30 settembre 2015

"PAPA', CERCA DI STARE BENE"

Lettera straziante di un bambino al suo papà stomizzato. Micael, 10 anni

Caro Papà, 
Ho chiesto aiuto alla tua stomaterapista per scrivere questa lettera. Ma,  è tutto quello che penso, e volevo che stasera ti addormentassi leggendola.
Perdonami se non sono venuto a trovarti oggi, ma leggere il dolore nel tuo viso mi rende tristissimo. Saperti malato, mi rende tristissimo, vedere che soffri perchè non accetti la malattia, mi rende tristissimo. 
Nei miei desideri, l'uomo a cui vorrei assomigliare sei tu. Non quello che vedo ora però, quello mi fa paura. Lasciarsi andare alla paura credo sia normale, ma io mi sento solo senza di te. E come in un dirupo.
Mi hai insegnato che la solitudine è solamente uno stato mentale. Un eremita vive il ritiro come un dono, un carcerato come una condanna, ed io come una parentesi temporanea. Quando tornerai a riempire la mia vita di quei sorrisi che ho conosciuto?
Mi hai insegnato che un attimo può essere brevissimo o infinito, a seconda di come lo viviamo. Per me un attimo è solo un passaggio. Sto solo aspettando che attraversi quel passaggio del ritorno, perchè io sono qua che ti aspetto. 
Sei debole e inerme  su quel letto bianco, magro e scarno dentro al tuo pigiama di flanella blu. 
Mostri un sorriso forzato e la pelle del viso bagnata da lacrime amare. Non piangere papà. In questo universo senza confini mi stai catapultando senza paracadute. Ricordi cosa mi dicesti quella volta in aeroplano? Che un paracadute bisogna sempre averlo se non ci si vuole sfracellare al suolo. E tu, il paracadute ce l'hai a casa papi mio. Siamo io, te, la mamma e Tobi, il paracadute di riserva.
Mi hai insegnato che nel lungo tragitto della vita, incontrerò tante maschere e pochi volti, ma quello che vedo non è il mio papà. E' la maschera fantasma di chi non conosco più.
La sera, appoggio la testa sul tuo cuscino, a letto con la mamma. Sento il tuo odore con me, penetrante dentro di me. A volte indosso il tuo pigiama enorme. Annaspo dentro alle tue tasche, alla ricerca di qualcosa che mi ricordi il mio papà. C'è solo la cornice con la foto sul comodino, io, tu, la mamma, e Tobia. Che bella famiglia la nostra. Poi, prima di addormentarsi, la mamma mi stampa un bacio in fronte e uno sulla punta del naso, come facevi tu, si gira dall'altra parte e la sento triste e lontana. Io mi avvolgo su me stesso, come una lumachina e sotto alle lenzuola che sanno di te, prego perchè tu guarisca presto.
Papà, sento un dolore qui nel petto, qui nel profondo, sarà la mia anima? Trema davanti al vuoto e ha bisogno di un contatto con te ad ogni costo.
Ti ricordo stamane seduto a bordo letto, con la cerata in mano, vomitavi. Il catetere ti dava fastidio e la stomia la nascondevi accuratamente sotto alla maglietta e alle lenzuola. Mi vedevi? Io stavo là, accanto a te, con un nodo alla gola, nell'aria vibrante che si poteva tagliare con un coltello.  Ma mi sentivo solo. E triste. Tristissimo. Qualcuno sa dirmi dove è andato il mio papà felice? 
Quante cose ho imparato oggi. 
Quasi quasi voglio fare il dottore...così almeno ti faccio guarire io !


I bambini vivono la malattia dei genitori come una tragica rottura delle loro sicurezze 
Qualsiasi sia la diagnosi, dimostrate loro la forza del lottare per la guarigione, con le unghie e con i denti, regalate loro la magnificenza di un sorriso o la forza di un abbraccio, nonostante la sofferenza. E coinvolgeteli in questo. E' un loro diritto conoscere la VITA. 

DUE MINUTI PER SPIEGARVI DI COSA SI OCCUPANO GLI STOMATERAPISTI


28 settembre 2015

Disturbo da dolore sessuale (nel maschio omosessuale)


Nel maschio omosessuale, si può riscontrare un disturbo che è l'analogo del vaginismo femminile (ipertono dei muscoli vaginali che impediscono la penetrazione o che la rendono dolorosa).
Tale disfunzione è caratterizzata dalla presenza di contrazioni dello sfintere anale che ne impediscono la penetrazione. Estremamente letale è la cocaina assunta per via rettale, con lo scopo di indurre il rilasciamento della muscolatura. In assenza di alterazioni organiche, questo disturbo può nascondere un inconscio radicale omofobico o una profonda resistenza ad un atto che è di per sè simbolo di sottomissione passiva. In aggiunta a ciò, va considerato il fatto che gli omosessuali sono spesso vittime di aggressioni sessuali che si traducono nel 75% dei casi in penetrazione anale. Tali abusi sessuali, inaspettatamente, vengono esercitati più da partner fissi od occasionali che da estranei. Questo è drammatico. Non è pertanto difficile comprendere come queste esperienze, generino, all'interno del rapporto di coppia, una profonda sfiducia che finisce per sfociare in un inconscio rifiuto del ruolo passivo.

Hickson, 1994
Rosser, 1997

27 settembre 2015

BALLERINA CLASSICA ? SI, MA EX PERO'

Ringrazio E.F. , collega riabilitatrice del pavimento pelvico, per avermi consentito di scrivere la sua rocambolesca simpatica avventura.

Mi si presenta un pomeriggio, una paziente, nonchè collega stomaterapista riabilitatrice del pavimento pelvico. Il caso vuole che siamo state compagne di danza classica, lustri fa. Lei si è diplomata alla Royal Ballet di Londra, io ho dato solo qualche esame nella stessa scuola.
Mi racconta, che il titolare della palestra che frequenta, è venuto a sapere che è una ex ballerina classica, una ballerina sulle punte, in tutù e chignon, ex però. Sono vent'anni che non indossiamo un paio di scarpette e non usiamo forcine o tutine. Della ballerina classica abbiamo forse mantenuto solamente i piedi a papera, ma non sempre, anche perché il bilanciamento con il tacco dodici prevede la punta rigorosamente dritta, la schiena a spillo ed il fisico sottilissimo. Tuttavia, della ballerina classica abbiamo conservato la filosofia, lo spirito competitivo e di sacrificio, la passione per le cose, lo stile di vita insomma. Forse anche una certa sf..ortuna da "star" dell’ultima fila, ma non ne siamo tanto sicure.
La proposta della palestra è quella di tenere alcuni corsi serali per anziani, di ginnastica dolce, armoniosa, con sfondi musicali classici come quelli dei violini di Mozart o del pianoforte di Tchaikovsky. Chiede la mia collaborazione ma la guardo basita e impalata e le pianto un sonoro NO. "Al massimo vengo a vederti", le dico.
Andiamo a casa sua.
I corsi si terranno a partire da questa sera e mi racconta di essere alle prese con la scelta della tenuta ginnica da palestra che non prevede di certo i tacchi a spillo. Accendo lo stereo mentre decide cosa indossare. La musica commerciale mi sembra davvero più interessante e divertente di Mozart.
La tuta in ciniglia grigio topo vince sul guardaroba monotono. Un’ottima scelta mi pare. Poi, guardandosi bene di profilo, e ancora meglio da dietro, con un torcicollo che la mette a dura prova, si accorge che la cucitura sul fondoschiena è lacerata e si intravedono glutei e slip. Scartiamo l’idea e decidiamo per un paio di leggins neri e una t-shirt bianca. Il problema sono gli etti di troppo nel comparto anteriore, detto anche balcone toracico. Anche se mettesse un maglione a collo alto non riuscirebbe a mascherare l’abbondanza. Ogni saltello allenterebbe i gancetti del suo reggiseno con la speranza di non sudare. Si vedrebbero due mezzelune sotto al petto che attirerebbero ancor più l’attenzione.
Per non guadagnare l’antipatia nè l'invidia del pubblico femminile, e dato che la media della loro età è 69, le consiglio di scartare anche il look sexy da personal trainer improvvisata e le propongo di indossare un maxi pantalone felpato blu elettrico ed una felpa extra large arancione, con cappuccio e scritte, effetto bambina cattiva. Copertura totale e nessuna tentazione (per i maschi intendo).
La felpa arancione è abbastanza grande e larga per farla sembrare di tre taglie in più. Evita agli occhi di appoggiarvisi e non limita i movimenti.
Arriviamo in palestra in perfetto orario secondo l’avviso preannunciato dal suo cellulare. Il problema è che l’orario non era alle 20 come aveva scritto, ma alle 20.30. Aveva detto al suo cellulare di mandarle un messaggio vocale un’ora prima dell’appuntamento. Lui è stato preciso, lei la solita sbadata. Così, e’ la prima volta in vita mia che arrivo in anticipo ad un appuntamento.
Approfitto per aiutarla a preparare la musica. "Che noia Tchaikovsky. Meglio il rap di Emis Killa. Con “Scordami chi ero”, dovrebbe far raccapezzare i vecchietti ad effetto tronco.
"Me li immagino contorti ed "ingobbati", rigidi, lenti, scoordinati. Dovrò avere una pazienza infinita", dice sbuffando.
Si muove ondeggiando sulle anche, sulle note rap, mentre attira gli sguardi del personal trainer e di alcuni palestrati alle prese con i pesi. "Eccola “Shut it down” di Pitbull per il riscaldamento. Questa va bene", esulta. "Speriamo non facciano un infarto durante la lezione!" le dico preoccupata io. Il titolare di là dal vetro, tiene il suo indice sulla tempia, come una pistola puntata, forse vuole dirmi che la mia amica è proprio matta?.
"Sei matta cambia musica !. Anche il titolare è indispettito!"
"E chi se ne frega", ribatte la mia amica. Insiste e non cede, "questa musica andrà benissimo". Alza il volume al massimo su “Wild child” di Elen Levon e si sente già adrenalinica.
Io intanto mi siedo su una panca poco distante.

