venerdì 15 settembre 2017

NON MOLLERO'

Me l'hanno detto ieri. L'apologo finale recitato dalla voce fuori campo. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. Ho provato una sensazione indescrivibile. Una scarica elettrica bruciante. Come uno scontro frontale con un camion. Un disastro. Come se fossi caduto a rotoloni in un burrone e la testa avesse girato impazzita e pesante; tra i rovi che mi pungevano e ferivano e i tronchi degli alberi che mi dilaniavano; le rocce che mi dissanguavano. No, non era un incubo. Sequestrato in questo letto d'ospedale a baldacchino assistevo al mio sgretolamento.
Mia moglie sedeva accanto a me e mi stringeva la mano fortissimo, come non aveva mai fatto prima di allora. Mia madre stava fuori della porta, ad aspettare di vedere la mia faccia. Lo sapeva che il medico mi avrebbe comunicato la diagnosi e non ce la faceva ad ascoltare. Lei conosceva perfettamente il significato di ogni cosa, di ogni parola o termine, sigla, lettera, valore. Ha lavorato come infermiera per quarant'anni e lo ha capito subito che ero grave. Li ho ancora impressi i suoi occhi spalancati fuori dalle orbite quando mi ha visto quella mattina di un mese fa, con le sclere gialle, il volto giallo, le braccia gialle, tutto il mio corpo giallo. E le ho ancora presenti sul mio capo le sue mani calde che reggevano la mia fronte mentre vomitavo verde. Le sue, perchè mia moglie piangeva a dirotto con i bambini, nella stanza accanto. 
Mio padre è rimasto a casa oggi. E' stato dimesso dal reparto quindici giorni fa. Lui ce l'ha nelle ossa il brutto male. Chiamarlo cancro mi spaventa. Gli infermieri vanno a domicilio a giorni alterni, per le terapie palliative. Si chiamano così le terapie che "ti fanno stare bene" quando stai malissimo. Dovrebbero dare il Nobel a chi le ha inventate. Eppure sono semplici cocktail farmacologici che ti catapultano in un mondo psichedelico di benessere. Compresse, beveroni, goccette o lecca lecca da succhiare, cerotti da attaccare, fiale da gocciolare.  Si, ti sembra di stare col mago di Oz nel paese delle meraviglie. O forse confondo le storie.
Ma voglio dirvelo che io non mollerò.
Stranamente oggi non provo nessun dolore e non ho paura della morte. 
Credevo fosse più difficile morire. Credevo che mi sarei sentito stanco e debole. Che avrei provato dolore e perso chili e colore come i giorni di vita. 
Credevo che avrei pianto e tanto. Che mi sarei arrabbiato e depresso. Credevo che avrei visto solo muri bianchi e grigi e finestre chiuse, tapparelle abbassate, per il fastidio alla luce. E credevo che non sarei più stato capace di amare. Che sarei diventato anaffettivo. Invece amo mia moglie più di sempre e i miei figli pazzamente.
Ieri ho ricevuto la notizia che il numero infinitamente grande di cellule sane del mio corpo è terribilmente inferiore a quello delle cellule malate. Sono pervaso dal male e non ho la minima paura. 
Io lotterò comunque.
Lotterò fino alla fine. Col pensiero positivo, con le illusioni, che anche se sono terrificanti streghe, mi daranno forza. Cercherò di dormire, per risparmiare aria, fiato, ossigeno ed energia. Mi sforzerò di mangiare per non cadere, per non crollare, e mi metterò in piedi anche se dovessi agganciarmi ad un sollevatore meccanico. Muoverò le gambe anche se i miei neuroni impazziti non lo vorranno più fare e leggerò finchè i miei occhi potranno vedere. 
IO non mollerò. Perchè in questo momento provo una nuova unica speranza. La stessa elettricità di coloro ai quali viene rivelato che esiste la vita dopo la morte o su altri pianeti, che le fate fanno le magie e che Babbo Natale verrà. Puntuale anche  quest'anno. E questo mi basta.
No, io non mollerò.


