22 dicembre 2015

Il mondo può crollare davvero

Io sono ancora incredula...
Grazie Marina, per avermi consentito di scrivere la tua storia. Devi vincere.

Pensavo che la vita, piena fino all'orlo, avesse riservato per me abbastanza disavventure e talmente tante sfortune da lasciarmi un po' di respiro. Non chiedevo tanto. Qualche mese per riprendermi mi sarebbe bastato. Invece eccomi qua, con tre interventi andati male, un sacchetto sulla pancia e il catetere a dimora, a ripartire con l'ennesimo ciclo di chemioterapia, in questo posto, dove mi conoscono tutti e mi sento ormai una "di famiglia" come si dice.
Conosco a memoria questo reparto. Sembra un piccolo mondo affaccendato.  Ci sono sette finestre e dodici porte. Otto file di sedie blu e una sala con sei poltrone. Ventidue quadri, diciannove piante. Le infermiere regalano sorrisi gratuiti senza peso e senza fatica, sembrano pagate apposta per rendere le giornate antigravitazionali.
Sei anni fa ho perso mio marito in un incidente stradale. Era un inverno gelido, come mai era stato prima d'ora. Un camion ha falciato in due la sua auto, passando con il rosso. Mia figlia si è salvata, era seduta accanto ed ha visto l'ultimo respiro del papà. Oggi vive con l'amica depressione, tra il day hospital psichiatrico e la moltitudine di farmaci in cui si perde. Non è più uscita dal tunnel da quando il mondo le è crollato addosso. Lei e il papà erano un tutt'uno tra corpo e anima. Quei rapporti simbiotici in cui ti chiedi come possa un uomo essere così padre e sentirsi così padre, anche se non lo era davvero. 
Il vero padre di mia figlia mi ha lasciata dopo che ha saputo che ero incinta.
Due anni fa, sono stata accompagnatrice di mamma  in questo reparto dove assapori la morte sputandola nel piatto in cui mangi. Poi la morte ha deciso di mangiarsi anche la mamma. 
Mamma aveva toccato il fondo quattro volte con il suo cancro all'intestino, ma era risalita sempre con la bocca spalancata, gridando "sono viva". La quinta volta, non ce l'ha fatta a sopportare il verdetto : anche papà aveva un cancro. E' morta con la bocca spalancata, gridando dal dolore che le sue ossa frantumate le procuravano. Il mondo le era crollato addosso e l'aveva stritolata sotto le macerie. 
Un anno fa sono stata accompagnatrice di papà per pochi mesi, poi la morte si è succhiata via anche lui, senza nemmeno masticare, in un sol boccone. E' stata tremenda la fine di mio papà. E il mondo mi è caduto nuovamente addosso.
Oggi, la giornata si  costruisce via via come un edificio. E' ora di separare sogni e chimere dalla realtà.
Sono seduta accanto a persone silenziose e sofferenti. Fisso una ragazzina in un completino blu mare. Ha i capelli. Forse è ai primi cicli. Si morde il labbro inferiore ed io tengo lo sguardo fisso su quella smorfia. Altre persone tristissime entrano con la testa bassa, abbandonate alla paura, aggrappate al braccio sicuro della moglie, del marito o dei figli, alzano appena lo sguardo frammentato e gelido, riabbassano le palpebre pesanti, mantengono il respiro intrappolato nel petto e la mente distante, altrove, fuori da questo luogo. Poi c'è chi entra con il volto sereno, ancora rigato dalle pieghe del cuscino, perchè beatamente ha dormito. Sazio, per aver potuto gustare una buona colazione, inconsapevole, perchè al primo ciclo. 
Non so se loro comprenderanno mai il mio dolore. Una cosa è certa. Io comprendo il loro inestimabile valore. Sono ancora esseri umani che hanno voglia di lottare ed io lo so bene per quanto.
Il dolore ti tempra. Ti ispessisce e ti rinnova. Perchè anche se il mondo può crollare davvero, l'importante è non rimanerne schiacciati.
Tira fuori la testa dalle macerie, liberati dal polverone ed esci allo scoperto. 
C'è sempre chi sta peggio di te. Ricordalo. 

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