Eccoli arrivare: due amiche sulla ottantina in tuta aderente verde e l’altra in blu in evidente soprappeso, che la mia collega accoglie con un super sorriso; dietro di loro, tre uomini stempiati e uno calvo basso e magrissimo entrano timidamente a si posizionano dalla parte opposta delle signore; una vamp sessantenne indossa una tuta bianca, aderente sul sedere tondo, evidenziato dalla cucitura completamente inghiottita dai glutei; ne conto altri quattro e due arrivano per ultimi. La musica li fa già fibrillare. Lo vedo da come si guardano sorridenti. Un giovane uomo con i capelli ispidi come stuzzicadenti su una patata, si posiziona in prima fila, accanto ad una forse settantenne in pigiama.
La mia collega si presenta e sembrano apprezzare gli esercizi di riscaldamento,sulle note rap, poi, decide di mostrare un esercizio stesa a terra. Un esercizio per il PAVIMENTO PELVICO.
Si posiziona in posizione supina, sul tappettino di spugna. Solleva le gambe come per imitare una candela, aiutandosi con le mani sui glutei, per poi adagiarle dietro la testa, tese.
Crac!
Non potete immaginare i successivi due minuti.
Un dolore lancinante la colpisce dalla vertebra sacrale alle cervicali, come una scossa elettrica, non riesce a muoversi. "Fanni !!!!!!", mi urla disperata.
Assicurandosi una faccia da peperonata mista, cerca di mascherare il dolore e le smorfie. Noi quarantenni ballerine in difficoltà con un banalissimo esercizio della candela?. Non è possibile. Avverte una sudorazione profusa incontrollabile. Gli anziani la guardano in attesa della mossa successiva, non comprendendo che forse non ci sarà nessun altro esercizio. Teoricamente dovrebbe ritornare con le gambe a terra. Rimane gambe all’aria. Impettita. Con la faccia schiacciata dalle ginocchia e il collo strizzato tra il petto abbondante ed il mento, invita un anziano scaltro, ad alzare al massimo il volume dello stereo, mentendo il disagio e il dolore. I nonnetti sembrano impazziti all’ascolto del Toca Toca dei Fly Project e hanno dimenticato che lei è ancora piegata come un panino. Cerca insomma di spostare l’attenzione sulla musica per tornare in piedi senza farsi notare nel panico in cui si trova.
Li invita poi, con la voce a rasoio, strozzata dal mento sul petto, a stendersi tutti insieme e a tentare (da pazza) lo stesso esercizio, mentre io spero che le venga un’idea per raddrizzarsi. 118? Carabinieri? Vigili del fuoco?.
"Caspita anche il colpo della strega! Maledetta quella volta che non mi sono iscritta ad un corso di acqua gym per sciogliere e tonificare tutti i muscoli", dice incazzata.
Con la coda dell’occhio osservo i suoi anziani: altro che tronchi irrigiditi, sono bravissimi. C’è addirittura chi ripete l’esercizio più volte. La signora in bianco sembra una molla in un corpo di gomma. Il signore magro e basso riesce a toccare il pavimento dietro alla testa, con la punta dei piedi, e i tre anziani stempiati sono dritti come una candela, immobili, in perfetto equilibrio sulle vertebre dorsali. Fantastici. Quello giovane con gli stuzzicadenti in testa rimane eretto più di tutti.
Ma la mia amica è ancora bloccata e quasi le manca l’aria.
“Signorina, abbiamo capito l’esercizio! Che ci fa ancora piegata?”.
“Ehm… qualcuno mi aiuta per favore?”, non avrebbe mai voluto chiederlo.
Io e la signora con la tuta in ciniglia prendiamo i suoi piedi ma la schiena non si stende.
“Ahhh!!! Che dolore, noooo!”
Tra il pianto ed il riso le scende una lacrima di disperazione.
“Signorina sta bene?”
Tesoro non piangere, e che diamine!. Le dico.
Qualcuno chiama il personal trainer, qualcun altro il titolare della palestra, alcune anziane attratte dai palestrati, invocano aiuto. In meno di un minuto si trova circondata da maschioni bay watch dai muscoli bestiali.
Si fa aiutare. Qualcuno sa come sciogliere le sue vertebre. La girano di lato a tempo di musica e quasi scoppiano a ridere. Che imbarazzo. Si scusa a testa bassa e ringrazia con le mani incrociate sul petto, come una martire, mentre io cerco il cd di Mozart e faccio partire la musica classica.
"Bene signori e signore. Ricominciamo!". Dolcemente però. I vecchietti la guardano basiti. Dall’alto della sua consolle il titolare fa cenno di no con la testa, rassegnato.  Stupida testardaggine. Al diavolo anche il rap!. "Te l'avevo detto che eravamo EX-ballerine !!!"






Domani mi opereranno

Ecco cosa prova un paziente prima di un intervento chirurgico

Domani mi opereranno ed io ho capito tutto. Mi toglieranno quella brutta bestiaccia dall'intestino, forse mi metteranno un sacchetto sulla pancia, quattro o cinque "cannette", un catetere, due drenaggi, un sondino, due aghi, cinque flebo, una maschera per l'ossigeno, le calze alla gambe. Semplice. "Andrà tutto bene", mi hanno detto. Facciamo che li opero io ?.
Stasera mi sembra che qualcuno mi sia passato sopra con un camion. Avanti e indietro in retromarcia, soffermandosi sulla testa, appiattendola come una polpetta, per poi sgommare in partenza.
Giace in minuzioso e scrupoloso ordine il kit del lavaggio antisettico sul comodino. Devo fare la doccia prima di addormentarmi alle 23.50. Rotolo un'agendina tra le mani, dalle pagine sgualcite a forza di sfogliarle, con le indicazioni dietetiche dei giorni precedenti. Niente scorie e un gran "beverone dolce-salato" che pulisce tutto l'intestino, terminato ieri. Dalla mezzanotte digiuno assoluto e domattina ore sette e trenta, giù in sala operatoria. Preciso. "Scusi a che ora mi opereranno?". 7.30. Già, glielo avevo già chiesto quattro o cinque volte.
Ho firmato il consenso, riletto i rischi, letti nuovamente e poi ancora e ancora. Ma io ho deciso. Voglio vivere.
E' strano come  io abbia paura della mia stessa paura. IO, che sono nato sotto le bombe della seconda guerra mondiale, mi sento stasera come un soldato indifeso, senza mimetica e senza armi.
Il medico lascia la mia stanza dandomi la mano con un "arrivederci a domani". L'infermiera lo segue alle spalle, voltandosi dalla mia parte solo per ricordarmi il digiuno dalla mezzanotte e la doccia con il colorante giallo limone dall'odore di alcol, il camice operatorio e la cuffietta ai capelli. La signora che raccoglie il vassoio della cena consumata dal mio vicino di letto, entra intimorita ed esce silenziosa. Il mio compagno di stanza si trascina faticosamente sul paletto della flebo, dolorante, pensa a sè. Nessuno mi chiede come sto.
Sto male.
Male dentro.
Mi sforzo di pensare a questa settimana da "malato". Passerà in fretta, dico tra me e me. Ho l'orto da sistemare, la casa da dipingere, i nipotini da guardare. Avevo appena sistemato la bicicletta e prenotato il viaggio in Puglia con la macchina nuova.
Sto male.
Mi sento strangolare da questa attesa asfissiante. Mi ossessiona l'idea di non svegliarmi dopo l'anestesia e vedo il mio volto fasciato da bende e garze. Cosa centra il mio viso? Mi taglieranno la pancia !. Scaccio i pensieri rapidissimi che fluttuano nel mio cervello impazzito.
Scendo dal letto, vado in bagno, mi ristendo, mi rialzo, mi ristendo e mi rialzo secondo un rituale schizofrenico. E' ansia.
Vedo il mio calvario impresso su questi muri, l'attesa è come una tortura prima del patibolo.
Sto male.
Fisso il campanello che chiama gli infermieri in caso di bisogno. No.
La mezzanotte sembra lontanissima ed il balletto delle mie gambe fa una pausa mentre contemplo il mio cervello lambiccarsi.
Mi specchio sulle finestre buie. Sono io quell'immagine riflessa. La mia ombra si fa scudo dietro di me. Suona il campanello, mi dice.
Decido di chiamare l'infermiera.  Con gli zoccoli scalpitanti arriva in pochi secondi.
Una carinissima infermiera si avvicina a me con voce flebile. "Ha bisogno?", mi chiede.
Si. Io ho paura.

