Lasciatemi autodistruggere. Le illusioni sono terrificanti streghe.

Racconto tratto da una vita vera. Quella della mia "fu" paziente. Lucide e incredibili dichiarazioni in punto di morte.

"Lasciatemi così, come una cosa posata in un angolo e dimenticata"
Scriveva così Ungaretti, nel 1916, e mi dice proprio la stessa frase la mia paziente sul letto della stanza numero sei, nel giorno che precede l'assurda festa dei morti.
Mi sorprende che a ottant'anni ci sia così tanta consapevolezza della fragilità della vita durante l'esperienza del cancro.
Osservo la paccottiglia del suo comodino che assomiglia più ad un altare laico di amuleti d'ogni genere che ad un appoggio per medicine e flebo. Gina è una donna eccentrica, che non ha mai recitato la parte di una donna speciale, lei è una donna speciale.
Mi siedo lieve a bordo letto prendendole la mano stanca. Sembra quella di un pupazzo di pezza, scarico. Ha gli occhi spenti Gina. Così opachi da non emanare più nessuna corrente vitale. Lo sguardo esausto mi rattrista. Il corpo è pallido, molle.
"Com'è silent questo killer", mi dice con un filo di voce che mi fa rabbrividire.
L'esclamazione vaga a mezz'aria, mentre lei, la mia paziente, si descrive immaginandosi come quando ci si immerge nell'acqua tiepida delle terme. E' come quell'immersione questa morte lenta, che cancella ogni resistenza.
"Le ineluttabili regole dell'esistenza mi imporrebbero di lottare cara Fanni, sottopormi a cure chemioterapiche forse guaritrici, forse devastanti, ed io non voglio morire per colpa di qualcosa o qualcuno. Io scelgo. Lasciatemi autodistruggere vi prego, qui, in questa stanza che sembra un sepolcro già imbiancato, pronto per me, così lontana dalla mia casa colorata e viva. Qui, lontana dalle illusioni che sono solo terrificanti streghe.
E' una sentenza granitica quella che mi spetta. Una sentenza che frulla il mio futuro in piccoli pezzi inafferrabili. Io non avrò più futuro. Un masso inamovibile ha sostituito il mio sangue, la mia linfa, il mio battito cardiaco. Io non voglio cure, non voglio più vivere, non voglio pesare a nessuno.
Ma lo dico solo a te Fanni. Io fingo di scegliere la terribile solitudine della morte. Perchè l'unico modo per sconfiggere la solitudine pare essere fingere di averla scelta".

Oggi la sto osservando Gina. Il respiro manca. Il respiro torna. Rallenta. E mentre il mio cuore è una bussola impazzita, provo un fine distillato di emozioni che da lei mi arrivano filtrate solo da una pallida luce. Quella del comodino. La statuetta del Buddha, due amuleti rossi, il libro di Baricco "Castelli di Rabbia" con il segnalibro a metà, un quaderno di poesie scritto da lei, un fazzoletto ricamato, il disegno dei nipotini, un profumo di talco e una piantina di ciclamini rossi. Questo fu Gina, nel giorno della sua morte.

Qui sotto una sua poesia, rubata da un foglietto sgualcito del suo quadernetto a quadretti. Il libro integrale (titolo : Ieri. Di quel giorno) me lo aveva dedicato ancora in vita.


Illusioni

Terrificanti streghe
le illusioni.
Mostri usciti
dalla faccia dell'oscurità
imbrunano la luce del giorno
e al tocco di mezzanotte sempre
seppelliscono qualcosa di noi.

A Fanni,
affinchè sia importante l'oggi
deve necesariamente esserci 
un grande ieri 
Un Abbraccio 
Gina Zanon 


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