LUI, CON IL CAMICE APERTO

Questa mattina non era ancora passato quando le operatrici si occupavano del rifacimento dei letti.
Ieri andava di fretta e il giorno prima lo avevano chiamato in sala operatoria per una urgenza. Non sono riuscita a parlargli fino alle quattro del pomeriggio.
Il dottore con il camice aperto sfreccia sempre come una saetta lungo corridoio del reparto. Lo capisco da quanto svolazza quella stoffa bianca, lasciando un secco fruscio che taglia il vento e parlargli diventa quasi una scommessa.
Lo vedo da lontano imboccare il corridoio del reparto. Io mi trascino a fatica sul paletto della flebo, con il cardigan di lana sulle spalle e la sacca del catetere ben nascosta dentro ad una busta di carta firmata Dior. Me l'ha lasciata un'amica fanatica della nota griffe. 
Mentre cammina spedito, il dottore parla animatamente con una collega. Il fonendoscopio ondeggia sul suo collo come su un'altalena. 
Cerco di farmi notare. Ho tanto bisogno del suo conforto, delle sue parole e della certezza che mi opererà lui. Perchè io vorrei solo lui. Lui ha scoperto la mia malattia e lui ha avuto il coraggio di dirmi la verità senza giri di parole ma con tanta speranza di guarigione. 
Muove un vento gelido  quando mi passa accanto senza notarmi. Ed io rimango là, come una scema, ad annusare la scia di eau de parfum che lascia perenne, come se la volessi ingoiare. 
Dott.... ore. 
Fretta. 
Perennemente di fretta fuori dalle stanze e incredibilmente lento dentro alle stanze. 
Chiude la porta dello studio dietro di sè e posso solo aspettare di sentire la maniglia riaprirsi. La mia camera è proprio di fronte e decido di stendermi a letto, ascoltando ogni crepitio, un qualche cigolio  della maniglia o  la sua voce. O il rumore del suo camice, la sua tosse, il riverbero della sua risata sonora. Aspetto il sole, l'angelo che lo possiede, il dottore che tutti vorrebbero. 
Il cuore mi batte forte. Esce dall'ambulatorio con la mia cartella clinica in mano. Qualche infermiera deve avergli comunicato il mio desiderio di parlargli. Viene verso di me. 
Si siede sul bordo del mio letto, mi fa arrossire con un complimento gradito, garbato, semplice. Aveva notato il libro giallo sul comodino e condiviso la stessa passione. 
Lo fisso negli occhi che smuovono la parte più intima di me. Ha il camice aperto, una t-shirt bianca e i jeans. La fiducia in cui mi tuffo è tale da farmi sentire al sicuro.  L'affetto che traspare dalle sue parole mi assicura una calma dai contorni netti. Dentro di me, riflessioni sull'umanizzazione delle cure e sulla bravura di alcuni medici che sanno scuotere dall'anima la polvere accumulata dalla vita ingiusta, si fanno spazio. Rimbalza come un miraggio la mia paura. Si allontana. 
Mi adagio sotto alle coperte con il naso nascosto dall'unico lembo di lenzuolo che arriva fino in cima. Domani mi opererà lui. Ed io, sono la paziente più fortunata del mondo.

Nadia me l'ha raccontato ieri.

Quanto conta affidarsi alla persona che ti cura?. Quanto importante è il rapporto con chi entra a contatto con il tuo intimo profondo? 
Non di solo referti vive il paziente.

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