Quell'angelo si è seduto accanto a me, mi teneva la mano. Non so quante ore siano passate. Ricordo solo di essermi svegliato il giorno dopo alle tre del pomeriggio. Ero lucido, tranquillo, senza dolore. Avevo il sacchetto sulla pancia, quattro o cinque "cannette", un catetere, due drenaggi, un sondino, due aghi, cinque flebo, una maschera per l'ossigeno, le calze alla gambe, ma nessuna paura. Se ne era andata con la mia ombra, la sera prima chissà dove. Magari fuori dalla finestra, o in un'altra stanza, in un'altra testa, dove l'ansia trova spazio e tempo. Magari l'aveva rubata quell'infermiera.
                                                                   



Ti prego, dormi con me

Dedicato a tutte le coppie che si dividono nel sonno, prima, dopo o durante una malattia , dormendo in letti separati. Tratto da fatti realmente accaduti. Ringrazio A.F., operato di cancro alla prostata, per avermi consentito di raccontarlo.

Che caldi i tuoi piedi sopra ai miei. Stringimi amore mio, come ti stringo io. Voglio distruggere la tua malattia, farla a brandelli, disintegrarla e fagocitarla tutta d'un fiato.
Lo so che per te questo letto e' sempre stato troppo grande, troppo stretto, troppo morbido e troppo rigido. Lo so che per te il nostro letto e' sempre stato un tormento e una passione, un rifugio e un fastidio. Il tepore e la freddezza. Ma io voglio ancora sentire il tuo respiro morbido sul mio collo, e crogiolarmi con te in questo posto stupendo. Si chiama mondo. Il nostro mondo. Qua non arrivano neanche gli angeli.
Qua, possiamo saziarci di segreti incomparabili. I nostri.
Qua, possiamo fonderci nelle lenzuola e nel tempo, diventando un solo indivisibile corpo.
Qua, sento solo un impeto appassionato che fa fremere l'intero mio essere. Sono tua.
Se ti chiedessero se c'è qualcuno che ti ha amato al punto di pensare che poi in cambio voleva solo che tu fossi felice, quel qualcuno ero io.
Torna a dormire con me amore mio, abbandona le grigie paure che ti affliggono. La malattia ti parrà meno furiosa nella prepotenza del mio abbraccio. Rimbocchiamo le coperte del nostro magico lettone.
Che bello il ricordo delle nostre dita schiacciate tra le mani avvinghiate. Che bello ridere e scherzare sul monticello tra le gambe, così lo chiamavi. Che bella la tua barbetta incolta e pungente e i tuoi capelli brizzolati. Il sorriso mordace in un volto armonico e complice. Ti amavo. Tu, così diverso e così uguale. Di me ora ti vergogni e cambi espressione quando mi guardi, ma non capisci che per me non esiste il mondo perché per prima esisti tu?
Guardami. Non tenere lo sguardo in esilio. Non capisci che i tuoi occhi mi parlano di te?
Ti stropicci le palpebre stanche. Non le hai mai abbassate stanotte, nemmeno lontano da me.
Le tue occhiaie sono più nere che mai, come se ti fossi strofinato gli occhi con i pugni sporchi di carbone.  Al di là del muro ti sentivo respirare forte. Immaginavo i tuoi occhi aperti, sbarrati sul soffitto buio, nella tua solita impenetrabilità'. Sai, la mente e' sempre proiettata verso il cielo. Lassù c'è ancora tanto da scoprire. Eri carico di preoccupazioni ieri sera ed io avrei potuto aiutarti.
Ma hai ragione tu. Sei un puro, semplice ed elegante egoista. Perché tu stai bene al di là del muro e vuoi farmi credere che io starò meglio lontano da te, malato e pesante che sei, lamentoso e sofferente come sei diventato.
Vorrei essere il vestito che porterai e lo specchio che guarderai domani. Rubare quell'immagine spogliandola  delle tue false sicurezze, per leggerla dentro. Analizzare il tuo volto infeltrito, il tuo fare malinconico, il tuo silenzio nucleare. Il tuo bisogno di solitudine nasconde un segreto che non mi vuoi raccontare ma che.... Amore mio.... Conosco.
Allora non farti scudo della malattia per celare sentimenti impetuosi difficili da arginare. L'amore non si nasconde, non si maschera e non si inganna. Calde, lente lacrime scendono sul mio viso.
Vai ...vai amore mio, vai pure. Il tempo non sente ragione.
Lei.. Ti sta aspettando in un altro letto.


Spesso, il tempo della malattia, rivela e scopre nuovi sentimenti. Nati all'improvviso, come un uragano, o esistenti da tempo ed emersi piano piano, o effimeri passaggi , drammatiche conclusioni, semplici illusioni.



26 settembre 2015

Stomie


La stomia sottostante non è altro che l'eversione della mucosa intestinale sulla cute addominale. Le feci escono dal quella "budeletta rossa" definita anche ano artificiale o ano preater.
Nello specifico, quella che potete osservare è una colostomia sinistra sul colon discendente, ancorata alla cute con dei punti che vengono rimossi in decima giornata post operatoria. Il paziente insomma, porta un sacchetto sulla parte sinistra dell'addome, che ingloba la stomia e raccoglie le feci. Guardando la foto, potete notare che a destra, la mucosa (budella) è staccata dal margine cutaneo. Tale complicanza si definisce "Deiscenza muco-cutanea". Al fine di evitare che le feci ristagnino in quella deiscenza, dopo accurata igiene con acqua e sapone, è utile riempire la cavità con una pasta idrocolloidale, o con alginati, se cavità profonde, come nella foto successiva.

Piastra di alginato riempitiva

Nella foto successiva, deiscenza muco cutanea in fase di guarigione. 


Nella foto sotto: stomia integra ma piccola ulcera parastomale 


Stomia Integra. Perfetta. 





Abbracciami ancora

Dedicato ad Abramo, che mi regala un abbraccio ogni volta che mi vede. Perché quell'affetto impacchettato con il nastro di seta io lo vorrei ancora e ancora e ancora....

" È un tuono infinitamente grande e incredibilmente possente, la notizia della mia ripresa di malattia.
Mi sento come se fossi sfracellato sull'asfalto rovente, in piena estate, già in putrefazione. Mi guardo di lato specchiandomi sulla finestra del lungo corridoio. È' inverosimile come i chili scendano in picchiata. Rotola via il grasso in eccesso e anche quello in difetto . Non ho più riserve. Molle è la mia pelle disidratata e deboli le ossa stanche. Come e' possibile che la vita accenda i sorrisi e spenga un attimo dopo bagliori e speranze ?
Come una smagliatura, la lesione delle certezze avanza. Non guarirò più. La malattia ha invaso tutto,  l'intestino e i polmoni, e il fegato e le ossa, la vescica e un rene."

Si manteneva ad una distanza garbata il mio paziente. Timido era ogni suo gesto, indeciso mi appariva stamane il suo passo.
Mi fissava con occhi stretti a fessura, incredibilmente chiari, più chiari del solito. Manteneva una postura all'indietro, disordinata, differente da tutte le altre volte, quando i centimetri accanto a me facevano la differenza. È' stato fermo davanti a me per un istante.
Un istante può essere breve o capiente, ma pieno. Tale da farti comprendere il significato di uno sguardo o di un interminabile silenzio. Il suo.
Dove era finito quel sorriso impertinente e ironico che fino ad ora avevo conosciuto?
Era trascinato il suo respiro. Consistente, pesante. Non era quello di chi si sente sempre sul punto di esplodere di energia, come quando l'ho conosciuto. Non era quello di un paziente impaziente, che solleva le braccia al mondo per dire quanto bello esso sia e che non ha tempo per la malattia.
Lui, il mio paziente, in quel preciso istante, non era una maschera. Era un volto vero, immaginario contenitore di espressioni e simboli universalmente  negativi .
Oggi la sua barba non profumava di vetiver. Le maniche arrotolate ai gomiti erano una assoluta novità. Mostravano  braccia coraggiose, cotte dal sole ma morbide come gli abbracci che mi sapeva dare. Oggi il suo sorriso stanchissimo e triste sulle labbra mi aveva contagiato. Mi sono sentita perduta, disancorata. Vedevo materializzarsi la muta ostilità che la vita stava irradiando a lui. Un ingiusto colpo di scena. Un ingiusto maltrattamento a colpi di indifferenza.
Avara di parole gli ho preso la mano. Aveva le dita fredde e ruvide come corteccia. È' strano come una stomaterapista possa provare così tanti sentimenti tutti insieme, per un suo paziente. Si chiama empatia, e vi assicuro che è un affetto incondizionato, semplice e puro, un filo che conduce nel cervello dei pazienti, sgretola e disancora i pensieri e aiuta a risolvere i problemi. Mi ha guardato con gli occhi lucidi, gremiti di lacrime, indietreggiando di due passi. Tanto erano grandi le sue braccia per potermi riabbracciare.

