paziente. Lo potete vedere dalla foto in alto.

6 dicembre 2015

L'unione fa la forza

Per il rispetto della privacy, i nomi saranno di pura fantasia .

Hanno percorso anche sessanta chilometri i miei due inseparabili pazienti. Giungono da un paese fuori della nostra Ulss. Sono marito e moglie e, ironia della sorte, entrambi stomizzati. Non mancano a nessuno degli appuntamenti fissi mensili del gruppo stomizzati condotto dai nostri psicologi con la mia presenza. Marito e moglie fortunati, almeno così si ritengono, per l'opportunità che la malattia ha dato loro di apprezzare la vita. Si sostengono a vicenda ma hanno bisogno di non sentirsi soli in questo cammino non troppo difficile ma che non si può definire semplice. E' per questo che hanno riconosciuto nel gruppo, una vera forza dell'amicizia.
Lei, signora curatissima sulla sessantina, ha una stomia intestinale, lui, quasi settantenne, urinaria. "Per la società siamo dei disabili, ci hanno dato anche il pass per il parcheggio agevolato, ci è stata riconosciuta l'invalidità civile e in auto corriamo senza cintura perchè i vigili ci hanno pure fatto una autorizzazione speciale. Se non fosse il resto del mondo a considerarci reietti incapaci, noi vivremmo molto meglio. Ecco perchè siamo qui.
Qui ci sentiamo compresi, parliamo lo stesso linguaggio, viviamo le stesse sofferenze e sentiamo la forza nascere dentro di noi".

"Le parole celano un potere inestimabile e incredibilmente grande", dice Franca. "E guariscono", aggiunge. Posso parlare di ottimismo, nominare la parola entusiasmo, gridare che sto bene anche da stomizzata, e noto i volti cupi rasserenarsi e quelli sereni rallegrarsi.
Certo non tutti raggiungono l'equilibrio dopo un solo incontro. Qualcuno rimane ancorato al pessimismo assoluto. Qualcun altro non ha nemmeno il coraggio di parlare perchè il nodo alla gola glielo impedisce. Ma nessuno viene giudicato. La solidarietà porta al riconoscimento di ogni emozione e all'attesa dei giusti tempi per accettare.
I pazienti che seguo, sono perlopiù oncologici. Hanno ben capito quanto il cancro riesca a demolire la mente umana. E proprio per questo, hanno imparato a sgrovigliare la matassa del dolore e a riavvolgere il nastro della vita.

"L'appuntamento con il gruppo stomizzati è mensile, dura un'ora e ti porti a casa una ricarica di energia per proseguire fino all'appuntamento successivo". Raccontano così Giulia e Antonia, a braccetto con le loro rispettive figlie. Camminano flessuose con un sorriso senza confini. Il tema dell'accettazione della nuova condizione domina sempre la prima parte dell'incontro. A loro è bastato un solo appuntamento per capire il valore di questo gruppo. E non sono più mancate. Neanche quando il ghiaccio aveva tentato di cristallizzare la loro vita nuovamente.

"Il potere di una parola di conforto lo conosco bene", dice Armando, protagonista di uno dei miei racconti (Abbracciami ancora) . "Soprattutto ora, che il cancro si è ripresentato aggressivo e tenace"
Ha gli occhi lucidi e l'aria contrita. Non vogliamo che si faccia inghiottire dal buio, così, a tirare quella corda della vita, insieme a lui, ci siamo tutti. Giovanna in prima linea, che sente un dolore pesante e solido che preme al centro del petto ogni volta che Armando racconta di sè.

