18 settembre 2016

Alimentazione e stili di vita nel cancro del colon retto



Dott.ssa Salvioli

Dott.Gava 

Dott. Pesce 

Dott. Roche 

Dott. Gava

Duo acoleo, Anna e Paola 

Il teatro . Posti esauriti.

Alimentazione e corretti stili di vita nella prevenzione del cancro del colon e retto. 
Se ne è parlato mercoledì 14 settembre, alle ore 18.30, presso il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto, in un convegno aperto alla cittadinanza e organizzato dalla  Chirurgia generale dell’ospedale di Castelfranco (Direttore Dott. Pavanello M.) con l'aiuto dell'Enterostomista Fanni Guidolin e del responsabile di coloproctologia Dott. C. Sernagiotto.
Il Comune di Castelfranco Veneto ha dato il suo patrocinio insieme alla  Lilt (Lega italiana lotta ai tumori) e all'Aiscam (Associazione incontinenti e stomizzati dell’Ulss8). Sono intervenuti esperti a livello nazionale tra cui Beatrice Salvioli, dell'Istituto Humanitas di Milano, e Bruno Roche, dell’Unità proctologica HUG di Ginevra, ingaggiati dal Dott. sernagiotto. 
In platea c'erano l’assessore alla Sanità di Castelfranco, Sandra Piva, il presidente della Lilt di Treviso, Dott. Alessandro Gava, il presidente di Aiscam, Giuseppe Pesce, il vicepresidente Reginato Attilio, Il responsabile locale LILT Dott. Celegon con Laura Condotta. 
Il moderatore è stato ancora una volta il responsabile della coloproctologia del San Giacomo, Carlo Sernagiotto. L’evento si è concluso con il concerto a quattro mani del Duo Acoleo (Anna e Paola Acoleo), pianiste diplomate al conservatorio di Castelfranco Veneto, vincitrici di numerosi premi nazionali e internazionali. 
L'evento ha realizzato il tutto esaurito e molte persone non sono potute entrare per i limiti di sicurezza.
Questo è un segno di sensibilizzazione alla tematica e di interesse allo "stare bene", sempre e meglio.


In foto il Dott. Pavanello M. Direttore Chirurgia ospedale di Castelfranco Veneto

In foto: da sinistra Il Dott. Pavanello, Dott. Sernagiotto e l'enterostomista Fanni Guidolin

4 settembre 2016

Eutanasia

Sbucava dalla cerniera del borsone una palla di pelo color caramello.
Teneva una mano sulla spalla la mia paziente, per reggere la borsa che sembrava davvero pesante.
Quando ci siamo incontrate, eravamo sul corridoio del piano terra, vicino al centro prenotazioni dell'ospedale.
Non l'avevo riconosciuta subito con la bionda parrucca. Era tale e quale  ai suoi capelli. Ma Elena non li portava mai con le punte all'insù e questo mi mise il dubbio.
Stava andando a fare la chemioterapia, per la seconda volta. No, non la seconda seduta, ma per il secondo tumore, sbucato dal nulla dopo dieci anni. Lei, si beffeggiava di questa sventura, e la considerava un altro incidente di percorso. Quella macchiolina sul polmone doveva sparire prima o poi.
Camminava a passo frettoloso con i piedi in un paio di tacchi comodi, "zeppati", alti. Si lisciava di tanto in tanto i capelli nuovi. Sorrideva.
Mentre reggeva la borsa sulla spalla, con l'altra mano teneva la palla di pelo incastrata tra la cerniera e la tasca. Il cucciolo voleva uscire fuori e sbirciare attraverso la fessura. Probabilmente sentiva che giocherellavo con le chiavi, in tasca, mentre parlavo con lei. Il rumore lo incuriosiva.
Elena portava con sè il cagnolino dovunque andasse. Ormai era parte di lei, ma era ammalato anche lui, incredibilmente. Assumeva cortisone e antibiotici come lei. Una simbiosi che poteva sembrare assurda, eppure quella creatura infilata nella fodera, soffriva per un tumore intestinale. Il veterinario gli aveva proposto, ironia della sorte, una stomia, una derivazione, ma Elena aveva preferito di no. Lo avrebbe portato dal veterinario per la soppressione se lo avesse visto soffrire.
Lei intanto si sottoponeva a otto cicli di chemioterapia e il suo tumore avanzava impavido anzichè arrestarsi.
Quando non riusciva più a stare senza ossigeno e cercava l'aria anche sulle pareti, la inghiottiva più che poteva e supplicava il medico che le facesse una iniezione letale. Alle domande fitte, continue, riceveva risposte liquide, frammentate. Non poteva più soffrire così tanto. Al suo cucciolo non lo avrebbe permesso.
Da quando Bubi era morto, anche lei aveva smesso di lottare. Lui non si era nemmeno accorto che un lungo sonno gli fosse stato indotto. E se da una parte Elena fosse felice per questo, dall'altra, nulla riusciva a colmare quel vuoto.
Elena si chiedeva ogni giorno come mai in alcuni paesi esisteva l'eutanasia e in Italia no.
Se lo chiedeva tutte le sante sere, quando, con le lacrime agli occhi si aggrappava al bordo della sedia per riuscire a stare seduta, con la fame d'aria che la impauriva a morte. Era come se avesse due coltelli affilati tra le costole. Con il cinque per cento di funzionalità polmonare, respirava superficialmente a stento, non parlava per non consumare fiato. Si spegneva piano, come una candela di cera, con una sofferenza indescrivibile.  Ed io restavo lì, impotente, a vedere la crudeltà della natura farsi largo in un corpo esile e armonioso, e la violenza furiosa di un terremoto interiore che è ancora peggio del cancro, e  la cui causa è ...l'uomo stesso.
Non siamo in Svizzera purtroppo.