24 settembre 2015

Gratis bellezza (bruttezza) per tutti


Più bellezza per tutti. Anche gratis. In Brasile la bellezza è un diritto del cittadino. Pare infatti che dal 1997, 220 cliniche brasiliane che eseguivano trattamenti estetici a prezzi scontati, abbiano offerto circa 14 mila interventi gratuiti ai più indigenti. Dal botox, alla depilazione laser, fino ad arrivare al peeling e ai trattamenti anticellulite. Nelle cliniche più prestigiose il prezzo di un ritocco al naso si aggira intorno ai 30 mila reales, circa 10 mila euro, ma sono molte le cliniche che hanno iniziato a fare credito, o comunque a dilazionare i pagamenti nel corso degli anni.
Non sono solo i passi di samba a far alzare i glutei. In parte è merito anche della chirurgia estetica, e il Brasile – patria della samba – ne sa qualcosa. Il gigante sudamericano è diventato infatti il paese leader della chirurgia estetica. L’Italia è al settimo posto nella top ten dei Paesi con il numero più alto di interventi estetici. Nel 2013 Brasile batte Stati Uniti con un vantaggio di 40mila interventi. Sono dati dell’Isaps (International Society of Aesthetics Plastic Surgery).


Non ho voglia di nascere

Storia di un bambino mai nato. Storia di una vita vissuta.

Cara mammina,
io non lo so se tra nove mesi avrò voglia di nascere. Qua, nel tuo grembo mi sento protetto, intenso e vorace il tuo pancione mi mette sicurezza, mentre fuori tutto intorno il mondo perde consistenza.
Vorrei sentirlo quell'impeto appassionato che fa fremere l'intero mio essere, per farmi crescere, e nascere. Ma non lo sento. Sono forse un errore del destino mamma?
Lo senti il mio scalciare irrequieto e insidioso?. Non sto bene, perchè tu non stai bene. Credi che io non lo senta il tuo cuore smarrito? Mi proteggi, mi tuteli, mi ripari e mi convinci, ma avida ed egoista è la mia scelta. Voglio stare qui, tra le certezze risolute, lontano dalle insidie del mondo, libero dai pericoli e slegato dalle precarietà.
Mammina cara, io lo so che tu stai male. Il cancro ti sta mangiando poco a poco mentre io, con lui, cresco e mi nutro, rubando a te la sostanza. Lo capisci che ti priveremo dei colori della vita, dei suoni della natura e dei candori della neve?. Non vedrai il prossimo Natale, le lucette sugli alberi e i pacchettini per me e papà,  non soffierai le candeline del tuo prossimo compleanno e non taglierai la torta del mio. Non mi vedrai camminare nè ridere o strillare. Non mi cambierai il pannolino e non sentirai il profumo della mia pelle. Ed io...Non potrò succhiare il tuo latte caldo e farmi avvolgere dal tuo seno morbido. Non mi potrai cullare tra le tue braccia, nè baciare con le tue labbra. Non mi accompagnerai a scuola il primo giorno e non mi preparerai il panino.
Non farai in tempo mammina.  Perchè lui , il cancro roboante, raggiungerà il traguardo ed io la luce. Senza di te.
Senza di te mamma lo capisci?
Hai deciso di farmi nascere, sacrificando la tua vita. Non c'è spazio per tre, lo ripeti sempre anche a me. Come ora, mentre ti ascolto estatico.
Ti sento e ti immagino da qui, seduta sulla sedia a dondolo nel terrazzo scivoloso. Cigola.
Anche il cielo ha pianto oggi. Grigio metallico è il suo colore, come il gusto amaro che mi ritrovo in bocca. Nubi squarciate e flebili raggi dilaniati da un temporale senza fine, hanno caratterizzato la nostra giornata, e i tuoi pensieri. Ma eravamo insieme mamma.  E tu, favolosa, di fronte alla luna che si arrendeva alla tua bellezza, con le mani sul tuo grembo, mi innondavi d'amore, penetrandomi di dolcezza. Non sentirti colpevole se deciderai di lottare contro di lui. Quel lui, potente e infuriato, che ti annienterà, quel cancro tremendo e malato che ti deruberà. Perchè lui, ti stenderà a terra,  mentre con fatica emetterai il tuo ultimo gemito, ed io sarò là accanto a te, urlante, solo, abbandonato.
Lotta mamma, lotta ti prego. E vinci.
Lotta mamma, ti prego, e lasciami qui, tra i bambini mai nati. Nelle tenebre oscure, dove tutto si plasma e tutto si calma. Dove non esistono i problemi e le separazioni sono solo bugie. Dove il male si mescola al bene e non c'è disuguaglianza nè fame nè dolore nè odio nè paura.
Non ho voglia di nascere mamma. Voglio che tu viva.

Dopo l'aborto volontario e sei cicli di chemioterapia, Barbara, ha sconfitto il cancro. Ma sono molte le mamme che scelgono di farlo vincere.

21 settembre 2015

Vaginismo e... Il linguaggio del corpo


Con il termine vaginismo si indica uno spasmo involontario ricorrente o persistente della muscolatura vaginale che interferisce con la penetrazione vaginale, determinando a volte dolore, distress, fobia.
Quali sono i segni distintivi di una donna che soffre di vaginismo?
Si evidenziano quattro nodi di tensione in quattro aree del corpo. 
1) La bocca serrata spesso associata ad occhi ben aperti. Un messaggio chiaro: la paura di far entrare le emozioni e il bisogno di controllare tutto. Spesso la bocca si associa al digrignare notturno dei denti , un respiro superficiale alternato a respiri profondi quasi per "prendere fiato". 
2) La tensione d la parte cervicale dei muscoli paravertebrali. L'ipertono muscolare spiega la rigidità della colonna e delle spalle, quasi sollevate a parare un colpo, e la difficoltà di abbandono. Per lasciarsi andare al piacere dei sensi bisognerebbe riuscire a far andare la testa all'indietro.
3) La tensione della parte lombare dei muscoli paravertebrali che determina l'inarcamento della schiena  quando la donna si stende sul lettino. Iperlordosi che si accentua durante la penetrazione .
Tensione e angoscia di penetrazione sono tali che, nei casi più gravi di vaginismo, possono portare all'adduzione  protettiva delle cosce alla sola idea di un rapporto. 
4) Lo spasmo difensivo del muscolo elevatore dell'ano, che circonda la vagina , e che la terapista può percepire con una esplorazione digitale vaginale. È' l'intensità dello spasmo a condizionare la penetrazione, modificando la mappa emotiva del corpo la' , creando una corazza. 
Una corazza costruita su progressiv alterazioni posturali che, come una ruggine somatopsichica, finiscono per resistere anche al miglior lavoro psico dinamico, a meno che, non vengano parallelamente trattate sul fronte corporeo, in un centro di riabilitazione del pavimento pelvico. G

20 settembre 2015

Sei stato operato alla prostata ? Rivolgiti al più presto ad un centro di riabilitazione del pavimento pelvico

Gli interventi alla prostata, in particolare la prostatectomia radicale (asportazione di tutta la prostata e delle vescichette seminali) o la Turp (resezione prostatica trans uretrale, ovvero resezione di parte della prostata ) possono creare incontinenza e impotenza. Tali condizioni non sono sempre temporanee, e anche se lo fossero, costringono il paziente a vivere ansie, paure e spesso depressione. Lavorare con un pannolino, andare in palestra con il pannolino, viaggiare con il pannolino, diventano condizioni penose e invalidanti. Il paziente limita perciò le uscite, i rapporti sociali, i rapporti con l'altro sesso. E aspetta. Aspetta magari un recupero che non avverrà mai. Bisogna imparare ad usare certi muscoli come se si "re-imparasse" a camminare.
La disfunzione erettile conseguente alla sezione dei nervi erigenti può essere affrontata con adeguata terapia farmacologica, riabilitativa (esercizi), strumentale (elettrostimolazione e vacuum device) e non si deve attendere oltre un mese dall'intervento.
Rivolgetevi ad un centro di riabilitazione del pavimento pelvico se potete. Oppure scrivetemi per info su guidolinfanni@gmail.com .
(Se invece siete specialisti del pavimento pelvico, inviatemi i vostri recapiti, potranno servire a tanti pazienti che mi scriveranno da tutta Italia)
Clicca qua per leggere di cosa mi occupo




