3 aprile 2014

Tre minuti

Racconto tratto da una storia vera. Pubblicato con il consenso scritto dei protagonisti.
A tutela della privacy i nomi dei protagonisti sono stati modificati.
Alcuni elementi della storia sono puramente casuali.

Il cancro e' cieco. Non guarda in faccia nessuno. Tuttavia la malattia a volte e' un'opportunità: accende i sentimenti, unisce negli affetti, rinforza. 


Domenica sera ore 20.45. I visitatori sono cortesemente pregati di lasciare il reparto e di rispettare l’orario di visita che è dalle ore 19 alle ore 20. Mi trovo in reparto nella saletta biblioteca per ultimare un lavoro di presentazione in power point per il prossimo congresso del club Siccr a Rovigo e il citofono interno mi risveglia dal letargo dei miei occhi sul pc. Indosso la divisa verde e il camice bianco perché l’aria condizionata è regolata a 20 gradi ma il mio naso è un iceberg che cola ghiaccioli. Ho anche dimenticato i calzini di cotone e i fori dei miei zoccoli rossi lasciano passare l’aria polare che mi immobilizza i piedi come se fossi sulla neve gelata.
Nella stanza adiacente alla mia, il volume al massimo del televisore sintonizzato ora sul documentario della grande storia d’Egitto comincia a disturbarmi un po’ troppo così mi ficco nelle orecchie l’auricolare del cellulare con la canzone di Lana Del Rey in sottofondo.
La concentrazione sembra voltarmi le spalle. Forse dovrei bere un caffè. Magari la caffeina potrà fare il miracolo.
Mi mancano ancora 16 slides da sistemare per domani accidenti. Nell’attraversare il corridoio noto la porta aperta della stanza di Quark e con incauta prudenza mi butto sulla maniglia per chiuderla. Nello stesso tempo qualcuno dall’interno fa lo stesso, ma per uscire, e, l’imbarazzante braccio di ferro ci fa scoppiare entrambi in una risata. “Mi scusi”, blatero con tono colpevole, “Volevo chiudere la porta perché il volume della tv è troppo alto e magari gli altri pazienti desiderano riposare oppure per cortesia abbassate un po’ il volume”. Mentre pronuncio la frase entro nella stanza fino a metà e noto che il signor Bruno indietreggiando si è avvicinato a sua moglie.
Con amorevoli cure, il marito della signora Anna, le è sempre stato accanto di giorno. In lei un atteggiamento di rifiuto del sacchetto i primi giorni, si è trasformato in accettazione grazie a lui. La garza bagnata di acqua fresca sulla fronte, la crema idratante sulle gambe, il burrocacao sulle labbra, la padella , piccole attenzioni di portata titanica per una paziente ricoverata per tumore della vescica. Bruno si distingue dalla comunità di mariti impediti che andrebbero in panne se la propria moglie si ammalasse. Anna mi saluta mantenendo lo sguardo granitico e si stupisce di trovarmi in reparto di sera e tanto più la domenica sera che è il mio giorno libero. Quasi preoccupata mi chiede ruvidamente incuriosita “Resterà tutta la notte Fanni?”. “No, penso un’altra oretta cara Anna”.
La mia paziente non mi ha mai regalato un sorriso. In realtà non ne ha mai dispensati né alle colleghe né ai medici che la considerano una “paziente particolare” tutt’altro che facile. Inizialmente non pensavo che il suo amorevole infermiere fosse il marito, perché anche con lui ha sempre avuto un atteggiamento sgarbato, burbero, acido. Così anziano e curvo sulle spalle pensavo fosse il padre, ma per fortuna ho evitato la figuraccia di chiederlo. Lei, donna molto curata sulla sessantina, professoressa di filosofia al liceo, la conosco già da prima della sua malattia per fama e disappunti lamentati dagli studenti. Sul comodino ordinato in modo maniacale un testo noiosissimo: “Cavallo Rosso” di Eugenio Corti, che ho letto anch’io al liceo con astrusa difficoltà. C’è anche il beauty case di Louis Vuitton con il kit necessario per gestire la stomia urinaria, il collutorio, un vasetto di rose bianche e velo da sposa tra una felce ancora verdissima, un cellulare d’altri tempi, la bottiglia d’acqua minerale Levissima perché quella del reparto non le piace, una nuova federa per il suo cuscino personale rubato dal letto di casa e una copertina in pile violetta piegata sotto. Scorgo sotto al libro una piccola molletta-lampadina, di quelle che si attaccano ai libri per leggere di sera e un sacchettino aperto, di raso, con alcune caramelline alla menta e liquirizia.