mercoledì 13 settembre 2017

IL DOTTORE CON LA CAMICIA AZZURRA

Sono abituata a conoscere i miei pazienti avvolti da pigiami che non avrebbero mai voluto acquistare. E' così quando si viene ricoverati. E' come se si andasse in viaggio per un po' e la valigia si preparasse tale e quale, se non fosse per le infradito in gomma, le bermuda a tasconi e la polo a righe che tutti lasciano a casa.
Si ordinano le cose scrupolosamente nel trolley o in un borsone, si prepara un beauty-case per l'occorrenza e si acquista un pigiama d'occasione. Comodo, facile da indossare e possibilmente scuro. Ma quel pigiama nessuno lo vorrebbe prendere. Tanto meno per essere operati in ospedale.
I pazienti in pigiama non hanno status sociale. Sono avvocati, professori, operai e insegnanti. Sono collaboratori scolastici, donne delle pulizie, ristoratori. Sono infermieri, commercianti, e medici. Si, tra i pazienti ci sono anche medici.
In quelle stanze asettiche, candeggiate dal pallore delle lenzuola bianche, convivono spesso uomini di estrazione e culture diverse. Donne di varie età, religione, e pensieri.  Ma indossano tutti un pigiama e soffrono in ugual modo. Non è certo una passeggiata il tour in sala operatoria. Se poi da estirpare c'è un brutto male, il ricovero per l'intervento chirurgico diventa la prima di una serie di tappe di sofferenza.
L'altro ieri sono entrata nella stanza in fondo al corridoio, quella più lontana alla guardiola. Una stanza dozzinanti, dove il paziente paga per l'esclusiva solitudine. Lui se ne stava seduto di spalle, con un golfino di cachemire verde bottiglia sulle ginocchia e il quotidiano in una mano. Con l'altra, tamburellava sul tavolo. Mollemente sdraiato sulla sedia, indossava un paio di pantaloni di un pigiama blu di prussia, larghi sulle cosce.
Mi colpì la camicia azzurra. In essa si aggregavano competenze, professionalità e carattere. Stato sociale. Abbottonata fino al collo, con le maniche arrotolate ai gomiti e i gemelli dorati in vista, dava al mio paziente un'aria aristocratica. Dalla testa alla vita sembrava appena uscito da una riunione d'ufficio. Dalla vita in giù era un paziente in una stanza d'ospedale.
Mancavano pochi minuti perchè le operatrici sanitarie venissero a prenderlo per portarlo in sala operatoria e avrebbe dovuto indossare il suo pigiama. Invece no. Una subdola agitazione si celava dietro a quella stoffa finemente abbottonata.
Quando si accorse della mia presenza, il suo sguardo indugiò per un attimo sul mio cartellino. Sgranava grandi pupille di barbagianni. Chi potevo essere?. Mi sorrise stancamente. Si scrollò i pantaloni dopo aver spostato il golfino di lana. Chiuse il giornale e lo usò per sventolarsi.
E chi poteva essere costui ?
Il suo volto era sfigurato dalle cicatrici di un'acne giovanile vendicativa. "Non essere inospitale con gli sconosciuti. Potrebbero essere angeli in incognito". Tuonava in me questa frase appesa sui muri di Parigi e mai come allora mi sembrava appropriata.
Il paziente si muoveva con una grazia disinteressata. Aveva le mani chiare, pallide, ossute le nocchie ma affusolate erano le dita. La schiena curva mostrava i segni di un'età ancora indecifrabile seppur avanzata. L'uomo con la camicia azzurra era un dottore. Un medico. Il medico di famiglia, che nel nostro immaginario non dovrebbe mai ammalarsi. Lui aveva il cancro e sarebbe diventato un paziente come i suoi. Lui, che ne aveva visti di casi simili, portava uno sguardo ingrigito che ci rimandava ad un pensiero tormentato ma che era anche il suo biglietto da visita. Era come se quell'espressione cupa fosse stampata nel suo viso da sempre.
Fece schioccare la lingua infastidita, si alzò in piedi e mi studiò spostando l'equilibrio da una gamba all'altra. Io mi sedetti nel letto disfatto e cominciai a spiegargli cosa avrebbe significato un sacchetto sulla pancia. Mi ascoltò con attenzione. Lo ascoltai con attenzione. Cercavo di non inciampare nelle mie parole, e di rendere lussuoso il nostro incontro.
Lui, si definiva uno spacciatore di pensieri, sogni crollati ed evasioni solo da immaginare. Sogni distrutti dalla malattia e dai progetti non più realizzabili. Dai desideri infranti e da una vita dedicata solo agli altri.
Lui non accettava di essere paziente. Non era il suo posto quello. E il pigiama no, quello no. Non lo avrebbe mai e poi mai indossato. Meglio una camicia inamidata sotto ad un camice bianco neve. E azzurra se possibile.
E' la terribile legge della malattia. Non guarda in faccia e colpisce a caso.
E quando sei medico, ti chiedi come hai fatto a non prevenirla.
Ringrazio Fanni per aver colto, attraverso semplici dettagli, il mio dramma.

