17 marzo 2017

Visita proctologica

Entro nell'ambulatorio con la testa quasi incastrata nel collo. Le spalle sfiorano i lobi degli orecchi e il cuore mi batte forte. E' la mia prima visita proctologica e sfido chiunque ad essere rilassato. Persino i radi peli delle braccia sono come aghi che pungono la pelle.
So che il medico mi farà stendere sul lettino vestita solo per metà, che l'infermiera, testimone sostanzialmente passiva, mi aiuterà a flettere le gambe nella consueta posizione rannicchiata e che dovrò aspettare secondi che sembreranno minuti eterni. L'ho letto in internet.
Reggo tra due dita l'impegnativa compilata a mano. Da quanto sonno ho, pare scritta in una lingua runica. Stanotte infatti non ho mai dormito. Stringevo le braccia intorno al corpo e pensavo ad oggi, ai problemi di quello che viene definito "comparto posteriore", che interessano moltissime persone. Ho letto che si stima che il 50% della popolazione soffra di stitichezza e che l'altro 50% presenti emorroidi di un qualche grado. Quindi, in quella percentuale ci cado anch'io, matematicamente.
E' circa un anno che combatto con il mio problema, trascurandolo fino ad oggi, quando il mio medico di base mi ha guardato negli occhi dicendomi "sei anemica, devi fare quella benedetta visita proctologica".
Oh certo, fa presto lui, col suo camice bianco a compilare impegnative. Quella che deve farsi infilare un anoscopio sono io però.
"Si rilassi...ecco bene così...tranquilla...", mi dice il medico mentre l'infermiera copre le mie cosce con un telino verde. "Vedrà che non le farò male". Sono un centrifugato di parole dal sapore terapeutico le sue frasi.
La voce del dottore è incredibilmente pacata e bassa mentre io tremo come una foglia su un albero in autunno. Lui indossa un paio di occhiali con una luce intensa sulla fronte, i guanti in lattice estrapolati dalla carta sterile con un rassicurante fruscio e tiene l'anoscopio sulla mano destra. Lo vedo con la coda dell'occhio mentre ogni mio muscolo si irrigidisce.
Sento che appoggia la mano sinistra sul mio fianco, come per calmarmi e la magia è compiuta. Sono calma. "Ah !", esclamo. Ma è solo paura. Nessun dolore. Il dottore arresta la sua esplorazione e mi distrae con qualche domanda: "lei ha figli signora? Quanti anni hanno? Che scuola fanno?". E così parlando, riesce a visitarmi.
La visita dura pochi minuti, non provo alcun dolore.
Una volta vestita, mi trovo seduta davanti a lui, con le mani strette tra le ginocchia, le spalle ancora irrigidite, come i gomiti. Poi d'improvviso il gelo.
"Devo portarla in sala operatoria signora. Non si tratta di emorroidi. Dobbiamo togliere quella neoformazione ed analizzarla".
"Co-come?".
Ingoio le parole che erano salite sulle labbra limitandomi ad annuire. Il medico mi spiegava con un disegno ciò che aveva visto ma le parole si sovrapponevano alle immagini. La fronte cominciava a macchiarsi di sudore freddo e la mani strisciavano irrefrenabili in un andirivieni sui jeans. "Neoformazione". Tuonava così forte quella parola nella mia testa che avrei voluto estrarre il mio cellulare e digitarla immediatamente su google. Era tutto e niente. Ed io ero come un fiancheggiatore amaramente riluttante e cronicamente deluso.
Avevo già capito di avere il cancro, ancor prima della risposta della biopsia, avevo decifrato la frase del medico con un linguaggio meno stratificato.
I muscoli si fecero burro e uscire da quella stanza fu un'impresa.
Mi aiutò il medico, reggendomi fin sulla porta e l'infermiera, tenera e dolce, che con una carezza sulla spalla mi aveva trasmesso il conforto e l'empatia di chi sa ma non può dire nulla. Mi è bastato lo sguardo sui suoi occhi neri, lucidi, per capire che non sarei stata sola in questa battaglia.
Lei mi accompagnò fino alla sala d'attesa, dove mi aspettava mia madre, mi accarezzò la spalla nuovamente e mi diede coraggio. Si preoccupò di chiedermi come fosse la mia vita, la mia famiglia. Dimostrò interesse per una sconosciuta. Una provvista di piccole felicità insomma, da assaporare come un raro privilegio.

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