4 gennaio 2018

ANCHE QUELLA E' UNA MALATTIA

Te ne stavi tranquillo su quel divano che ha la chaise longue solo per te. Sprofondato tra i cuscini e la coperta in pile, quella che ti avevo regalato a Natale, lo scorso Natale, quando eravamo felici.
Fissavi la sparatoria alla tv. Uno di quei film da brivido, in cui i narcotrafficanti venderebbero anche i propri figli pur di averla vinta. I sottotitoli mi stupivano. Leggevi la traduzione dalla lingua spagnola, la lingua originale del film. Colombiani forse, o boliviani, i protagonisti.
Io leggevo il giornale e con la mano libera scrivevo a Matti, caro amico, per accordarci sul tour, mentre tua madre (nostra madre o forse dovrei dire solo mia, tu non ne sei degno) spadellava il risotto al radicchio e preparava il ragù al sugo rosso. E' il tuo sugo preferito.
Non vedevo l'ora che mi lasciasse la cucina libera. Avevo voglia di preparare dei dolcetti, così, tanto per passare il tempo. Poi li avremmo mangiati insieme, sul divano, continuando a guardare film. Da quando sei in ferie non fai altro che guardarne uno dopo l'altro. Ti ricordi quando ascoltavamo quelle canzoni diabolicamente orecchiabili su You tube? Almeno là ti muovevi simpaticamente ballando.
Mamma mi aveva detto che avevate avuto una bella discussione oggi. Tranquilla, come dovrebbe sempre essere. Mi aveva fatto promettere di non dirti che lo sapevo.
All'improvviso ti sei alzato di scatto. Hai deciso che eri stanco e annoiato, che saresti uscito con qualcuno non so dove. Basta film sconquassa-cervelli, basta divano ingrigito. Hai cercato le scarpe nuove, quelle da centocinquanta euro che ti sei comperato ieri con i risparmi di un mese di lavoro in fabbrica. Non erano appaiate le scarpe. Non erano dove le avevi lasciate. Stavano due metri più in là, vicino alla scarpiera, dove le aveva messe mamma, non dove le avevi lasciate tu.
Ma non erano appaiate e sei andato su tutte le furie pensando che io le avessi calciate per farti un dispetto.
Poi, come se qualcuno avesse improvvisamente alzato di colpo il volume del mondo, mi hai offeso urlando.
Ti ho offeso.
Mi hai insultato.
Ti ho insultato.
Non hai capito più nulla. Dai tuoi occhi solo fuoco e demoni. Dalle tue parole odio, rabbia, pazzia. Hai scaraventato il telecomando della tv a terra. Non ti sei accontentato di averlo ridotto a pezzi, lo hai raccolto e spezzato a metà ulteriormente. Poi sei passato a me. Mi hai picchiato così forte che pensavo che la testa fosse volata via dal corpo. Mamma cercava di proteggermi e difendermi. E calmarti.
Voleva che uscissi dalla porta, che prendessi una boccata d'aria, che tornassi in te.
Era tutto così assurdo. La stessa scena di un mese fa, e di due mesi fa, e di tre mesi fa, di quattro, di cinque, di ogni santo mese.
Le scarpe non erano appaiate, io ti ho offeso e tu mi hai quasi ammazzato.
Ho provato a chiamare il centododici ma stavi per distruggere nuovamente il mio telefono nuovo. La mamma era impegnata a mantenere le distanze tra me e te, dove solo il fiato ci divideva. Gli insulti che ha subito non potranno venire cancellati neanche da un milione di scuse. Le hai fracassato il cuore, fatto a fette, triturato. Ha il viso pallido ora, come la cenere, e bianco.
Ho rinunciato e sono uscita io dalla porta, lasciandoti parlare con mamma.
L'aria fredda era sferzante ed io mi stringevo nella giacca.
Sono esausta. Stanca di lasciare che tutto vada nel verso sbagliato.
Ti sei calmato dopo un'eterna ora. Mai ho sentito il tempo così lento. Mamma si è rinchiusa in bagno ed era ancora là dopo quattro ore.
Non so se sei un instabile psicopatico o un povero idiota.
Ma se non ti farai aiutare, prima o dopo la pagherai cara. Io non ho paura di morire. Sei tu quello malato.

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