14 settembre 2015

Ti amo

Stretto nelle spalle del morbido cardigan in lana, ti accomodi nell'unico angolino libero del divano. Tutto lo spazio è occupato dai nostri amori. Buk, Zimbi e Lola, i nostri cani, i nostri bambini.
Mi fissi con occhi espressivi, più neri del solito, profondi, gonfi di un pianto che è durato tutta la notte. Abbiamo dormito abbracciati come se fossimo indivisibili, come non l'abbiamo mai fatto, come il cielo quando abbraccia le stelle dopo un uragano. Così è stata ieri la notizia della mia malattia. Un uragano furioso e prorompente. Il cancro. Lui.  
Ti lascio alzare in piedi ed aprire la finestra sull'alba. Il sole mostra in questo istante le lunghe iridescenti onde mentre la tenue corolla rosa dell'alba si affievolisce. Anche i rami, fuori, appaiono meno minacciosi. Ti muovi con un portamento fiero e nobile mentre ti avvicini a me con la mano in tasca. Estrai il tuo fazzoletto di cotone. Asciughi la mia fronte, imperniata di sudore. Mi baci piano, un bacio lieve, soffice come il cotone. Le tue labbra sanno di menta fresca. La tua pelle profuma di buono.  La luce filtrata dai vetri colora di ambra il tuo volto, mentre ti scendono ancora incessanti lacrime di dolore. È come la pioggia, che bagna la tua pelle e ti penetra fino a lavare via quel sorriso colpevole. Anche l'altalena emotiva che fino a ieri ti caratterizzava sembra fermarsi a metà.  Lo sai di non essere stato un buon marito. Lo sai che un sorriso malcelato in un viso contratto non si può dimenticare. Lo sai che non dimentico quei messaggi, lei, il tuo mondo. Ci sarebbe da chiedersi se l'incoerenza in una coppia stia piuttosto nel voler rimanere sempre uguali, come volevi tu, quando cercavi il diverso altrove. 
Ma, amore mio,  la ricordo bene la notte trascorsa. Ricordo bene la potenza, la furia, la forza, l'ardore e l'energia del tuo amore, traspirante da ogni poro, desideroso di regalarsi. Ricordo le tue carezze vellutate, le mani grandi aperte su di me.
Ora però, il tuo silenzio è incredibilmente eloquente, mi spaventa. Sei immobile e piangente perché ti senti in colpa ? O sei silenzioso e triste perché provi pena per me? 
Amore, vorrei strapparti quell'abito stretto che hai cucito addosso. Per farti liberare le emozioni ancora una volta, come stanotte, per il resto del tempo che mi rimane da vivere con te, che sarà davvero poco. Parla amore mio, parla ti prego. La mia anima trema davanti al vuoto, al tuo granitico autocontrollo, al tuo sguardo severo. 
Ecco finalmente.  Decidi di parlare .
La voce fioca e affannosa gronda tristezza. Indietreggio disorientata. Ho paura del tuo abbandono ancor più della morte. No, non tenermi quella maschera, ti prego amore mio.
Nascondo la faccia tra le mani, lo sguardo vago, perso nel vuoto mentre la tua espressione indecifrabile attira le mie pupille voraci, dritte sui tuoi occhi. 
Sono pronta. Vedo la tua figura più grande di quella che è, come se venissi ripreso dal basso.
Sento il cuore pesante come una sbarra di acciaio, i muscoli contratti, l'addome gonfio. La testa pesa come un macigno e le idee ballano senza tregua, tra i cattivi pensieri. 
Ti avvicini, mi prendi il mento con le dita sollevandolo piano verso il tuo volto. Con il pollice accarezzi la mia guancia mentre infili l'altra mano tra il mio collo e i capelli, facendoli scivolare tra le dita. Sarebbe tutto così romantico, sarebbe tutto così facile con due parole sussurrate adesso.
Ed è proprio così che accade.
"Ti amo Laura". 
Ti amo mi sussurri piano, mentre un'altra lacrima non sa  trattenersi.
"Ti amo donna della mia vita". 
Era il regalo più bello che mi potessi fare prima di morire. 


Laura combatte tutt'oggi contro il cancro. 
Lo definisce così il suo amore: travolgente, impetuoso, profondo, ricco, magico, unico. 

13 settembre 2015

Tu chiamalo se vuoi miracolo, fede o amore per la vita. Viaggiare mi ha salvato la vita.

Non potete minimamente immaginare le cose che ho visto.
Non avrei potuto se fossi morta prima. La mia grande fortuna è essere arrivata a sfiorare la morte solo ora, a ottantacinque anni e ad essere sopravissuta.


Il cancro, come una sagoma massiccia indistinta, ha bussato alla mia porta un anno fa. 
Ho portato un sacchetto sulla pancia per alcuni mesi e ricevuto la notizia che non avrei mai voluto ricevere. Dall'esame istologico sul pezzo operatorio, qualche linfonodo positivo mi avrebbe obbligato alla chemioterapia. Silenzio. Il peggior silenzio è quello che non sente e che non parla. E' il cancro.
Come avrei sopportato all'età di ottantacinque anni il lento e progressivo consumarsi e spegnersi di una candela? Oh certo, un baratto con la sopravvivenza, con qualche prezzo da pagare, forse. O forse no. Io ho scelto di non fare nulla, di affidarmi a Dio, alle preghiere e alla forza in me. Mi sono sentita risucchiare da un vortice di elettricità.
Io, che tanta strada in giro per il mondo volevo ancora percorrere insieme a mio marito, e agli amici e ai nostri figli, e nipoti e pronipoti, e agli amici degli amici. Che senso avrebbe avuto temere costantemente la fine riducendo l'esistenza terrena ad una morte in vita? Volevo che la vita fosse più forte della morte. Volevo viaggiare ancora.
Si perchè nella nostra vita "il viaggiare" è stata la spinta propulsiva a tutte le cose. E' stata la nostra medicina nei momenti bui. La ricerca della novità per il nostro lavoro. Lo svago e l'impegno sociale. Abbeverarci di cultura, gustare sapori d'ogni dove, carpire i segreti della lunga vita dei Maya. Che si trattasse di piccoli tour, brevi visite, una mostra, lunghe attraversate o interminabili voli, la curiosità ci ha spinto a porci molte domande e a cercare le risposte tra i popoli, le culture, la gente vera, i mercatini e le favelas. Si viaggiava con il libro in mano, in cerca di quel luogo di interesse, ma anche di quello che non veniva mai descritto o fotografato.
Lo ammetto, la fortunata e agiata vita in cui mi sono ritrovata dopo pochi anni di lavoro, le giuste scelte economiche e le strategie della nostra impresa, hanno contribuito a costruire un grande patrimonio. Ma il cancro, come vedete, non ha preferenze. Che tu sia ricco o povero, che sia un avvocato o un medico, un operaio o una casalinga, lui, non ti guarda in faccia, ed entra senza bussare nè chiedere il permesso, in un bel giorno di primavera, quando le gemme ti ricordano il risveglio della natura e i primi soli sbracciano magliette risaltando la pelle schiarita dall'inverno. 
Da bambina ammiravo mio padre lavorare un piccolo pezzo di terra, due vitigni, e tre alberi da frutto, e con quattro spiccioli in tasca e una bicicletta, si partiva con gli amici per chissà dove, in cerca di cose belle. Quelle viti, nascondiglio dei giochi d'infanzia e di scorpacciate di sottecchi, sono diventate oggi il nostro impero. Nessuno lo avrebbe immaginato.
Ancora oggi a Bangkok, calda e travolgente come il vento del sud, dove ritorno spesso, cerco qualche spicciolo in tasca per un Khao Pad, un tortino di riso che adoro, ma ne lascio molti di più ai piccoli bambini che mi tendono la mano, affinchè possano comperarsi una bicicletta e andare a scoprire il quartiere. Ma loro hanno solo fame e sete di acqua pura. Hanno fame di vita. Ed io, che di vita ne ho già vissuta abbastanza, ho deciso di regalare loro quella che mi resta. Morirò qua con loro, in qualche parte del mondo, tra i ricchi o i poveri, i bianchi o i neri, in mezzo all'odore pungente di curry e spezie o sotto ad un cielo minaccioso, come un gocciolante serbatoio di latta consunta, non so dove mi troverò quel giorno. Ma di una cosa sono certa. Lo avrò girato tutto questo mondo meraviglioso. In fondo sono bastati ottanta giorni a qualcuno, ed io ce la posso fare.

Oggi sono trascorsi quasi tredici mesi dalla mia diagnosi infausta e la tac parla chiaro. 
Non segni di malattia. Miracolo? Dio? Tu chiamalo come vuoi, io la chiamo energia.
Allora diamoci da fare, che in Brasile ci aspetta il nostro centro per i bambini orfani, e poi Las Vegas che è poco più su. Faremo un giretto a Bali, dove il cielo sembra grattato con la paglietta, e nella baia di Sidney, a spolverare i colori tenui del tramonto. Una tappa tra le nubi squarciate dai grattacieli di Hong Kong e tra le luci danzanti delle candele della Pechino by night. Lo voglio tutto questo mondo di vita. 

Guglielmina, detta Mina, è la proprietaria del colosso mondiale Astoria vini, ed è stata una mia paziente.
La ringrazio immensamente per avermi consentito di scrivere la sua storia, che nasconde, forse, il segreto della sua sopravvivenza. 

                                           Siate grati al mondo per le bellezze che vi offre
                                                           Abbeveratevi di cultura
                                                                 Nutritevi di sapere
                                             Mangiate quanti più libri potete e viaggiate,                                                                                                        viaggiate, viaggiate se potete
                                                                     E se non potete, 
visitate un museo, 
un piccolo borgo, 
una mostra, 
una fiera, 
un teatro, 
una libreria. 
Troverete un mondo, 
proprio là. 

 (Fanni G.) 


In centro storico con il tacco a spillo proprio no

I tacchi vertiginosi vanno usati raramente. Ma io non posso farne a meno.
Calzare questo tipo di scarpe porta ad una postura completamente alterata, per compensare il disequilibrio e il rischio di cadute.
Tralasciando i numerosi problemi alla schiena causati dal tacco dodici, è il pavimento pelvico a pagarne le spese maggiormente. Il peso del corpo è direttamente concentrato sui muscoli vaginali e questo può aumentare il rischio di prolasso della vescica o causare un abbassamento dell'utero, o ancora predisporre all'incontinenza urinaria da sforzo (=perdite di gocce di pipì quando si tossisce, si starnutisce, si salta, si corre...).

