19 gennaio 2017

Danza classica, amore mio per sempre

E' una vera lacrima quella che riga il mio volto mentre guardo incantata la prima ballerina dell' Opéra de Paris in televisione. Una mistura di emozioni e rimpianti, nostalgica mancanza del palcoscenico, delle luci e del leggero tulle che si librava in aria, durante i grandi salti.
Susanna è stata la mia insegnante. Una donna forte che ha fatto della determinazione la mia ragione di vita ed ha scolpito caratterialmente il mio percorso di crescita.
Studiare in una scuola professionale e seria, trampolino di lancio per molti amici che sono ora all'estero o nelle più grandi accademie di danza italiane fa davvero la differenza. E quando davanti al pianoforte mi veniva chiesta la storia della musica e davanti ad una lavagna i concetti di equilibrio e stabilità del pavimento pelvico, mai mi sarei immaginata un giorno di ritrovarmi di fronte agli stessi argomenti, nel mio lavoro.
Forse è per questo che lo amo particolarmente.
Ricordo quel giorno in sala prove. Susanna mi guardava con una tale insistenza che mi veniva il dubbio che mi stesse scendendo qualcosa dal naso. Io fissavo il pavimento imperterrita. Nonostante ci venisse sempre insegnato a non avere paura di nulla, in quel momento mi sentivo a disagio. Quel giorno ero come il cielo, plumbeo, grigio di stanchezza. Provammo il pezzo. La coreografia prevedeva tre giri sulle punte e i miei piedi erano disintegrati. Ballai malissimo. Mi sentivo le abilità di un lampione arrugginito. Lei però, si sentiva responsabile della mia frantumazione psicologica. Le avevo dato da pochi giorni la notizia del mio abbandono. Avrei lasciato la danza. No, non certo per causa sua, ma per la vita che mi stava trascinando via con sé, da un'altra parte, in un altro mondo, fatto di famiglia, figli, tre per la precisione, un marito, un divorzio e un universo dapprima inaccessibile, quello universitario, diventato accessibile dopo molti anni dall'abbandono della danza, del marito, di un' idea di famiglia.
Quando la musica partì, sentii solamente un martellare sordo di un impianto stereo. La mia carriera era finita.
I piedi si muovevano senza logica fino a farmi cadere come un sacco vuoto sul pavimento in legno.
"Controllo pelvico-glutei di marmo-pancia piatta-schiena dritta Fanni". Susanna atterrò accanto a me subissata di premure e lasciandomi il fondamento di gran parte del mio sapere di terapista perineale.
Io, con il sorriso un po' tirato, avanzavo a scatti mentre lei mi poneva la mano aperta e le mie dita si intrecciavano freneticamente alle sue. Lei era sempre stata il mio esempio, forte e profonda al tempo stesso, psicologa sensibile e conoscitrice delle fragilità di una adolescente in crisi.
"Buttati Fanni. Buttati su ogni cosa cercando di non pensare alle ammaccature".
"Certo" risposi mentre delle stupide lacrime cocenti sgorgavano improvvise.
 Bofonchiai qualcosa prima di raccogliere il mio golfino, il borsone nero e sciogliere lo chignon ai capelli. Una delle ragazze in sala risucchiò l'aria tra i denti mentre uscivo. Un'altra di loro, con i capelli stretti in una coda di cavallo che Susanna odiava (voleva che fossero sempre raccolti in uno chignon impeccabile) , mi augurò buona fortuna con un gesto melodrammatico. Le mie parole erano smozzicate, le mie azioni rallentate dalla tristezza. Mentre toglievo forcina dopo forcina sentivo le dita diventare di pasta frolla. C'è sempre stata molta competizione in sala prove, saponette lanciate sotto ai piedi, sgomitate per la prima fila. Ma ricordo anche le risate a crepapelle quando, tornando a salutare tutte,  la mia diciamo quasi migliore amica di corso mi vide dopo aver perso cinque chili di peso in due mesi. "Fanni, le tue tette sembrano un paio di mandarini in un paio di calzini!". Non aveva perso il senso dell'umorismo e sapeva che con me si poteva scherzare.
Susanna quel giorno mi seguì inaspettatamente in camerino.
"Buona fortuna Fanni. Hai la determinazione per realizzarti nella vita come meglio vorrai. Ne sono sicura". I suoi occhi si aprirono nei miei. Il mio collo scattò indietro di qualche centimetro quando la vidi là per me. Si strinse nelle spalle. Io nelle mie. Due baci sulla guancia per  non lasciar trapelare altre emozioni. Una ballerina  deve saper fingere, interpretare, simulare, sul palcoscenico, sempre. Nella vita reale mai. E quella scena, seppur dietro le quinte, era reale,  il migliore riconoscimento che potesse avermi dato in tanti anni di danza.

Questo racconto glielo dovevo. Sono passati molti anni d'accordo, ma io non ho dimenticato nulla. I miei calli sui piedi mi rammentano ogni giorno ciò che è stata la danza per me. Oggi lo insegno alle mie pazienti e le correggo durante gli esercizi di rinforzo pelvico come mi correggevi tu cara Susanna, che senza saperlo, oltre che una grande professionista della danza, sei una terapista perineale ineccepibile.

Con affetto
Fanni



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