1 marzo 2014

Esistono anche le storie tristi, che fanno pensare



Il racconto è stato elaborato dalla sottoscritta, titolare del blog, su consenso scritto della protagonista. A tutela della privacy, i nomi sono stati modificati.


Sono stata via da casa solo quindici giorni eppure niente mi sembra come prima. Il cuscino di Carlo è stroppicciato e si vede che il lenzuolo non è ben disteso. Il mio posto invece è ancora immacolato. Senza pieghe. Carlo non ha cambiato le lenzuola ma in realtà non lo ha mai fatto o forse non lo sa fare. Siamo sposati da quattro anni e mi ha aiutato una volta a girare il materasso. Sul pouf di ecopelle ai piedi del letto c'è ancora la mia guepiere di pizzo e il bustino di raso bianco con il reggicalze. Carlo ha lasciato tutto là, immacolato come il mio posto. Abbiamo fatto l'amore la sera prima che mi ricoverassi come mai l'avevamo fatto prima d'ora. Le candele bianche alla vaniglia sui comodini creavano un'atmosfera magica. Anche la crema corpo alla vaniglia che ci siamo spalmati a vicenda inebriava la stanza come in una spa. Non le vedo, "dove sono le candele?" forse Carlo le ha riposte sul mobiletto del salotto dove teniamo tutte le candele. Vado a vedere . Non le trovo. Dopo gli chiederò dove le ha messe. Penso che tornerà per cena. Mi hanno dimesso un giorno prima del previsto ma ho voluto fare una sorpresa a Carlo. Mia madre mi ha accompagnato a casa con una pentola di minestrina. Sono stanca di minestrina, stracchino e purè ma la minestrina della mamma ha un gusto indubbiamente diverso, è semplicemente buona, e stasera non vorrei altro. Torno in camera e appoggio il borsone. Domani butterò tutto in lavatrice. Lo specchio lungo e stretto sulla parete non mi abbandona un secondo. Mi guardo di profilo e mi sembra di non avere più un profilo. I glutei sono scomparsi, la pelle cadente, il seno è inesistente ma forse è la tuta che mi inganna. Il cappuccio nasconde le spalle ricurve. Soffro di scoliosi sin da quando ero bambina ed ora questo difetto è ancora più evidente. Mi sembro una vecchia di 90 anni. I capelli grassi mi danno veramente un'aria di trascuratezza. Forse dovrei truccarmi un po'. Il mio sguardo incontra i nastrini di raso del reggicalze sul pouf e la coppa C del bustino bianco. Chissà se riuscirò mai ad indossarlo di nuovo?. Prendo il cellulare dalla tasca ed entro nell'album foto per cercare quelle che Carlo mi ha scattato quella sera. "Che sexy che ero". Carlo mi adora quando indosso questa biancheria. Comperai tutto in un negozio del centro dopo che mi aveva fatto intendere che voleva qualcosa di più piccante nelle mie prestazioni sessuali. Non sono riuscita a prenderlo nero. Troppo aggressivo per me anche se lui lo avrebbe scelto sicuramente rosso o nero. Un po' mi sono sentita obbligata, avrei preferito che fosse una mia iniziativa. Perchè non ci ho mai pensato io? Entro nel bagno della camera e mi accorgo che il mio accappatoio non c'è. Ne ho due e manca quello di spugna rosa che mi ha regalato Carlo per il mio compleanno. "Che carino!" avrà pensato di lavarlo e farmelo trovare pronto. Lo cerco in lavanderia tra il bucato sporco , sullo stendino vuoto dei panni stesi, dentro alla lavatrice, in bagno. Non c'è. Il silenzio della mia casa è interrotto dal miagolio del gatto sul davanzale che sembra voglia salutarmi. Fa le fusa e vuole le crocchette come fa sempre quando torno a casa da lavoro. Infatti è proprio la stessa ora, solo che non sto tornando da lavoro. Il direttore mi ha chiamato stamattina per farmi gli auguri per la mia guarigione. Chissà quando sarò in grado di tornare. Torno in camera e mi spoglio. Mi guardo nuovamente allo specchio. Di fronte stavolta. La tuta nera mi fa sembrare ancora più magra, ho perso sette chili in due settimane e già ero sottopeso. Sfilo la canottiera e apro la ventriera che mi toglie il respiro da quanto è stretta. Un paio di mutandoni mi ricordano che la Alice sexy è solo sulle foto dell'Iphone. Il sacchetto è pieno e devo svuotarlo. E la prima volta che lo faccio da sola. Le infermiere si sono occupate di me meravigliosamente. Ho anche lasciato una lettera di ringraziamento per tutto il personale. Ora però devo fare da sola. Carlo non vede la mia pancia da quindici giorni. Dice che non ce la fa. Si sente male se vede un cerotto e Fanni, la mia enterostomista, ha cercato di fargli capire che una stomia non è una ferita chirurgica. Speriamo me lo tolgano presto questo sacchetto. Provo da sola. La puzza, la mia puzza mi fa scoppiare in un pianto a dirotto. Piango per due ore o forse tre e poi sembro non averne più di lacrime. Leggo la lettera che la mia enterostomista mi ha scritto prima che andassi via dal reparto e mi sento un po' meglio. Ho voglia di fare una sorpresa a Carlo.
Ho voglia di fare l'amore con lui stasera come due settimane fa. Non importa se sono dimagrita. Sono sempre Alice, innamoratissima del mio Carlo. Mi faccio una doccia, Fanni dice che anche se hai il sacchetto puoi fare la doccia e anche andare al mare. Mi sistemo i capelli e mi metto un po' di lucidalabbra. Nel cassetto cerco un paio di autoreggenti che avevo comperato per carnevale. Ricordo di averle messe nel terzo cassetto. Mio marito si era voluto vestire da donna e le avevo tenute. Sono nere e non s'intonano molto con il completino di raso bianco ma agli uomini piacciono credo. Prendo in mano la Guèpiere, il bustino di raso bianco con il reggicalze e provo la nuova sensazione. Ci entro. Quasi mi piaccio. Mi spalmo la crema da corpo alla vaniglia e cerco altre candele in salotto. Sono le nove e Carlo non mi ha ancora inviato un messaggio. Sarà successo qualcosa? Provo a chiamarlo anche se lui si aspetta che io sia ancora in ospedale. Domattina sarebbe dovuto venire a prendermi. Segreteria telefonica. 21.30 mi scaldo la minestrina perchè mi sento debole e gli mando il terzo messaggio. Dove sei? Chiamami. Squilla il mio cellulare prima che riesca ad inviare il messaggio. Nello stesso tempo sento la chiave della porta girare nella toppa e mi alzo di scatto per andare a vedere chi è. Ho una copertina sulle spalle anche se sono 25 gradi fuori. Mi trovo Carlo davanti con gli occhi sbarrati. Ha il telefono stretto tra la spalla e l'orecchio, stava chiamando me. "Che ci fai a casa tu?" "Car....lo..... ........." Nè un abbraccio, nè un sorriso. Gelo. Dietro di lui, una stronza puttana con le mie candele in mano e sul trolley nero il mio accappatoio rosa.

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