Nonostante una certa esperienza in fatto di pragmatismo e metodologia del pavimento pelvico, ogni volta che indosso un paio di tacchi, mi ripeto come un mantra i tre punti fondamentali del mio io. Contrastano nettamente con la Perineologia ( http://www.pelviperineologia.it/informazioni.html e con quanto il perineo ci insegni.
Punto primo: Volere è potere. Certo, ma non se a pagarne le spese sono il rachide (colonna vertebrale) , costretta a lordosi lombare, il petto, che è eccessivamente in fuori per compensare la lordosi ed evitare di "ingobbirsi spaventosamente", e i glutei, impegnati a sollevarsi mentre si cammina, per farli sembrare più alti. Il tutto porta alla difficoltà di controllo della  muscolatura
addominale, che viene ad essere rilassata e sporgente, pesando sui muscoli vaginali.
Punto secondo: Non fare domani quello che potresti fare oggi. Quindi se puoi evitare di pesare sui muscoli del pavimento pelvico prima di ritrovarti con un prolasso, evita certe posture e limita i tacchi.
Ma io non ci riesco.
Punto terzo: Sii felice. E se non lo sei, fai qualcosa per cambiare le cose, ed esserlo subito, ora. Quindi se hai male ai piedi con quei tacchi vertiginosi, inutile tanta sofferenza, metti le ballerine!.
E voi pensate che io lo faccia?. Non sempre.
E comunque in centro storico col tacco a spillo proprio no, questo non lo devi fare.
Ma io lo faccio lo stesso.
Vi racconto perchè...


L’appuntamento a Piazza del Campo è previsto per le 19.30. La mia pancia esprime il suo incontrollabile brontolio da fame pungente. “Stai zitta pancia brontolona”.
Caspita che bello questo scorcio senese.
Una stretta viuzza medioevale in pietra faccia a vista mi invita ad alzare il capo sulle meravigliose finestre quadrettate stile anglosassone ma con il balcone turchese chiaro, come la nostra casa in Francia, in provenza.
La penombra mette in risalto alcuni particolari del muro di cinta su cui si ergono dei bassorilievi in pietra bianca, rinascimentali probabilmente. Un vaso in coccio con dei fiori celesti sembra messo apposta là, in abbinamento ai balconi, sulle scale secolari annerite dal tempo, fuori dell’uscio. Tale visione è un piacere per gli occhi e per lo spirito.
“Scusi, sarebbe gentile da scattarmi una foto?”. Mi avvicino ad un signore “perbene” , con uno sguardo seducente sotto a sopracciglia squisitamente arcuate, a braccetto con una compagna troppo giovane per lui. Gli porgo l’Ipad pronto per scattare la foto. Direi meglio che un selfie scoordinato.
“Certo! Con piacere”, mi risponde il signore in blu su cui spicca un foulard bianco al collo, avvolgente, stile giovane maturo.
Mi metto in posa con la solita faccia da pesce lesso, le solite braccia penzoloni lungo il corpo, il solito sorriso da imbecille tipo preconfezionato in busta e, a denti stretti dico: “pronta!”.
“Può spostarsi un po’ più a destra?”, mi chiede il tipo.
“Così?”, chiedo io facendo un passo barcollante sul tacco indeciso. Ma la moda è sempre così preponderante nella mia vita? Chiedo tra me e me.
“Ancora un po’…”
Mi sposto di altri dieci centimetri destabilizzando la posizione e ripristinando in men che non si dica il mio precario equilibrio. Ma perché diavolo ho messo i tacchi a spillo su questo selciato di porfido antico dico io!
“Ancora un pochino a destra e riprendo così anche il vialetto”, mi chiede il signore perfezionista che sembra un fotografo di professione, tutt’altro che improvvisato.
Lo capisco da come si inginocchia per centrare l’obiettivo e da come inclina l’Ipad, neanche fosse il mirino di una fucile da caccia!
"Stia più dritta con le spalle, porti il mento in avanti, pancia n dentro", mi corregge come se fosse il mio fisioterapista. Ma chi si crede questo babbeo? Pensa che io non conosca la corretta postura per la stabilizzazione del pavimento pelvico in condizioni di precario equilibrio?. Ma tu guarda !
 "Dai solo un attimo!". Peccato che un attimo possa essere brevissimo o lunghissimo se lo vivi  con un tacco incastrato in una mattonella mentre nell'altro piede due vesciche chiedono pietà !
“Ahhhhh!!! Caviglia mia!!!” Il tacco rimane incastrato tra due mattoncini a tradimento e finisco a terra come un pollo! Il signore divertito non esita a scattare una serie di foto in sequenza!
“Hey!! Scusi!!!” Esclamo con stupore, “mi darebbe una mano ad alzarmi?”. Nemmeno la compagna si avvicina per aiutarmi! E’ là piegata in due dalle risate quella st….. antipatica!
Lui continua a scattare e a riprendere divertito tutta la sequenza!
“Signorina, lei è davvero buffa!, Se pubblicasse questo video clip su you tube avrebbe un sacco di click!”
“Video?” . Pazzesco il signore! Ma tu pensa questo elemento! Io zimbello del suo video clip IO?.
“Grazie del conforto ma ora mi può aiutare?”. Mi trattengo dall’esprimere sguaiate e villane espressioni verbali. Continuano a filmarmi con il mio e dico mio, I pad anche mentre il vento gonfia di aria il mio vestito ed io mi ritrovo sempre a terra paonazza e isterica!
Cerco, da sola, impettita e imbronciata, in totale abbandono, di rialzarmi dalla posizione di pollo in batteria a quella di fenicottero mono gamba. Dato che nessuno di loro due si avvicina per aiutarmi, recito la parte della finta simpatica e invento, alzando il capo al cielo, una scenetta patetica rivolta alla finestra turchese, aperta sopra la mia testa: “Perché mi tratti così?! Te la farò pagare!. I signori mi guardano divertiti ben sapendo che fingo, e scoppiano in una risata scomposta. Più in là, colli allungati spiccano tra una folla incredula che osserva la scena in modo sterile.
“Potrebbe fare l’attrice in uno dei tuoi film”, dice sorridendo la giovane succinta compagna al fotografo improvvisato, guardandomi con un sorriso impertinente. Ha la pelle stracotta dal sole e i capelli scomposti, che le scendono scarmigliati sul viso. Devo ammettere che dire bella è dire tanto.
“In-uno-dei-suoi-film???”. Incredula li fisso con la bocca spalancata e il tacco dodici giallo limone rotto, in mano.
“Sono un produttore e regista cinematografico, le interesserebbe?”.
A monosillabi sembro proprio un’idiota: “ma… io… cer….però…ehm…” Non posso crederci.
“Si o no?”, insiste l’uomo enigmatico , sciogliendo il nodo del suo foulard bianco al collo.
Mi sento come sulla torre del Mangia in Piazza del Campo a 102 metri da terra, tale è l’altezza del parafulmine su di essa. Solo che il fulmine ha colpito me. Non c’è neanche un cavaliere a cavallo per liberarmi dall’imbarazzo? Ah no, il palio è a Luglio!.
“Cer.... cer.... no... no... certo che lei è veramente un tipo..... (non mi viene un benchè minimo aggettivo!).
"Interessante ?", anticipa sardonico,
consegnandomi il biglietto da visita.

Ecco perchè non ho ancora smesso di usare i tacchi !
Il tacco è femminilità, eleganza e sensualità. Se ben portato e se si impara a compensare le pressioni del corpo sul pavimento pelvico, possiamo concederci questo lusso ogni tanto.
Ma il tipo in vestito blu ? No, quello, non l'ho ancora chiamato.


RICERCHE SCIENTIFICHE CHE DESCRIVONO I DANNI DA TACCHI ALTI

Snow RE, Williams KR. High heeled shoes: their effect on center of mass position, posture, three-dimensional kinematics, rearfoot motion, and ground reaction forces. Arch Phys Med Rehabil. 1994 May;75(5):568-76.


Opila KA, Wagner SS, Schiowitz S, Chen J. Postural alignment in barefoot and high-heeled stance. Spine. 1988 May;13(5):542-7.

Coughlin MJ. The high cost of fashionable footwear. J Musculoskel Med. 1994;11:40-53.
Ebbeling CJ, Hamill J, Crussemeyer JA. Lower extremity mechanics and energy cost of walking in high-heeled shoes. J Orthop Sports Phys Ther. 1994 Apr;19(4):190-6.

Kerrigan DC, Todd MK, Riley PO. Knee osteoarthritis and high-heeled shoes. Lancet. 1998 May 9;351(9113):1399-401.

Esenyel M, Walsh K, Walden JG, Gitter A. Kinetics of high-heeled gait. J Am Podiatr Med Assoc. 2003 Jan-Feb;93(1):27-32.

Kerrigan DC, Johansson JL, Bryant MG, Boxer JA, Della Croce U, Riley PO. Moderate-heeled shoes and knee joint torques relevant to the development and progression of knee osteoarthritis. Arch Phys Med Rehabil. 2005 May;86(5):871-5.


The effect of heel height on gait and posture: a review of the literature. J Am Podiatr Med Assoc. 2009 Nov-Dec;99(6):512-8.

11 settembre 2015

Se ha cinquant'anni, li porta molto bene


(A 50 anni il corpo diventa anarchico. Vuole fare le cose che vuole lui. Le palpebre cadono, le rughe si accentuano, i glutei scendono, il pavimento pelvico si rilassa. E a quaranta ?)

