14 dicembre 2018

DUE COME LORO

Mi hanno vista arrivare con il mento infilato nello sciarpone e il baschetto che quasi mi copriva gli occhi. Non avevo freddo, volevo nascondere due occhiaie profonde come solchi su un terreno arido. Nemmeno il fondotinta aveva fatto la magia. Non avevo dormito neanche un minuto la notte e mi aspettava una giornata difficile. Quanto avrei voluto trasformare il mio spazio interiore in un'ampia pianura vuota senza tutta quella erbaccia che ne impediva la vista. 
Mi spogliai a rallentatore, come se estraessi ogni azione da un cassettino. La divisa verde mi stava stranamente larga. Forse avevo perso due chili tutti in un colpo, la notte, mangiata da pensieri, ingoiata dai problemi. 
Essere infermiera e dover assistere in queste condizioni è la cosa più difficile che ti possa capitare. Penso valga lo stesso per gli speaker della radio, sempre sulla cresta dell'energia apparente. Anche se hanno montagne di problemi, la voce deve essere squillante, travolgente. Devono trascinare il pubblico all'ascolto, fare finta, alzare i toni sommessi, cambiare gli stati d'animo agli altri, che magari accendono la radio per trovare conforto, anche nascondendosi il volto sotto una massa di capelli crespi e ricci, o inghiottiti da un divano senza fondo.
Anch'io così, come il dj o lo speaker, dovevo capacitarmi di non essere quella che ero. Rimanere ritta con le spalle basse, per respirare di pancia e non col collo irrigidito. E dovevo sorridere. Forzatamente sorridere a tutti, donando anche solo un milliampère di energia, che era quello che mi serviva per non crollare. 
Le colleghe si sono avvicinate subito e in quel "come va?" Conoscevano già la risposta. 
Non ho saputo tenere per me i miei orribili mostri. Li ho esternati, descrivendoli come se stessi parlando di una terza persona. E' un consiglio quello di estraniarsi dal sentimento di proprietà, così l'ho definito, perchè viene più facile liberarsi di quello tossico e opprimente.
Sono crollata a piangere. Una si è inginocchiata davanti a me, mentre stavo seduta sul bordo della sedia, come per scappare da un momento all'altro. L'altra collega mi ha preso le spalle. 
Ci sarà soluzione a tutto questo dolore? 
Chissà perchè ho fatto loro questa domanda quando conoscevo perfettamente la risposta. 
Si. Il dolore non può essere eterno. Va accolto per cercare dentro di sè il mezzo per farlo fuori. Stederlo. Ko. Come sul ring. Combatterlo col sorriso anche forzato, che diventa pure contagioso. Cogliere le sfumature di un consiglio dato da chi non ti conosce come tua madre, ma da chi ti guarda solo in faccia, è capire che in quel momento ti assiste e ti cura. Due infermiere come loro hanno saputo esprimere tutto il senso della nostra professione, esercitata non solo nelle sette ore e dodici minuti di un turno,  ma sempre. 
Due come loro.
Sono le infermiere così. Tutte.
Ti aiutano a passare gradualmente da un colore all'altro, come nella tavola pittorica, creando potenti sfumature di quel sentimento che pochi istanti prima era solo un monotono punto di blu.

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