27 settembre 2015

Domani mi opereranno

Ecco cosa prova un paziente prima di un intervento chirurgico

Domani mi opereranno ed io ho capito tutto. Mi toglieranno quella brutta bestiaccia dall'intestino, forse mi metteranno un sacchetto sulla pancia, quattro o cinque "cannette", un catetere, due drenaggi, un sondino, due aghi, cinque flebo, una maschera per l'ossigeno, le calze alla gambe. Semplice. "Andrà tutto bene", mi hanno detto. Facciamo che li opero io ?.
Stasera mi sembra che qualcuno mi sia passato sopra con un camion. Avanti e indietro in retromarcia, soffermandosi sulla testa, appiattendola come una polpetta, per poi sgommare in partenza.
Giace in minuzioso e scrupoloso ordine il kit del lavaggio antisettico sul comodino. Devo fare la doccia prima di addormentarmi alle 23.50. Rotolo un'agendina tra le mani, dalle pagine sgualcite a forza di sfogliarle, con le indicazioni dietetiche dei giorni precedenti. Niente scorie e un gran "beverone dolce-salato" che pulisce tutto l'intestino, terminato ieri. Dalla mezzanotte digiuno assoluto e domattina ore sette e trenta, giù in sala operatoria. Preciso. "Scusi a che ora mi opereranno?". 7.30. Già, glielo avevo già chiesto quattro o cinque volte.
Ho firmato il consenso, riletto i rischi, letti nuovamente e poi ancora e ancora. Ma io ho deciso. Voglio vivere.
E' strano come  io abbia paura della mia stessa paura. IO, che sono nato sotto le bombe della seconda guerra mondiale, mi sento stasera come un soldato indifeso, senza mimetica e senza armi.
Il medico lascia la mia stanza dandomi la mano con un "arrivederci a domani". L'infermiera lo segue alle spalle, voltandosi dalla mia parte solo per ricordarmi il digiuno dalla mezzanotte e la doccia con il colorante giallo limone dall'odore di alcol, il camice operatorio e la cuffietta ai capelli. La signora che raccoglie il vassoio della cena consumata dal mio vicino di letto, entra intimorita ed esce silenziosa. Il mio compagno di stanza si trascina faticosamente sul paletto della flebo, dolorante, pensa a sè. Nessuno mi chiede come sto.
Sto male.
Male dentro.
Mi sforzo di pensare a questa settimana da "malato". Passerà in fretta, dico tra me e me. Ho l'orto da sistemare, la casa da dipingere, i nipotini da guardare. Avevo appena sistemato la bicicletta e prenotato il viaggio in Puglia con la macchina nuova.
Sto male.
Mi sento strangolare da questa attesa asfissiante. Mi ossessiona l'idea di non svegliarmi dopo l'anestesia e vedo il mio volto fasciato da bende e garze. Cosa centra il mio viso? Mi taglieranno la pancia !. Scaccio i pensieri rapidissimi che fluttuano nel mio cervello impazzito.
Scendo dal letto, vado in bagno, mi ristendo, mi rialzo, mi ristendo e mi rialzo secondo un rituale schizofrenico. E' ansia.
Vedo il mio calvario impresso su questi muri, l'attesa è come una tortura prima del patibolo.
Sto male.
Fisso il campanello che chiama gli infermieri in caso di bisogno. No.
La mezzanotte sembra lontanissima ed il balletto delle mie gambe fa una pausa mentre contemplo il mio cervello lambiccarsi.
Mi specchio sulle finestre buie. Sono io quell'immagine riflessa. La mia ombra si fa scudo dietro di me. Suona il campanello, mi dice.
Decido di chiamare l'infermiera.  Con gli zoccoli scalpitanti arriva in pochi secondi.
Una carinissima infermiera si avvicina a me con voce flebile. "Ha bisogno?", mi chiede.
Si. Io ho paura.

Quell'angelo si è seduto accanto a me, mi teneva la mano. Non so quante ore siano passate. Ricordo solo di essermi svegliato il giorno dopo alle tre del pomeriggio. Ero lucido, tranquillo, senza dolore. Avevo il sacchetto sulla pancia, quattro o cinque "cannette", un catetere, due drenaggi, un sondino, due aghi, cinque flebo, una maschera per l'ossigeno, le calze alla gambe, ma nessuna paura. Se ne era andata con la mia ombra, la sera prima chissà dove. Magari fuori dalla finestra, o in un'altra stanza, in un'altra testa, dove l'ansia trova spazio e tempo. Magari l'aveva rubata quell'infermiera.
                                                                   



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