13 settembre 2017

IL DOTTORE CON LA CAMICIA AZZURRA

Sono abituata a conoscere i miei pazienti avvolti da pigiami che non avrebbero mai voluto acquistare. E' così quando si viene ricoverati. E' come se si andasse in viaggio per un po' e la valigia si preparasse tale e quale, se non fosse per le infradito in gomma, le bermuda a tasconi e la polo a righe che tutti lasciano a casa.
Si ordinano le cose scrupolosamente nel trolley o in un borsone, si prepara un beauty-case per l'occorrenza e si acquista un pigiama d'occasione. Comodo, facile da indossare e possibilmente scuro. Ma quel pigiama nessuno lo vorrebbe prendere. Tanto meno per essere operati in ospedale.
I pazienti in pigiama non hanno status sociale. Sono avvocati, professori, operai e insegnanti. Sono collaboratori scolastici, donne delle pulizie, ristoratori. Sono infermieri, commercianti, e medici. Si, tra i pazienti ci sono anche medici.
In quelle stanze asettiche, candeggiate dal pallore delle lenzuola bianche, convivono spesso uomini di estrazione e culture diverse. Donne di varie età, religione, e pensieri.  Ma indossano tutti un pigiama e soffrono in ugual modo. Non è certo una passeggiata il tour in sala operatoria. Se poi da estirpare c'è un brutto male, il ricovero per l'intervento chirurgico diventa la prima di una serie di tappe di sofferenza.
L'altro ieri sono entrata nella stanza in fondo al corridoio, quella più lontana alla guardiola. Una stanza dozzinanti, dove il paziente paga per l'esclusiva solitudine. Lui se ne stava seduto di spalle, con un golfino di cachemire verde bottiglia sulle ginocchia e il quotidiano in una mano. Con l'altra, tamburellava sul tavolo. Mollemente sdraiato sulla sedia, indossava un paio di pantaloni di un pigiama blu di prussia, larghi sulle cosce.
Mi colpì la camicia azzurra. In essa si aggregavano competenze, professionalità e carattere. Stato sociale. Abbottonata fino al collo, con le maniche arrotolate ai gomiti e i gemelli dorati in vista, dava al mio paziente un'aria aristocratica. Dalla testa alla vita sembrava appena uscito da una riunione d'ufficio. Dalla vita in giù era un paziente in una stanza d'ospedale.
Mancavano pochi minuti perchè le operatrici sanitarie venissero a prenderlo per portarlo in sala operatoria e avrebbe dovuto indossare il suo pigiama. Invece no. Una subdola agitazione si celava dietro a quella stoffa finemente abbottonata.
Quando si accorse della mia presenza, il suo sguardo indugiò per un attimo sul mio cartellino. Sgranava grandi pupille di barbagianni. Chi potevo essere?. Mi sorrise stancamente. Si scrollò i pantaloni dopo aver spostato il golfino di lana. Chiuse il giornale e lo usò per sventolarsi.
E chi poteva essere costui ?
Il suo volto era sfigurato dalle cicatrici di un'acne giovanile vendicativa. "Non essere inospitale con gli sconosciuti. Potrebbero essere angeli in incognito". Tuonava in me questa frase appesa sui muri di Parigi e mai come allora mi sembrava appropriata.
Il paziente si muoveva con una grazia disinteressata. Aveva le mani chiare, pallide, ossute le nocchie ma affusolate erano le dita. La schiena curva mostrava i segni di un'età ancora indecifrabile seppur avanzata. L'uomo con la camicia azzurra era un dottore. Un medico. Il medico di famiglia, che nel nostro immaginario non dovrebbe mai ammalarsi. Lui aveva il cancro e sarebbe diventato un paziente come i suoi. Lui, che ne aveva visti di casi simili, portava uno sguardo ingrigito che ci rimandava ad un pensiero tormentato ma che era anche il suo biglietto da visita. Era come se quell'espressione cupa fosse stampata nel suo viso da sempre.
Fece schioccare la lingua infastidita, si alzò in piedi e mi studiò spostando l'equilibrio da una gamba all'altra. Io mi sedetti nel letto disfatto e cominciai a spiegargli cosa avrebbe significato un sacchetto sulla pancia. Mi ascoltò con attenzione. Lo ascoltai con attenzione. Cercavo di non inciampare nelle mie parole, e di rendere lussuoso il nostro incontro.
Lui, si definiva uno spacciatore di pensieri, sogni crollati ed evasioni solo da immaginare. Sogni distrutti dalla malattia e dai progetti non più realizzabili. Dai desideri infranti e da una vita dedicata solo agli altri.
Lui non accettava di essere paziente. Non era il suo posto quello. E il pigiama no, quello no. Non lo avrebbe mai e poi mai indossato. Meglio una camicia inamidata sotto ad un camice bianco neve. E azzurra se possibile.
E' la terribile legge della malattia. Non guarda in faccia e colpisce a caso.
E quando sei medico, ti chiedi come hai fatto a non prevenirla.
Ringrazio Fanni per aver colto, attraverso semplici dettagli, il mio dramma.

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