"Ogni volta che ho l'impressione di aver riacciuffato il ricordo di quando stavo bene, esso scivola via, si dilegua nell'ombra, fuori dalla mia portata". Ha tanto bisogno di aiuto Maria. Fragile donna, indossa un medaglione esclusivo, poggiato in un collo di perle. "Mi sembra di respirare come attraverso una maschera, sigillata in una scatola di latta. Vorrei morire".
Si tenta in tanti di aiutarla. La si lascia sfogare. Qualcuno le porge un fazzolettino di carta per asciugare le lacrime, altri una dolce caramella. Chissà se lo zucchero ha il potere di addolcire la vita di Maria o di edulcorarla appena. Si  fa il possibile per farla uscire da questa stanza con un sorriso.

"Essere qui è come stare in un mondo ovattato e dolce". Non dice
proprio così Lino, ma il senso è quello. Si sente protetto come sotto ad una coperta di lana. Gli manca tanto sua moglie, che si occupava della sua stomia ed ora che è scomparsa e lui ha toccato la solitudine fino in fondo, ha deciso di ri-emergere grazie al nostro gruppo di aiuto.

E poi c'è Attilio, che si chiama proprio così, stomia urinaria da due anni e tre viaggi in paradiso nell'alto dei cieli, per poi piombare giù in terra in piedi, con il sorriso vorace, gli occhi gioiosi e tanta voglia di fare del bene. Lo abbiamo eletto vice presidente della nostra associazione (AISCAM), perchè se lo merita davvero.
Ripete sempre a tutti che ho avuto una parte importante nella sua vita. Che gli ho dato l'ancora. Ma lui non sa di essere l'artefice di tutte le sue fortunate vicissitudini. Ha un carattere tosto Attilio, non molla neanche contro vento nè sotto ad una bufera di neve. In punta di piedi chiede sempre permesso, ironizza sulla sua condizione e aiuta tutti gli altri a non abbattersi. Con uno così al timone, la barca non potrà mai affondare.

5 dicembre 2015

In moto a cento all'ora. Chi lo ha detto che una stomizzata non può?

Dedicata a te Annamaria, che con la tua grinta energica, dai, con impeto, lo slancio ai miei pazienti.
Perchè lei, è proprio così. 

So che tata, mi lascerà in pace per due ore. E' giusto il tempo per attraversare la distesa pianura padana e arrivare a Bologna in orario per il concerto. La chiamo così la mia stomia. Piccola budella dispettosa, la mia tata indisponente.
Oggi l'ho vestita di tutto punto e sono stata attenta a quello che mangiavo a colazione. Non che io mi privi di nulla, ma ci sono cibi che lei rifiuta e mi obbliga così a ripetuti svuotamenti. Però ho riservato lo spazio nello stomaco per una deliziosa rustichella all'autogrill, non vedo l'ora. Mio marito sta scaldando i motori della Honda e i caschi sono già nelle nostre teste. Giubbino in pelle, occhiali, scarpe ginniche e cinquantasei anni appena suonati. Nessuno mi fermerà.
Tre mesi fa la decisione fatidica: fare o non fare, rischiare o lasciare, chiudere la stomia o tenerla per sempre, così, come adesso. Io stomizzata in sella al mio bolide, abbracciata a mio marito verso nuovi confini o io,  ex stomizzata chiusa in casa, accanto ad un bagno, con  il rischio di non riuscire ad arrivare in tempo, annegata nell'imbarazzo e travolta dall'ignoranza di chi "non sa" cosa significhi stomia ed ex stomia. Non potevo accettare una vita simile, non potevo rischiare di mettere in gioco la mia felicità. Ecco perchè ho scelto di tenere la mia tata renitente.
A volte mi fa davvero imbestiare. Mentre frecciamo nel bolide nero a cento allora, sento la pancia gonfiarsi e sgonfiarsi. Immaginate come. E se l'aria tra i capelli travolge pensieri e problemi facendoli rotolare via, lasciandoti un liscio senso di libertà, quella nel sacchetto proprio non lo è. Rischia di esplodere come la cintura di un kamikaze imbizzarito e ti ritrovi in un attimo verde dalla rabbia, nevrotica assassina (si fa per dire) e imbrattata dalla testa ai piedi.
"E vabbè, qual'è il problema?", chiede mio marito con la risposta già pronta. "Ci si ferma in autogrill, a dodici chilometri di distanza, si estrae dalla sella il kit tuttofare, si cerca un bagno, un cambio, pit stop e via di nuovo. Detto fatto". Lo amo. Grazie di esistere Gigi.
Tata mi tradisce spesso  e puntualmente quando non dovrebbe. Io le parlo, la tocco e la proteggo ma non c'è verso. E' ribelle di natura. La soffocherei con quel maledetto sacchetto. Colpa del caffè macchiato che non dovevo prendere a colazione e dei cioccolatini al ruhm che mi sono ritrovata in tasca con tanto di bigliettino e messaggino da parte di mio marito. "Sei la tremenda passione in cui vorrei piombare ad ogni istante", è scritto proprio così, come faccio a non mangiarmeli tutti?!?!.
Stiamo vivendo una seconda adolescenza, innamorati, uniti, forti, amanti della vita, quella semplice, che non ti svuota il portafogli lasciandoti amarezza e pentimenti, bensì quella vita che ti arricchisce di un tramonto sul mare alle cinque di una sera d'inverno, o del concerto di Jovanotti, poeta e cultore dell'amore, alle otto di sera, allo stadio, seduti sull'erba mano nella mano, io, lui, e tata nel sacchetto, dopo duecento chilometri in moto, a cento all'ora ovviamente!!!.