Mancano esattamente settantatré giorni al mio quarantunesimo compleanno e mi sento sfavillante.
Se non fosse per qualche acciacco alla schiena, una vampatina qua e là', il naso chiuso, la gola secca, il mal di testa pre ciclo, post ciclo e intra ciclo, i miei 41 anni sarebbero solo memoria su carta d'identità .
Devo fare attenzione ai gradini, con il tacco dodici, le caviglie cominciano a reclamare e la temperatura semi polare potrebbe farmi gelare le dita dei piedi. Non porto mai le calze e un bel giorno mi accorgerò di avere due piedi quando si spezzeranno a metà.
Entro nella grande farmacia avvolta nella mia nuova pelliccia rosa, in finto visone. Il collo e' strozzato in una sciarpa di cachemire rosa pastello e il caldo impetuoso della farmacia mi impone di snodarla immediatamente.
"Buonasera signora "
Ma ho l'aria di una vecchia signora? Mi chiedo. Il panettiere mi chiamava signorina fino a dieci minuti fa, sarò mica invecchiata improvvisamente?
Porgo la ricetta rossa del medico e nell'attesa di ricevere i farmaci mi guardo intorno. Sugli scaffali la' in fondo, creme anti age, appianamento rughe, lifting naturali, botux, mi strizzano l'occhiolino. Controllo i prezzi.
Astronomici, improponibili ad una semplice psicologa come me, esorbitanti.
La farmacista, una signora tonda con una acconciatura a panettone, mi osserva e mi suggerisce il terzo scaffale sulla destra. "Quelli sono per donne over cinquanta , dia pure un'occhiata, c'è un'offerta speciale e se vuole le spiego le proprietà ".
Che avesse voglia di vendermi una Cremina da ottanta euro d'accordo, ma darmi cinquant'anni non lo mando proprio giù e quasi quasi dopo averla mandata a quel paese, le suggerisco una valida dieta dimagrante nel centro vicino a casa mia, brutta strega . La prego gentile farmacista, stenda un velo di zucchero su questa dura realtà! Maschero la mia perplessità abbassando lo sguardo. Tiro le palpebre con le dita e distendo le rughe intorno agli occhi come se fossero di pongo. Rialzo lo sguardo in cerca di uno specchio al quale chiedere di sorridermi addosso. Ti prego specchio delle mie brame dimmi che sono la più bella del reame!.  Il farmacista uomo nota la scena. Ha un ciuffo di capelli dritto sulla pelata, è' orribile. Se non fosse per il camice che indossa direi un tragico scherzetto della natura. Mia torniamo alle mie rughe.
La panettona in camice bianco esce dal bancone e si avvicina a me con gli occhiali sulla punta del naso. "Se ha ci quant'anni li porta molto bene", aggiunge.
L'ho mandata dritta dritta a farsi benedire. Tra me e me intendo. Sono una signora io. Sorrido, ma non troppo, per non farle credere che il mio viso rugoso le dia' ragione, ascolto le sue balle sulle proprietà delle creme in esposizione, ne provo qualcuna sul contorno occhi, qualche altra sulle mani, la farmacista decanta le proprietà del botux e del filler. E tra un flacone ed una scatoletta decido che è' tardi ed è' meglio pensarci un po' su. Il mio ego sconvolto e tradito da una faccia che non sento mia è' finito sotto alle scarpe.
Signora sono trentacinque euro dei farmaci. Quel "signora" tuona nella mia testa come un temporale estivo.
Estraggo la carta di credito. Le mani increspate dal freddo esaltano la mia pelle secca . Sembrano quelle di una signora di una certa eta'.

"Me le dia tutte".
"Prego????"
"Si, me le dia tutte le creme dello scaffale"
"Ce...cer...certo signora", risponde incredula la farmacista col tupé.
Le farò vedere io la prossima volta. Operazione anti age, inizia la battaglia.


Prenditi cura del tuo corpo con l'esercizio fisico ed una sana alimentazione. Non esistono altre formule magiche.
http://pelvicstom.blogspot.it/2015/09/ben-essere-o-bene-stare.html

Ben-essere o bene-stare ?


(Viaggio attraverso i benefici dello shiatsu nelle contratture del pavimento pelvico. Ogni riferimento è... puramente casuale.)

Qui a Roma non fa così freddo come a Padova. Ho caricato la valigia soltanto di indumenti pesanti e nessuna, dico nessuna magliettina leggera. Qui in hotel, alcuni sembrano pronti per andare in spiaggia, altro che le mie paranoie per un look professionale. "Quando lo shiatsu incontra la PNEI" , è il titolo del congresso. La psiconeuroendocrinoimmunologia è stata così affascinante durante gli studi universitari che continuo a leggere saggi in tema. Sulla mia libreria ne conto ventitre. Il mio ultimo libro letto è stato un magnifico di Sapolsky: “Perché alle gazzelle non viene l’ulcera”, lo consiglio vivamente. Quanto vorrei essere una gazzella.
Fuori della sala congressi, la sessione serale ospita alcuni stand espositivi di libri tematici che è possibile acquistare; molti parlano di shiatsu. Ho appena deciso di acquistare “Trattato professionale di shiatsu” con l’idea che già mi balena in testa da tempo, di iscrivermi ad un corso triennale, non appena rientrerò a Padova.
I benefici sulle contratture del pavimento pelvico sono indiscutibili e per il mio lavoro. “Caspita!”. Il libro mi scivola accidentalmente dalle mani e mi chino a terra per raccoglierlo. La gonna a tubino è così aderente che sono costretta ad una casta acrobazia per non far esplodere lo spacco posteriore. Mi sento gli occhi puntati dalla vita in giù.
“Dottoressa..”, mi titola il rappresentante con la scriminatura di capelli nel mezzo, la' di fronte al pannello pubblicitario, “se desidera, stasera alle ore 21 terremo una seduta dimostrativa di shiatsu nella sala venere, vuole iscriversi?” . Deve aver capito che sono interessata perché più che un annuncio sembra un invito. “Venga dottoressa le faccio vedere la sala se desidera”. Il rappresentante eccessivamente palestrato a mò di pallone gonfiato, non troppo giovane d’età a vederlo, mi invita. Lo seguo. “Lei ha un nome molto dolce”, incalza di spalle senza voltarsi verso di me. E’ una forma grammaticale carina per dire ridicolo? Penso tra me. E dove avrà letto il mio nome?. Non ribatto e lo guardo sghembo. "Fanny di nome o di fatto?”, mi chiede prendendomi in giro. In un nanosecondo il suo punteggio si azzera, e pensare che mi aveva fatto una bella impressione il ramollito. Non rispondo, improvviso un volto tenebroso e serissimo, offeso. Lui si gira di scatto: “Scherzavo dottoressa!”, si scusa. Entriamo nella sala venere: una cinquantina di lettini da massaggio in pelle bianca sono ordinatamente in fila. Profumano di legno di acero. Per terra, altrettanti tappetini imbottiti color marrone con un asciugamano bianco piegato sopra ognuno. In sottofondo, musica new age, rilassante, riporta gli effetti sonori della natura. “Mi iscrivo”, dico con fermezza. Questa sala è davvero rasserenante.
“Benissimo Fanny, dovrei farle compilare alcuni moduli, possiamo tornare allo stand?”. La sua voce si era fatta più enigmatica, bassa. Firmo il consenso alle pratiche senza leggere la benché minima frase in minuscoletto. Non ho gli occhiali, mi fido. Soliti formalismi burocratici.
L’ultima relazione, nella sala principale del congresso, è terminata. Deve essere stata piatta e monotona per molti, perché parecchi colleghi sono usciti prima dell’ultima slide.
Vado in camera a prepararmi. Mi chiedo chi possano essere i volontari pazienti. E se ci massaggiassimo a vicenda? Oddio No! . Non ho una tuta, disperazione.
Sul cuscino il mio pigiama grigio assomiglia vagamente ad una tutina super sexy da palestra ma… non posso mica scendere in pigiama! Rovescio l’intera valigia sul letto. Accidenti, neanche una misera maglietta a maniche corte in questo cavolo di trolley, né un paio di leggings. Le uniche calze che ho sono un paio di cotone biancolatte, tipo prima Comunione! . La canotta in pizzo intima potrà andare bene?. Scarpa. Ecco, solo decoltè con tacco a spillo. Bene. Una infermiera in pigiama con i tacchi a spillo. Rideranno tutti, in primis il rappresentante extralarge con la chioma piazzata, che già ha riso per il mio nome. Indisponente urtante. Penso che metterò la ciabattina infradito con i jeans e la canotta in pizzo. Il reggiseno l’ho preso? Per tutti i fulmini dove l'ho messo? E chi poteva immaginare la seduta di shiatsu in tarda serata? Eccolo, trovato. Vabbè scendo a cenare poi vediamo.
Mi siedo nell’unico tavolo con un posto libero, in compagnia di tre colleghi uomini. Nessuno si è iscritto al corso dimostrativo di shiatsu. Chiedo alcune informazioni ad uno di loro. E’ il biondino più giovane, quello con i capelli che assomigliano a stuzzicadenti piantati in una patata, che ha partecipato l’hanno scorso. “E’ un'esperienza esilarante, mi dice. Io sbarro gli occhi impalata. "A turno, o si massaggia o si viene massaggiati secondo la tecnica shiatsu. A turno, secondo una progressione circolare".
"Cinquanta persone che ti mettono le mani addosso ??". Chiedo. Non respiro.
“Stai scherzando vero?”, chiedo incredula. Lui fa spallucce e aggiunge: "Cinquanta persone che ti tastano, ti sfiorano, ti maneggiano, ti trattano, ti accarezzano, effettuano digitopressioni terapeutiche". "Ti palpeggiano???”. Chiedo ancora mentre deglutisco l’ultimo sorso d’acqua gassata del mio bicchiere. “Certo cara mia! E cinquanta persone che tu tasti, sfiori, maneggi, tratti, accarezzi e palpeggi, con la sola pressione delle dita. Sarai felice finalmente no?”. Il collega Padovano mette il coltello nella piaga. “Fanni non essere bigotta per favore”, mi dice mister Andrea, il plurilaureato del gruppo. “Fanni sembri la classica collotorto bacchettona. Cosa pensi sia lo shiatsu?”, sottolinea ironico Sancio Panza, collega romano un tantino sovrappeso. "Sono una donna impegnata lo volete capire ?". "Shiatsu terapeutico Fanni". Vabbè ragazzi, vado allora. A stomaco pieno sarà davvero il massimo”. Affermazione sarcastica. “In bocca ai lupi”, recitano in coro i colleghi perbenisti. Mi sa che bigotti e bacchettoni sono proprio loro. I primi della classe direi.
Mi presento in pigiama, con una canotta in cotone blu, senza reggiseno e in infradito, ma giuro a me stessa che i pantaloni non li sfilo. L’estetista mi aspetta martedì per la ceretta, sono intoccabile, inguardabile, una scimmia al tatto.
“Buonasera a tutti. Accoppiatevi”. Al microfono un’assistente ci da il benvenuto così.
"Ho capito bene?". Mi avvicino timidamente all’unica persona non ancora accoppiata. Una settantenne in kimono giapponese, buffa. “Piacere io sono Fanni e lei?”, chiedo.
“Io sono Clara. Insegnante di yoga. Piacere mio Fanni, lavoreremo insieme stasera”.
Un respiro di sollievo. Clara è una presenza rassicurante, consolatoria. Decido di rimanere. Tra pochi minuti entrerà l’insegnante e inizieremo. La “nonnetta” in kimono ha deciso che sarà lei la mia cavia e questo francamente mi solleva. Eccolo, sta arrivando il maestro.
Cosaaaa??????!?!?!?
Un metro e novanta per non so quanti centimetri di giro-spalle ben in mostra, fasciate da una t-shirt grigio chiaro. Biologicamente, una razza unica.
Deglutisco a malapena per lo stupore di una visione così dionisiaca. Balbetto. “E’…è… è… lui il ma-e-stro, Clara?”. Chiedo con un filo di voce roca.

