Non dimenticherò mai più
Non mi voleva lasciar andare via dalla sua stanza la mia paziente. Con la mascherina consunta e madida di lacrime aveva fretta di raccontarmi di suo marito, portato via dal virus sette giorni fa. E di suo figlio, a casa positivo, con febbre e tosse. Lei, con il respiro che andava e veniva, il fiato corto e tanta voglia di parlare, si aggrappava alla mia manica, stretta stretta. Era positiva al covid anche lei, e quelle dita strette sulla tutona bianca mi facevano impressione. Non perchè mi potesse trasmettere il virus attraverso i tessuti, ma per la forza con la quale stringeva, che l'avrebbe sbrandellata quella tuta per mangiarsi la mia di vita. Era stanca di sentire il peso di quei muri addosso, ed io, ne stavo sperimentando i contorni solo in quel momento, là dentro, dove il tempo si dilata annoiato.
La signora era seduta sulla poltrona, inghiottita dai poggioli alti, aveva le gambe gonfie. Al collo teneva un vecchio scialle frangiato come una sciarpa enorme, con tre giri intorno, che lasciava cadere fino ai piedi. Lo aveva fatto a mano.
Continuava a tossire. Subito non mi aveva riconosciuta.
Continuava a tossire. Subito non mi aveva riconosciuta.
Si fa un'enorme fatica a parlare con il viso così rivestito. La visiera cementa la fronte in un'unica plastica esternazione. La maschera inibisce anche le espressioni più semplici perchè se provi a sorridere ti tira sulla guancia, quasi come se la tua bocca venisse risucchiata sottovuoto, e se parli troppo, ti fa male sul naso, dove la placca te lo chiude come in una morsa. Restano solo gli occhi sotto una visiera di plexiglass a bucare una pagina di storia scritta in quel preciso istante. E i miei guardavano i suoi, profondi e scavati in un viso stanco, ma non troppo per lasciarsi andare. Erano azzurri, e ci vedevo il mare dentro, e coralli, barche, e pesci. Forse l'ossigeno scarseggiava anche per me. O forse era solo un mio desiderio inespresso a parlare.Io facevo quello che dovevo fare e lei parlava. Parlava come un fiume in piena, senza nemmeno prendere fiato, che già era poco. Avevo lasciato che la mia testa pensasse come se fosse separata dal corpo e dallo spirito. Era straziante vederla soffrire perciò, sradicavo così il dolore.
Allungando il collo si potevano vedere fuori dalla finestra, una città senza spettatori, e strade deserte. Ma anche il sole. Quel sole che ti riscalda la schiena, ti ammorbidisce, ti scioglie le tensioni, in silenzio. Le nostre presenze in quella stanza riempivano quel silenzio. E a lei bastava. Sentivo che dovevo stare là, anche senza fare nulla, solo per esserci, per ascoltare il lamento. Lento, penoso, inarrestabile.
In quelle due ore ho imparato a riconoscere la paura. Non la sua, che era tangibile, la mia. Perchè diciamo la verità, quel minuscolo essere invisibile spaventa più di ogni altra cosa. E mi fa paura la sua crudeltà. Mi fa paura questa tutona bianca e il non sapere quando finiremo di indossarla. Mi fa paura sapere che quella signora potrebbe non farcela a rivedere suo figlio. E se non potessi io rivedere più mio figlio?
Mi mancava l'aria e sudavo dentro la divisa da marziana. Lode ai colleghi che la tengono otto ore. Loro sono eroi. Anche alla mia paziente mancava l'aria e sudava. Io non vedevo l'ora di togliermi tutto, di scappare via e tornare a casa. Lei non vedeva l'ora di togliersi tutto, scappare via e tornare a casa.
Sono uscita.
Mi sono tolta tutto, sono scappata via e sono tornata a casa.
Lei è rimasta la’.
Questo resterà un ricordo indelebile nella mia, nella sua e in quella di tante altre vite. La stagione della distanza e del dolore sociale, la stagione della reclusione e della sospensione. Come in un incubo ci troviamo adesso in un mondo che non sarà mai più lo stesso. Ma chi lo ha detto che la vita è un semplice, umile e sottile trattino tra due date?
Sono uscita.
Mi sono tolta tutto, sono scappata via e sono tornata a casa.
Lei è rimasta la’.
Questo resterà un ricordo indelebile nella mia, nella sua e in quella di tante altre vite. La stagione della distanza e del dolore sociale, la stagione della reclusione e della sospensione. Come in un incubo ci troviamo adesso in un mondo che non sarà mai più lo stesso. Ma chi lo ha detto che la vita è un semplice, umile e sottile trattino tra due date?