4 dicembre 2015

Forse ho sbagliato tutto: non dovevo fare l'infermiere

Il corridoio del reparto oggi mi sembra più lungo del solito. La luce penetrante del tramonto mette in risalto un muro ingrigito e pareti infeltrite. Anche l'eco del cigolio delle ruote del carrello mi infastidisce. Per l'ennesima volta. E' come se tutto mi piombasse addosso schiacciandomi come un masso. Tutto è terribilmente uguale, da vent'anni.
Qualche collega sostiene che l'ospedale rappresenta, in un certo senso, la casa di ognuno di noi. Qui si nasce, si passa, si vive, qualcuno ci lavora, instancabilmente come me, qualcun altro si ammala e ci soggiorna, e quasi tutti tornano per morire. Ma una casa dovrebbe essere il rifugio delle emozioni, la grotta delle sicurezze, il forziere dei valori. Qui invece, l'ospedale sembra spazzare via ogni credibile emozione, ignora il valore dei sentimenti irresoluti, crea illegittime incertezze.
Non mi sono mai chiesto come mi sentivo. Mi sono sempre limitato a lavorare, finché, ad un certo punto, il lavoro, come in una catena di montaggio, ha preso il posto delle mie spiacevoli sensazioni.
E così da vent'anni, vivo una vita piena fino all'orlo. I miei zoccoli scavano solchi in questa corsia, e braccia ormai annoiate spingono carrelli dall'odore di alcol e amuchina. Avranno indossato milioni di paia di guanti le mie mani, toccato migliaia di pazienti, miliardi di siringhe, centinaia di fialette.
Vent'anni fa, con il volto che sapeva di dopobarba, le unghie curate e la scriminatura dei capelli nel mezzo, ero fiero di indossare la divisa bianca. Ero fiero di essere diventato un infermiere.
Pensavo che fare l'infermiere significasse aiutare a salvare molte vite,  sollevare dalla tristezza tanti volti, dare sostegno con il semplice appoggio di una mano sulla spalla. Ero convinto che lo studio mi sarebbe servito per collaborare con i medici, dicendo la mia, proponendo, contrastando, confrontandomi con la loro idea. Mi sarei sentito parte di un processo e indispensabile ma non sostituibile. Ognuno di noi, persona diversa, avrebbe dato qualcosa in più ai pazienti, qualcosa che ci appartiene, qualcosa di unico.
Pensavo, con la laurea, che essendo un Infermiere vero, come mi avevano inculcato a scuola, avrei avuto tempo per insegnare a coltivare il benessere delle persone, trattandole come esseri umani e non come numeri, consigliandole nelle scelte dubbiose.
E' così che avrei voluto essere.
Invece oggi sono qui a spingere carrelli di flebo e a quantificare drenaggi con il muso lungo, gli occhi infossati e il sorriso spento. Burn out.
Qui vige la regola del fare. Devi strappare terra ai burrascosi flutti se vuoi sopravvivere e non devi perdere tempo.
Non sederti a fare counseling con un paziente, stai perdendo tempo. Non fargli un massaggio rilassante prima di un intervento che gli demolirà mezzo corpo, stai perdendo tempo. E ti prego, non insegnargli una tecnica di rilassamento. Stai perdendo tempo. Non ti perdere a dare consigli e a spendere parole. Stai perdendo tempo.
Ho resistito vent'anni.
Forse ho sbagliato tutto. Non dovevo fare l'infermiere. Dovevo esserlo e basta. Devi volerlo e basta mi ripeto. Questo è il principio di tutto il mondo interessante che rappresenta questo lavoro. Diventare semplice e naturale, senza chiederti come stai adesso, senza farti catturare dai pensieri pregressi, è la svolta. Senti dentro di te una forza calda e compatta. Vai, mi dico. E sii un infermiere come hai sempre voluto, coerente. Ci sarebbe da chiedersi se l'incoerenza stia piuttosto nel voler rimanere sempre uguali, inscatolati.
E così ho fatto.


