RABBIA VERDE

Quando sono arrabbiata pulisco.
Pulisco nervosamente ogni cosa, passando lo straccio ripetutamente nella stessa direzione, grattando con la paglietta le incrostazioni immaginarie, sgranando gli occhi increduli, o lisciando tutte le piastrelle in lungo e in largo, compulsivamente.  Come se le mie mani urlassero, pulisco qualsiasi cosa non abbia un senso in quel momento. Come i libri sulla libreria, il paletto delle tende, il manico del bidone dell'umido o il vaso in vetro dello zucchero. Cancello il malumore con un colpo di straccio che se ti arrivasse in faccia sarebbe peggio di una manata, facendolo volteggiare in aria vorticosamente, fuori casa ovviamente, per liberarlo dalla polvere incastrata. Devo sentire un profumo più forte dell'aria che respiro.
Mi prende una tale foga, da strizzare la spugna come per strozzare il collo di qualcuno, fino  a sentire le mie dita calde, bollenti, dolenti, con la pelle che tira.
Se ho una scopa in mano, si salvino i poveri ragni domestici, che in situazioni di calma verrebbero gentilmente accompagnati all'uscita, magari dalla finestra, e in caso di rabbia, quella che ti si attacca addosso come l'asfalto, spiaccicati sull'angolo del soffitto e spalmati come marmellata sul muro appena tinto di bianco.
La rabbia, quella verde dal potere distruttivo, mi lascia l'inesausta volontà di pensare. Mentre agito le braccia, anche se la testa non punta all'azione che si fa, essendo essa meccanica e ripetitiva,  che sia geometrica o con il circolare movimento di braccia, la mente compie lo stesso giro, in scomoda meditazione.
Io non spacco tutto. Spingo, sposto, alzo, metto, scavo, sistemo. E pulisco. Sembra un ritmo trap, una formula audace, del "casalinghese" odierno, ma funziona. Travolge e scarica. La rabbia scolora, il verde appassisce, si spegne, le braccia si stancano e si abbassano. Le mani si appoggiano, sulla fronte la sostengono.
Finchè passa.

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