21 agosto 2015

E mai ci diremo addio

Le paure che accompagnano i nostri sogni inquieti, si fanno largo tra le incertezze, la malattia, le persone che amiamo, insomma destabilizzano. Quando ad ammalarsi è' un nostro genitore, trema la terra sotto ai nostri piedi, l'inconscio gioca a puzzle con il cervello e i pensieri brutti spaziano nelle notti più lunghe e buie.

"Che ore sono? ", Sembra tu voglia chiedermi.
Mi sono appisolata sulla poltrona nera e fredda per pochi minuti e ti ritrovo semiseduta sul letto, avvinghiata al triangolo sopra la tua testa con la fame d'aria e il viso grigio.
Mamma !!!!!!
Suono immediatamente il campanello, chiamo l'infermiera. Quanto è' lunga questa notte. Sono appena le tre.
Hai le occhiaie nere ed il volto ancora più scavato di ieri sera, quando ti sei addormentata. Dalla tua gola escono suoni inarticolati. Fruscii, sibili. Respira mamma ti prego respiraaaa!!!! La luce fioca mette ancor più in risalto il tuo viso affilato e teso. Non c'è più carne ne' espressione, dove sono finite le tue guance rosee povera mamma mia.
"Stai male ?", ti chiedo in ansia . "No", mi dici con una dolcezza inusitata, scuotendo lenta e pesante la testa da una parte all'altra. Allunghi il collo, cerchi di divincolarti, non trovi respiro se rimani stesa. Rantoli. Da quando ti hanno tagliato la lingua, gli occhi sono il nostro foglio, le labbra la nostra penna. Ci basta uno sguardo, un angolo curvato ai lati della bocca, una smorfia. Ci basta l'accenno di un sorriso, gli occhi sbarrati, la fronte corrugata, le sopracciglia aggrottate.  Ci basta così, per capirci.
Mi asciugo la fronte madida di sudore con la manica, e ti sposto quel ciuffo di capelli che ti scende bagnato e scarmigliato sul viso. Sei gelida e bianca. Dalle tue labbra esce sangue.
Mammaaaaaa !!!!
Entrano l'infermiera e una o forse due sagome massiccie indistinte. Sento come il cigolio di una carriola. Tengono una barella metallica, uno sembra il medico, ma porta i pantaloni arrotolati al ginocchio. Ha un tono grave, sussiegoso. L'altro , un uomo ingobbito, con il torace stretto si avvicina a me e mi lancia un'occhiata inquietante. Ha le pupille fuori dalle orbite, sembra la morte. Siamo alla fine mi sussurra. Te la portiamo via. No vi prego! No! No! Urlo impazzita.
La abbraccio forte, con tutta la forza che ho, non la lascio andare. La stanza si muove  e sulle pareti, giganteschi girasoli rossi escono dai muri.
Mia madre appare come  un fantoccio a molla, chiuso in una scatola e le due sagome sono i burattinai. La strattonano a destra e a sinistra, lei si divincola, spalanca la bocca ma non emette gemiti. Il suo addome si gonfia e il viso è' cianotico. L'infermiera osserva imperterrita, impalata. Trema. Il dottore si avvicina a mia madre, la scuote forte, violento,  le dice di esserle accanto, di stare tranquilla mentre l'altra sagoma le lega i polsi sulle spondine. Io sono paralizzata e osservo la scena dall'alto, come se fossi il soffitto .
Il dottore mi fissa con occhi tristi e lucidi, guardando verso l'alto. La sua artefatta empatia e' come un tocco ruvido. Un tentativo astuto e patetico di riportarmi alla realtà. Non può essere vero.
Respira mamma! Respira! Respiraaaaaaaaa!!!!!
Mi abbandonasti così, nel sogno inquieto, alle 3.05 di quella domenica d'agosto. Agitata, incatenata, scappavi  in un cielo pieno di stelle, irraggiungibile.

Improvvisamente mi svegliai da questo terribile incubo. Sudata fradicia, inginocchiata a terra, seduta sui talloni doloranti.
Erano le tre e zero sei di notte. Mamma dormiva mentre l'ossigeno inondava la stanza. Era viva, stava bene.
La sua mano stringeva timidamente la mia come il cielo abbraccia la terra, poi, piano piano, lasciava la presa, il suo volto si distendeva e gli occhi si chiudevano pesanti. Le diedi un bacio in fronte e le rughe si appianarono. Dalla bocca emetteva un flebile gemito, ma un respiro tranquillo, vivo. La sagoma esile mi ricordava un'esistenza trasformata ed io provavo una fitta al cuore, lancinante. No, non era paura ne' dolore. Era felicità. La felicità di averla ancora accanto a me, per chissà quanti sentieri tortuosi ancora.
E chissà quante strade polverose attraverseremo ancora. Ma noi andremo sempre avanti, alla ricerca di quelle rive erbose disseminate di Iris color lavanda, in un caleidoscopio di fiori selvatici che pochi conoscono. E mai ci diremo addio.


Non perdete mai la speranza. Mai. Nemmeno quando vi diranno che non c'è più nulla da fare. 


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