27 dicembre 2018

Tu, medico amputato

Guardi il pettirosso come se volessi scattargli una foto con gli occhi. 
Sei fermo lì, come lui su quel ramo, a pensare alla direzione da prendere. Poi inspiri a pieni polmoni quest'aria gelida che ti ricorda sempre quel giorno e ti scappa un colpo di tosse caldo, insieme ad una nube di vapore che sembra fumo dalle tue labbra. 
Una mano sorregge l'altra, come se volesse aiutarla, custodirla o proteggerla. Preziose le tue mani. Hanno salvato vite, infilato viti, ridato vita a chi non camminava più. 
Un ortopedico lo sa bene che la meccanica del corpo si avvale anche di sottili calcoli matematici. Allora stili equazioni ed esegui parabole,  misuri, attacchi un chiodo kuntcher e dai una gamba nuova all'operata di protesi d’anca. Minuziosamente conosci intercapedini e interstizi di ogni singolo osso, ducentosettanta  per la precisione e sessantotto articolazioni. Conosci anfratti e cunicoli che nessuno di noi immagina. 
Eppure quel giorno stavi là, dimenticando chi fossi. Avvolto dalla natura come un guanto. Ammorbidito dai colori del cielo. Rilassato ti occupavi della legna da accatastare. Agli interventi ci avresti pensato l'indomani. Quell'oggi era il tuo giorno ed eri immerso nel tuo mondo, nel tuo rifugio tra i pettirossi. Il cielo dissolveva le fronde, toccate delicatamente da nubi paffute.
Non avevi calcolato però che un millimetro in più o in meno avrebbe cambiato completamente la tua vita. 
Anche allora fissavi il pettirosso sulla baracca, dove d'estate le rose si arrampicavano sui graticci. Era così delicato nei suoi passetti che ti sei fermato a guardarlo, come adesso, reggendo il tronco di pino ancora profumante di resina. Volevi fare delle rondelle. La sega elettrica l'hai tenuta in mano migliaia di volte. L'hai usata per amputare braccia e gambe, dita dei piedi, piedi. Dei tuoi pazienti. 
Hai visto il futuro di molti giovani distrutto o cambiato e quello di altri ricostruito e pieno. Hai appoggiato le tue mani sulle spalle di chissà quante persone, in chissà quante struggenti e inquietanti tragiche o bellissime vite. Poi è toccato a te.
Hai spalancato gli occhi e la gola stretta e secca ti ha mantenuto lucido. La luce galleggiava sotto al ponticello mentre avvolgevi con un asciugamano quel che restava della tua mano dilaniata. E con il labbro inferiore stretto tra i denti hai chiamato l'ambulanza con un gelido grumo di paura che tentavi di cacciare via. Eri il medico in quel momento. 
Poi l'amputazione.
Quel dito ti è costato ogni grammo della tua determinazione ed ora, il modo in cui le mani corrono sulla stoffa della tua giacca, come se non trovassero un luogo in cui fermarsi, sono come un pugno che mi schiaccia il petto caro zio. Lo vedo.
Un sorriso amaro ti piega le labbra e piega le mie. So che questo silenzio lo hai bramato e coltivato. Serve per disperdere i pensieri, me lo hai insegnato tu. Anche mentre chiudi le dita su quella foglia ghiacciata che hai strappato dal ramo e che palpi con delicatezza, cerco di arginare il mio tremito. Unità, proporzione, equilibrio e armonia sono stati i tuoi principi di base. E anche ora, in cui le volute di vapore si sollevano lievi, dimmi che sono rimasti gli stessi. Che sai ricacciare il dolore dal luogo in cui è uscito. Che quel respiro non ti graffia la gola ma sa tracciare un quadro preciso e prepotente. Quello della tua nuova vita, che si riscalderà come quando arriverà la primavera su questo prato e le luci si rifletteranno tremule e sognanti sul mio anello, come ora, che brilla di te, sotto la mano tua. Perchè a te, della mano intera, non te ne frega niente. Ti basta poter usare quella che resta.


Zio Francesco è tornato da pochi giorni ad operare come se quel dito ce l'avesse ancora. Unità, proporzione, armonia, la volontà li crea. 

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