Quella cuffia piena d'amore
Me l'ha cucita un pomeriggio dei tanti, a casa, quella cuffietta bianca. Quando le ore scorrono lente come la polvere nell'aria di una stanza chiusa, ma intense di cose da fare che non fai, che vorresti dire ma non puoi o da inventare come ha fatto lei.
Ha cercato, tra i vecchi scampoli accatastati nell'ultimo ripiano dell'armadio, una stoffa perfetta, un pezzo di lino candido. "Così non ti suda la testa e si può lavare".
L'ha cucita a mano, con un tocco di macchina sui lacci, per sicurezza. La stessa sicurezza che vorrebbe cucirsi addosso lei, nel vedere le sue figlie stare bene.
Scrutavo nella mia mente i suoi gesti, la forbice in mano, il disegno sulla velina. Anche da piccole io e mia sorella ci incantavamo a vedere la sua maestria nel disegnare vestiti e pantaloni. Ma erano le gonne la sua passione, mai stazzonate. Ce le cuciva a pieghe, o piene di balze vaporose, lunghe fino ai piedi, negli anni ottanta, cortissime, più tardi. Io stessa non mi ero mai resa conto prima di oggi di quanti dettagli sono riuscita ad accumulare osservandola.
Ci raccontava l'introduzione del filo agile e voluttuoso, nella cruna dell'ago, corpo lungo e sottile, come una poesia. Lo immagino adesso quell'andirivieni del cucire, sopra e sotto, simmetrico e lineare, del mio copricapo.
Allora quei punti alternati sono diventati doppi, tripli e spessi, con il doppio filo, sempre bianco. Un'imbastitura lunghissima, quasi a non volerla finire subito quella cuffietta.
"Chissà se ti servirà", c'era scritto nel bigliettino di cartone appeso con un nastrino di raso verde come se fosse in vendita. Me l'ha fatta trovare dentro una busta imbottita, recapitata per posta ieri. Avrebbe voluto che mi arrivasse per il compleanno forse. "E' in lino, così non ti suda la testa. Auguri!".
Il suo amore me lo sono sentita addosso immediatamente, quando l'ho indossata. Sapeva di buono e di vaniglia. Sapeva di lei. Era perfetta per la mia piccola testa.
Avrei voluto chiamarla e dirle "mamma...grazie". Ho preferito che mi scattassero una foto i colleghi, per ringraziarla così, lasciandomi decifrare anche di lato, che le parole vive si erano perse là, sotto alla mascherina, piene di una emozione indescrivibile.