Anna si è perfino truccata il viso con leggero fard e rossetto il secondo giorno dopo l’intervento. Ha la mania di usarlo rosso lacca e di esagerare sul labbro superiore debordando e facendolo sembrare un artefatto della chirurgia estetica dei sottoborghi.
Sono quasi le nove di sera e ancora imperterrito il suo rossetto rosso spicca sulla vestaglia color avorio e i capelli neri raccolti a chignon con una forcina di perle (sicuramente di fiume). La rincorsa alla firma caratterizza il suo stile. Trolley di Louis Vuitton abbinato al beauty case, ciabattine Gucci, orologio Prada, camicia da notte blumarine. Una sfilata di bon ton ostentando marchi e sigle in bella vista che anche il più comune profano decifrerebbe.
Sono riuscita a parlare poco con Anna e molto con il marito. Me la descrive come una donna forte e decisa a fare tutto da sola. Disinteressata alla sessualità da dieci anni, con l’entrata in menopausa, si è dedicata anima e corpo al lavoro e alla lettura. Non ho mai capito se hanno figli, non ho mai visto nessun altro accanto a lei oltre al marito.
Anna e Bruno hanno trascorso una vita girando il mondo. Non insieme però. Lei appassionata di storia, tra piramidi , Budda e Aztechi, lui biologo marino, tra i mari della Groenlandia o della nuova Zelanda fino alla Patagonia per salvare specie in estinzione. Ecco da dove arriva la dedizione al prossimo, penso tra me e me, con un tocco di dispiacere se immagino che sul letto possa trovarsi lui. Non riesco ad immaginarmela crocerossina.
Fin qua tutto sembra semplice e abbastanza comune per molte coppie, se non fosse per i successivi tre minuti dal momento in cui lascio la stanza delle piramidi.
Il campanello sito fuori della porta principale del reparto trilla sul monitor che rimbomba in guardiola. E’ un uomo, giovane, sulla quarantina sembra. Ha un trolley con sè, sembra un avvocato in arrivo dall'ufficio milanese, sentito l'accento.
“Siii ???”, rispondo alla cornetta guardando sul piccolo videocitofono l’uomo in giacca e cravatta.
“Ehm.. dovrei portare alcune cose alla signora Lavelli, posso entrare un attimo?”. Premo il pulsante di apertura della porta e mi affaccio sul corridoio per vederlo entrare e andare nella giusta stanza, quella di Anna. “E’ la stanza numero 7”, gli dico sottovoce e lo accompagno per un breve tratto come se dovessi fargli da guida. Lui però sa benissimo dove andare. In fondo al corridoio, il marito di Anna già lontano mi saluta con un cenno di mano alzata. Butto lo sguardo dentro la stanza buia debolmente illuminata dalla lucetta sul libro che Adele tiene accesa per poter leggere Cavallo Rosso. Nella penombra mi chiedo se il quarantenne in giacca e cravatta riesca a scorgerla. Senza preoccuparmi troppo, faccio un salto in sala medicazioni per prendere un flacone di antisettico per le mani da lasciare in corridoio, dato che mi accorgo essere finito. Saranno trascorsi circa due minuti da quando quel tenebroso quarantenne è entrato in reparto e la curiosità mi assale. La porta semiaperta della stanza non mi consente di essere notata. Non è possibile. Non credo ai miei occhi!. Rimango basita. Il giovane avvocato si china su Anna con una delicatezza difficile da descrivere a parole e nemmeno a metafore. La bacia sulla fronte tenendole il viso, poi le chiede di abbassare il lenzuolo per vedere la sua stomia e di punto, si alza la propria maglietta facendo scorgere...una stomia pure lui!!! .
Che strano il destino, lui… Una stomia intestinale. Non lo avrei mai immaginato. Niente è come sembra mi dico.
La stomia non è un’etichetta, è una silenziosa presenza amica che sa di vita.
“Ciao mamma. Starò accanto a te tutta la notte, non preoccuparti”.
Con il peso di una libellula lascio la stanza in punta di piedi.
Anna è felicissima. In tre minuti ho letto la gioia nel suo viso.

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