5 marzo 2016

Rabbia


Non c'è nulla nell'armadio.
Quel maglione è più forato di un colabrodo, quell'altro sembra aver subito un lavaggio a cento gradi e quello bianco non è più bianco. 
Mi guardo allo specchio di lato stropicciando gli occhi incredula. Sono sempre più magra. Le corde del collo sono tirate ed evidenti. 
Non c'è nulla nell'armadio che vesta la mia tristezza di gioia. Indosso una tuta. 
Sono tutta imblusata quando scendo al piano terra. Mi reggo sul corrimano per non cadere. Ho le vertigini. 
Sono le sei del mattino e la luce si incolla su ogni cosa tranne che sul mio volto, che rimane di un biancore secco e fiacco. Non avrei mai pensato che l'intervento mi rendesse così debole e moribonda. 
Mi siedo sul primo gradino della scala sistemando il risvolto dei pantaloni. Il mio viso incrocia l'altro specchio, quello dell'ingresso, mentre do il solito colpo di sguincio per mettere a posto i capelli che mi danno fastidio sul colletto. Non c'è nulla di me che io riesca a tollerare stamattina. E' il sentore che mi inquieta. Il sentore che tra poco tutto finirà. Che non vedrò più quella strada impolverata. Che è niente per tutti ma tanto per me, che l'ho percorsa in lungo e in largo per cinquant'anni. 
Ho sempre pensato che avrei divorato il mondo con i miei occhi, ma ora che la malattia mi obbliga a chiuderli mi accorgo di cogliere il bello in tutte le piccole cose. E la polvere secca di quella strada dissestata mi sembra bellissima. Tanto che le lacrime appannano i miei occhi. Completamente. Come la morte, che me li chiuderà per sempre.

Suonano sfilate le parole di Giusy nella mia testa, mentre torno da Milano, in auto. Mi ha parlato ieri e sono ancora sconvolta della sua consapevolezza. Fumo come se masticassi veleno. Un veleno di rabbia. Reggo la sigaretta tra le dita che mi tremano. I suoi occhi mi fissavano in una sola direzione. Teneva il dito arricciato contro al petto, come se volesse aiutare il suo cuore a continuare a battere. "Giusy...La vita è come un incontro di box. Non puoi tirarti indietro", le ho detto. 
Io cercavo di condurre una conversazione lungo una linea di didascalie, scandendo con pazienza parole e verbi. Non volevo sbagliare. Lei mi fissava come fossi il nulla. 
Appoggio il gomito alla base del finestrino e con la mano libera gesticolo con un ciuffo di capelli ribelle. Lo tiro. Lo vorrei strappare. Penso per tutto il viaggio. Apro il finestrino. Ho bisogno di sentire l'aria sul volto. Deve essere terribile la speranza quando sei certa di morire. Ha un sapore amaro e non ti rasserena. Non ti illude e non ti libera. Che rabbia che provo per questa ingiustizia.


Fanni Guidolin 




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