9 agosto 2018

QUEL GELATO

Se non fosse stato per la goccia di gelato al pistacchio sui pantaloni neri, il cameriere non si sarebbe mai avvicinato a me. Un bellimbusto di un metro e ottanta con le spalle da rugbista e uno sguardo incredibilmente profondo mi porgeva un tovagliolo. Era un piccolo regalo del giorno. Avevo ancora la flebo al braccio e il paletto di sostegno si ergeva accanto al tavolino in radica. Mi guardavano tutti. Cosa c'era da guardare? Due cerotti al collo e una flebite alla mano attiravano così tanto l'attenzione del pubblico?. Forse aveva ragione la mia amica. Una malata al bar, che leccava avidamente un gelato al pistacchio non era cosa comune. 
Mi sedetti all'angolo, sulla poltroncina arancione, un po' riparata dal sole cocente della finestra. Il dottore buono aveva detto che lo potevo mangiare un gelato. Un camion di gelati se avessi voluto. E anche di ghiaccioli, per lenire il dolore che avevo in bocca, delle vescicole rosso fuoco sparse sulla lingua. 
Ad un tratto mi si avvicinò un bambino. Avrà avuto tre o forse quattro anni. Mi fissava dal basso. Gli sarò sembrata gigante, gonfia come una mongolfiera e con una centrale nucleare al palo. 
Del resto, nel mondo dei bambini, tutti i quadri sono appesi troppo in alto.
Lui fissava il colore delle sacche di flebo, gli piaceva quella gialla limone. Segnava col dito verso l'alto, richiamando l'attenzione della mamma. Io gli sorridevo smilza, lo avrei abbracciato teneramente. Era come il bambino che avevo sempre sognato. I suoi occhi verde tempesta migravano da una tenue coloratura acquamarina fino ad un magma castano marcato. Splendidi. 
Chiesi alla mia amica se avevamo abbastanza spiccioli per comprargli un gelato, ovviamente avrei  chiesto il permesso alla madre. 
Gli avremmo chiesto di sedersi accanto a noi, mangiando qualche patatina croccante. 
La madre gli si avvicinò seria.
Lo strattonò per un braccio senza dirgli nulla. Forse pensava che avessi una terribile malattia contagiosa. Lui opponeva resistenza. Voleva starmi a guardare, magari mangiare un gelato con noi, sgranocchiare le patatine della ciottolina di vetro. 
La madre percorse tutto il corridoio del bar tirandolo come se il braccio fosse stato un guinzaglio. Lui, con la testolina rivolta a noi per tutto il tempo. 
Mi faceva male la scena. Male dentro al petto ed ero in tangibile disagio. 
Tutti i grandi sono stati bambini ma non se lo ricordano più quando serve. Chissà se quella madre ha mai saltato con i piedi dentro una pozzanghera schizzandosi il volto  di strisce marroni; chissà se quella madre ha mai accarezzato la pelliccia di visone di una sconosciuta affondandoci il naso dentro senza farsi notare o  ha corso su e giù per i supermercati scivolando con le scarpe di gomma per lasciare i segni. 
No, forse non è mai stata bambina. Magari glielo spiegherà suo figlio un domani, quando su un letto d'ospedale troverà lei, che i bambini sono attratti dai sorrisi, dai colori, dalle cose nuove, dalle persone piene, dalla gentilezza gratuita e dalla tenerezza dei malati terminali che ancora un ricco soffio di vita regalano all'aria che respirano e ai bambini che si avvicinano.


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