10 dicembre 2015

Vi prego, fatemi la chemioterapia

"Sono tre settimane che aspetto questa data con impeto e ardore. Sapere che quel doloroso veleno distrugge ogni mia maledetta cellula tumorale mi fa stare bene. Sono orgogliosa di me stessa. Attendo il giorno della chemio come se fosse un giorno di festa. A casa mi preparo, mi vesto bene e indosso la parrucca. Mi trucco. Un velo di fard, certo, niente di eccessivo. Preparo il tè  in una bottiglietta da bere durante l'infusione del farmaco. Compero qualche rivista di gossip, metto in borsa anche il libro della Dandini (Dai diamanti non nasce nulla, bellissimo) e carico il cellulare, inseparabile compagno. Oggi finalmente, è l'ultimo giorno di chemioterapia poi, forse, i chirurghi mi toglieranno questo sacchetto di feci puzzolenti dalla mia pancia."

Intravedo la sua ombra da lontano, laggiù, lungo il corridoio appena incerato. Si regge incerta al braccio saldo della figlia, ma non sembra più lei. Si avvicina barcollante. La chemioterapia le ha ingrigito il volto, rubato la splendida chioma color nocciola, tolto il fiato, l'equilibrio, le forze. Le ha spento gli occhi, curvato le spalle e accentuato ogni singola ruga del volto. Nonostante una bocca subordinata a parole silenziose, le labbra, appena segnate da una matita rosa, mi regalano un sorriso. Quello non posso dimenticarlo. Lo tengo impresso qua, dentro di me. Si fa spazio tra la pena e la compassione e una tristezza insolita. Perchè non ci si abitua mai al lento sopraggiungere della fine.
Oggi la mia paziente avrebbe dovuto sottoporsi al quinto e ultimo ciclo di chemioterapia ma le piastrine hanno detto basta. O niente terapia, o muori di emorragia. Decidi. Lei ha deciso di rischiare la morte per la vita, nell'inconsapevolezza che il veleno uccide anche il buono, le cellule sane, i guerrieri, gli anticorpi, il sangue, la linfa vitale. Scegliere.
Ma ha scelto il medico per fortuna, di aspettare il prossimo ciclo e la risalita piastrinica. Sempre se ci sarà un prossimo ciclo.
Ed è iniziato il dramma. Questa attesa, esitante e incerta, è il vero dramma per la mia paziente. La sensazione che la morte si faccia largo nel suo corpo piano piano se non viene fermata dai veleni chemioterapici. La certezza che quelle fiale rosse acuminate siano le uniche speranze per il suo male. La convinzione che più ne fai e meglio è. E che prima finisci e prima ti toglieranno quell'impiccio che si chiama sacchetto. Chi glielo dice che l'attesa le ridarà un po' di vita, quando le hanno sempre detto che doveva iniziare la chemioterapia prima possibile? Chi glielo dice che una pausa la tirerà su, quando le avevano prospettato addirittura otto cicli consecutivi? Chi glielo dice che la chemioterapia la sta distruggendo poco a poco, quando fino a oggi ha arrestato il suo male?
No, non glielo dirò io. Perchè ho capito che l'odio e il ripudio per quel sacchetto di feci è il motore della sua forza per sopportare la chemioterapia e il vigore per lottare contro il mostro che sa annebbiare la sua razionalità. E' il rumore assordante contro il tetro e minaccioso silenzio del dolore. E anche se lo penso,  non le dirò che quel sacchetto alla sua destra è la garanzia che il suo intestino non si bloccherà. E non le farò capire che quel sacchetto è un simbolo di vita e non di morte o certezza che puoi vivere senza limiti.  Lascerò a lei , la scintilla febbrile, della libertà di pensare il contrario.
C'è uno spazio e c'è un tempo per accettare la malattia. Un giorno che prima o poi arriverà. Ma la verità rende sempre fiacchi nella lotta, e spesso, è meglio non sapere.

Oggi ho rivisto la mia paziente. Sta incredibilmente bene. Ha terminato la chemioterapia e ha deciso che terrà la stomia per sempre. Perchè, ve l'ho detto, ci sono tempi e spazi per accettare la malattia. Basta imparare ad accompagnarla, sostenerla, ascoltarla, e aspettare...e mai forzare. Così si impara a guarire.

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