Il corridoio del reparto oggi mi sembra più corto del solito. La luce penetrante del tramonto colora di rosa le pareti e i soffitti e tutto sembra meno ingrigito e meno infeltrito. Anche l'eco del cigolio delle ruote del carrello non mi infastidisce più. Strano, è la prima volta. E' come se tutto mi scivolasse addosso senza macchiarmi. E' come se in un attimo, tutto non fosse più come prima.
Oggi non trascino gli zoccoli consunti. Ne ho comperato un nuovo paio. Ho indossato una divisa pulita e il dopobarba che sa di buono. Prendo le consegne e inizio il mio giro. Lungo, interminabile, sconfinato, ma ricco. Oggi mi porterò a casa gli abbracci ardenti di Nicola, il signore della prima stanza, i sorrisi placidi di Antonia, la nonnina della seconda, le lacrime di Gionny, i racconti passionali di Michele e la limpida rabbia di Simona, nell'ultima stanza. Catturerò le impertinenti
simpatie delle donne della "8", le pregevoli battute di Oscar, diabetico con il cancro, che ironizza sulla sua malattia, le lacrime amare della figlia di Nora, che non ce la fa più ad assistere suo padre morente. Finirò il giro in corsia più tardi dei miei colleghi, scriverò le consegne fuori orario e sarò stanchissimo. Ma oggi, ne sono sicuro, mi porterò a casa un colossale immenso tesoro. Perchè sono finalmente un Infermiere, in questo treno che mi piace e che si chiama mondo, non da triste passeggero ma da capo giocondo.

1 dicembre 2015

Violentissimo segreto

Sperando che possa aiutare altre donne, vittime di questi violentissimi segreti a non tacere così a lungo. (Per volere di Mariasole)