domenica 10 settembre 2017

IL CANCRO NON E' CONTAGIOSO

Il cancro ti piove addosso come un temporale improvviso in una notte d'estate. E' un evento calamitoso. E quell'acqua in quell'uragano non scioglie virus nè batteri, non contamina il mondo, non scivola via dal tuo corpo trasportando cellule malate. Il male ti resta attaccato come il catrame. Il cancro si subisce e non si sceglie. Ti annienta e non ti lascia tregua a volte. Nella più totale indifferenza esso avanza selvaggio e distruttivo.
Altre volte ti regala del tempo. Tempo prezioso per pensare e fare i viaggi della speranza, della cura che non c'è. Tempo per riflettere sulla vita vissuta e su quella che ti resta da vivere.
Se hai la fortuna di aiutare una persona con il cancro ti potrai arricchire.
La vicinanza ti insegnerà ad apprezzare le cose semplici, a regalare il buonumore che rende invincibili, a fare del bene accompagnandolo alle cure. Il cancro non è contagioso.
Lo dico a te amico mio, che mi stai lontano e che hai paura di me. Che scruti il mio cuoio capelluto lucido e sosti alla larga. Non avere paura. E se il sacchetto sulla mia pancia dovesse toglierti il sorriso, ricorda che io sono grato a questo pezzo di gomma e plastica. Mi ha salvato la vita.
Se vorrai accompagnarmi in questo viaggio te ne sarò grato. Ma senza compassione ti prego, nè con infimi sorrisi o con il cuore duro. Se vorrai aiutarmi sarà perchè anche tu ne trarrai un vantaggio. La gioia galleggiante e contagiosa prenderà il posto della tristezza ed io non sarò più un vecchio ributtante. Con te accanto l'alchimia sarà guaritrice.

L'INFERMIERA CON GLI ZOCCOLI ROSSI

Entrava scalpitante nella mia stanza. Il cigolio degli zoccoli echeggiava già nella tromba delle scale del reparto ed io lo sentivo fino a qua. L'infermiera incrociava il mio sguardo semi nascosto sotto al lenzuolo di stoffa rugosa. Stavo cercando di dormire ma non riuscivo a staccare gli occhi dal mondo.
Intorno a me tutto aveva la sua consistenza. La sedia accanto al letto con il telino bianco sullo schienale mi ricordava la notte di sudore, il pappagallo sotto al comodino che non avevo più il catetere, la piantina di fiori la visita della vicina di casa. E poi c'era il libro di Emily Bronte ancora immacolato. Mia moglie non aveva ancora avuto la mente abbastanza sgombra per leggerlo durante il mio ricovero.
Le riviste di gossip sul tavolo da pranzo le aveva lasciate mia figlia in completo disordine insieme alla paccottiglia nell'angolo e il palo della flebo mi fissava dall'alto con i suoi boccioni di vetro e plastica . E poi c'era lei, in quei zoccoli rossi in gomma di guar .
Fissavo ogni sua azione.
Sostituiva le flebo terminate al mio vicino di letto, controllava che l'ago al braccio funzionasse, contava la quantità di urina nella sacca appesa ai cateteri. Annotava meticolosamente osservandomi di sottecchi. Infilava di tanto in tanto le mani nelle tasche per prendere un paio di guanti puliti, arraffare un paio di forbici o sfilare una penna, e buttava lo sguardo sul mio letto.
Si vedeva che avrebbe voluto dirmi qualcosa, ma rispettava il mio desiderio di esclusione dal mondo terreno. Io ero rintanato nel mio androne sposando le forme di tutti gli oggetti di questa stanza e il grigio del muro. Lei appoggiò lieve l'agenda degli appunti sul tavolo e si sedette accanto a me, nell'unica sedia presente nella stanza, quella con il telino ancora imbibito di sudore. I capelli, ordinati in trecce raccolte a crocchia, le davano un'aria romantica. Io la vedevo dagli occhi a fessura spostare il telino sul bracciolo e disinfettare la sedia con la clorexidina.
Allungò quindi la mano morbida sul mio braccio martoriato e bluastro adagiato sopra al copriletto pesante e aspettò.
Per rispetto, io mi scoprii subito il volto e, imbarazzato, mi sollevai un po' sullo schienale azionando il telecomando elettrico. Il triangolo di ferro appeso al letto mi aiutava nei movimenti.
Mi faceva piacere la sua vicinanza silenziosa. Sapeva di caramella. Ed era una necessità per me una caramella. So che lei era là per me, per farmi sentire meno solo, per regalarmi fotogrammi di conforto. So che aveva una marea di cose da fare, doveva ancora controllare i miei drenaggi, le mie flebo e il mio ago al braccio, eppure stava là. Osservava. Mi osservava.
Puoi capire molto da uno sguardo. Se titubante mostra imbarazzo. Se aperto, sicurezza. Se la palpebra sbatte in continuazione, agitazione, nervosismo. Se cela una lacrima, dolore.
Lei lo capiva dal mio, ed io dal suo. C'erano intesa, e affetto, e rispetto, gradevole rilassamento. Era terapia quello sguardo. Era cura quel silenzio. E l'aria era diventata lieve come il cotone.
Sono tornato a casa ricco, debole ma guarito, vivo.
L'infermiera con gli zoccoli rossi non si dimentica facilmente. Mi ha regalato la forza che non credevo più di avere, la volontà per lottare, il coraggio per accettare le cure chemioterapiche.
Si, grazie a lei fremo di una esaltazione interiore turbinante che nascondo dietro un volto stanco e gesti affettati. Ma ve lo assicuro. Esso e' vitale.

(Ringrazio Gianfranco M. per l'affetto dimostratomi con le sue parole che ho voluto scrivere e raccontarvi)

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