1 settembre 2016

Lassù nessuno mi vuole

E' seduto nell'ultima poltroncina della fila Ennio, il mio paziente.
Con il busto chinato in avanti e lo sguardo fisso a terra sembra disperato. Finisco di parlare con un altro signore, poi tocca a lui. Il suo corpo sembra perdersi nell'ampia camicia che porta fuori dai jeans blusanti e anche gli occhiali scivolano sul naso affilato. Il capo gli ciondola. Digita febbrile qualcosa sul telefonino.
Sono trascorse molte settimane dall'ultima volta che l'ho visto e sarà per la luce debole e neonica di questa sala d'attesa  ma il suo volto mi rattrista e mi preoccupa moltissimo. Un mese fa la sua tac evidenziava una terribile ripresa di malattia, disseminata dal bacino ai polmoni, dal colon alle ossa, vescica inclusa. Aveva iniziato un altro nuovo ciclo di chemioterapia potente, sicuro che lo avrebbe distrutto lui, con la forza di volontà, questo cancro maledetto.

"Sei venuto in moto come al solito?" gli chiedo incuriosita per sdrammatizzare. Già, perchè dovete sapere che Ennio è un fuoriclasse sul suo bolide rombante. Un milleduecento stradale che io manco per sogno ci salirei a rischiare la vita. Eppure lui, in sella al suo bestione, ai nostri gruppi di aiuto tra stomizzati, non è mai mancato. Viene per incoraggiare gli altri a lottare, con lui, come lui. Anche quando la chemioterapia gli toglie il fiato e le forze e il viso è ricoperto di brufoli ed eritemi, dermatiti e pelle desquamata che cade ovunque, al gruppo non manca mai.

Ora alza il capo e mi sorride spaventosamente.
I suoi occhi emanano una scintilla folgorante. Mi fissano, imperterriti.
Davvero mi fa paura quel sorriso impeccabile. Paura che non sia vero. Che dietro si celi una sofferenza infinita, un dolore lacerante.
Invece no. Non è un sorriso stampato, nè fisso. E' un sorriso mobile e potente quello di oggi, accompagnato da uno sguardo limpido, sicuro, fiero. La sua faccia, sconsideratamente ottimista, è la vertiginosa certezza di guarigione.
Rimango basita, impalata nei miei zoccoli di gomma rosso lacca, la bocca cucita e le gambe pesantissime quando mi pone il referto.
Dirimpetto a me Ennio sembra addirittura più alto. I capelli sottili e irti, spiccano dalla sua testa come tanti ciuffetti di erba fresca. Sono rinati e lui sembra ringiovanito. Scevro da qualsiasi arrovellamento pregresso. Raggiante.
Non ha più il volto gonfiato dai farmaci; qua e là qualche foruncolo mi rimanda ai veleni della chemioterapia, ma niente di grave. I contorni sono definiti da un'espressione energica. Lui sta bene. Lui sta davvero bene. Non prova nessun dolore e con le lacrime agli occhi mi invita a leggere quel referto pet che ciondola tra le mie mani umide.
E' un esame che evidenzierebbe anche piccole metastasi, figuriamoci nel suo caso quanto avranno captato i marcatori glucidici. Non ho il coraggio di guardare.
"Guarda Fanni!" insiste.
Invece no.
Remissione incredibile della malattia.
"Lassù... nessuno mi vuole", accenna.
Perchè i miracoli esistono.

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