Non è la prima volta.
Quella zona intima, calpestata da chi una volta la sfiorava con ipotetico amore, invecchiata tutto d'un tratto per la sofferenza che in essa si cela, rappresenta, per la donna che ho davanti, un violentissimo segreto.
E' magra Mariasole ed ha la pelle nera. Il suo nome dovrebbe rappresentare l'ardore e la gioia della vita di chi lo porta, ma non è così.
Si presenta per un dolore là, che non ha una causa dicono i medici. E' un fastidio, ingravescente, come una contrattura, un pungente ago, una morsa che attorciglia ogni capillare, un peso. E' straziante, lacerante, insopportabile quando accade, ma non sempre, mi spiega Mariasole.
La osservo. Cerco di farla sentire a suo agio. Chiaccheriamo. La visito. Tocco ogni punto delicatamente. Ma non mi convince.
Mariasole che succede?
E' da quel momento che un fiume in piena ha travolto la mia giornata e sconquassato i miei pensieri . E' da quel momento che ho dovuto affidare il suo animo ad uno stupido foglio di carta a righe, in cui annotare ogni sua frase, ogni emozione celata nelle sue parole, senza farmi coinvolgere dal dramma.
Anche l'aria era fragile.  Mariasole,  prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, annichilita da un segreto che stava per esplodere, si ergeva di fronte a me. Io, protagonista di un minuscolo frammento di tanto dolore nella sua vita: la furia violenta di un marito bianco, malato di sesso.

"Ho sempre sognato un uomo come lui. Ma è stata una collisione improvvisa e fortissima tra il mio fantasticare  e la realtà deludente quella che mi ha colpito la prima volta. E'stato un rapporto devastante per il mio intimo mondo, violento, doloroso, rapido. Mi colse subito una vaga scontentezza. Era mio marito, di cosa avevo paura? Lui mi amava. Me lo ripeteva dieci volte al giorno, con messaggini e bigliettini nascosti ovunque. Ma in qualsiasi momento del giorno o della notte, mentre il mondo degli altri esseri umani rotolava meravigliosamente nella vita, il mio mi inghiottiva nelle tenebre. Al mattino, mi sembrava di dover allontanare da me pesanti blocchi di granito. Con il sangue che colava e il dolore impossibile, mio marito mi preparava la colazione prima ancora di accertarsi che fossi viva. Metteva un fiore fresco sul vassoio, e mentre ricomponevo il puzzle del mio disastro, lui si cacciava la camicia stropicciata nei calzoni, prevedendo il suo ritorno. Non importa se il mio volto era plumbeo e rugoso, con le lacrime o il dispiacere. Mica lo vedeva lui.
Vagava per casa come niente fosse anche dopo avermi costretto ad una violenza. Una , dieci, cento, mille volte, poi non le ho contate più. Aveva un che di bambinesco nel suo bighellonare. Mi piaceva quel modo ammiccante. Quello, e non tutto il resto. Se ne andava dandomi un bacio sulla fronte ed io volavo in bagno, per sentirmi pulitissima dentro. Mi guardavo allo specchio. Avevo sempre i suoi occhi indagatori e penetranti davanti a me. Mi sentivo a tratti protagonista un matrimonio patetico e ingessato, altre volte l'antagonista sfigata di una storia non a lieto fine, e mai la principessa del castello. L'Italia non poteva essere questa. No, non poteva essere così l'esistenza. Quanto avrei voluto urlare. Aprivo spalancata la bocca ma nessun suono usciva da essa. Il grido liberatorio rimaneva sempre chiuso nel petto.
Con il tempo, diventava sempre più difficile sopportare. L'imbroglio mi aveva reso schiava e complice e non sapevo come uscirne. Non nascondo che il desiderio di farla finita prendeva spesso il sopravvento sulla separazione. Sarebbe stato più facile. Quando sfiori la morte, questa non ti fa più paura. Ho resistito per fortuna. Perchè oggi mio marito ha il cancro ed io lo assisto giorno e notte. Lo vedo soffrire e spegnersi lentamente, lamentarsi, gemere, temere il buio. Eppure non soffro. NOn provo pena nè dolore, nè compassione. Lo accompagno a fare la chemioterapia, si regge a malapena in piedi. Io sto sempre zitta. Gli appoggio la coperta sulle gambe, il golf sulle spalle, gli sorreggo la fronte mentre vomita. Non provo nulla. E' questa, la mia lenta vendetta.

Il 50% delle donne con dolore pelvico cronico a eziologia sconosciuta, ha subito violenza sessuale.



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