La prima mezz’ora è trascorsa in un batter d’occhio. Di tanto in tanto il maestro passava tra i lettini per le correzioni verbali. Ora tocca a me sul lettino. Io e Clara abbiamo raggiunto un grado di confidenza che mi consente di liberarmi dal pudore dei miei peli superflui effetto grattugia formaggio. Lo shiatsu ti riequilibria energeticamente, diminuisce lo stress, ti dona benessere, ed io sto bene ora.
Sfilo i pantaloni. Tolgo anche la canotta di cotone blu. Clara mi copre il bacino e il petto con l’asciugamano bianco. Una spugna morbidissima. “Ma…Che fa il Bronzo di Riace? Clara! Il maestro viene verso di noi?”, chiedo in ansia. Tachicardia. Sudorazione profusa.
“Bene dottori, colleghi e futuri operatori shiatsu, adesso vi dimostrerò, alcune tecniche manipolatorie con uno di voi scelto a caso”.
Paralisi.
Svengo. Nuda, peli, ceretta, grattugia formaggio, mostro, firma, rappresentante panzone dalla testa piazzata, amici bigotti…….il mio cervello è improvvisamente in black out.
Voglio scappare. “Fanni hai firmato il consenso non puoi.”, mi sussurra Clara all’orecchio “è solo benessere, vedrai”, insiste.
Signora posso provare con lei la tecnica ?
La cavia era Clara !
Ah che sospiro di sollievo! .

O magari bastavano una ceretta, una tuta e tre amici perbenisti in compagnia.

Lo Shiatsu, lo Yoga, Il Pilates e il training autogeno sono tecniche complementari alla medicina di assoluta efficacia sui disturbi del pavimento pelvico.

5 settembre 2015

Cara, dolce, amata pensione

Il racconto e' tratto da un fatto realmente accaduto. Lo dedico a lui, che oggi non c'è più.

Mi immaginavo, nel giorno in cui avrei ricevuto quella lettera, seduto sul muretto di casa con mia sorella e i miei vicini di casa, a brindare con prosecco, patatine e olive verdi. Quando sulla busta leggi INPS, e finalmente scopri che la tua vita lavorativa e' terminata ed inizia quella che dovrebbe essere la favolosa da pensionato, il tuo cervello comincia a farneticare. Pensi a quello che potrai fare l'indomani mattina, agli hobby che finalmente riuscirai a coltivare, ai viaggi che hai ancora da fare e agli amici con cui potrai uscire. Oppure pensi ai balconi di casa da sistemare, al prato da rifare, a quella macchina da verniciare, a lavorare ancora insomma, ma con la leggerezza di chi vuole godersi ogni giorno di ogni mese di ogni anno di vita prima della morte.
Me lo immaginavo così, quel giorno. Invece il destino ha voluto che il giorno prima ricevessi il referto istologico del mio polipo al retto. Cancro. Intervento previsto la settimana seguente.
Perché ? Maledizione perché ???
Non ho forse sudato abbastanza, pagato tutte le mie tasse, lavorato dodici ore al giorno in quella fornace che ha abbrustolito ogni mio singolo capello, oltre che tutte le punte delle mie dita, ridotto il mio corpo ad un fruscello secco, non ho dato forse abbastanza a quell'altoforno che rubava il respiro per il caldo asfissiante, fatto dormire la notte solo a settimane alterne per i turni massacranti, e fatto si che contassi ogni ora di ogni giorno mancante alla mia pensione?
Perché ?
Ho affrontato l'intervento, la stomia, il sacchetto sulla pancia, i drenaggi, la chemioterapia e trentacinque sedute di radioterapia con il sorriso. Io volevo vivere. È' stato come attraversare un tratto tortuoso sconnesso, sotto la vegetazione inselvatichita. Un sentiero zigzagante. Un campo irradiato da muta ostilità . Io l'ho percorso.

La lettera dell'INPS, giaceva immobile sulla credenza. Era appoggiata sulla busta scorticata.
Non avevo avuto il coraggio di usare il tagliacarte d'argento per aprirla. Quell'arnese mi ricordava il terribile gesto del mio amico, due settimane fa, per il fallimento della sua ditta.
Intanto, sul mio conto, si materializzavano potenziali sogni da realizzare: si accreditavano inutili e sterili soldi tanto sudati.
Un giorno, decisi che avrei dipinto tutti i balconi scrostati e costruito il mobiletto per le scarpe. Martellavo i chiodi sulle assi di legno di pino. Profumava di resina e di bosco. Pensavo alla libertà, e anche alla morte. Mi vedevo nella cassa rivestita di raso viola, vestito di bianco. Mia sorella piangente e i miei vicini di casa, sopra di me, con facce funeree. Le uniche persone che nella vita hanno imparato a conoscermi veramente. Cacciavo quell'idea atroce, avevo paura. Niente fa più paura della paura stessa.
Anche quel giorno ero lì' seduto. Bubi, il mio cane, mi scaldava le caviglie, steso sui miei piedi. È' come l'anima, che trema davanti al vuoto, ed ha bisogno di un contatto ad ogni costo.
Cominciai a sentire un forte dolore alla pancia. Forse avevo mangiato troppo, forse preso freddo, forse bevuto l'acqua ghiacciata, o forse, il male si stava impossessando del mio corpo, e fui preso dal terrore. Avevo terminato le terapie da due settimane. Entrai in casa e presi quella busta, quella della fatidica lettera di pensionamento. Avevo millantato di scendere a compromessi con il mio destino. Mi sarei comportato bene anche da malato, avrei preso le medicine e i veleni anti cancro. La morfina per i dolori e le flebo idratanti. Sventolavo quella lettera tra le mani, la passavo tra le dita come una carta da gioco. Piansi. Ed era la prima volta che il mio viso conosceva l'amarezza delle lacrime.
Poi, presi la scala più alta che avevo, la appoggiai al granaio. E su, sul cornicione smozzicato. Volevo far correre gli occhi a briglia sciolta, insieme ai pensieri.
Era strano quel giorno, ero vestito di bianco.
Salii sullo sgabello, la busta in mano, il mal di pancia.
Il cappio strinse il mio collo senza farmi provare dolore.
E con un gesto rapidissimo, tutto finì' in quel nero istante.
E mentre la busta volava giù, in mille pezzetti di carta,  che turbinavano in mulinelli impazziti, gli occhi erano stravolti dalla meraviglia.


G.P. Si è tolto la vita quindici giorni fa. Era un mio paziente. 

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