26 settembre 2015

Abbracciami ancora

Dedicato ad Abramo, che mi regala un abbraccio ogni volta che mi vede. Perché quell'affetto impacchettato con il nastro di seta io lo vorrei ancora e ancora e ancora....

" È un tuono infinitamente grande e incredibilmente possente, la notizia della mia ripresa di malattia.
Mi sento come se fossi sfracellato sull'asfalto rovente, in piena estate, già in putrefazione. Mi guardo di lato specchiandomi sulla finestra del lungo corridoio. È' inverosimile come i chili scendano in picchiata. Rotola via il grasso in eccesso e anche quello in difetto . Non ho più riserve. Molle è la mia pelle disidratata e deboli le ossa stanche. Come e' possibile che la vita accenda i sorrisi e spenga un attimo dopo bagliori e speranze ?
Come una smagliatura, la lesione delle certezze avanza. Non guarirò più. La malattia ha invaso tutto,  l'intestino e i polmoni, e il fegato e le ossa, la vescica e un rene."

Si manteneva ad una distanza garbata il mio paziente. Timido era ogni suo gesto, indeciso mi appariva stamane il suo passo.
Mi fissava con occhi stretti a fessura, incredibilmente chiari, più chiari del solito. Manteneva una postura all'indietro, disordinata, differente da tutte le altre volte, quando i centimetri accanto a me facevano la differenza. È' stato fermo davanti a me per un istante.
Un istante può essere breve o capiente, ma pieno. Tale da farti comprendere il significato di uno sguardo o di un interminabile silenzio. Il suo.
Dove era finito quel sorriso impertinente e ironico che fino ad ora avevo conosciuto?
Era trascinato il suo respiro. Consistente, pesante. Non era quello di chi si sente sempre sul punto di esplodere di energia, come quando l'ho conosciuto. Non era quello di un paziente impaziente, che solleva le braccia al mondo per dire quanto bello esso sia e che non ha tempo per la malattia.
Lui, il mio paziente, in quel preciso istante, non era una maschera. Era un volto vero, immaginario contenitore di espressioni e simboli universalmente  negativi .
Oggi la sua barba non profumava di vetiver. Le maniche arrotolate ai gomiti erano una assoluta novità. Mostravano  braccia coraggiose, cotte dal sole ma morbide come gli abbracci che mi sapeva dare. Oggi il suo sorriso stanchissimo e triste sulle labbra mi aveva contagiato. Mi sono sentita perduta, disancorata. Vedevo materializzarsi la muta ostilità che la vita stava irradiando a lui. Un ingiusto colpo di scena. Un ingiusto maltrattamento a colpi di indifferenza.
Avara di parole gli ho preso la mano. Aveva le dita fredde e ruvide come corteccia. È' strano come una stomaterapista possa provare così tanti sentimenti tutti insieme, per un suo paziente. Si chiama empatia, e vi assicuro che è un affetto incondizionato, semplice e puro, un filo che conduce nel cervello dei pazienti, sgretola e disancora i pensieri e aiuta a risolvere i problemi. Mi ha guardato con gli occhi lucidi, gremiti di lacrime, indietreggiando di due passi. Tanto erano grandi le sue braccia per potermi riabbracciare.

Potrebbero interessarti anche:

Archivio blog